Il cristianesimo e la religione di domani

Chapter 3

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Questa, innanzi tutto, non ci allontana, di per sè, dal cristianesimo, il quale anzi in essa e per essa solo diviene adorazione del Padre in spirito e verità. Accetta, anzi esige, la revisione critica delle dottrine o dei credo cristiani; poichè tutto lo sviluppo storico dello spirito umano, in quanto esso è aumento di consapevolezza e di dominio delle cose e di sè, riferisce ad una unica fonte di progresso, la divinità interiore della quale vi ho detto; e tutto lo spirito e tutta la coscienza vede presente con atto inscindibile in ogni sua diretta e spontanea manifestazione. Non può quindi ammettere che esista un dissidio fra la fede religiosa e il sapere scientifico o lo spirito pratico, il quale si esercita nelle attività giuridiche ed economiche e nel tessere, nella trama degli istituti sociali, la sua storia. Il sapere scientifico ci ha condotti a considerare le religioni storiche come lente complesse formazioni culturali, idee erompenti dallo spirito religioso, in un momento solenne di intuizione precorritrice e di visione profetica, ma che poi si organizzano in Chiese, assumendo e assorbendo dal mondo circostante le forme e le vesti concrete, con forza di assimilazione degradante, sino a che la lettera e il corpo non sopraffanno lo spirito? Ebbene, con tal occhio noi dobbiamo esaminare la storia anche delle nostre confessioni religiose. Lo spirito pratico dà luogo ad una magnifica fioritura di istituzioni democratiche e ad un affanno assiduo di correzione e rinnovazione di questi istituti? Ebbene, questo principio democratico, che afferma ed attua la sovranità dello spirito umano sulla sua storia, deve essere accettato anche dagli istituti religiosi, simili a ogni altro nei loro processi storici, in quanto fatti e forme concrete dello spirito anche essi.

In questo senso la libertà religiosa è, di fronte ad ogni Chiesa che voglia chiudersi nelle sue tradizioni e nel suo passato, _modernista_; poichè essa è l'attualità, l'atto vivente e fluente della coscienza, l'onnipresenza di questa in ogni manifestazione della sua vita, anteposta alla abitudine ed alla stasi. La vita religiosa, in quanto vita, è assimilazione, sintesi, creazione continua.

E per ciò stesso essa è unità interiore, armonia. La storia delle Chiese cristiane è ricca, sotto questo aspetto, di un insegnamento solenne che non deve andar perduto. In essa noi vediamo sempre, di fronte a pochi spiriti irrequieti ed ardenti, autoritari e severi, per i quali l'autorità era spesso uno strumento di dominio, un numero grande di coscienze nelle quali la medesima fede degli apostoli, dei pastori, degli inquisitori, era una mezza sincerità e una mezza coscienza, sorretta dall'abitudine, dal timore, dall'ignoranza, accanto alla quale coesistevano motivi di condotta di assai diverso e spesso di opposto valore.

Ed abbiamo anche visto quello che agli occhi della divinità deve essere stato il più triste dei tanti tristi spettacoli dei quali è piena la storia degli uomini: coscienze costrette a mentire con gli atti esterni una fede che non avevano, sotto pena di vessazioni d'ogni genere, di tormenti e di morte. Nei quali fatti non è possibile vedere l'illusione, che troppo sarebbe stata assurda, anche nei teologi medioevali, di chi tenta di imporre una fede a una coscienza come si impone una veste a un corpo legato; ma la persuasione che l'omaggio, anche esteriore e falso, reso da una coscienza all'_autorità_ religiosa, valesse più che quella medesima coscienza. L'autorità era fatta Dio.

Nella libertà religiosa, invece, la coscienza, messa in possesso di una fede o direttiva spirituale alla quale corrisponda l'intimo testimonio suo proprio, aspira quella fede con tutti i suoi polmoni, la trasfonde nel suo essere morale, ne fa, come io vi dicevo innanzi, la sua stessa temperatura spirituale.

E tanto è lungi la libertà religiosa dal promuovere la dissociazione e l'anarchia spirituale che solo in essa è possibile l'unità. Poichè non vi è possibile intendere unità vera fra più credenti in ciascuno dei quali s'abbia dissidio e discordia interiore; sia perchè quello che essi contribuiscono all'insieme è solo una parte di sè, sia perchè il consenso al vincolo esterno rispecchia le stesse fallacie che abbiamo riscontrate nel consenso interiore a una fede, sia infine perchè in ciascuno rimangono elementi non assimilati ed irriducibili, abitudini, egoismi, cupidigie le quali impediscono praticamente l'unità vera degli animi, l'amore, nel quale sta tutta la legge e tutta la profezia.

L'unità religiosa.

Parrà tuttavia a taluno che esista contraddizione fra il postulato della libertà religiosa che è: sii te stesso, e il postulato dell'unità religiosa che è: _siate uno_. E, ad ogni modo, giova veder più addentro in questa materia.

Se le due esigenze, quella della libertà e quella dell'unità, fossero inconciliabili, noi dovremmo purtuttavia, penso, dare la precedenza alla prima. Poichè i fini dell'essere e della vita sono concretamente posti nell'individuo e raggiunti da esso, e ogni individuo non può altrimenti raggiungerli che cercando la conservazione, la pienezza, l'armonia del suo proprio essere. Se le Chiese esistono per le coscienze e non queste per quelle, il giudizio della coscienza, come Newman diceva, è superiore al papa, è definitivo ed inappellabile; e qualora non ci fosse, per ottenere l'unità delle coscienze, altro modo che il giudizio supremo ed inappellabile del papa, del capo di una Chiesa, rinunziamo alle Chiese, avvenga quel che vuole.

Ma la contraddizione è impossibile, e per un motivo semplicissimo: l'unità cercata esiste già nelle coscienze, anteriormente ad ogni nostra ricerca; poichè ciascun uomo è umanità, ciascuna coscienza è spirito, una è l'intima natura e la vocazione originaria degli uomini, che nella vita e nella storia si esplica e si attua, innumerevole nelle forme concrete, identica nelle profonde esigenze ed aspirazioni.

Ma, appunto, l'unità esiste, allo stesso modo che la coscienza, come farsi, come divenire, come processo perenne. L'innumere frazionamento dello spirito negli spiriti è il dato, il fatto bruto, l'individuazione. Ma come in ciascun uomo il farsi, come uomo, è il divenire sempre più consapevolezza, coscienza, volontà autonoma, l'educare da sè ed in sè l'umanità e lo spirito, così il farsi di molti uomini è il farsi dell'uomo, dell'umanità, dello spirito, dell'uno ed universale, nei molti, è il divenire molti uno. E poichè questo è il supremo dovere umano, e per ciò stesso è il dovere religioso, il primo precetto religioso è il porre come norma, come esigenza, come dover essere, come fede, questa unità. _Siate uno_, perchè una è la vostra divina genitura, è quindi il supremo precetto religioso; e la religione che questo precetto ha dato ha raggiunto l'assoluto religioso, sia esso l'assoluto essere che è poi divenire _in noi_, o l'assoluto divenire.

Giungere, dove giunge taluno, sulle tracce di Hegel, a dire all'uomo: sii lo spirito, è molto, ma non basta; perchè ineluttabilmente, in un certo senso, l'uomo è questo che gli si chiede di essere; anche quando, negando lo spirito, non si libera dalla immanente dialettica di esso e procura e prepara, nella negazione della negazione, la sintesi.

Dire agli uomini, senza confini di razza o di spazio, _siate uno_, è aggiungere al fatto la norma, designare praticamente lo sforzo che è necessario compiere per comprimere, dominare, tagliar via quello che ripugna all'unità, è tracciare la via al divenire spirituale non del singolo, ma dell'uomo fra gli uomini, moralizzare la condotta umana moralizzando insieme tutto quel complesso intricato di rapporti e di interdipendenze sociali, sulla cui trama essa si svolge; è assegnare la massima importanza a ciò che unisce, e che ha virtù di unire, non in certe situazioni e in vista di certi interessi, ma sempre e dovunque, su ciò che divide.

Cristo è quindi prima di Kant e dopo Hegel, è l'inserzione viva, nella storia umana, della suprema esigenza religiosa.

A questo modo noi sappiamo di poter, cercando la libertà, cercare insieme l'unità. La molteplicità, concretezza bruta di fatti e di cose date, coincide con la necessità; la coscienza che, nelle condizioni storiche dalle quali emerge e che le sono assegnate, cerca sè stessa consciamente e con volontà retta, cerca insieme l'unità, l'essere suo _vero_ eterno profondo. La verità vi farà liberi.

Le Chiese e il loro ufficio.

Ed ora s'intende che cosa sono le Chiese; poichè come, in un primo momento, dal concetto di libertà deducevamo quello di rispetto alle fedi sincere, così ora possiamo dedurne un altro anche più positivo e fecondo, quello di un voler essere _uno_ che è anche un farsi insieme, un cooperare, un cousare e trasmettersi una certa somma di beni spirituali, di riti, di simboli, di norme, di sussidii esteriori di tali attività pratiche; in altre parole, una comunità religiosa, una _ecclesia_.

Ma alcune considerazioni sono qui necessarie per meglio intendere la natura di queste comunità religiose.

Innanzi tutto, non dobbiamo dimenticare che quello che in esse ha importanza prevalente e decisiva sono dei fatti di coscienza. Attraverso alle astratte concezioni giuridiche ed alle personificazioni antropomorfiche, noi dobbiamo giungere alla sola vera realtà, e concepire le Chiese come gruppi di coscienze nelle quali la vita spirituale è sempre uno sforzo, un tendere verso, un voler divenire, che ha già in questa volontà buona il suo parziale e progressivo compimento. Nell'unità inscindibile di questo atto spirituale, ciascuna coscienza è la sua fede, e la sua Chiesa, è _una_ incarnazione del divino.

Ma esse coscienze sono poi associate; associate da un'altra serie di fatti spirituali che potremmo dire secondari e riflessi, i quali vengono in rilievo esaminando la formazione storica e la costituzione delle singole Chiese. Essi sono una tradizione comune, dei riti e dei simboli; sono i rapporti pratici di fraternità correnti fra i socii, le forme concrete di tutela giuridica che lo Stato accorda all'associazione per il raggiungimento dei suoi fini sociali, le iniziative e le opere alimentate con comune sforzo.

Questo insieme di fatti spirituali, questo vincolo sociale ha, evidentemente, valore e forza solo in quanto esso giova alle singole coscienze; in quanto, accettato da queste come spiritualmente utile e buono, serve ad esse per nutrirsi di una fede, per esprimerla, per suscitare emozioni giovevoli, per permetterle di esercitarsi più facilmente in opere pratiche. Se cessasse questa interiore e personale giustificazione dell'adesione a una Chiesa, se questa non servisse a far più intenso ed efficace lo sforzo degli associati verso una più intima vita spirituale loro, per la quale tutto il resto ha ragione di mezzo, l'adesione stessa non sarebbe più un fatto _religioso_, ma sì politico o economico o giuridico, come spesso avviene.

Da ciò apparisce, di nuovo, come libertà ed unità procedono insieme, nelle Chiese degne di questo nome, e si rinsaldano l'una l'altra.

E da ciò anche ci è permesso di intravedere una più alta unità, non più tra i singoli in una Chiesa, ma tra le Chiese medesime. Poichè se ciascuna di queste deve, naturalmente, aver fiducia nella bontà e nell'efficacia dei suoi simboli e delle sue dottrine, senza la quale fiducia non si avrebbe sincerità ed efficacia di proselitismo, una equa considerazione della infinita molteplicità e varietà delle coscienze e delle formazioni storiche e delle condizioni di cultura deve pur avvertire ciascuna di esse della contingenza e relatività sua, nei confini della quale l'opera dello spirito non può essere limitata.

E ciò tanto più facilmente avverrà quando si tratta di confessioni varie che, come le chiese cristiane di occidente, sono allacciate, nella storia e nella cultura, in un grande processo di formazione comune; o di dottrine metafisiche e morali le quali, a dispetto delle superficiali contraddizioni, di questa cultura cristiana europea sono come il frutto maturo.

Ma non mi si fraintenda. Io non dico che il senso della relatività delle singole chiese ed istituti ecclesiastici debba condurre le coscienze ad un relativismo religioso, ad un giudizio di equivalenza delle singole fedi, il quale poi finirebbe con l'essere un amabile scetticismo. Nel bambino che, divenendo grandicello, impara che vi sono molte madri non viene meno per questo l'amore alla _sua_ madre. Alla chiesa nella quale uno si è trovato e vive spiritualmente bene, la quale gli ha dato e gli dà i maestri interiori, i fratelli di affanni e di ricerche, il linguaggio religioso, e che è per lui come una patria dell'anima, quegli rimarrà legato per questi vincoli dei quali è tessuta la sua stessa coscienza¹. Ma, appunto, il riconoscere che egli ama quella chiesa non perchè è l'unica madre, o la più grande delle madri, ma perchè è _sua_ madre, lo farà persuaso del dovere di rispettar le altre madri.

¹ Le chiese protestanti valgono in questo più della cattolica: perchè, essendo in esse una vita interiore più intensa e maggiore sincerità, nascono fra anime affini rapporti frequenti e stretti di amicizia religiosa e di vera paternità o fraternità spirituale. L'esperienza che chi scrive ha fatto, sotto un tale aspetto, della Chiesa cattolica, dell'aridità delle coscienze che essa educa, del difetto di ogni sussidio affettuoso ed illuminato alla inquietudine religiosa, la incapacità nelle anime, dominate dal terrore, di ogni cordialità di rapporti fraterni, è davvero terrificante.

In altre parole, quanto più direttamente l'amore e il culto vanno alla vita interna e alle fonti occulte e misteriose che l'alimentano, quanto meno essi si arrestano sulle forme e i simboli, tanto più il credente potrà unire la sicurezza e la gioia del possesso individuale, nel quale, ma solo nel quale, forme e simboli e contenuto fanno uno, con l'ammirazione rispettosa della molteplicità di processi e di forme che la vita stessa religiosa riveste. E se egli fosse anche indotto dai suoi studi a considerare la propria fede come il frutto più maturo dello spirito religioso, sa che non si può forzar le altre piante ad identico frutto; e che giova alimentarle del comune succo della terra, perchè dieno il _loro_ frutto, ma buono e polposo.

Per usare ancora una imagine, io direi che l'intelligenza teorica religiosa si va facendo luce più chiara ma più fredda, e che l'anima, invece, raccoglie più intimo e più vivo calore d'azione. Educare in noi la volontà buona, nobilitare nelle nostre vite la vita, andare diritto all'animo degli altri, attraversando tutto quello che in essi ci trattiene o ci respinge, questo è il processo che affina i liberi credenti, questa è l'unità che, per i singoli e per le chiese, erompe dalla libertà, una volta che la libertà sia sicuramente conquistata.

In questa ampia e nobile libertà c'è posto per tutti, solo che s'intenda come le molte vie dello spirito procedono dallo stesso principio, conducono allo stesso assoluto; e si accetti questa comune progenitura, questa solidarietà degli individui e delle generazioni, insieme con quel patrimonio di beni che la stirpe spirituale, da cui ciascuno di noi discende, ci trasmette; e su questa parte di patrimonio che è nostra si riconosca il diritto di tutti e ognuno voglia accrescerlo in sè e per sè, pensando e volendo che ogni accrescimento, da noi laboriosamente conquistato, divenga anche ricchezza degli altri che sono intorno a noi e con noi vivono.

Se amare è volere il bene, amare il prossimo è includerlo ed associarlo nella comune ricerca di un identico bene.

Come poteva negli uomini, e sopratutto fra i cristiani, sorgere e radicarsi e diffondersi l'idea di questa vita che si conquista perdendola, di questo arricchimento che è abnegazione e donazione di sè, di questa personalità che quanto è più ricca tanto è più rappresentativa, se non perchè veramente tali dottrine ci rivelano ad un tempo il segreto del nostro essere spirituale e il segreto dell'universo spirito? Esci da te, unisciti con l'altro che è anche te; uniti che siate, cercate profondo, stringetevi insieme, guardate alto, lontano, sino a ohe vi riesca di immergervi in questa grande unità vivente, che è voi, che è prima di voi e dopo di voi, nella quale sparisce per voi il prima e il dopo, perchè essa è la vita dello spirito eterno, l'assoluta coscienza.

L'avvenire del cristianesimo.

Taluni han cercato, nella loro opera di studiosi, della quale documenti numerosi sono raccolti negli Atti di questi congressi, di fissar le linee di una specie di evangelio primitivo, originario e fondamentale, che potesse essere come il comune patrimonio di tutte le Chiese cristiane e il vincolo della loro unità. Ma la ricerca ha pur sempre un carattere teologico; ed è inefficace allo scopo pratico verso il quale fu avviata.

Al cristianesimo non possono esser tracciati confini precisi. Esso è prima di Cristo, nei profeti; in Cristo è, come fu dimostrato, inscindibilmente, dottrina morale e visione escatologica; nei seguaci suoi incomincia presto ad essere cristologia. Si fonde in esso la cultura ellenica e crea il domma, la tradizione giuridica e imperiale romana e crea la Chiesa di Roma, riti di varie religioni orientali e creano il culto; superstizioni di popolo trasformano la nuova religione in superstizione.

Gli elementi tradizionali e sociali sono un poco alla volta così saldamente costituiti, così spontaneamente oggettivati che ogni intimo moto di religiosità personale, in quanto voglia erompere in proselitismo, è eresia e scisma. E ogni Chiesa cristiana è oggi eresia e scisma, per rispetto alle altre. Esse si sono moltiplicate contraddicendosi. E la personalità religiosa era così poco sicura di sè, così vincolata alla vecchia tradizione, al bisogno di appoggi esteriori, da esser quindi necessariamente portata a tradursi in chiesa, ad affermarsi come domma e come rito, a dominare ed escludere¹.

¹ Molti si chiedono perchè in Italia il protestantesimo non abbia alcuna forza di proselitismo, e gli sforzi tentati, spesso con molti mezzi, da talune chiese protestanti non dieno che pochissimi frutti. I motivi sono quelli stessi per i quali il movimento protestante non attecchì, in Italia, quattro secoli addietro: la scarsa interiorità religiosa degli italiani, innanzi tutto. Da allora la presenza e l'autorità soffocante del cattolicismo della controriforma va maturando un movimento religioso più radicale di ogni forma storica di protestantesimo. Gli italiani non potevano andare dal cattolicismo al cristianesimo; troppo cosa loro era quello. Essi potranno forse tentare il rinnovamento del cattolicismo, conservando, radicalmente rinnovati, i valori essenziali, estetici e sociali, di questo; ma, per giungere a ciò, bisogna che si rifacciano prima una coscienza religiosa capace di essere il sustrato del nuovo organismo. Vi siete mai chiesti a che cosa serviranno le nostre magnifiche cattedrali quando teologia e disciplina della Chiesa romana sieno ricordi del passato?

La pace, quando vi fu, fra le diverse confessioni avvenne praticamente, o in odio a un comune nemico più forte, la Chiesa di Roma, o per volontà di un comune patrono, lo Stato.

La libertà religiosa, il costituirsi di una personalità autonoma nelle fedi e negli atti suoi religiosi esigono uno sviluppo intellettuale e morale che non a molti, ancora, è dato raggiungere. Per i più, le chiese sono ancora una pedagogia necessaria. L'opera loro deve essere rispettata, può essere guardata con simpatia, sinchè si limiti ad offrirsi sussidio spontaneo a chi lo chiede, non si faccia imposizione e non cerchi insidiosamente di legare a sè le anime con altri vincoli che non sieno quelli spirituali.

Ma conservare una ortodossia propria diviene sempre più difficile a queste Chiese, per due motivi. Primo, perchè dinanzi alle negazioni radicali, involgenti tutto il cristianesimo e tutte le religioni positive, i particolari di dottrine e di rito hanno sempre minore importanza; secondo, perchè, dinanzi alla critica storica e biblica, i testi ed i documenti dell'ortodossia perdono molto del vecchio prestigio e la tradizione, anche la più vasta ed augusta, rivela la relatività sua e la complessità spuria di elementi e di vicende dalle quali è sorta.

E, mutato, come abbiamo detto, l'atteggiamento della coscienza dinanzi alle dottrine, considerate sempre più come espressioni mutevoli di una verità spirituale che bisogna sprigionarne, e dinanzi ai riti, appresi e cercati come strumenti di suggestione e di concentrazione religiosa, non come veicoli di grazia, ne viene di necessità che l'elemento dottrinale e liturgico abbia sempre minore importanza e che il vincolo fondato su di essi si allenti.

Ma previsioni intorno alla efficacia ed alla durata loro non è possibile fare. Le chiese sono il _passato_, in quanto esse hanno potere sui seguaci per la forza di una lenta formazione storica che foggiò le coscienze religiose entro forme e sistemi d'interdipendenza i quali sono come la struttura esteriore delle singole Chiese; l'efficacia pedagogica e la tenacia di conservazione di queste dipendono dalla maggiore o minore rapidità degli sviluppi spirituali, dalla maggiore o minore attitudine di singoli e di razze a stare ed a far da sè in materia religiosa.

Noi possiamo con fondamento supporre che per la maggior parte degli uomini le esigenze religiose continueranno ad essere motivo di socialità e di collaborazione in un determinato gruppo di fedeli; e possiamo trovare nel rito e nella disciplina di quella o di questa chiesa cristiana simboli e gesti i quali, ricondotti al loro originario significato o spiritualizzati con un contenuto nuovo, giovino ancora per molti secoli ad esprimere il pensiero od i sentimenti religiosi di una parte dell'umanità.

E possiamo anche ritenere--le esperienze religiose più vive degli ultimi tempi lo mostrano--che, con il diminuire della forza del vincolo creato dall'ortodossia, aumenti invece l'efficacia di un altro vincolo: la cooperazione nel compimento pratico del bene; specialmente se sulla beneficenza individuale e dispersa prevarranno le forme di educazione, di assistenza sociale e di previdenza che ci sono divenute familiari in questi ultimi tempi ed altre che potranno essere escogitate.

Può darsi che le Chiese si trasformino in gruppi di servizi sociali. Può darsi che le grandi manifestazioni popolari di culto assumano una forma sempre meno ecclesiastica; che il sacerdozio diventi, come in talune Chiese è divenuto, libera designazione di fedeli a funzioni di educazione e di assistenza pratica¹.

¹ Certo si è andati troppo oltre nella reazione alle forme positive, esteriori e sociali, di religione, appunto perchè le si ritenevano pericolose per l'interiorità e troppo impresse di dogmatismo; ma, passata la reazione, con il venir meno dell'«estrinsecismo» clericale che la provocò, anche le forme rituali e collettive di culto rifioriranno; si intende che molto liberamente. Anticipare previsioni su di esse sarebbe oggi prematuro.

Nelle comunità cristiane, libere, che certamente si formeranno, il rito cattolico rivelerà forse una grande plasticità e possibilità di durata.

In tutti questi vari processi, che ho brevemente indicati, un fatto apparisce costante: la sempre minore importanza di elementi particolaristici e storici; la sempre maggiore importanza di elementi universalistici e pratici.