Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 9
Canidia, dopo queste parole, rimase muta e pensierosa, colla testa alta e l'occhio rivolto alle stelle, quasi aspettasse di là l'inspirazione profetica. — Barnabò invece, come uomo smarrito in un mondo sconosciuto, attendeva in silenzio il momento d'esserne cavato; e, pigliando un'aria mansueta, sembrava dimandar pietà a chi lo aveva abbandonato in quelle angustie. Ad arte la fattucchiera non lo distolse per qualche tempo a' suoi pensieri; l'imbarazzo accendeva la fede nell'animo dell'iniziato, e lo preparava ad ascoltare ed a gradire i patti ch'ella stava per imporgli.
Fu ella ancora che ruppe il silenzio. Dopo aver messo alcuni profondi sospiri, che davano alle sue arcane invocazioni un non so che di faticoso e di solenne, prese a dire:
“Tutta la scienza dei futuro sta nei numeri. Essi costituiscono l'alfabeto di un linguaggio, ignoto ai molti, e di divina origine. I più trovano in essi null'altro che la progressione delle quantità, e non vanno più oltre. Costoro maneggiano gli utensili di una arte sovrumana, e non giungono a scoprire la cagione formale delle cose e degli eventi, insite in quelle cifre. — Consultai i cieli e le traccie della tua mano, non per averne una pronta rivelazione, ma per riconoscere quel numeri, che hanno la virtù meravigliosa ed efficace d'additarmi la pagina del gran libro, e di tradurne i segni mistici. Ed ecco ciò, che mi viene rivelato. — Di trentadue armi, che intorno ti fanno corona, una tu volgerai al tuo rivale, porgendogliela, come fa un amico, per l'elsa. — Ti parrà forse d'aver perduto cedendo ad altri ciò che è tuo. Il seme germoglia e cresce a beneficio di colui che lo nascose nella terra. Diverrà tuo quel suolo, in cui avrai sparso la semente de' tuoi beneficii. — Così con più chiare parole è spiegato l'arcano. — Cresce nella tua reggia un'avventurosa famiglia composta di trentatre figli. Uno tra quelli sia l'arma nascosta, che spegne la già inferma potenza di un nipote ribelle. A lui, che trema di te, presenta la mano di una fanciulla; egli stenderà la sua e la stringerà, come il naufrago stringe lo sterpo. Abbilo teco allora quell'infingardo, e lo signoreggia coll'imperio della tua volontà. — Ma bada che il giorno del patto non senta governo di Marte o di Saturno: torci l'occhio a questi forieri di sinistri avvenimenti. Guardati dal Cancro e dallo Scorpione, sopratutto se ascendenti. Ti saranno favorevoli invece gli altri segni, e più ancora Vergine e Libra. — E se hai a far scelta fra le ore del giorno, scegli le maschie, le dispari, cioè, del dì o della notte, contando dall'alba o dal tramonto del sole...„
Il campo, cui ci siamo avvicinati, si estende all'infinito, e per poco che uno vi metta il piede, non troverà nè via ad uscirne, nè modo d'arrestarsi. — Lasci ognuno svagar sbrigliata la fantasia, e non creda d'aver foga che basti a toccare i confini di questa anarchia d'assurdi. Il delirio ivi è vasto e profondo come l'oceano; nelle viscere de' suoi abissi ci è lecito sognare foreste di coralli, alluvioni di perle, e mostri portentosi, che non sursero mai a fior d'acqua. — Chi si compiace di questi sogni, consulti la famosa libreria di Don Ferrante; noi tronchiamo senz'altro le stolide digressioni dell'indovina per affrettarci a dirne le conseguenze.
CVI.
Se un personaggio rivestito di grande autorità, o mosso da amicizia o da devozione, avesse osato proporre a Barnabò la più semplice, la più sicura intrapresa, egli sarebbe caduto in sospetto; poichè nulla era più ingrato a quel principe che lo zelo de' suoi cortigiani. Fosse pure la proposta saggia e certa di un buon successo, pel solo fatto d'essere escita dal cervello di un altro, sarebbe stata accolta come un'impertinenza, e fors'anche punita come un oltraggio. Ma Medicina che sapeva ciò per pratica, non rinunciava alla speranza di accomunare il proprio col volere di Barnabò. Aveva appreso dalle dottrine empiriche che un rimedio è bene o mal tolerato dal paziente secondo la formola con cui viene amministrato; e perciò ricorreva allo spediente di mettere nel suo filtro un po' di magia per raddolcire la mistione, facendo scendere dalle stelle ciò che si era maturato nelle cellule del suo cerebro. — Vi riescì: e il merito del successo fu in parte suo, in parte di Canidia, che seppe maneggiare con sapiente parsimonia la _meravigliosità_ dell'iniziato.
Barnabò uscì da quel paretajo senza aver fiutata l'insidia. Non ancora convinto della saggezza ed opportunità di quanto aveva ascoltato, s'avviava, mercè le arti di Canidia, a convincersene da per sè. Il responso ravvolto in mistiche parole, serviva, in modo indiretto ma efficace, al trionfo della bugiarda scienza; svegliando nell'adepto l'imperiosa necessità di tradurre il falso oracolo in una più falsa sentenza. Sciolto il convegno, egli corse difilato a rinchiudersi nelle sue stanze. — Non ebbe bisogno di raccogliere la mente, e di chiamarla a dare un giudizio; le parole udite gli brulicavano nel cervello come le note confuse di una gradevole armonia. — Tornò su di esse coll'animo commosso. Surgevano difficoltà; ei si gloriava d'abbatterle: ripullavano i dubj, ed egli pretendeva rischiararli colla face sinistra della sua mezza ebrietà. — Tardo ed irrequieto scese finalmente il sonno a ristorare le sue forze ornai esauste; ma, fosse puro accidente od effetto della misteriosa bevanda, sognò le parole di Canidia e le chiose, ch'egli vi aveva apposte. — Per tal modo, all'indimani il progetto altrui era divenuto cosa sua; ed egli deliberava di metterlo ad esecuzione con animo risoluto, come soleva fare in ogni cosa che nascesse di primo getto dalla sua indomabile volontà.
Quanto al modo di effettuarlo, avrebbe dovuto anzitutto consultare interessi ed affezioni. — Barnabò ebbe trentatrè figli, alcuni nati dalle due mogli, Regina della Scala, e Donnina de' Porri; altri da concubine[50]. Amava singolarmente Rodolfo non perchè figlio della potente Scaligera, o ricco di belle doti, ma perchè, qual primogenito, avendo il privilegio dei favori paterni, doveva raccogliere in sè le speranze della futura grandezza dei Visconti. Perciò giovinetto lo investì dei feudi di Parma e di Bergamo, lasciandolo padrone di reggerli a suo capriccio, come già ne fosse assoluto signore; e per tal modo ebbe presto la trista consolazione di vedere un degno emulo della sua tirannide, e di saperlo sì esoso e malvoluto quanto suo padre. — Amava Carlo perchè strenuo soldato e potente per la parentela cogli Angioini, da lui stretta sposando Beatrice d'Armagnac. Per la stessa ragione predilegeva Verde maritata ad un principe degli Absborgo. — Ma fra la turba dei rimanenti non faceva distinzione; o se ve n'era alcuna, consisteva essa in un men rigido governo a favore dei bastardi, perchè gli ricordavano le illecebre di Beltramola de' Grassi, di Montanina de' Lazzari o di Muzia Figina, o più probabilmente perchè privi d'ogni diritto di successione, tenevano l'occhio basso dinanzi al padre, come chi sconta una pena; accettando per carità un modesto appannaggio, che non intaccava la pingue successione del primogenito.
Non deve far meraviglia se ad un'epoca come questa, in cui i genitori padroneggiavano i destini della prole non ancor nata, un uomo come il Visconti facesse assegnamento sul docile sacrificio di una delle sue figlie, senza nemmanco mettere in questione l'opportunità d'interrogarla. La scelta fu fatta prima che egli vedesse ad una ad una le povere sue vittime, di cui per anco non conosceva bene il nome, e meno le inclinazioni. Ma così aveva egli proveduto altra volta, decretando le nozze di Donnina coll'avventuriero Hawkwood, e di Angleria col Burgravio di Norimberga. Non dissimilmente aveva riempito il seggio vacante della badessa di S. Margherita, ponendovi Margherita sua figliuola, e si sbarazzò di Visina e di Soprana, altre delle sue figlie naturali, costringendole a pigliare il velo. — In quella notte adunque, durante la lunga insonnia, penetrò colla fantasia nel gineceo, dov'era raccolta una plejade di beltà più o meno attraenti, ma tutte infelici, per cercarvi chi fosse più degna della sua scelta.
In un appartato quartiere del castello vivevano, come in un chiostro, le figliuole di Barnabò, circondate da una regale superfluità di vesti, d'ornamenti e di servi, ma prive di ciò che è il primo e più caro alimento della vita, l'aria libera ed il libero pensiero. Crescevano le poverette come fiori trapiantati in un tepidario: belle, precoci, convenientemente istrutte nell'ago, e sui libri; ma pallide, delicate e straniere alle vivaci mariuolerie della fanciullezza. — Sorvegliate da vecchie governanti, che avevano in sospetto la gioventù, perchè perduta da un pezzo, le infelici riscuotevano un vano tributo di frasi e di ossequj, senza giunger mai a deviare i guardi severi, che agghiacciavano ogni moto inconsueto di ilarità; senza mai poter rompere i fili dello spionaggio, che mettevano capo all'inesorabile genitore, e traducevano dinanzi a lui ogni meno calma parola, ogni sospiro mal represso.
Il Visconti, nel prendere una deliberazione e far scelta, avrebbe dunque consultato inutilmente le sue viscere paterne. Fra Damigella o Ginevra, fra Taddea o Beroarda, ancora donzelle, non era vi predilezione: lo snaturato padre avrebbe steso la destra a designare fra esse la vittima, colla indifferenza del pollajuolo (ci si perdoni il confronto) che mette mano alla stía, e ghermisce il pulcino, che più si dibatte. In tanta incertezza, egli pervenne allo scopo per mezzo delle esclusioni. L'una trovò troppo mansueta, l'altra poco avveduta, questa immatura, quella trasandata; infine eccettuò tutte le nate da illegittimo amore, che portavano per toleranza il nome del padre.
Ed ecco come e perchè la sorte cadde sulla giovinetta Caterina; benchè prima destinata a reggere un monastero. Le badesse erano a quei tempi tenute in grande onore, per la dignità loro e più per l'impero assoluto che esercitavano nell'interno del chiostro sopra una numerosa famiglia di prigioniere, ciascuna delle quali reggeva in modo più o meno efficace altre famiglie ed aderenze. — Perocchè i genitori di allora, e di molti secoli dopo, usando ogni maniera di torture per strappare l'assenso dalle labra tremanti delle novizie, solevano poi, ad ogni dubio o difficoltà, correre alla grata del chiostro, a dimandar consigli e protezione; credendo con tali ipocrisie, di sanar la piaga della violenza operata, e di propiziare il cielo, onorando le vittime immolate al suo culto.
Caterina non vantava quella perfezione e quel rilievo di forme, che colpiscono a prima giunta, e riscuotono una pronta ammirazione. Era una di quelle creature gracili e scolorate, che portano impresse sul viso un animo freddo ed una rassegnazione scevra di sacrificio. — Dopo averla veduta più volte però, bisognava accordarle il merito di una non mediocre bellezza. Aveva occhi grandi, ben disegnati, di un purissimo color turchino, per abitudine e per vezzo leggermente socchiusi. Aveva capelli di un biondo pallido, viso di un ovale alquanto risentito, e carni bianche e trasparenti come il marmo pario.
Quando le fu partecipato il disegno del padre, (e fu l'ultima a conoscerlo) chinò la fronte in atto di obedienza, e si preparò ad amare lo sconosciuto cugino, come un mese addietro si era rassegnata al velo ed alla clausura. In questo caso, però, riescì facile alle garrule governanti l'onestare la mutabilità dei comandi paterni. Il confronto tra un chiostro ed una corte riescì a tutto vantaggio di quest'ultima; l'invidiuzza delle sorelle scosse alquanto il cuore gelido di Caterina, e fece correre sulle sue labra un sorriso d'aggradimento affatto nuovo.
Ma questa partecipazione e questo assenso erano preceduti da secrete pratiche, che non dobbiamo omettere.
CVII.
Abbozzato in nube il progetto, Barnabò sentiva il bisogno di avere persona accorta e fedele, che lo ajutasse ad avviarlo.
Egli non pretese di trovare degli amici; poichè avrebbe consumata inutilmente tutta la vita a cercarne uno. — Ei non volle aprirsi con alcuno di quei cortigiani, che facevano folla intorno a lui; poichè li aveva in grande disprezzo, come codardi, pronti a strisciare nel fango per tornare graditi al padrone, ma inetti a destreggiare qualunque bisogna escisse dalle formole delle frasi d'anticamera.
Anche questa volta, a furia d'escludere gli insufficienti e i malfidati, si trovò di fronte un unico individuo; e costui era Medicina. Il decidersi a far conto di lui non voleva ancora significare che Barnabò riponesse tutta la fede in quell'uomo. Fu a ciò indutto dal pensiero, che Medicina doveva avere maggiore interesse che ogni altro a tenere in credito la veridicità dell'indovina: pensò inoltre che, avendo egli assistito alla conferenza, non richiedeva d'essere istrutto sul passato, a lui già ben conosciuto.
Dopo quella notte feconda di vaghi progetti e di gravi risoluzioni, Medicina fu chiamato a comparire dinanzi al principe. Costui gli espose essere suo pensiero di seguire esattamente i consigli dell'indovina; occorrergli però all'uopo una persona fida ed accorta, che s'unisse a lui per condurre l'impresa a buon fine. — E lo scaltro sgherrano, che prima di creare l'imbarazzo aveva preparato il modo di escirne, inchinandosi dinanzi al principe con un atto di ipocrita servitù, dichiarò di voler mettere a sua disposizione vita ed ingegno: chiedendo solo che gli fosse accordato il tempo necessario a studiare e maturare un progetto degno della fiducia in lui riposta.
Il giorno dopo, tornò Medicina al cospetto del principe con un stare in sul grande che accennava il trionfo, e che riesci bene accetto allo stesso Barnabò, solito a vedersi davanti visi abbacchiati ed occhi a terra. Il ciurmatore, senza dichiarare pel minuto il piano concepito, entrò a dimandarne formalmente i mezzi, ed a stabilirne le condizioni.
“Permetta Vostra Grazia, prese egli a dire, che io abbia a mia disposizione ciò che è necessario ad avviare la cosa. — Bramate voi, che quanto sta nei vostri progetti vi sia richiesto come un favore, onde non abbiate a fare altro che ad aggiungervi il vostro consentimento?... Ebbene, se così vi aggrada, rivestitemi per alcun tempo dell'autorità di vostro ministro. — La mia testa vi sia caparra che non abuserò della fiducia riposta nel più devoto dei vostri servi.„ — E s'inchinò, attendendo una risposta del principe.
Questa non si fece aspettare, e fu quale era desiderata. — Allora Medicina trasse di sotto al giustacuore l'anello, che aveva servito agli incantesimi di Canidia, e mostrandolo al principe continuò:
“Ho bisogno che, come vostro favorito, io possegga un ordine sovrano, che m'apra le porte della corte e della rocchetta. — Quest'anello, in cui sta effigiato il formidabile biscione, sarà il mio talismano. — Vostra Grazia mi conceda l'onore di tenerlo meco fino ad affar compiuto.„
Barnabò fe' cenno affermativo col capo.
“A noi ora, — riprese il ciurmatore, battendosi il petto con un tuono di piena sicurezza; — fra tre giorni un primo cenno, fra un mese un'umile dimanda del graziosissimo nipote vostro; fra due al più tardi le nozze. — Non chiedete di più, o signore; io volo a servirvi.„
Ed infatti escì subito dagli appartamenti del principe, e corse difilato alla rocchetta di Porta Romana, dove, mostrando al castellano il suggello della signoria, venne fatto abile di visitare ogni angolo del fortilizio. — Ei se ne prevalse per chiedere conto di Ognibene Manfredi, e per scendere tosto nel suo carcere ed abboccarsi con lui.
Il silenzio e la discretezza erano il primo patto della grazia di Barnabò; e Medicina sembrava non farne gran conto, rinvesciando, in sul bel principio dell'impresa, il sugo del secreto ad un nemico del principe, che languiva in un carcere, ma che forse non aveva ancora rinunciato alla speranza di una vendetta. — Ma Medicina, che aveva bisogno di persona degna della fede di Agnese, onde avere dalla sua mano uno scritto che la ponesse in sospetto dell'amore del conte, non guardò pel minuto alla strada, quando per essa riescisse ad ottenere ciò che gli era necessario. — Non appena ebbe persuaso il Manfredi a scrivere quella lettera, di cui ci è noto il tenore, spedì latore di essa il Seregnino; mentre egli per altra via, e con altri propositi, s'avviava al castello del Conte di Virtù.
CVIII.
Medicina soleva dire: che il primo prossimo è _sè stesso_; e fin qui tutto il male sta nello scandalo della parola; perchè al mondo non v'era, non v'è, e, pur troppo, non vi sarà penuria di chi pensa così, e di chi opera su questo metro. Per amar molto gli altri, continuava egli, bisogna cominciar dall'amar moltissimo sè e gli interessi proprii. — E in questo gioco di parole egli non solo trovava il coraggio e l'acume necessario alle sue ribalderie, ma acquietava la coscienza quelle poche volte che essa osò porre, fra lui e le sue mire, l'ostacolo momentaneo di qualche brusca puntura. — Ma, l'abbiam detto e speriamo che il lettore l'avrà appreso dai fatti fin qui esposti, egli non era l'uomo da preferir sempre il certo e scarso guadagno d'oggi al pingue, ancorchè incerto, dell'indimani. — Il rischio, ch'ei poneva nelle sue imprese, valeva a persuaderlo che, gittandosi in braccio alla fortuna, spettasse a lei sola la responsabilità dei fatti che ne derivavano; e, con questa arte finissima, giungeva ad addormentare ogni sinderesi, riputandosi lo stromento del destino, e chiamando fortuito quanto egli aveva temerariamente operato. Seduto ad una mensa sontuosa, su cui la fortuna imbandiva i suoi tesori, egli non soleva trinciar giù alla buona, e pigliarsi sulle prime il meglio che gli stuzzicasse l'appetito. Il suo egoismo era salito al grado di scienza, ed assumeva perfino il colore di virtù, facendolo schiavo di una artificiosa sobrietà. Quindi egli si fingeva talvolta sollecito del bene degli altri, tal'altra curvava il groppone ai capricci di un tiranno, o sapeva rinchiudersi in un mansueto silenzio aspettando migliori momenti; ma tutto ciò pel fine di salvare, a migliore occasione ed a più certo scopo, mente, labro e braccio, rinvigoriti dalla sua studiata astinenza.
Con ciò noi abbiamo reso completo il ritratto di questa mostruosa individualità. I nostri lettori sanno che egli obediva alla volubile sorte press'a poco come i ministri d'Iside si piegavano alle infami rivelazioni degli oracoli, che essi stessi avevano dettato. Vogliamo ora smascherarla del tutto; poichè non vi è perversità più profonda ed esiziale di quella che adopera ad empio fine mezzi leciti e di onesta apparenza, facendo del bene strumento al male.
La lettera del Manfredi, vergata da una mano convulsa, concepita da una mente credula, febrile, traviata da false rivelazioni, era l'ingenua e santa parola di un amico, che dal fondo della sua miseria si rileva un istante, ed approfitta di un lampo fuggevole di vita per dare un avviso salutare alla figlia del suo benefattore. Tale era dessa, almeno nell'intenzione di chi la scriveva. — Ma nelle mani di Medicina diveniva lo strumento di un supplicio lungo ed atroce: era la face agitata sur un acervo di materie incendevoli, o la pietruzza mossa dal vertice del monte che stacca la valanga. Già, prima di ricevere quello scritto, varii sospetti travagliavano l'anima d'Agnese, e la rendevano incredula della propria felicità, perchè essa era soverchia. A poco a poco la gelosia del bene posseduto s'andava mescolando coi presagi di un male ancor lontano ed indeterminato. La stessa ragione sembrava piegarsi più di buon grado a confermare che non a dissipare i vani timori. Ma il più strano si è che il suo interno rodimento era, per una parte non piccola, il riflesso di quella mestizia, che ella medesima portava sul viso; poichè il conte, scorgendo la languidezza, il pallore e la taciturnità d'Agnese, se ne accorava, e non tanto in secreto che non lo facesse conoscere all'amante.
Oltre a queste larve prive di forma, aveva Agnese un'altra ragione positiva ed urgente che la rendeva mesta. Già da qualche tempo la sua salute era meno florida, le sue forze diventavano ognidì più languide e sbattute; e quelle sofferenze, che in diversa circostanza l'avrebbero fatta lieta ed altera, in questa le porgevano il continuo ricordo di un sospetto, al quale l'animo vinto dall'abitudine finiva per accomodarsi come a cosa vera.
Dopo quella lettera, ogni dubio s'era dileguato, ed alla scarsa speranza, che prima le era lecito nutrire, subentrò in lei una certezza ardita e sicura di sè, che decise la questione, come la sentenza tronca il giudizio. Ma quanto era grande il coraggio di Agnese nel sopportare di nascosto le sue torture, altretanto ella era timida nel pigliare una risoluzione: quella fin anco d'aprire il suo cuore all'amante, e di provocare da lui una conferma od una discolpa.
Intanto Medicina faceva un fatto e due servizii. — Già fin da tempo addietro, conduttosi inanzi al Conte di Virtù come soleva fare di sovente, dopo avergli narrate le cento cose più o meno significanti raccolte al castello di Barnabò, con quella studiata indifferenza, con cui il maledico lancia il primo dardo della calunnia, parlò d'Ognibene Manfredi, qualificandolo un avanzo della congiura di Maffiolo Mantegazza, a caso, o per oblio de' giudici, scampato al patibolo. — Tale novella ridestò la curiosità illanguidita dell'ascoltatore, il quale non fu sazio di volgere dimande sul conto di costui, sulle circostanze, che lo avevano condotto alla Rocchetta, e sul privilegio, che lo aveva scampato al supplicio. — Medicina rispose a questa furia di inchieste come il reo interrogato dal giudice. Non mostrava d'aver fretta a narrare: porgeva ad una ad una le sue rivelazioni, quasi fossero le più innocenti e le più frivole cose del mondo; non palesava circostanza, che non gli fosse prima dimandata; ma poneva studio a tener viva la curiosità di chi l'ascoltava, ed a provocare colle altre interrogazioni la necessità d'altre risposte. In questo cambio di parole impazienti e maliziose, non fu mai nominata Agnese; ma, assai peggio che il nome, ne fu indirettamente profanata la virtù. — Imperocchè Medicina, quando venne il buon momento, seppe indurre il conte a sospettare che tra il Manfredi ed Agnese, vivente ancora il padre, esistesse un legame d'affetto.
“Le prove...„ sclamò con calore il conte, dimenticando a quella ingiuriosa asserzione la sua consueta prudenza.
Medicina fu, o finse d'essere, sbigottito. Non per una vana circospezione o per diletto di propinare a stille il veleno, aveva cincischiato sull'esordio del suo racconto. Lodò, a cielo fra sè la propria pensata, e rinovò il proposito di trarne partito. Vedendo che il conte aveva il cuor dolce, conchiuse non esservi cosa più opportuna a stuzzicare la sua curiosità, che il fingere di voler disdire o menomare l'asserito. L'artificio riescì. Non appena il conte vide che il ribaldo, tutto mogio e rappreso si faceva piccino, e biasciava monosillabi vuoti di senso, per farne una scusa, si fè buono e, con voce pacata, tornò ad interrogarlo.
“Suvvia, parla. Possibile che io sia giunto a farti paura? Dimmi quanto sai; t'avrò grado per la tua schiettezza; se fosti ingannato, più tardi mi rallegrerò d'esserlo stato ancor io.„.
Medicina pigliò tempo a rispondere, asserendo che quanto aveva narrato si doveva considerare come una diceria. Chiese quindi licenza per allora; e giurò che sarebbe tornato con delle prove, appena gli fosse dato raccoglierne. Così, in questa come in ogni circostanza, ei ricorreva all'arte di mettere in dubio quello appunto, che bramava far credere agli altri: e vi riesciva.