Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 8

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Ognuno sa od imagina come dovevano vivere coloro, che esercitavano tali maleficii in mezzo a gente, che pigliava sul serio questa tremenda alleanza del mondo coll'inferno. Essi erano maledetti ed esecrati come la cagione suprema dei mali, che affliggono l'umanità. L'inclemenza delle stagioni, le fallite messi, ogni mala fortuna, l'infermità o la morte di un uomo, erano un maleficio. Pareva, che rimossa quell'unica ed arcana influenza, il mondo dovesse tornare ad imparadisarsi. — Le leggi civili ed ecclesiastiche non avevano misura nel punire i sacrileghi. Di pieno accordo, decretavano loro i più strani ed orribili castighi, e, stimando essere la morte pena troppo dolce, la porgevano diluita, direm così, in una studiata agonia di tormenti, cui poneva termine il più lungo ed il più crudele dei supplicii, il rogo. — E chi mai a quei tempi si sarebbe rifiutato di portare il suo fascetto di legna al patibolo di un indemoniato?

In Lombardia, non meno che nelle altri parti d'Italia regnavano coteste ubbie. Perocchè, se dapertutto avevano origine dall'ignoranza e dalla ferocia del secolo, qui prosperavano ancor più per le superstiti memorie delle credenze religiose disseminate dagli invasori del nord. E infatti, più d'una superstizione d'origine straniera viveva ancora ai tempi di cui favelliamo. Tale era, per esempio, la celtica usanza di rispettare come cosa sacra certi alberi detti _sanctili_. Qui vigeva ancora la superstiziosa venerazione delle vipere, credute atte a ridonare la salute al solo mirarle: avanzo di nordica idolatria recato in Italia dai Longobardi. — L'interpretazione dei sogni, e la previsione del futuro desunta da quelli, erano officio degli _aríoli_; i _tempestarj_ sapevano scongiurare e sciogliere le procelle; certe vecchie comari apprestavano fantocci di cenci alle femine in doglia di parto, e le rendevano di colpo libere e spregnate; v'erano empirici, che componevano unguenti opportuni ad arrestare il sangue ed a sanare all'istante una ferita, untando non i margini della cicatrice, ma l'arma che l'aveva cagionata.

Queste e cent'altre follíe non esistono più ai nostri giorni; ma la memoria di alcuna vive ancora in certe consuetudini del vulgo, sopratutto nel contado. — Forse la generazione ventura ne perderà ogni traccia; giacchè la svegliata gioventù campagnuola, lasciando le vecchie pratiche alle feminette, comincia a riderne di compassione.

Intanto la mala razza, sebbene perseguitata, non si andava diradando: perchè da una parte gli stessi potenti l'accarezzavano, fin tant'almeno che sentivano lusingata l'ambizione loro da profezie di buon augurio; dall'altra, le leggi, anche in ciò pazzamente atroci, mancavano di mezzi ond'essere poste ad effetto. — Astrologi e negromanti vivevano dunque inviolati e riveriti alle corti: indovini, chiromanti e maliarde si tenevano abbastanza al sicuro in luoghi remoti, a dispetto d'ogni minaccia. E mentre chi faceva la legge non metteva misura alle pene, quelli che dovevano eseguirla non ardivano spingersi ad una lotta nella quale si vedevano schierata davanti una legione d'angeli ribelli.

V'ebbero però delle vittime, e non poche. Ma le stolte procedure e i giudici ancor più stolti, agitati da un invincibile terrore, non giungevano a conoscere tampoco la natura dei fatti su cui si fondava l'accusa. Anzi, dopo quei processi, intralciati di forme e d'interrogatorj stravaganti, e in mezzo ad un labirinto di enigmi, la ragione brancolante ed ubriaca riesciva ad addormentarsi del tutto; e non si scuoteva che ad affare compito, più cieca e assai più illusa di prima.

I miseri inquisiti dunque, posti a tormenti, perdevano la ragione, e fra il delirio e le bestemmie narravano, a modo di confessione, mille stranezze di treggende e di malíe; avvalorando sempre più la credulità dei giudici, e ribadendo le anella di una fatale catena di errori.

CIII.

Il carattere cupo e feroce di Barnabò si potrebbe paragonare ad una bicocca poggiata sur una rupe, accessibile soltanto agli uccelli di rapina. I passanti guardano con rispetto misto a terrore quel nido insanguinato; e, raccozzando nella mente mille storie raccontate ed udite con ispavento, trapassano le falde scoscese, senza tentarne la salita, senza nemmanco riconoscere la via che serpeggia per l'erta. Ma il terribile asilo dalle mura di bronzo ha il suo lato vulnerabile; ed il solitario esploratore tentando col favore della notte, a più riprese e affatto inerme, i tramiti circostanti, si spinge tant'alto da sorpassare inosservato le fosse e i rivellini, fino a scoprirvi un ingresso mal difeso. Entrato per quello, egli si confonde col minuto satellizio, e vi tiene umile posto, bastandogli di scoprir tutto e di non essere scoperto.

Medicina aveva appunto operato così. Conosciuto il lato debole del suo padrone, vi si era introdutto a poco a poco silenziosamente; e, confondendo con somma arte i proprj pregiudizj con quelli della mente di lui, lo trascinava qualche volta a pensare ed a volere ciò ch'egli voleva e pensava. — Nel percuotere con mano implacabile i deboli, nel sospettare di tutti e di tutto, nel tentare insidie all'innocenza, erano sempre d'accordo; il ciurmatore non ebbe mai bisogno di stancare la sua imaginazione per condurre il principe a' suoi intendimenti. — Ma quando si trattò di avere i mezzi per abbattere i suoi nemici, e fu d'uopo ricorrere agli spedienti sicuri e secreti, Medicina chiamò a parte de' suoi interessi una donna, salita in gran fama per la prontezza e la veridicità de' suoi oracoli; affinchè lo sue idee, tradutte nel linguaggio augurale, acquistassero l'autorità di un consiglio sovrumano.

Costei, conosciuta sotto il nome generico di maga, individuata con quello di Canidia, era un'amica di Medicina. — Non rileviamo dall'oblío la storia del suo passato e de' suoi turpi intrighi col ciurmatore. Medicina, dopo aver riconosciuto in Bergonzio un fido sgherro, cercava in costei un'alleata; e, con un arte tutta sua, mostrando da lungi al principe l'amo inescato, era giunto a destare in lui il desiderio di consultarla, e a promovere un espresso suo comando di procurargli un incontro coll'avventuriera. Barnabò non sapeva dire a sè stesso che cosa le avrebbe richiesto: gli bastava di poter, mercè sua, gettare uno sguardo alla sfuggita nel gran libro del futuro, e di leggervi una parola che lo confortasse ad intraprendere le pratiche necessarie per dominare l'inerte e timida volontà di suo nipote. — Egli vagheggiava da un pezzo la signoria del Conte di Virtù; era questione di ottenerla a miglior prezzo.

Ma come mai Canidia aveva potuto procurarsi la fama d'indovinare il futuro? — Le interrogazioni di chi accorreva a consultarla, nella maggior parte dei casi, le offrivano un bivio a due escite. Gittandosi a sorte per una di quelle strade, un certo numero di predizioni, in tutte quelle eventualità che dipendono dal capriccio della fortuna, doveva avverarsi. — Il colpir giusto le riesciva meno difficile, perchè le sue predizioni erano espresse di solito negativamente, e si limitavano ad escludere l'avveramento di un tale o tal altro fatto, senza definire in modo positivo ciò che in realtà doveva accadere. Dotata di uno spirito penetrante, scorgeva di leggieri che un equilibrio assoluto di probabilità non esiste presso che mai. Tenendo quindi calcolo dei fatti e delle circostanze che sapeva raccogliere dalla bocca di chi la consultava, e sopratutto attraversando con una intuizione sua propria le passioni e gli interessi di lui, giungeva a scoprire da qual lato la sorte facesse pendere la bilancia. Nel dubio, inseparabile da ogni sua predizione, inclinava sempre a dare risposte incoraggianti e favorevoli; perchè, oltre al guadagnarsi le simpatie de' suoi clienti, ne usufruttava in certo modo il proposito e le forze, e li spronava a far di tutto per renderla veritiera. — Quando nessuna di queste ragioni spandeva un debole raggio di luce sull'avvenire, la risposta era interamente fortuita. Allora Canidia giocava ad occhi bendati: e la cieca dea, che accarezza assai spesso il meno degno fra i giocatori, soleva esserle propizia.

Anche le cose più facili a prevedersi non erano mai annunciate con parole sì chiare, che non offrissero qualche ambiguità nello svolgerne il senso; ma, al pari degli oracoli antichi; sapeva riferirle con parole artificiose, elastiche, a doppio senso; le quali, se da principio erano interpretate a seconda delle speranze, lasciavano luogo più tardi (ove i fatti smentissero le parole) a riconoscere che la profezia era fallita per colpa di chi la frantese; non mai per errore di chi la pronunciò. — Infine; il più delle volte, per viste proprie, o guidata dai consigli altrui, sapeva porsi alla testa delle passioni di chi la consultava, e scuotendole o guidandole ad un dato scopo, indovinava il futuro colla franchezza di chi annuncia il tuono dopo aver veduto il baleno.

In quel giorno, che Barnabò aveva fissato pel suo convegno colla fattucchiera, il tugurio di Medicina eletto a luogo di ritrovo, era stato abbellito di tutte quelle fantastiche ciurmerie, che abbagliano gli occhi e l'imaginazione di un credente. — Canidia che non fondava la sua potenza sull'esosa deformità delle streghe, quale ne piace di solito imaginarle, aveva studiato di mettere in rilievo le attrattive della sua gioventù, circondando di abiti e veli bruni carni floride e bianchissime, e sciogliendo all'aria un tesoro di capelli copiosissimi e lucenti. Essa era alta, maestosa e bella nel volto: ma la sua avvenenza, prodotta da una bizzarra armonia di tratti provocanti, non arrivava più in là che allo sguardo.

All'avvicinarsi dell'ora designata, sedette sul trono de' suoi oracoli, compose le ricche pieghe del suo abito, ed atteggiò la prima ruga della sua fronte alla maestosa severità di una sibilla. E quando Medicina le annunciò che il signor di Milano s'accostava alla sua porta, diè mano ad un liuto, ed accompagnò coi più armoniosi arpeggi la seguente canzone, svolta in note soavi da una voce fresca ed argentina:

Forosetta, saper vuoi Se fian lieti i giorni tuoi? Su, coraggio: t'avvicina, La man cedi all'indovina.

Tremi in porgermi la mano? Chiudi l'occhio al fato arcano! Sarai forse men tapina Perchè tace l'indovina?

Ami e temi?... ebben, donzella, Bando a' dubii.... tu sei bella, Tu sarai dei cor regina: Credi, credi all'indovina.

Queste parole non avevano alcun valore sull'animo di chi le stava ascoltando, avviato, come ognuno sa, su ben diverso cammino. Ma il canto era soave; e l'ascoltatore, benchè non fosse poeta, si compiaceva d'imaginare che quella voce appartenesse ad una fata colle labra di corallo, le chiome d'oro, e le pupille color d'aria.

Un momento dopo, la stessa voce con tempra più robusta ricantava quest'altre strofe:

Saper brami se la sorte Ti prepara allori, o morte? Pro' guerriero, t'avvicina, La man cedi all'indovina.

Cor tu vanti a pugne esperto: Vinci, è ver; ma sul tuo serto Una macchia porporina Ahi! già scopre l'indovina.

Lascia il brando e l'asta e il campo; Arma è l'ôr: dell'oro al lampo Tutto il mondo umil s'inchina: Credi, credi all'indovina.

CAPITOLO DECIMOQUARTO

CIV.

Canidia e Medicina recitavano d'accordo una comedia a beneficio comune. Avevano perciò con grande arte, cercato e raccolto i mezzi per dar colore alla scena; sapendo d'aver a fare con un cervello bizzarro, che aveva, per intoleranza d'ogni rispetto se non per dirittura di mente, il malvezzo di non creder nulla. — Questa volta Barnabò, solito a non riconoscere al mondo altra legge fuor quella ch'egli imponeva a' suoi soggetti, cascava nel laccio tesogli da un intrigante, e si disponeva ad obedire al più vile de' suoi servi.

All'apparire di lui, la fattucchiera, che sapeva tutto, ma finse non accorgersi di chi s'avvicinava, ammutolì; e, deposto il liuto, si levò dal suo seggio per movere incontro al principe, e dirgli con un tuono cortese: “salute.„

Era notte: nel castello regnava la più profonda tranquillità. Dal beccuccio ardente di una lanterna artificiosamente costrutta si effundeva per la camera una luce tremula, vaporosa, di color turchino, che imprimeva agli oggetti circostanti una luce falsa, ed abbagliava la vista coll'intermittenza de' suoi lampi. — L'aria era satura di un profumo soave che, solleticando gradevolmente l'odorato, recava al cervello le esalazioni di una sostanza narcotica, donde era cagionata, a chi non fosse avvezzo, un'incompleta vertigine, che dominava le forze, ed offuscava lievemente l'intelletto. “Salute, o principe„ replicò Canidia; e, dopo avergli offerto a sedere, avvicinatasi ad una credenza su cui erano schierate coppe di terso cristallo, ne tolse due per mescervi un liquido color d'oro da una boccia vestita di paglia. — “Bevete, o signore, continuò ella con un accento, che lasciava dubio se fosse un invito, o l'esordio delle sue rituali cerimonie. — Il liquore, che io v'offro, stillò da tralci allevati in una terra, dove ogni pietra racchiude un secreto, ogni erba possiede una virtù, ogni soffio d'aria rivela un mistero. Bevete meco alla salute del signor di Milano.„

Barnabò, proclive per natura ai sospetti e reso ancor più diffidente dalla coscienza di essere un tiranno, non soleva mai accostare alle labra un bicchiere, in cui altri avesse versato. — Questa volta diè di piglio alla coppa senza esitanza; e, levatala quant'era necessario perchè un raggio attraversasse un nettare trasparente come l'ombra, se l'avvicinò alla bocca, per tracannare in un sorso il contenuto. Ma Canidia ne lo arrestò, dicendo: “Alla vostra mano splende una gemma di rara purezza.„ — Barnabò infatti portava in dito un'amatista, su cui era effigiato in rilievo un serpente contorto: cammeo prezioso, solidamente incastonato in un anello di squisito lavoro. — “Ogni gemma immersa nel vino, proseguì Canidia, apre l'intelletto di chi beve a contemplare cose meravigliose e lontane: l'amatista poi garantisce dall'ubriachezza. Suvvia, riponete quell'anello nel bicchiere, e fate meco un brindisi alla vostra futura sorte. — Non temete: è ottimo _zagarello_[49] vino di dieci anni, generoso al pari di voi, ardente come una fanciulla di Capri, fido sempre come un amico vecchio„.

A tali parole, la gemma cadde nel fondo della coppa, e le due destre, rialzando ed urtando fra loro gli orli dei vetri in atto di augurio, portarono alle labra la misteriosa bevanda.

“Evviva il signor di Milano!„ — sclamò l'indovina al momento di bevere.

“Evviva„ — ripetè il principe dopo aver vuotato il bicchiere. Quella bevanda, non del tutto sincera, operò ben tosto i suoi effetti. Il principe sentì raddoppiarsi le forze, e il sangue corrergli nelle vene più libero e più ardente di prima. Ciò gli fece coraggio ad una seconda libazione. Riprese il bicchiere, lo porse a Canidia e, appena ricolmo, lo vuotò di bel nuovo. — La fattucchiera, che conosceva quanto era potente quel liquore e come scarsa la virtù dell'antidoto contro l'ebrietà, non gli avrebbe versato una terza volta; paga di rinvigorire e di accendere la sua fantasia quanto bastasse a renderla atta ad arrestare le fuggevoli visioni, che gli si affacciavano alla mente, e a rannodarle in un tutto di lieto auspicio.

Il lettore ci saprà grado se qui omettiamo di riferire gli scongiuri, le evocazioni e quante formole stravaganti accompagnavano la pratica di quelle indegne cerimonie. — Lo scopo di esse erasi già ottenuto mediante quella doppia libazione.

“Tu, — così prese a dire l'indovina, a cui il carattere profetico dava il diritto di trattare in confidenza i suoi adepti, — tu non temi dunque di vederti davanti quel dimani, che è provida cosa, dicono i saggi, celare agli occhi dei mortali?„

“Non vi fu mai cieco, riprese Barnabò, che non gradisse il dono della vista, dovesse pure aprir gli occhi la prima volta per vedere l'inferno.„

“Sia come tu brami. Credi tu che io possa veramente conoscere il futuro?„

“Sì; io lo credo.„

“Piegherai tu la fronte docilmente a quanto sono per dirti?„

“Sì„ — sciamò fermamente Barnabò, in virtù forse del zagarello, che aveva ingolato.

“Ancorchè fossi costretta ad annunciarti sventure?„

“Sì, sì, sì„ — replicò l'altro con tuono d'impazienza.

“Ebbene: porgimi la tua mano, ed io leggerò su di essa come su di un libro.„

Barnabò stese il braccio sinistro, aperse la mano, e mostrò il palmo. L'indovina, ritrattasi alquanto in disparte affinchè la lampada portasse luce sovr'esso, stette tra momento in silenzio, chinata ad esaminar per minuto il codice della sua scienza.

“Non si fa colpa alla quercia, prese indi a dire Canidia, se essa fu un dì una vil ghianda gittata a caso nella terra: ma è merito di quel povero seme, se in pochi anni diventò la più nobile delle piante.„

Barnabò diede segno manifesto di non aver compreso.

“Non negarmi, proseguì l'indovina, che tu imprecasti al tuo nascere, perchè il destino non ti fece il primogenito de' tuoi fratelli. Dimmi, (e sii sincero; ogni menzogna sarebbe vana in faccia a chi ti legge nel cuore) non è egli vero, che il tuo più bel sogno fu quello di divenirlo?...„

Il principe, chinando leggermente il capo, faceva un segno affermativo.

“Ad ogni costo; non è vero? a costo anche di propinare un veleno a colui, che ti precedeva, e che occhieggiava con sospetto la tua ambizione?„

Barnabò si scosse a queste parole, che gli rammentavano la morte violenta di Matteo suo fratello.

“Invano tu mi fai viso torvo. — Un fratello fu spento per tua mano; l'altro fuggì, e la morte lo ha colpito da lontano. Ma l'ombra di quest'ultimo siede ancora sul trono di Pavia nelle sembianze di suo figlio. — Fu strappato l'albero, e nella sua fossa germoglia il rampollo. — Eppure le tue speranze non sono morte. La meta è ancora quella stessa. Sbarrata la via dritta, ora ti convien battere le viuzze inosservate.„

“È questo appunto che io ti chiedo... e vo' conoscerle da te queste vie...„, soggiunse il principe con impazienza.

Canidia, invece di rispondere, sorrise maliziosamente. Allora Barnabò battè col piede la terra, e si morse le labra, esclamando con accento furibondo: “Vorreste ricantarmi la vecchia canzone dei vigliacchi o dei bacchettoni che pongono il più nobile dei trionfi nel chinare la testa avviluppata in un cappuccio, mentre un istinto ne chiama a sollevarla cinta di una corona? Guai a te: guai a chi osasse darmi di tali consigli!„

“Potenza degli astri! interruppe Canidia spaventata, tu guasti l'opera tua. Mentre il buon genio ti consiglia di battere i sentieri nascosti, tu segui da forsennato la tua cieca passione. Infelice! qual demone o qual angelo potrà impedire che l'arma ti uccida, se tu stesso la vibri nel tuo cuore?„

Tali parole, dette con accento autorevole, imbonirono il principe, il quale incrociando le braccia sul petto, e con voce più sommessa, pronunciò un “dunque„ lasciando però sottinteso il resto della frase “sbrigatevi che ne è tempo.„

Canidia, pigliando la mano a Barnabò, ed avviandosi con passo risoluto verso una parete entro cui s'aperse un balcone, trasse il suo adepto sulla soglia di un terrazzo, da cui si godeva una magnifica veduta del cielo. Notisi per incidente che era quella notte e quell'ora, in cui il Conte di Virtù traeva dall'eguale spettacolo una sì dolce lezione di saggi proponimenti. — La fattucchiera guardò attentamente da ogni lato; percorse più volte e in tutti i sensi le regioni del cielo, cercando fra una miriade di punti scintillanti di rintracciare un astro: quell'astro che presiedeva ai destini del suo iniziato.

“Ecco, ecco la tua stella, — proruppe ad un tratto, stendendo la mano verso un lato del cielo, ed additandone una di maggiore grandezza, — non la scorgi tu? Te fortunato, essa splende nella casa di Giove, anzi è presso a congiungersi al più potente dominatore dei cieli. Teco è la forza, teco la virtù efficiente e creatrice. Tu nascesti per essere grande e potente; l'augurio è ben lieto.„

Barnabò subiva l'impero di quelle parole; ma ignaro, com'egli era nella scienza degli astrologi, non giungeva a comprenderne l'importanza, e se in quel punto si mostrava riverente, gli è che aveva interesse a prestar fede a chi largheggiava proferte.

“Quella stella riflette i colori dell'iride, continuò Canidia; la tua vita dovrebbe essere del tutto serena. Il fiammeggiare insistente di un rosso, simile a quello di un carbonchio, avviserebbe a qualche traccia di sangue. Ma il verde che annunzia pace, il bianco che addita potenza, il ranciato che emula il brillar dell'oro, il roseo infine che è il color dell'amore, prevalgono al primo. Suvvia dunque:.... nell'ora, in cui tu nascesti, la tua stella regnava nella decima casa del cielo, che è la più potente. Giove splendeva nella regione meridiana, e dominava tutto il firmamento: presagio di impero a chi respira le prime aure della vita sotto le volte di una reggia. — La luna, splendida sebbene falcata, aggiungeva al tuo felice oroscopo il suo raggio vigile e mite: annunzio di una vita infaticabile e nemica del sonno, cui l'operare è riposo. Marte sanguigno ti occhieggiò da ponente un sol tratto, poi tramontò: non sei nato alla guerra. Venere brillò sul mattino; ma la sua luce vivace fu tosto vinta dal surgere del sole: i tuoi piaceri dovranno essere subitanei e soavi ma passaggieri, poichè l'amore della gloria li signoreggia. Il pallido Saturno, l'esoso pianeta nuncio di malanni e di inferma vecchiezza, non fu visibile. — T'allieta dunque o mortale, — non vi è uomo che raccolga in sè tanti felici pronostici.„

Fin qui Canidia non aveva messo fuori che una cabala di parole, accozzate a libito, che potevano servire di preambolo a predizioni di opposta natura. Eppure, come lo zagarello ebbe la virtù di scuotere i sensi morti dell'iniziato, quelle frasi, pel merito forse di chi le pronunciava, per la solennità della notte, e per i lieti successi che promettevano, aggiunsero fuoco alla sua fantasia, e fecero battere un cuore, per solito inerte. — La fattucchiera s'era avveduta di ciò, e ne andava superba; poichè da una prima vittoria traeva la certezza di riportarne un'altra assai più vantaggiosa.

CV.

“Dimmi ora, come abbatterò io quell'emulo, che signoreggia vicino a me, e confonde la sua miseria colla mia potenza?„ — chiese Barnabò col tuono riverente di chi aspetta un consiglio.

“Non colle armi, o principe:„ rispose nettamente Canidia.

“Con qual mezzo, dunque?„

“Se il tuo rivale fosse povero, ti direi, fállo ricco: egli è debole; ed io ti dico, fa di lui un uomo potente.„

Il tenore di questo responso s'accostava all'assurdo, e l'assurdo ha le sue attrattive. Una verità ovvia non avrebbe produtto il magico effetto di questo paradosso.

“Dar mezzi a colui per soverchiarmi?...„ chiese Barnabò sorpreso, ma non scandolezzato, da simile proposta.

“È scritto così. — L'umana saggezza fonda i suoi consigli sui precetti dettati dall'esperienza; ma la grande maestra che insegna le regole della vita, non tien conto delle eccezioni. Il perchè, anche i saggi s'ingannano a partito. Non chiedere alla fortuna, perchè ella sia talvolta prodiga, tal altra avara; essa è l'aggregato di oscure virtù, le quali non hanno nome. Se le sue leggi fossero moderate da quella sapienza che regola il mondo, ella non sarebbe nè cieca, nè dea. — Chi spinge la nave in un mare ignoto, studia forse e indaga la ragione del vento propizio che io incalza, o dell'avverso che lo rattiene? Bisogna spiare la fortuna e sorprenderla, non mai interrogarla, e peggio tentare di costringerla„.