Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 30

Chapter 303,389 wordsPublic domain

Intanto che la rôcca veniva apparecchiata all'estrema difesa, la madre chiamò a sè Gabriello; ed, abbracciatolo con una tenerezza ancora più viva del solito, ed invocata sul capo di lui la benedizione del cielo, potè rinovargli una salutare lezione. — Gli rammentò anzitutto il suo grave fallo; e gliene fece toccare con mano le terribili conseguenze. La prima e la più grave tra quelle era la necessità di volgere le armi contro i suoi cittadini; dacchè questi, insurgendo, prestavano involontario soccorso alle cupide pretensioni di un avventuriero. — L'unico rimedio al suo errore era la vittoria; l'unica emenda il ridonare a' suoi cittadini quella libertà che bramavano, affinchè per l'avvenire non la chiedessero ai nemici comuni. Vincitore, o vinto, doveva Gabriello rompere il funesto patto che lo faceva servo ad interessi estranei. Gli disse, essere mille volte meglio morire, che non ottenere in grazia la vita, e pagarla col sacrificio della propria dignità. — “Guai, conchiuse ella, a quell'uomo ed a quel popolò che spera di ottenere libertà dalla tirannide altrui. Non può essere lecita alleanza quella che ti costringe a combattere al fianco dei nemici della tua patria. Le promesse dell'avventuriero, anche quando fossero generose, tornerebbero sempre a danno di chi le sollecita e le accoglie. Figliuol mio, che tu sia o no signore di Pisa è troppo piccolo interesse, perchè tu scorda d'essere, ad ogni modo e a dispetto d'ogni fortuna, un Visconti e un duce italiano.„ Dopo ciò, scioltasi dagli amplessi del figlio, e rinvigorita dal coraggio che le inspiravano l'amore di madre e la carità ardentissima verso la patria, vestì armi e corazza. — Sorella primogenita di Caterina Riario, s'apprestava a combattere l'ultima battaglia al fianco di suo figlio, ed alla testa dei pochi che gli erano rimasti fedeli.[84]

La nostra eroina sotto quelle spoglie era ancora meravigliosamente bella. — Noi, che abbiamo spesa qualche parola nel dipingerne l'avvenenza florida e giovanile d'altri tempi, dovremo aggiungere che gli anni e le sventure avevano modificata, non deteriorata, la sua bellezza. La severità del volto ingentilita dagli affetti, la regolarità dei lineamenti ravvivata dalla espressione alterna ed incalzante della passione, la vigoría delle forme congiunta alla prontezza dei movimenti facevano di lei il tipo vivo delle sognate amazzoni. Ma, mentre il braccio era fermo e la fronte imperturbata, il cuore parlava dall'occhio un ben diverso linguaggio; era ancora e sempre il cuore della madre e della donna. — La poveretta indovinò che i suoi dolori avrebbero fine; ma presentì ad un tempo che altro a lei carissimo doveva sopravivere e soffrire. — Prima di vestire l'armatura e di confondersi coi soldati, s'inginocchiò; e, rivolta la mente a Dio, non gli chiese la vittoria, ma invocò la grazia di vivere con suo figlio, poichè ella prevedeva ch'egli dovrebbe provare le acerbità della fortuna.

I momenti erano preziosi. La folla dei nemici, ingrossata intorno alla rôcca, colpiva le mura colle pietre e i difensori colle balestre. Il cielo mesceva le sue ire a quelle dei combattenti. Un denso velo di nubi copriva tutto l'orizzonte, e s'avanzava a poco a poco spargendo di tenebre il campo: quell'eroismo fratricida era ingrato a Dio. Frequenti lampi vincevano il balenare delle armi; il tuono rumoreggiava prima cupo e lontano, poi interrotto da clamorosi scoppii, che facevano tremare la terra, e si prolungavano in un muggito assordante. Pareva che la natura volesse divenire sorda e cieca alle bestemmie ed alle violenze che si scambiavano gli assalitori e gli assaliti.

Le baliste e le petriere lanciavano enormi macigni. Ripetendo incessantemente le percosse nella parte più debole della rôcca, la coprivano di fessure, sfondavano i mattoni, spezzavano gli archi morti, facevano piovere nella fossa sottoposta lo sfasciume della ruina, riempiendo l'aria di scheggie e di polvere e spianando la via agli assalitori.

Il campo pisano era già seminato di cadaveri: alcuni colpiti dalle armi degli assediati, altri, in maggior numero, pesti ed uccisi dalla colluvie stipata che ingrossava ad ogni istante. I colpi degli assediati non miravano invano; e la vista degli oppressi e dei morti ravvivava sempre più il furore degli assedianti. Alcuni già toccavano le mura; altri tentavano di appoggiarvi le scale; i più arditi facevano degli sforzi per salire sul rivellino, ponendo il piede e la mano nel cavo delle screpolature, o sovra le pietre sporgenti dai ruderi.

Sugli spalti, dove ferveva maggiormente la battaglia, a fianco dei più coraggiosi, talora davanti a tutti, vedevasi un guerriero dalle armi forbite e colla visiera calata, che, tenendo in una mano il vessillo visconteo, nell'altra la spada, animava colla parola e coll'esempio i compagni. — Era Agnese che, dimentica di sè e del pericolo, teneva vivo ne' suoi fidi l'ardore della difesa.

Ma i valorosi, che pugnavano con lei, compresero, pur troppo, che la resistenza, fosse pur costante e disperata, non sarebbe mai vittoriosa. Lo scrosciare delle pietre annunciava il guasto crescente delle mura; le grida vicine e distinte attestavano che i nemici erano ad un passo dalla breccia. Nondimeno si pugnò con eroico coraggio anche dall'alto della rôcca. Gli audaci, che avevano osato appressarvisi, erano respinti colle aste e coi dardi; i primi, che avevano tentato di scalare la bastita, venivano ruzzolati di colpo nella fossa.

I Pisani, vedendo che l'assalto costava troppo gravi sacrificii, ripigliarono l'uso delle macchine da guerra per aprire la breccia all'angolo del rivellino, su cui era addensato il maggior numero di difensori. L'operazione procedeva alacremente con visibile danno del fortilizio. Già il terrapieno, straziato da mille fessure, era vicino a scoscendere. Il contramuro, che lo rinfiancava, assottigliato dalle percosse, sostenevasi a mala pena sur una pietra fortuitamente invulnerata. Bastava un colpo ben diretto ad abbattere quel sostegno, ed a travolgere, colla più gran parte del muro, gli incauti che vi stavano sopra.

Un più grosso macigno, lanciato con straordinario impeto, arrivò netto allo scopo; la muraglia fu d'improviso nascosta da un nuvolo di polvere; un rombo spaventevole e prolungato annunciò il crollo della bastita. I militi del Visconti, al sùbito traballare del suolo, ebbero tempo di porsi in salvo, retrocedendo precipitosamente; ma Agnese, o inconsapevole del pericolo o disperatamente audace, rimasta immobile al posto, cadde travolta nel terrapieno sfranato. Le scheggie, i frantumi ed il terriccio sollevato in aria dalla scossa, ripiombarono su lei, e la sepellirono nelle ruine.

Alle strida degli assediati rispose un grido selvaggio del popolo vittorioso. I Pisani si precipitarono contro la breccia, e s'apparecchiavano a salirla. Il cadavere dell'infelice Agnese avrebbe servito di scaglione ai furibondi popolani, che anelavano a lanciarsi nella rôcca, per passare a fil di spada quanti vi erano rimasti.

Bocicaldo Le Meingre, il quale aveva assecondato il procedere dei Pisani, affinchè il Visconti ridutto agli estremi s'arrendesse ai patti stipulati da lui, pensò allora di far prevalere un sentimento di umanità, e d'impedire il completo trionfo dei rivoltosi. — Perocchè se questi avessero occupata la rocca, ogni speranza di compromesso tra i Visconti ed i Fiorentini sarebbe svanita. In questo caso, egli perdeva l'opportunità d'acquistare una vantaggiosa influenza in Italia; ed era costretto a rinunciare al pingue lucro dell'arbitramento.

Gli araldi, che si trovavano al campo, per suo ordine fecero squillare le trombe; ed arrestati i vincitori, publicarono in nome del governatore una sospensione d'armi. I Pisani, che avevano disprezzato la voce di un principe italiano, ascoltarono docilmente il comando dell'intruso intermediario.

Memore delle ultime parole della madre, Gabriello avrebbe dovuto respingere ogni proposta. Non gli rimaneva più che a lanciarsi nella ruina ed a morire accanto a lei. Il ferro fratricida gli sarebbe stato meno fatale che non le lusinghe di un falso amico. Sventuratamente non ebbe il coraggio o la previdenza della scelta. Sgomentato dall'impeto dei vincitori, commosso dalla inevitabile sorte de' suoi compagni, colpito nel più profondo dell'anima dall'inaspettata morte di sua madre, accolse la proposta di Le Meingre, e gradì la tregua. Scelse di sopravivere alla sconfitta per rendere i dovuti onori alla spoglia materna. Forse sperò di potere più tardi vendicarla.

Gli araldi interposero fra le parti belligeranti un contratto già sottoscritto dai Fiorentini, in virtù del quale la città e la rocca di Pisa venivano da Gabriello Visconti cedute a Firenze dietro un indenizzo di 206 mila fiorini d'oro. La somma doveva esser sborsata in varie quote, ad epoche fisse; il governatore Le Meingre, ricevendo in deposito il valore convenuto, si faceva garante della esatta osservanza dei patti presso le due parti contraenti.

Gabriello fece diseppellire dai ruderi il cadavere di Agnese. — Se il dolore e la pietà figliale non l'avessero istintivamente condutto innanzi alla sua spoglia, invano avrebbe egli tentato di scoprire le angeliche sembianze di sua madre in quella salma pesta e deforme. Le vennero prestati gli estremi onori con splendidi funerali. Vuolsi che, appena cessato il furore della battaglia, gli stessi nemici le tributassero uno schietto e profondo rimpianto. Gabriello partì pochi giorni dopo, seguito da pochissimi suoi fidi, fra i quali non v'era più Canziana. — La buona donna non potè sopravivere alla disgrazia della sua padrona: infermò, e la seguì poco dopo nella tomba.

CLIX.

Gabriello Visconti si ritirò a Sarzana, unica terra del suo feudo, che gli fosse rimasta fedele. Ma Le Meingre non gli consentì di godervi quella calma, di cui egli aveva bisogno per ristorare le forze, e riaver il coraggio alla sognata riscossa.[85]

Circondato da mille lusinghe visibilmente menzognere, già travedeva sul volto de' suoi vassalli il contagio della seduzione straniera. Nel 1406 abbandonò Sarzana, lasciandovi un governatore, e si diresse alla corte di Gianmaria Visconti, nella speranza di trovare presso il fratello quell'appoggio, ch'egli era deciso di non più accettare dall'amico infido. — Appena fu lontano da Sarzana, i cittadini, istigati da chi governava in suo nome, e sedotti dalle libertà promesse dall'astuto Bocicaldo, si ribellarono contro la dominazione viscontea, e dichiararono di voler fare sorte comune coi genovesi.

Irritato dal procedere sleale de' suoi vassalli, e più ancora dagli scelerati intrighi del governatore di Genova, che mirava a privarlo di tutto, s'unì ai ghibellini nell'intento di porre un freno alle ambiziose mire dei francesi. Battuto una volta dai guelfi, capitanati da Jacopo dal Verme, presso Binasco l'anno 1407, trovò un ricovero ed una prigione nel castello di Porta Giovia in Milano. L'anno seguente cambiò il carcere nel bando; errò qualche tempo per le città del Piemonte; e alla fine risolvette di recarsi a Genova per chiedere al governatore la somma di ottanta mila fiorini d'oro, che gli erano ancora dovuti per la cessione di Pisa. — Ma Le Meingre, mallevadore del contratto e depositario della somma, trovò miglior partito di sbarazzarsi del creditore, accusandolo di essere venuto a Genova per congiurare a danno dei guelfi, e per rimettere la città in potere dei ghibellini. Gabriello fu quindi imprigionato; la stranissima accusa venne autenticata dalla tortura: e il reo, posto ai tormenti, confessò l'imaginaria conspirazione e la sua complicità; onde fu dannato a morte e decapitato, il 15 dicembre 1408. Dopo ciò, Le Meingre ritenne la somma come legale confisca dei beni di un fellone.

Dio era stato pietoso chiamando a sè la povera Agnese prima di quell'infaustissimo giorno.

FINE

VOLUME PRIMO

Pag. lin. errata corrige

92 6 di quello; gli usciva di quello, gli usciva 114 5 predilettoe prediletto 173 31 desriveore descrivere 212 30 barda barba

VOLUME SECONDO

Pag. lin. errata corrige 18 29 Leprio Seprio 20 25 Arrigo IV Arrigo V 143 17 dichiarate dichiarato 156 4 che chi 224 14 sobbarcata sottoposta 260 11 cassina cascina 280 30 veritieri veritiere 440 11 le la

NOTE:

[1] E cotal _pianta di Republica_ è fondata sopra i due _principj eterni di questo mondo di nazioni_, che sono la _mente e il corpo_ degli uomini, che le compongono. Imperocchè constando gli uomini di queste due parti, delle quali _una è nobile_, che come tale dovrebbe _comandare_, e l'altra _vile_, la quale dovrebbe _servire_, e per la corrotta natura umana senza l'ajuto della filosofia, la quale non può soccorrere che a pochissimi, non potendo l'universale degli uomini far sì che privatamente la mente di ciascheduno comandasse e non servisse al suo corpo, la _divina Provvedenza_ ordinò talmente le cose umane con quest'_ordine eterno_ che nelle _Republiche_ quelli che usano _la mente vi comandino_, e quelli che usano il _corpo_ vi ubbidiscano. (G. B. Vico _Scienza nuova_ pag. 25.)

[2] Sopratutt'altro per le _fontane perenni_ fu detto da' politici, che la comunanza dell'acqua fosse stata l'occasione, che da presso vi si unissero le famiglie. (Vico _Scienza nuova_ lib. 2, pag. 199.)

[3] Romagnosi.

[4] Vico, _Scienza nuova_ lib. I, pag. 62.

[5] Secondo il Tiraboschi Carlo Magno, quasi compiutamente illetterato, approfittò del suo soggiorno in Italia per apprendere i rudimenti della lingua latina dal grammatico Pietro da Pisa. (Storia della lett. ital. voi. III. c. I.)

[6] Il regno dei Longobardi era stato diviso fra 35 governatori che pigliavano il nome di duchi; ciascuno dei quali era tiranno assoluto della provincia a lui commessa.

[7] Tacit Ann. lib. 1.

[8] ... _ciascun nobile poteva occidere un plebeo con la pena de libre septe et soldo uno de terzolij per la qual cosa molti erano morti._ Corio Hist. di Mil.

[9] C. Cattaneo. _Introd. alle notizie_ ecc. pag. LVI.

[10] La republica di Milano si limitava alla città, e a qualche villaggio del suburbio. A piccola distanza esistevano le Contee del Seprio, della Martesana, ed altri distretti, che avevano una costituzione propria.

[11] Muratori R. I. S. Dissert. 46.

[12] Le cerimonie di questo giudizio di Dio, sono riferite per esteso da Landolfo juniore al cap. X, Rer. It. Script. Tom. V. p. 476.

[13] Rer. Ital. Scrip., tom. V, pag. 378.

[14] Trist. Calch. Med. Hist. Patr., lib. 7, p. 149. Verri Stor. di Mil., t. 1, p. 252.

[15] Sismondi, St. del risorgimento della libertà in Italia, cap. II.

[16] Trist. Calch.

[17] Murena R. Ital. Scrip., tomo VI.

[18] Galvano Fiamma.

[19] Sir R. Peel.

[20] Il nostro Podestà fu in altro secolo superato da più zelanti interpreti delle bolle pontificie. L'elettore di Treveri, per dare effetto alla bolla di Innocenzo VIII (1484), in poco tempo distrusse col fuoco e colla mannaja 6510 individui accusati di stregoneria. — _Sprengel._ Stor. pramm. della medicina. Gioia Galat. Lib. III. Cap. VIII.

[21] I cittadini di Reggio, sconfitti dai Parmigiani presso la Secchia, furono rilasciati dalle carceri con una mitra di carta in capo ed una canna in mano (1152). All'uscire di prigione, un aguzzino dava ad ognuno di essi uno scappellotto. Lo raccontano il Muratori (Annali d'Italia) ed il Tassoni al canto V. della _Secchia rapita_. — Sorte più umiliante toccò ai Parmigiani prigionieri in Cremona (1230): essi furono rinviati alle loro case senza brache e in mezzo ai fischii della plebe. — Un fascio di paglia si appose alle natiche dei prigionieri pavesi, e vi si diè fuoco al momento d'uscir di Milano (1108). Lo narra il Fiamma (Rer. It. Script. Tom. XI). — I nobili erano rimandati coll'obligo di portare un cane sulle spalle, i prelati dovevano tenere un messale, i contadini un aratro. Ce ne dà conferma lo storico Arnolfo Hist. Mediol. lib. 1.

[22] Vedi Corio all'anno 1240.

[23] Ce lo attestano il Corio, e Landolfo Seniore, citato dal Giulini all'anno 1037. L'uso dei cognomi divenne generale verso il secolo X. Essi si desumevano o dalle cariche, come i Visconti (Vicecomites) Cattanei (Castellani) De Capitani (Capitani) Avogadri (Avvocati) ecc.; oppure dal nome dei parenti, come Donati, Ridolfi, Uberti, Orsini; o da vizii e difetti personali, come Zoppi, Malatesta ecc.; o in fine dai sopranomi dettati talvolta dal buon umore delle publiche festività; tali sarebbero Cane, Mosca, Braccio, Cassone, Mastino ecc.

[24] G. P. Crescenzi, _Anfiteat. Romano, nel quale colle memorie dei grandi si riepilogano in parte l'origine et le grandezze dei primi potentati di Europa. Milano_ 1648. — Di quest'opera si è publicata soltanto la prima parte. L'altra, tuttora inedita, esiste nella biblioteca Belgiojoso. È una disordinata collezione di molte notizie storiche ed altretante favole.

[25] Il Ritratto di Milano colorito da Carlo Torre. Milano 1715.

[26] G. P. Crescenzi sudetto.

[27] Ecco questa iscrizione quale fu copiata da G. Flamma nel libro 7.º delle sue Cronache.

Je Fuy Galdé de Turbigez Roy des Lombards incoronez Sur les autres Barones apprexiez Ce que vos veez ou portez Por Deo vos prí non me robez.

Sotto la pietra si trovò un avello, entro cui giaceva il cadavere con corona d'oro massiccio tempestata di gemme: aveva allato uno stocco, sul pomo del quale era inciso il seguente distico:

Cet est l'espee de miser Tristant Un il occist Lamorath d'Yrlant.

[28] Corio, Hist. di Mil., parte prima fogl. 7.

[29] Lib. 1, Vicecom., fogl. 16.

[30] Lib. 10, fogl. 114.

[31] Crescenzi sudetto.

[32] Ritratto di Milano.

[33] Trist. Calc. Hist. Urbis Med.

[34] Trist. Calch. sud.

[35] C. Cattaneo. Alcuni scritti, vol. 1, p. 82.

[36] Sismondi. Storia del Risorgimento, del progresso, del decadimento e della ruina della libertà in Italia. Cap. IV, pag. 110.

[37] Verri. _Storia di Milano_, Cap. X.

[38] Rainaldi ad annum 1341, citato dal Verri.

[39] _Inferno_. Canto XIX.

[40] _Purgatorio_. Canto XVI.

[41] C. Balbo. _Vita di Dante_, Cap. II, lib. II.

[42] Rosmini, _Storia di Milano_.

[43] Sismondi. _Storia della libertà in Italia._ Cap. VI.

[44] Machiavelli, Il Principe. Cap. XVII.

[45] Vedi il Corio e P. Giovio.

[46] Dante. _Purgatorio_, Cap. XVI.

[47] C. Balbo. _Vita di Dante_.

[48] Storia del risorgimento, e della ruina della libertà in Italia. Cap. III.

[49] Vino d'Apuglia assai prelibato e riputatissimo anche presso gli antichi.

[50] La maggior parte degli storici attribuisce trentadue figli a Barnabò Visconti. — Pompeo Litta nelle sue _famiglie celebri italiane_ ne registra e ne nomina trentatre, tra i quali più della metà bastardi.

[51] Decreta antiqua pag. 185 (1393).

[52] Sismondi.

[53] Stat. Cap. 455.

[54] La dote stipulata per queste nozze fu di cento mila fiorini d'oro. _Verri Istoria di Milano C. XIV. Giulini e Corio all'anno 1365._

[55] Andrea Gataro, nella storia di Padova publicata dal Muratori, ne racconta come nell'inverno 1363 trovandosi in Roma Francesco vecchio da Carrara, non vedesse un sol cammino in quella città; perchè tutti facevano fuoco nel mezzo della casa sul pavimento, oppure in cassoni pieni di terra.

[56] G. Flamma. Opus de gest Azon. Vicecom. Muratori Dis. Vol. XXV.

[57] _Quod ostendunt naticas etc...._ Vedi il Musso suddetto.

[58] Dante, Purgatorio, Canto VIII.

[59] G. Merula Antiq. Vicecomitum lib. 1.

[60] Ritratto di Milano colorito da Carlo Torre, lib. I.

[61] Leggasi l'iscrizione seguente che fregiava l'ingresso della Porta Romana, e che Galeazzo II trasportò sul ponte del Ticino a Pavia:

_Dic homo qui transis, dum Portae limina tangis:_ _Roma secunda vale; Regni decus Imperiale,_ _Urbs veneranda nimis, plenissima rebus opimis;_ _Te metuunt gentes, tibi flectunt colla Potentes,_ _Tu bello Thebas, tu sensu vincis Athenas._

[62] Vedi il Giulini all'anno 1016.

[63] Vedi il Giulini sudetto all'anno 1262.

[64] Attestano questo fatto le due strade di S. Giovanni sul Muro, e dei _Moriggi_ (ad muricolos). Vedi il Fumagalli. — Vicende di Milano dopo la distruzione di Federico Barbarossa.

[65] Galateo di M. Gioja, lib. III.

[66] _El pascuee di gainn, di rest, ecc._

[67] Giulini all'anno 1268.

[68] Galateo di M. Gioja, lib. III.

[69] Giulini all'anno 1223.

[70] Giusti Proverbj. Illus. VI.

[71] Galv. Flamma Manip. Flor. Cap. XXV.

[72] Lacrymas etiamnum marmora manant. Ovid Metam. Lib. VI.

[73] Contro il furto duravano le leggi della Republica, emanate dal podestà Beno da Gozadino; giusta le quali, il ladro era punito la prima volta colla perdita d'un occhio, la seconda col taglio delle due mani, la terza (era il caso del Seregnino) colla forca. — _Statuto di Milano_, all'anno 1272.

[74] _Statuto_ di Milano, dell'anno 1272.

[75] Giulini, all'anno 1232.

[76] C. Simonetta. Prefaz. pag. 14.

[77] Vedi il Corio all'anno 1385.

[78] Conobbi un pitocco che, al sopravenire dell'inverno, si rendeva colpevole di qualche piccola trasgressione, per essere colto e imprigionato. Nel carcere trovava almeno un tetto ed il pane quotidiano.

[79] P. Giovio. Vita dei XII Visconti.

[80] Tali parole furono pronunciate dal vescovo di Novara Pietro di Candia, che poi diventò papa Alessandro V, nella cerimonia solenne celebratasi sulla Piazza di S. Ambrogio, quando Giangaleazzo vestì le insegne ducali.

[81] P. Giovio. Vita dei XII Visconti. Trad. di Lodovico Domenichi.

[82] P. Litta. Famiglie celebri italiane. I Visconti. Fascicolo IX, tav. VI.

[83] P. Litta. _Famiglie celebri italiane. — I Visconti._

[84] Caterina Riario, figlia di Galeazzo Sforza duca di Milano, fece prodigj di valore nella difesa della rocca di Forlì. P. Litta. _Famiglie celebri italiane._

[85] _And. Billius. Histor. lib. I. Rer. It. Script. Tomo XIX. Georgii Stellae Ann. Genneus. pag. 1217 R. I. Script. Tomo XVII._

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate dall'autore a fine volume sono state riportate nel testo.

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