Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 3
In quel secolo, le personali ambizioni dovevano essere meno potenti che non più tardi, quando la risurta civiltà fece dell'ingegno e della cultura intellettuale una forza di prim'ordine, spesso indirizzata a buon fine, talvolta abusata per mire egoistiche e sovversive. — Pure, malgrado l'eguaglianza cagionata dalla comune barbarie, il concetto di una republica, costituita sull'equilibrio dei diritti d'ogni classe e d'ogni individuo, era cosa più bella ad imaginarsi che facile ad ottenersi. La sovranità, spartita una volta equamente fra gli individui, era simile al talento della parabola evangelica, che a ciascuno recò frutto diverso a seconda delle diverse industrie. Il conservarlo integro, riesciva come andare al chino e perdere, quand'altri più operosi o più accorti avevano saputo avvantaggiarlo. In un paese, in cui la sovranità fosse talmente sminuzzata che ogni cittadino ne posseda la sua piccola parte, la custodia di essa è più dovere che diritto; e l'esercizio del medesimo riesce più increscioso perchè meno facoltativo. Non per difetto delle istituzioni popolari, ma per la natura dell'uomo, ciò che è comune, benchè necessario, è meno vagheggiato di quanto ci solleva dalla folla, fosse anche superfluo. Quando a tutti gli individui di un paese venisse distribuito un abito di un sol colore e di una foggia sola, cesserebbe l'orgoglio d'ornarsene; e colla estinta vanità scemerebbe l'interesse di averlo caro e di custodirlo.
Cacciati i tiranni e ricomposta la republica sopra un nuovo ordine di cose, spontaneo fu il volere, facile l'ottenere l'eguaglianza civile. Il dì in cui si fonda una società, ogni membro di essa presenta una distinta ed eguale quota di oblighi e di diritti. Ma non è tutto: bisogna che questi doveri e i corrispondenti diritti si mantengano quali sono, o crescano e s'avvantaggino a beneficio di tutti. Bisogna contenere le forze eccedenti perchè non oltrepassino il livello medio della forza comune; scuotere e ravvivare quelle che languono, perchè la parte inerte non discenda troppo, e nel far modesta rinuncia de' suoi diritti, leda e trascuri i proprj doveri. Tutto ciò, e le naturali differenze generate dall'età, dal clima e dalle circostanze, non che le incidentali, cagionate dall'educazione e dalla civiltà, resero e renderanno sempre arduo l'assunto di conservare all'edificio sociale un'eguaglianza perfetta e durevole.
Chi era tolto dalla folla assai di rado vi rientrò, e vi si confuse, al cessar del favore che lo ebbe sollevato. Intorno a lui si stringevano a poco a poco inavvertitamente i consanguinei, i partigiani, i clienti. La superficie sociale non fu più perfettamente piana. Gruppi di gente privilegiata formarono le caste. In mezzo ad esse, quasi centro e culmine di altretante associazioni parassite, sursero gli ottimati. Era intento loro di dividersi in parti eguali la somma del potere; il volevano, o piuttosto dissero di volerlo: bastò un nonnulla a turbare l'equo riparto dei diritti; bastò a tanto il momentaneo allentamento nella pratica delle virtù cittadine. — Le passioni, malgrado ogni buona intenzione, si gettavano sulle coppe della bilancia, e la facevano traboccare. Le caste si cangiarono in partiti; gli ottimati in emuli. Una guerra sorda, piena d'invidie, di prevenzioni, di false amicizie, ruppe il buon accordo della famiglia. Venne presto il giorno, in cui il popolo, vedendo irreparabilmente turbato l'ordine prestabilito, compì l'ultimo suo atto sovrano, rinunciando ai proprj diritti, ed accettando la signoria di un solo, sempre meno uggiosa e più tolerabile che quella di pochi.
Tale fu la nostra sorte. Le discordie, i partiti, le turbolenze tennero dietro ben presto a quel fortunato equilibrio, che era l'essenza del reggimento popolare. Il comune era fatto un campo: bisognava star con questo o con quello; quindi contro l'uno o l'altro. — Ad escire da tante incertezze, la rappresentanza popolare non trovò miglior rimedio, che conferire il supremo comando ad un solo individuo, imitando ciò che faceva l'imperatore prima della pace di Costanza. Ed a questa autorità venendo designati uomini d'altre città italiane, non si volle già riconoscerne la comunanza di stirpe, il che sarebbe stato un progresso glorioso; ma si cercò nell'individuo d'altra republica un principio di autorità straniera, un potere che fosse meno famigliare, e quindi più riverito. Il primo di tali magistrati che, col nome di podestà, esercitò sul comune di Milano la dittatura, fu un Oberto Visconti da Piacenza. Questo fu il primo e decisivo passo del nostro popolo verso il governo monarchico.
In questo mezzo l'eresia, altra cagione di discordia, fermentava nel nostro paese, alimentata per una parte da uno spirito d'indagine affatto nuovo, per l'altra nutrita dalla stessa intoleranza del clero che credeva spegnerla coi roghi e nel sangue. Al principio del secolo XIII si enumeravano in Milano quindici professioni eretiche. Il podestà Oldrado da Tresseno arse a centinaia i novatori (1233) e si rese caro alla curia romana.[20] Intanto il popolo non infrequentemente si faceva giustizia da sè, rompendo il filo degli atroci processi collo spegnere la vita degli inquisitori. Fra Pietro da Verona e fra Pagano da Lecco furono di questo numero; e, in premio del martirio sofferto e pel merito di averlo fatto subire a tanti traviati, ottennero dopo morte l'incenso e le preci dei beati. La profetessa Mainfreda era gettata alle fiamme; il prete Andrea, che divideva con essa le offerte dei devoti di Chiaravalle, la seguì sul rogo; e le ceneri della taumaturga Guglielmina, poco prima venerate come una reliquia, furono strappate dall'avello e disperse al vento. Citiamo questi fatti perchè ritraggono fedelmente il fanatismo intemperante del secolo; non volendo che ci si apponga l'accusa d'essere ciechi ammiratori delle artistiche scene del medio evo.
L'imperatore Federico II ricondusse la guerra in Italia; e colla guerra si riaccesero in noi le virtù intiepidite. A Cortenova i milanesi furono battuti dagli imperiali; ma la sconfitta non fu ingloriosa. I più preferirono morire sul campo anzichè arrendersi; i pochi superstiti, raggruppati intorno al Carroccio, seppero condursi in salvo, e serbare incontaminato il vessillo della libertà, attraversando terre infestate da nemici, o da amici sleali. Fu Pagano della Torre signor di Valsassina che guidò l'impresa; e fu quest'impresa che preparò a lui ed a' suoi figli un mezzo secolo di gloria e di potenza (1237).
Della rotta di Cortenova ebbero i milanesi larga rivincita in tre memorabili giornate. Duplice fu la vittoria di Camporgnano, poichè in essa furono battuti gli imperiali e gli alleati Saraceni. A Casorate l'esercito dell'imperatore, tratto in inganno da una finta ritirata, credette per un momento d'essere padrone del campo, che poscia coperse de' suoi cadaveri, ed abbandonò. — Presso Gorgonzola, in un terzo scontro, cadde in potere dei milanesi Enzo figlio dell'imperatore. Fu questa l'ultima e la più segnalata vittoria nostra; doppiamente gloriosa giacchè, mercè sua, si fiaccò per sempre la baldanza di Federico; e più ancora perchè i vincitori resero, senz'altro patto che una promessa di neutralità, il reale ostaggio a colui, che non risparmiò la vita ad uno solo dei prigionieri italiani. — Ed anche in questa occasione i nostri maggiori, combattendo per la loro indipendenza, davano prova di una moderazione, che è assai più bella della stessa vittoria. La santità della causa consigliò sempre, anche nell'ardore delle battaglie, l'uso saggio dei mezzi atti a difenderla. Si diede la vita e la libertà al figlio del nostro mortale nemico con una generosità degna di miglior secolo, mentre e prima e poi, nelle piccole e vulgari lotte municipali, i vincitori solevano oltraggiare i vinti fratelli con un carico d'ingiurie, che potrebbero essere chiamate villanie puerili se non fossero figlie di un livore empio e fratricida.[21]
Il servigio reso da Pagano della Torre diede origine ad una carica tribunizia conosciuta sotto il nome di anziano della _credenza_ (1240). Ne fu insignito lo stesso Pagano e, morto lui, Martino suo nipote. Egli doveva difendere la plebe dalle prepotenze dei nobili e sorvegliare l'amministrazione delle entrate. Durante la guerra contro Federico, per strettezze di finanza si era posto in giro il credito dei notabili rappresentato da un obligo scritto.[22] Era, nè più nè meno, la carta moneta dei nostri giorni; e, come ai dì nostri, un tal valsente non gradiva ai cittadini sospettosi sempre dei soprusi di chi li regge. L'anziano diede opera all'estinzione di questo debito, dividendolo in otto rate annuali, e suddividendolo fra proprietarii in quote proporzionate, colla scorta dell'_inventario_ o catastro del censo (1248). Da ciò nacque l'imposta sulla proprietà fondiaria, detta _fodro_, che è la prima e più netta idea del carico prediale.
XCI.
I torbidi, per cui passò l'impero durante la disputata successione di parecchi monarchi, giovarono per mezzo secolo all'indipendenza nostra: tempo più che bastevole a rassodare la cosa publica, se le ambizioni e le rivalità de' suoi cittadini non l'avessero commossa col continuo travaglio della guerra civile.
Si creò l'officio di capitano generale della republica per contraminare l'elezione del tribuno. L'onore della nuova dignità, che per poco non toccò al feroce Ezzelino da Romano, tanta era la gelosia che ispirava ogni nome cittadino, fu palleggiato tra il Marchese d'Incisa ed Oberto Pelavicino.
Verso quest'epoca il Papa, pigliando in sospetto la crescente potenza dei Torriani, violò il diritto popolare di eleggere i pastori, ed inviò alla sede arcivescovile di Milano Ottone Visconti (1260). Era pensiero del pontefice, che la ricchezza e la potenza di questa famiglia risveglierebbero nel popolo milanese quella fiducia che l'infeudata autorità dei Torriani aveva troppe volte delusa.
Ciò malgrado, la popolarità degli anziani serbavasi ancora assai potente in Napo, benchè d'animo assai diverso de' suoi predecessori. — Napo, camminando ardito sulle orme loro, varcò a poco a poco il limite della tribunizia podestà; e a consacrare l'abuso impiegò l'arte dei tiranni. Milano a quei tempi obliava la semplicità degli antichi costumi, per fantasticar feste e baldorie, come la plebe di Roma. Con questo mezzo, l'anziano perpetuo del popolo riesciva a divenirne il padrone. Egli nominava il podestà, ed accordava alla sua creatura il diritto di eleggere la metà dei membri del consiglio. Ambizioso, e non vano, mostrò disprezzare quelle pompe esteriori, che tradiscono l'interna sete di comando; mantenne vigorosamente le forme dell'antico reggimento nelle monete, nelle adunanze, nelle publiche concioni; ma ingannava tutti, e in sostanza regnò da tiranno. — Che se alcuna volta vide il colosso della plebe levare su lui l'occhio torvo, egli seppe rasserenarlo coi tornei, colle gualdane, con ogni maniera di spettacoli; fra i quali per lungo tempo fu il più gradito il bando od il supplicio d'un nobile. — Per tal modo codesti tribuni, che si vantavano d'aver fatta libera la patria solo per ossequio ed affetto verso di essa, e che di fatto l'avevano servita con zelo e fortuna, ottenuto l'intento, non ponevano misura alle loro esigenze, e mettevano a debito della publica gratitudine ogni pretensione sollevata dalla loro cupidigia. — Si sarebbe detto che volevano avere il diritto di ricondurre il paese all'antica ruina, pel merito d'averlo una volta salvato.
Da tali arti potè il popolo milanese essere sedutto più volte, ma non abusato sempre. — Ogni plebe, e specialmente la nostra, suol essere pronta allo sdegno, ma non meno facile all'oblío delle offese e generosa nel perdonarle. — I cittadini s'accorsero che chi aveva frenata la prepotenza dei nobili, non agiva meglio di loro. Parvero meno gravi le passate sciagure, da che lo stato presente non era gran fatto più rassicurante. Il titolo di vicario imperiale, che Napo sollecitò da Rodolfo d'Asburgo, contribuì a crescergli il disfavore del popolo. Ottone Visconti rinfocolò i sospetti; raccolse partigiani a Como e nel contado; li pose in armi e mosse verso Milano. Incontrato, nella terra di Desio, l'esercito Torriano impegnò con esso una battaglia decisiva, in cui Napo fu battuto, e fatto prigioniero (1277). Dopo ciò, venne rinchiuso in una gabbia di ferro, dove perì miseramente un anno dopo.
Qui comincia la grandezza dei Visconti. Il popolo milanese non avrebbe spodestato il Torriano pel solo scopo di affrettare un mutamento di signoria. — Era la libertà dei tempi della lega, ch'egli, con troppo languide istanze, chiedeva; non un nuovo signore ed una larga dote di promesse e di spergiuri. Ma tale era la sorte nostra. Nel momento istesso che le varie classi ond'era composta la republica venivano ad un accordo, già maturavano novelle ambizioni, foriere di altre discordie. Colui, che per fortuna o per momentaneo favore del popolo s'incamminava dinanzi ad esso col pretesto di farlo libero, sdegnava poscia di rientrare nelle fila dei semplici cittadini, e rinnovava la necessità di cacciarvelo a viva forza.
Quando un tesoro è debolmente custodito, torna buono ai tristi il dire: tanto fa che io m'approprii ciò che non è mio, perchè altri se lo piglierebbe. Il nostro popolo cessò dal custodire il tesoro della propria libertà dal momento che, fidatone il deposito ad altri, s'addormentava neghittoso alle seducenti declamazioni di civismo, intonate da' suoi scaltri tribuni.
Ora tra Napo della Torre, tiranno in nome della plebe, e Ottone Visconti, despota ottimate, vi era forse gran differenza? Quando l'una classe doveva affaticarsi a schiacciar l'altra, qual conforto per la republica se la plebe era vincitrice, e i nobili soccumbenti? L'alternato inalzamento dei Visconti e dei Torriani era sempre vittoria di un partito e, come tale, traeva seco indispensabilmente la sconfitta del principio nazionale, al cui sviluppo è necessaria l'opera attiva e sempre concorde di tutti. — Vero è che questa specie di altalena doveva cagionare eguaglianza, al momento che gli ottimati erano tanto discesi quanto erasi rialzata la plebe; perchè allora le due classi estreme trovavansi ad uno stesso livello. Ma i partiti, mossi da un impulso progressivo o retrogrado, non potevano arrestarsi; all'indimani la plebe riguadagnava tutto quel più che jeri rendeva odiosa la sconfitta nobiltà. Il flagello non era spezzato, ma cambiava di mano: e la cosa publica, oltre al patirne gli abusi inseparabili da ogni autorità conquistata colla forza, andava incontro alle fatali conseguenze di una continua vicenda di gare, di discordie e di vendette.
XCII.
Il nome di Visconte non spettò in origine ad un casato, ma fu titolo di dignità attribuito a tutti i feudatarii dell'impero, che reggevano una contea in nome dell'imperatore, e perciò erano detti vicarii, o _vicecomiti_.
Dalla dignità divenuta ereditaria, di cui vi hanno esempj fino nel secolo V, nacque il cognome della famiglia Visconti.[23] Quando essa crebbe in potenza, i cronisti si compiacquero di tessere un romanzo intorno alla sua origine, risalendo alla “fonte del nobile río per una strada di meravigliosi avvenimenti.... Il Prencipe di Macedonia, scrive G. P. Crescenzi, per avere consanguinei questi signori, li notò originati dall'imperatore Anicio Flavio Giustiniano, il grande; gli ascendenti del quale si ascrivono ai reali di Troja.„ E come ciò fosse poco, aggiunge “che con l'imperatore Heraclio venne da Roma Marco, che fu conte d'Angera, e della cui stirpe furono i Visconti„; e infine asserisce “che Angera fu fabricata da Anglo figlio di Ascanio re, il quale fu di Enea genero, et nipote di Priamo ultimo re di Troja„[24].
Perchè Angera fosse la degna patria di sì cospicua famiglia, è chiamata da Stefanardo Vimercati una vasta città, residenza di quei principi, che regnavano nella contea del Seprio, altra nobile parte del regno d'Insubria. E Carlo Torre ci racconta, come il nome d'Insubria fosse dato dal gigante Subre “figlio di quell'Espero, che fu germano d'Atlante (a' cui prodigiosi fatti ottenne l'Italia tutta il titolo d'Esperia) il quale entrato con poderoso esercito in questo clima, facendosi padrone di varj luoghi, stabilì sua ferma sede tra i laghi Lario e Verbano, e tra i fiumi Adda e Tesino, fabricandovi un castello, che dal suo nome Subre, o Seprio fu detto ecc.„[25]
Uberto Visconti, che viveva ai tempi di S. Ambrogio, ammazzò un terribile drago, che devastava le campagne milanesi. Per ciò il popolo decretò a lui ed a' suoi posteri certa decima di grano, che misuravasi in publico collo stajo, onde i suoi discendenti, conservando tale regalía, ebbero per impresa lo stajo, e s'intitolarono _Vicecomites de sextario_.[26] Galvano Fiamma, per aggiungere altra gloria alla casa Visconti, la fa consanguinea di Carlo Magno, e conferma che i primi conti d'Angera si chiamavano re, e che parlavano alla francese, desumendolo da un'iscrizione da lui letta sur un marmo, scoperto nel 1339 a Turbigo provincia del microscopico regno d'Angera.[27] Il Corio scrive d'un Alione, figlio del re d'Angera e Visconte di Milano nel quinto secolo, che fu dagli imperatori e da pontefici rivestito di grandi privilegi, della dignità di conte d'Italia, del diritto di creare giudici e notai, di riscuotere decime, d'armar militi e cavalieri, _spedir nuntii et separare il marito dalla moglie_. Egli ne racconta come da Alione nascesse Galvagno, e da questo Perideo, che regnava quando scesero i Longobardi, e morì in battaglia contro i Greci di Ravenna[28]. Giorgio Merula[29] e Tristano Caleo[30] si copiano a vicenda per istabilire che fra i Visconti e i re longobardi eravi legame di sangue, e che la pia regina Teodolinda era di stirpe viscontea. Da Stazzone conte d'Angera nacque Desiderio ultimo re di quella gente, e Berengario II si vuol figlio d'Azzo, conte di Lecco e d'Angera...[31]
Ma basta così: questo è ben altro che storia. Abbiamo messo fuori queste anticaglie, per dar idea dei gettoni di bassa lega che correvano, come oro puro, nella universale povertà dei secoli scorsi. Sono queste notizie simili alle maglie di ferro e alle cotte d'armi: arnesi fuor d'uso, che si guardano però, non senza interesse. Ma in mezzo a tante favole, v'ha la sua parte di vero; e questa è l'arte dei vecchi cronisti, d'appoggiare le fila dei loro racconti in regioni ignote, come se ciò valesse a meritar fede ai grandi avvenimenti veduti od uditi; se pur non è il men nobile proposito di lisciare i potenti e di rabbonirli coll'adulazione. — Concludiamo col secentista Torri, che questa volta la dice giusta: “prendetevi di questi racconti qual più vi aggrada, poichè discorrendo d'ationi occorse nello spazio di più di mille anni, la verità afflitta da così lungo viaggio non può se non zoppicare, stanca d'essere agitata ora su un foglio ad un modo, ed ora su un libro ad un altro[32]„.
Teniamci ai fatti accertati. — Nel 881 Pietro Visconte sottoscrisse i privilegi accordati da Carlo il Crasso alla Basilica Ambrosiana. Nel 1037 Eriprando liberò dalle carceri di Piacenza Eriberto arcivescovo di Milano, e sette anni dopo un Riccardo Visconti fu creato dall'imperatore _sacri palatii judex_[33]. — È storico che i privilegi accordati dalla città di Milano al Monastero di Pontida fossero sottoscritti da Eriprando, e Marco Visconti. — Nel 1155 Ugo, pur dei Visconti, accorse coi Milanesi in ajuto di Tortona assediata da Federigo I, e morì sotto le mura di quella città. Nel 1158 Ardengo Visconti, con altri capi della republica milanese, fu fatto prigioniero da quello stesso imperatore nella battaglia di Cassano. Combattè in quell'epoca alla difesa di Milano, e vi perì Gherardo Visconte _virtute et nobilitate clarus_[34]. — Il primo dei podestà di Milano fu un Oberto Visconti; ed un Ottone, console della republica milanese, segnò in Lodi, nel 1162, la capitolazione coll'imperatore Federico. — Consoli di Milano nel 1173, 1186 e 1194 furono Ruggiero, Marco e Guido Visconti. Pietro firmò in Piacenza la pace di Costanza nel 1185. E in un solo anno, cioè nel 1190, al dire del Calchi, questa famiglia dava ad Alessandria, a Vercelli ed a Bergamo i podestà Guidettino, Uberto e Pietro. Matteo Visconti era vescovo di Bergamo, quando Ottone occupava la sede arcivescovile di Milano.
XCIII.
I Visconti, già favorevolmente noti ai milanesi per le cospicue cariche occupate, crebbero nel favore del popolo, quando i Torriani abusarono della vantata loro popolarità. Giovava inoltre ai primi il prestigio di una ricchezza fuor d'uso munifica e generosa. — Il popolo impreca contro i ricchi solo quando li trova spietati; ma, se ha pane e lavoro, fa lume coll'esempio ai declamatori, e precede le facili teorie colla pratica di una vita sobria, industriosa e rassegnata: anzi, l'accontentarsi di un pane parco ed affaticato, è ancor poco; non di rado lo vediamo compiacersi dello splendore altrui, come se il fasto di pochi fosse un vanto di tutti. Esso dunque comprende che tra la ricchezza e la miseria la Providenza pose l'equilibrio, distribuendo il cruccio ed il sorriso in altra misura che non è quella del censo.
I Visconti erano ghibellini; ma a quest'epoca il nome delle due fazioni non aveva più il significato primitivo. Le famiglie potenti, alle quali i comuni avevano conferito il governo delle città, erano guelfe o ghibelline, non perchè favorissero lo sviluppo della libertà nazionale, o difendessero i diritti della corona cesarea; ma si appoggiavano a questa o a quella parte per rassodare la potenza loro ed infeudare nella propria stirpe quell'autorità, che poteva guidarli al trono. — È dunque erronea la sentenza di quanti storici asserirono che la parte guelfa fosse la nazionale. — “Nei vesperi siciliani, che furono un fatto di nazione, quant'altro mai, non si fece strage se non di guelfi[35]„. Erano guelfi i Torriani, come lo fu pressochè tutta Italia, quando Carlo d'Angiò ebbe sconfitto il re Manfredi e con esso la parte imperiale: ma erano guelfi, perchè non potevano più essere ghibellini. — La conseguenza era una sola e la stessa: l'Italia subiva nell'un caso e nell'altro la dipendenza straniera; e, in cambio di servire ai Cesari alemanni, obediva ai re francesi.
Se i Visconti non fossero stati ghibellini di nascita, dovevano divenir tali come successori dei Torriani, per distruggere la potenza dei rivali, e per volgere a vantaggio della propria famiglia le tendenze monarchiche quali si manifestavano nella languente republica. Assisi sul trono e sicuri, avrebbero cessato di mostrare un inutile studio ad una fazione od all'altra: intenti solo a liberare la patria da ogni influsso straniero, a spese della libertà interna, che ormai non sapevasi abbastanza difendere. Venne infatti il dì che i Visconti, fidando la propria fortuna alle armi, schiacciarono con mano di ferro ogni fazione; allora si dannò perfino a morte chi solo pronunciasse la parola di guelfo o di ghibellino. Ma finchè essi salivano, avevan bisogno di un appoggio; il ghibellinismo favoriva lo sviluppo del concetto monarchico, ed abituava i tralignati republicani a riverire una dinastia. Del trionfo della parte ghibellina tutti i nobili si erano felicitati; ma “immiseriti da un lungo esilio, avevano pigliato un contegno rimesso ed ossequioso; la loro condiscendenza tralignò in obedienza, e la republica di Milano, governata dai Visconti, non tardò guari a mutarsi in principato[36]„.
Da qui inanzi, per quasi due secoli, la storia di Milano è strettamente legata a quella dei Visconti, sì che l'una nell'altra si confonde. V'ebbe un periodo in cui ricomparve la signoria dei Torriani; ma fu brevissimo: l'intrusa potenza sembrò suscitata dal destino a rinfrancare viemeglio la grandezza de' suoi rivali.