Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 28

Chapter 283,730 wordsPublic domain

Ora, perchè mai la virtù unificatrice, che era la forza delle armi dei barbari, non poteva svolgersi mercè l'influenza più mite di un principe italiano? — A tale dimanda rispondeva coi fatti il Conte di Virtù, quando, riunite sotto di sè le venti città retaggio della sua casa, si proponeva di aggiungervi quelle dei minori Stati vicini, usando pei popoli gli allettamenti di un governo saggio e temperato, e sguainando la spada contro i tiranni.

Ma, prima di spingersi fuori dello Stato, egli volle rendere stabile il terreno, su cui posava il piede. Fu quindi sua prima cura di provedere con savie leggi all'interno ordinamento. Il popolo milanese aveva abbattuto quanto gli ricordava la mala signoria di Barnabò; il suo successore confermò e proseguì l'opera popolare, abolendo le leggi criminali esorbitanti, richiamando in vigore alcuni statuti passati in dissuetudine, altri aggiungendone dietro proposta o consiglio dei migliori cittadini. — Poscia intervenne fra i vicini coll'autorità del suo nome, e colle pratiche della sua politica. Egli presentiva l'importanza di una influenza morale esercitata senza il concorso della forza; ed inaugurava quel sistema d'alleanze, di mediazioni, di buoni officii, che spesso assicurano la vittoria prima di trarre la spada.

La discordia fra i signori della Scala e Francesco da Carrara, gli porse l'occasione di una vantaggiosa alleanza con quest'ultimo. — Infatti, mentre il Carrarese batteva lo Scaligero dalla parte di Vicenza, il Visconti passava il confine milanese a Brescia, ed occupava Verona. — Appena ei vi pose il piede, i cittadini, malcontenti della signoria degli Scaligeri, salutarono il Visconti come loro principe.

La gloria, che accompagnava le armi del Conte di Virtù e la fama di mitezza, di cui godeva il suo governo, indussero la stessa città di Vicenza a scuotere il giogo di Francesco di Carrara, e ad aprire le porte alle schiere milanesi. Invano il signore di Padova levò la voce contro la violazione dei patti d'alleanza segnati fra lui ed il Visconti. — Questi non curò le proteste; rafforzato dal voto popolare, ed opponendo alle pretensioni del Carrarese le ragioni di sua moglie, figlia ed erede di una Scaligera, conservò Vicenza, e la fece centro d'altro più ardito movimento.

Non andò guari, infatti, che anche Padova venne aggiunta allo Stato di Milano; perocchè Francesco da Carrara fece vana prova delle sue armi. Mal difeso da un popolo ch'egli aveva oppresso, cadde in potere del nemico, che lo trasse prigioniero nel castello di Monza. Per tale avvenimento, il confine dello Stato milanese toccò la spiaggia del mare Adriatico.

Ormai padrone di tutta l'Italia superiore, Giangaleazzo volse lo sguardo alla parte centrale della penisola. — Espugnata Bologna colle armi, riscattò a patti Perugia ed Assisi. Anche i signori di Nocera e di Spoleti, presentendo la necessità di piegarsi alla forza ed alla fortuna di un rivale formidabile, cedevano a denaro la signoria. — Pisa fu venduta al Visconte da Gerardo Appiani, e Siena si arrese spontaneamente alle sue bandiere.

La republica di Firenze, gelosa dell'interne libertà più che della salute della patria, con publico manifesto chiamò fedifrago e tiranno il principe lombardo che agognava a cingere la corona d'Italia; e, con rimedio peggiore del male, invitò il re di Francia a scendere in Italia e ad opporsi alla crescente potenza dei Visconti.

Per buona sorte, Jacopo dal Verme, capitano dei milanesi, raccolto un nerbo di truppe nel forte di Alessandria, potè attendere di pie' fermo le legioni francesi, e contrastar loro il passaggio del Tanaro. — Il conte d'Armagnac assediava la fortezza, e con villane provocazioni invitava i lombardi ad escire dal covo ed a misurarsi con lui. — Quando ne fu il momento, Jacopo dal Verme ripigliò l'offensiva; nella giornata 25 luglio 1391 sorprese il campo nemico, fece prigioniero il conte d'Armagnac, e tolse le armi ai pochi che non avevano perduta la vita nella battaglia.

Con altri mezzi, e con eguale fortuna, Giangaleazzo combatteva, e superava le difficoltà che gli venivano opposte dai Pontefici, i quali non sapevano rassegnarsi alla perdita di Bologna e delle altre città, già spettanti alla santa Sede.

La tiara era a quei dì, e lo fu poi per quarant'anni di sèguito, l'oggetto della contesa fra due emuli. — Urbano VI era papa a Roma: Clemente VII voleva esserlo ad Avignone. Il Visconti non imitò il suo predecessore; ma, cercando di renderseli propizii entrambi, adoperava l'amicizia dell'uno per combattere le pretensioni dell'altro. E intanto che aspettava di riconoscere quale dei due pontefici fosse il legittimo, sottomano estendeva i suoi confini nelle terre della Chiesa, e le amministrava con sodisfazione dei soggetti.

Da ciò, non del tutto fuor di ragione, gli storici ed i cronisti dei tempi trassero argomento di chiamare ingenerosa e sleale la condotta di Giangaleazzo. Ma ai nostri giorni, e davanti alla insuperabile necessità di aver una patria, non dobbiamo trovarvi grande motivo di scandalo. — Quando la suprema dignità della Chiesa era divenuta il trastullo di due individui, e nè l'uno, nè l'altro degli emuli inspirava la certezza della propria legittimità, non era affatto riprovevole colui che finiva per non riconoscere nè questo, nè quello. — V'erano in Giangaleazzo dei sentimenti più forti che non il vano rispetto ad un'autorità, che si era degradata da sè stessa colla discordia.

Francesco Gonzaga, prevedendo di dover provare tra poco la sorte degli Scaligeri e dei Carraresi, tentò la fortuna delle armi, e provocò una guerra, in cui le schiere di Giangaleazzo, capitanate da Jacopo dal Verme, riportarono una nuova vittoria. — Il Po in questa occasione fu il teatro di una battaglia navale. Le vele dei Gonzaga presidiavano le due rive del fiume, congiunte da un ponte di legno, che fu miracolo d'arte in quel secolo. Ma l'accorto dal Verme armò di materie incendiarie un gran numero di chiatte, e le spinse infiammate col favore della corrente contro il ponte, il quale arse d'improviso, e cagionò il disordine e la sconfitta dell'esercito nemico.

Quella stessa moderazione, che insegnava al Conte di Virtù di piegarsi apparentemente alla volontà degli antipapi, lo rendeva ossequioso e riverente dinanzi alla autorità dell'imperatore. — Bisogna dire che pei suoi fini avesse mestieri della protezione cesarea. Gradì infatti il titolo di vicario imperiale, e più tardi sollecitò dall'imperatore Venceslao quello di duca, sottoponendosi ad un'ingente spesa, onde assicurare a sè ed a' suoi successori il retaggio di una corona.

L'atto di liberalità dell'imperatore suscitò infatti gli sdegni dei prìncipi di Germania, che deposero Venceslao e conferirono la porpora imperiale a Roberto di Baviera. Costui l'ebbe a condizione di rivendicare da Giangaleazzo la mal donata dignità ducale; e vi s'accinse imponendo per iscritto al Conte di Virtù, _milite milanese_, di rendere all'imperatore tutte le città, terre e castella spettanti al romano impero, minacciando in caso di rifiuto di trattarne il possessore come fellone.

Dalla risposta del duca si vedrà com'egli intendesse la sua dipendenza verso l'impero. — Nel ducale rescritto egli si qualifica, in onta alle minaccie, duca e signore di Milano, chiamasi legittimamente investito della ducale autorità dal re dei Romani, e rigetta l'accusa di ribelle su Roberto, che disconosce l'operato del suo predecessore. Chiude infine, giurando di volere difendere colle armi i proprii diritti contro chiunque osasse violarli.

L'imperatore non aggiunse altra parola: scese dalle Alpi, e mosse incontro al duca con poderoso esercito. — Ma le milizie del duca, accampate sulle terre Bresciane, non lasciarono tempo agli imperiali di raccogliersi e di spiegare le proprie forze. Il conte Alberico da Barbiano, condottiero della compagnia militare di s. Giorgio, che aveva per vessillo — _L'Italia liberata dagli stranieri_ — guidò le manovre dei milanesi, e fu l'eroe della giornata. Gli imperiali ebbero la peggio; e l'imperatore Roberto, raccolti i pochi avanzi del suo esercito, per la via di Trento, ritornò in Germania a medicare le sue piaghe.

Può sembrar strano come il Verri ed il Giulini, i benemeriti campioni della storia milanese, onestissimi scrittori e diligenti raccoglitori di notizie patrie, mentre si mostrano rigidi ed inesorabili nel giudicare la condotta politica del primo duca di Milano tacciandola di doppiezza e di slealtà, non abbiano una parola per commendare l'ardimento e la fortuna delle sue imprese militari. Anzi, mentre accusano Barnabò, perchè imperito nella guerra volesse in più circostanze guidare egli stesso l'esercito, non osano confessare che Giangaleazzo ebbe la fortuna o la sapienza di confidare la bandiera della patria ad abilissimi capitani, che la riportarono sempre ornata di qualche nuovo alloro. I due lodati storici scorrono leggermente sui campi di Alessandria e di Brescia, dove l'armi del duca fiaccarono la prepotenza degli eserciti di Francia e di Germania: avvenimenti che, per sè soli, basterebbero a renderlo immortale presso i posteri. — Ma non vogliam male per ciò ai nostri illustri concittadini. Nel tempo in cui essi scrivevano, un docile ossequio verso prìncipi stranieri miti ed illuminati non era un delitto. La condotta del primo duca offendeva quel sentimento di sudditanza verso l'impero, che in allora, pel dominio d'altre idee e pel timore del peggio, era accolto anche dalle anime oneste. Il nostro paese aveva sonnecchiato due secoli nel letargo del dominio spagnolesco. I nuovi padroni sembravano voler essere migliori: e gli Italiani li accoglievano di buon animo pel bene che promettevano, persuasi che la patria loro non potesse altrimenti esistere che come ancella o figlia d'altra nazione. — Non dureremo fatica a persuaderci di ciò; le tanto ripetute discordie italiane furono fino a jeri il pretesto alla prepotenza degli oppressori, e l'argomento più valido alla rassegnazione degli oppressi. I Visconti e gli Sforza, che, nell'ambizioso disegno di legare alla propria stirpe la corona d'Italia, tentavano di ridonare alla patria un principe non straniero, furono fraintesi dagli storici. — Poichè null'altro che una vile cupidità guidava gli imperatori ed i re d'oltremonte a contendersi il possesso della penisola, diveniva provida cosa che si levasse contro gli emuli l'ambizione, se non più nobile, certamente più giusta, di un principe nazionale, che mirasse ad usufruttare per sè le fatali pretensioni dello straniero. — Non devesi accettare ciecamente il bene quando scaturisce da fonte meno buona; ma, se ciò che si ottiene è non solo vantaggioso, ma conforme ai principj eterni della giustizia, è impossibile che i mezzi sieno del tutto iniqui. E se ci sembrano tali, dobbiamo dire, che non di rado una colpa fa trionfare il diritto; a quel modo che il lievito di cosa corrotta sviluppa il germe di nuova ed eletta produzione.

CLV.

Le armi di Giangaleazzo Visconti, dopo la disfatta del re dei Romani, si concentrarono intorno a Firenze, e la strinsero d'assedio. La nobile città, gelosa delle sue franchigie municipali, respinse l'assalto dei milanesi con un valore degno di migliore impresa. Ma la republica fiorentina cessava di essere il rifugio della libertà italiana dacchè era venuta a patti collo straniero. Fallita la speranza di trovare appoggio nel re di Francia, ella confidava la difesa di sè stessa a Giovanni Hawkwood, avventuriero inglese. Battuto anche questo, accarezzava l'amicizia dell'imperatore. — Non era da queste incompatibili e svariate alleanze, che potesse sperare soccorso la libertà. Guardiamoci però da un giudizio troppo severo verso un popolo, la cui colpa fu quella di non aver compreso ciò che in quel secolo era ignorato da tutti. Salendo col pensiero a quei tempi, ed uniformandoci allo spirito municipale che presiedeva alle piccole republiche, la difesa dei Fiorentini è argomento di viva ammirazione. Ma colla storia alla mano, informati delle sventure susseguenti, e pensando che l'ambizione del tiranno milanese avrebbe forse potuto rimoverle, noi deploriamo una resistenza, che si opponeva alla costituzione di un forte regno italiano; perchè esso avrebbe risparmiato alla patria nostra quattro secoli di servitù. Una libertà locale e ristretta è un tesoro nascosto; l'indipendenza completa è il benessere che concede il pieno uso della vita e delle forze.

I Fiorentini difendevano strenuamente le loro mura; ma il coraggio e la costanza non potevano reggere a lungo contro il numero degli assedianti e il genio militare dei più cospicui capitani del secolo. La caduta di Firenze finiva di raccogliere sotto lo scettro di Giangaleazzo tutte le provincie che formavano l'antico dominio dei re Longobardi. Il duca non aspettava che la notizia della resa di quella città per farsi acclamare re d'Italia, e chiudere per sempre i passi delle alpi ai pretendenti stranieri.

Questi fatti correvano sullo scorcio del mese d'agosto, l'anno 1402. Il duca risiedeva nel castello di Marignano, dove, occupato di preferenza dell'ordinamento civile dello stato, non obliava la guerra. — Frequenti notizie gli arrivavano del campo; e tutto gli faceva presentire vicino lo scioglimento della grande questione. Al dire del Corio e di tutti gli storici, la buona novella era così prossima e sicura, che il duca già aveva fatto allestire le insegne reali, di cui si sarebbe ornato l'indimani della caduta di Firenze: quel giorno avventuroso in cui l'Italia avrebbe finalmente avuto un re italiano.

CLVI.

La sera del primo settembre, la corte di Giangaleazzo, solita ad escire a diporto sulla tarda ora nei giardini attigui al castello, per godervi il fresco, fu d'improviso turbata da uno strano avvenimento. Il duca che, dopo aver speso troppe ore nelle cure dello Stato, soleva confondersi co' suoi cortigiani e passare seco loro qualche momento in affabile domestichezza, quel dì, oppresso dalla straordinaria caldura, si trattenne più tardi del consueto nel giardino; anzi, spintosi con alcuni de' suoi officiali nella parte più lontana di un viale assai folto, si pose a sedere sur una panchetta di pietra, favellando delle imprese avviate, e predicendo a' suoi intimi le prossime glorie della sua patria e della sua casa. Il benessere, di cui si era lodato un momento prima respirando le aure temperate del tramonto, era seguito da un senso di freddo, quasi molesto, cui non pose mente in sul sùbito, incalorito, com'egli era, nel discorso. Ad un tratto, lo assalse un brivido più forte; cercò vincerlo, scuotendosi, e le forze non risposero alla volontà. Gli astanti accorsero a lui, e lo persuasero a rientrare tosto nel castello, attribuendo quell'improvisa indisposizione all'umidità della notte. Era infatti una di quelle sere, in cui l'atmosfera, dopo aver stagnato per lunghe ore negli umidi avvallamenti della pianura, beve dalla terra arsa dal sole il veleno della corruzione, e lo trasmette agli incauti, che cedono all'allettamento di un insolito rezzo. — Il duca articolò a stento qualche parola; batteva i denti; aveva il respiro profondo, interrotto, affannoso. Quando fu portato nelle sue stanze, aveva l'aspetto di un cadavere: gli occhi erano spariti nelle orbite segnate da un cerchio livido; le guancie infossate disegnavano l'ossatura delle mascelle; le labra contratte e smorte lasciavano travedere i denti stretti dallo spasimo. — Il medico ducale, che non era più l'Esculapio di cui abbiamo parlato addietro, accorse e prestò all'infermo sollecita cura. Oppose i rimedj più ovvj ai sintomi incalzanti; ma senza indagarne la cagione, senza tentare di paralizzare gli effetti del veleno assorbito. — Richiamò il calore alle membra intirizzite, applicandovi dei fomenti tiepidi: ed, apprestato un alessifarmaco composto di erbe aromatiche stillate nel vino, glielo fece ingojare a sorsi. Un'ora dopo, l'infermo si risvegliava dall'assopimento. Al gelo lapideo delle membra subentrava il calore della vita; a questo l'ardor della febre. — E il duca, i cortigiani e lo stesso medico se ne rallegrarono come di una crisi salutare e decisiva.

Nella notte, anche malgrado un calore anormale, dormì abbastanza tranquillo. La mattina vegnente l'infermo sembrava del tutto risanato. La prostrazione di forze ch'egli accusava, era giudicato l'effetto postumo del parosismo. Del resto, se il povero medico avesse avuto bisogno d'altre prove per credere al trionfo della sua scienza, bastava che interrogasse l'infermo: questi asseriva di trovarsi bene, e d'avere dimenticato ogni cosa. Infatti, in quel dì attese alle cure dello Stato, come nei precedenti; ricevette il solito corriere speditogli dal campo, gradì le buone nuove che gli venivano portate, ed inviò per suo mezzo nuovi comandi. — La terza mattina tutto era al Castello come nei giorni passati. Non si parlava della malattia del duca che per rallegrarsi della sua pronta guarigione.

Ma d'improviso, verso il tramonto, un più grave insulto lo assalì di nuovo. I sintomi, ch'erano precisamente gli stessi d'altra volta, si manifestavano ancora più gagliardi. Ripetutosi l'uso dei farmaci, che avevano operato il prodigio, parve che la natura gradisse quelle scosse, e che le forze ne fossero momentaneamente rialzate; ma, poco dopo, l'infermo ricadeva in un'atonìa ancora più desolante. — Tutta la famiglia costernata guardava con aria pietosa in faccia al medico, quasi volesse impegnare la sua scienza a ripetere il miracolo dell'arte. — Se l'onest'uomo lo desiderasse, non è d'uopo dimostrarlo. Ma, oltrecchè egli non aveva scoperto la vera natura del male, mancava dei mezzi validi a combatterlo. Il nuovo mondo non gli aveva donato il tesoro di quella corteccia che rompe l'incalzante periodo delle febri perniciose.

Appiè del letto i membri della famiglia, storditi e inoperosi, si consultavano ansiosamente cogli sguardi; ciascuno ricercava sul volto altrui quella speranza che nel suo cuore s'era dileguata. Il medico, a cui correvano più frequenti gli occhi degli astanti, stringeva le labra, o ne sprigionava a quando a quando un suono che non era nè parola, nè sospiro. Tastava or questo or quel polso del malato: gli amministrava a brevi intervalli una dose del farmaco, scorreva colla mano tiepida e leggera sulla sua fronte gelata. Ma cogli atti, e colla mestizia del volto, avrebbe voluto dire ai parenti ed ai servi; “raccomandatelo al Signore, perchè l'arte umana non può più far nulla per lui.„ Mezz'ora dopo il duca era in fin di vita. Allora il dabben uomo si ritirò sconfitto, e cedette il campo ad un capuccino; il quale, avvicinatosi al letto dell'infermo, tentò risvegliarne i sensi e richiamarlo un momento alla vita, per dirgli ch'egli era sul punto d'abbandonarla. — Ma come l'infermo non rispondeva alle chiamate, il sacro ministro compì il suo officio con pietoso riserbo; recitò per lui le preci dei moribondi, lo segnò colla croce, lo asperse più volte d'acqua santa; poi, inginocchiatosi a fianco del letto, invocò sul morente l'assistenza dei beati. Gli astanti, con una pietà ravvivata dall'affetto, ripetevano la devota invocazione.

A tre ore di notte, il duca era agonizzante; pochi minuti dopo, egli spirò. — Pel borgo di Marignano corse la notizia della morte del duca, non preparata da quella della sua malattia. I cortigiani ed i vassalli l'accolsero con dolorosa attonitaggine: gli uni e gli altri diedero segni non dubii di profondo e schietto dolore. All'inevitabile e penosa incertezza, destata da un avvenimento che scomponeva d'improviso tutte le fila di una domesticità feconda di grandi vantaggi pei parassiti e pel servidorame, prevaleva un sentimento di vera e profonda mestizia; perocchè questa volta, nel principe potente si era perduto l'uomo mite, affabile, generoso. Se anche il più odiato tiranno suol essere compianto da quelli che condividono i beneficii del despotismo, questo principe, che non aveva mai abusato del suo potere se non per far guerra ai tiranni, e che faceva dell'amore dei soggetti il mezzo più acconcio ad assecondare la sua nobile ambizione, questo principe doveva lasciare un vuoto assai doloroso nell'animo di quanti lo avvicinavano. — I superstiti erano a ragione dubiosi se il suo successore sarebbe stato buono come lui; erano certi intanto che dalla vedova reggente non potevasi sperar bene.

La salma ducale fu trasportata a Milano ed onorata di suntuosissime esequie. Oratori di tutte le città sparsero fiori d'eloquenza sulla sua bara. Convennero in quella occasione nel maggior tempio di Milano tutti i vescovi delle provincie, i rappresentanti dei comuni colle insegne municipali, i consanguinei e gli affini della casa Visconti. — Accompagnavano il feretro dugentoquaranta cavalieri e duemila fanti vestiti a bruno. Magnifico era il corteggio degli araldi e dei cortigiani, che portavano le insegne ducali. Il letto funebre, tapezzato da un drappo di sciamito, lasciava vedere il cadavere ravvolto nei paludamenti ducali e colla spada al fianco. I più cospicui officiali dello Stato portavano la bara; altri la proteggevano con un baldacchino di stoffa d'oro foderato d'ermellini.

Soverchie lodi furono allora prodigate davanti alla spoglia del duca. L'iscrizione apposta al suo sarcofago lo qualifica “il padre della patria, che cacciò dalla loro sede i tiranni gravi ai popoli, che protesse i pusilli, ed umiliò i superbi. Nessun altro ebbe la parola dolce al par di lui, nè vi fu mai in tutta Europa principe di lui più prestante e degno d'imperio.„[79] Intanto gli annalisti si preparavano a giudicarlo con un'altra misura, senza dubio meno equa. — Quel principe che vivo fu chiamato “raggiante per la nobiltà del sangue, specioso per la bellezza del corpo, sereno per la virtù dell'animo[80]„ venne poi dagli storici successivi qualificato sleale, infedele, ipocrita, timido nell'avversità, arrogante nella prospera fortuna. Antonino, arcivescovo di Firenze, lo accusa perfino di vituperevoli lussurie; imputazione non confermata da altro scrittore, nè da alcun documento, anzi, smentita dall'indole stessa della sua vita, quale ci viene narrata concordemente dagli storici e dai cronisti. È degna di rimarco l'osservazione di P. Giovio. “L'arcivescovo di Firenze, scrive egli, con goffo e disonesto modo di dir male, insolentemente si diede a vituperare il nemico della patria sua.„ Ma, poco dopo, lo stesso Giovio cade nella colpa rimproverata agli altri, quando soggiunge “non si vede di lui edificio alcuno, pure un po' magnifico, avendo i suoi maggiori, in casa e fuori, fino alla pazzia suntuosissimamente edificato corti, rôcche e palazzi.„[81] E non ricorda il valentuomo, che Giangaleazzo faceva edificare il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia? — Altre accuse, e non lievi, gli vengono mosse dallo stesso Corio, il più discreto e il meno appassionato tra i cronisti de' suoi tempi.

Il criterio storico ne insegna prima di tutto, che alle enfatiche apologie dei panegiristi bisogna fare un vistoso diffalco. È antico destino, che i potenti non abbiano mai ad essere onorati dalla compagnia della verità. Se la lode accanto ad essi divien troppo frondosa, alle spalle il biasimo non è mai meno esagerato. Assai spesso la verità balba e timida al cospetto di un potente, l'insegue troppo ardita e ciarliera quand'egli è passato.

L'opinione del Corio e degli annalisti, che con lui e o dopo di lui accusarono questo principe, hanno una certa autorità; nondimeno la storia, imparziale raccoglitrice dei fatti e giudice competente dell'ordine e della natura di essi, non deve riputarsi inappellabile, fin quando non si saranno raffrontati e contemperati i giudizj emessi in epoche e da persone diverse. L'_ardua sentenza_ intorno ad un uomo è meglio rimessa ai posteri, quanto più lontani tanto più autorevoli. Imperocchè la storia non chiude mai il suo libro; ed ogni uomo di buon senso, colla scorta dei fatti che da essa apprende, può a suo talento ripetere il giudizio intorno ad un personaggio o ad un fatto; e confermare od annullare una vecchia sentenza.

Riassumo brevissimamente alcune notizie.