Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 27

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Il ciurmatore non era più riconoscibile. All'aria devota, all'andare sghembo ed incerto, voleva sembrare uno che arriva, non uno che va. Era questa l'arte più opportuna per deviare ogni sospetto. Scese le scale, spalancò l'uscio della casa, e sul primo dei tre gradini, che presidiavano la porta, girò l'occhio all'intorno, e fiutò l'aria per sentire se spirava propizia. La strada era completamente deserta: percorse il piccolo chiassuolo delle Tenaglie di Porta Tosa, ove abitava Canidia, piegò a destra verso il brolo di S. Stefano, e di là discese per un'altra stretta verso il giardino dell'arcivescovado, che era a quei dì il mercato degli ortaggi; pensando che quella fosse la via più diretta e sicura per giungere alla pusterla del _Butinugo_, una delle meno frequentate della città. Per quella egli intendeva di escire, di pigliare le strade di traverso, e di camminar ben bene prima di voltarsi indietro.

Il giardino dell'arcivescovado, convertito a quei tempi in mercato pei commestibili, era una piazzetta di forma irregolare, ingombra di tende e di baracche, che la facevano simile ad un accampamento. Vegliavano alla custodia ed allo spaccio delle civaje e dei pollami certe comari, dalla faccia abbronzata e dall'età inqualificabile, le quali non avevano altre gentili apparenze del loro sesso fuorchè la gonna e la prontezza dello scilinguagnolo. In attesa del sole e dei compratori, chiacchieravano tra loro con un tuono di voce sì vario e sonoro, che pareva il preludio di una rivolta. Ma i visi, benchè improntati di una fierezza maschia, erano calmi; le braccia e le mani, benchè sembrassero latine e pesanti, pendevano inerti, o vezzeggiavano il turgido abdome.

Se Medicina avesse preveduto d'incontrare tanta gente, non sarebbe passato per quei luoghi; ma poichè vi si trovava, vedendo che il suo aspetto non fermava lo sguardo d'alcuno, e che le abitatrici del trivio erano tutte occupate in provare che i migliori tempi avrebbero racconciato l'appetito della gente e il commercio della roba mangiativa, tirò avanti, studiando il passo, e cercando di nascondere la testa ed il volto nel cappuccio.

Sul più buono, dopo d'aver felicemente superato più della metà del cammino pericoloso, quando cominciava a respirare largamente e a credersi quasi in salvo, vide sboccare da una viuzza e scendere nella piazzetta la sciagurata Canidia, che gli veniva incontro. — La riconobbe subito e tremò. Diè d'occhio a destra e a sinistra per scoprire una scappatoja, e passare inosservato. Non trovando altro partito, escì dalla retta che percorreva, e cercò di nascondersi fra le baracche. Ma la strega che aveva scoperto l'uomo e le sue intenzioni, ripiegando dalla stessa parte e circuendo la medesima baracca, gli si presentò di fronte, piantandogli in volto due pupille di fuoco, che volevano dire un mondo di cose, non del tutto cortesi — Medicina avrebbe voluto risponderle con un'aria attonita e indifferente, come se fosse un uomo nuovo; ma l'ideato stupore si dileguò sur un viso sbugiardato dallo spavento. A dispetto d'ogni proposito, il falso viandante apparve più che mai il troppo noto ciurmatore.

“Dove andiamo a quest'ora e in quest'arnese?„, dimandò ella con piglio arrogante.

“Eh... che dite? che volete da me...? io non ho nulla a fare con voi.... non vi conosco, io: lasciatemi andare„, rispondeva Medicina; e intanto cercava di svignarsela con uno sciambietto un po' troppo svelto per chi portava quella barba. La sua voce era assai alterata; ma era la voce di Medicina falsata soltanto dalla paura.

“Si parte dunque, senza neppur dir _crepa_ agli amici? — riprese la furia, incrociando le mani sul petto con una posa virile, che dinotava minaccia e comando — Tutti i giorni se ne impara una....„

“Lasciatemi andare„, interruppe Medicina con una voce divenuta fessa e piagnolosa, che aggiungeva all'espressione dello spavento il tuono accusatore della preghiera.

“Non mi fuggirai, mio bel cecino d'oro, finchè non mi avrai pagato lira e soldo quel che mi è dovuto.„

Medicina, invece di rispondere, tentò strapparsi dal viluppo e fuggire. — Ma Canidia, non meno pronta di lui, slacciò le braccia conserte, e con una mano di ferro lo strinse al pugno, dicendogli senza curarsi di parlar sottovoce:

“Ah traditore! ah viso di fariseo! È questo il bene che tu vuoi alla Canidia tua? è questa la mercede de' miei servigi?... mostro!„

“Ho da dirvelo un'altra volta che io non vi conosco; che sono un povero...?„

“Ed io ti conosco te, ceffo da capestro„ — e in dir ciò stese la mano sul volto di Medicina, e gli strappò la barba posticcia.

Medicina si sentì perduto. La scena era stata troppo viva perchè sfuggisse alla curiosità delle comari. — Il gruppo dei litiganti era protetto dalle pareti di una baracca; ma più di due occhi avevano già sorpreso lo scandalo, e molte lingue si davano grande premura di strombettarlo alla turba.

L'unica speranza, che ancora rimaneva a Medicina, andò fallita. — Intanto che la folla gli si stringeva intorno, egli con voce pietosa, cogli occhi imbambolati, pel merito dell'antico amore e delle comuni ciurmerie, pregò, supplicò Canidia che non lo perdesse. Raddoppiò, triplicò, centuplicò il valore delle cose promesse, se ella era buona a salvarlo. Quando l'avvicinarsi della folla gl'impedì l'uso libero della parola, l'occhio pietoso e la faccia allibita imploravano mercè, con un'eloquenza ancora più efficace.

Ma prima che si chiudesse intorno a loro una cerchia di gente, Canidia approfittò della confusione del ciurmatore, e, parendole di averlo punito abbastanza, pensò a sè stessa. — Medicina, dopo le minaccie e il tentativo di fuggire, si era messo nella posizione di chi dimanda in grazia la vita; e, per essere più naturale e fervoroso, dimenticava alcun poco la sporta. Tanto bastò alla strega, perchè gliela strappasse senza alcuna difficoltà dal braccio, cui pendeva indifesa. Poscia abbandonò il campo, e cercò di porre in salvo sè stessa e la roba.

A quella sorpresa, rinacque in Medicina l'antico istinto. Imbaldanzito dal pensiero d'aver salva la vita, non s'accomodava a riscattarla a sì grave prezzo. Per riprendere la sporta, in cui era racchiuso il meglio delle sue ricchezze, stese le braccia da forsennato, tentò ghermire Canidia, e corse sui passi di lei. — Ma la folla che lo circondava, dopo avere, per una certa predilezione verso il proprio sesso, accordata l'escita alla donna, si era chiusa di bel nuovo intorno a lui, e gli impediva ogni movimento. Medicina, dimentico dei riguardi dovuti alla sua critica situazione, avvampando d'ira, e non obedendo che ad un bisogno prepotente di riavere il suo tesoro, gridava a piena gola, chiamando per nome Canidia, invitandola a ridargli il mal tolto, denunciandola alla folla come ladra.

Questo era operare una efficace diversione: ma Canidia tramava una vendetta assai più crudele. — Postasi a capo di un bivio, che le offriva un doppio scampo, rimbeccò la denuncia, pronunciando il nome di Medicina, e mostrandolo agli occhi di tutti sotto le spoglie del finto viandante.

Una favilla caduta in mezzo alla polvere può dare un'idea esatta della commozione generale che tenne dietro al suono di quella parola.

“Medicina! lui? l'amico del tiranno, l'ammaliatore, l'assassino, l'indemoniato!„ — gridavano alcune di quelle furie, coi capelli irti dallo spavento e l'occhio stralunato, come se vedessero un rettile velenoso.

“O comari, egli è costui, che vuol togliere al nostro sesso l'unico privilegio che madre natura ci ha dato„ — soggiunse un'altra a cui la paura non aveva alterato l'umore burlevole.

“Vi è una taglia vistosa per chi lo ghermisce vivo, o morto? — Sì. — In comune dunque il merito ed il guadagno; non va bene così? — Da buone sorelle: un po' di carità per tutte.„ Soggiungevano una terza ed una quarta comare.

“Conduciamolo al Broletto. — No, al palazzo di giustizia. — Prima alla curia; bisognerà cavargli dal corpo il demonio. — E se andassimo a S. Eustorgio, dagli abati? — Ma che volete che facciamo noi? chiamiamo i nostri uomini. — Gli uomini! domattina sul fresco! ci porterebbero via tutto il merito, poi tutto il proveccio! — Che bisogno abbiam di coloro? sappiamo anche noi menar le mani, e fare star a segno i prepotenti. — Vivano le donne di Milano! — Suvvia, pigliamolo. — Pigliatelo voi altre, che ne avete maggior agio. — Della corda, della corda; bisogna legarlo. — Bisognerà riguardarlo, condurlo sano e salvo in stia. — Perchè? — perchè fra pochi dì ci renda merito del servigio sulla piazza della Vepra.... Che bel falò...! Che atto di giustizia...! — Muojano i paterini e gli scomunicati. — Viva Milano, viva Giangaleazzo!„

Tali erano i detti, o meglio le grida, che escivano da quelle creature, tutt'altro che degne d'appartenere al sesso gentile.

I detti erano fino a questo punto più larghi e decisi che non le azioni. Ma l'attrito di tante e così fervide parole avrebbe fra poco conciliate le volontà dissenzienti, e messe in movimento le braccia fin qui inoperose. Medicina non attese di vedersi soffocato da quelle furie, e tentò un colpo da disperato. Trasse di sotto un coltello; e, facendolo guizzare per l'aria, gridò: “Avanti chi ha coraggio.„ Il tiro parve ottimo: invitare il nemico a farglisi incontro fu precisamente come respingerlo. — Subito gli si aperse intorno un po' di largo; da una parte, la siepe delle persone già gli presentava una breccia accessibile. — Tentò di fuggire per essa; stese il braccio armato, e lo rotò davanti a sè. — Le più vicine indietreggiarono sbigottite; le altre, ritirandosi sui lati, allargavano il varco all'escita del furibondo.

Allora tornò a sperare: pochi passi ancora, un po' di coraggio, ed egli era salvo. — Ebbe tempo di rallegrarsene fra sè e sè; vagheggiò nella mente il pensiero della libertà, e gustò la vita dopo d'aver sentito i tocchi dell'agonia. Quanto alla roba perduta, pazienza: gli avanzavano mente, libertà e coraggio per raggranellare un altro tesoro. — Ma correva egli confidente sullo sgombro, quando ad un tratto si sentì côlto da una dolorosa stretta, che, cagionandogli una specie di vertigine, e soffocandogli il respiro, lo incatenava al suo posto. — Una di quelle femine che teneva fra le mani la corda tanto richiesta, e che l'aveva annodata all'estremità, facendovi un cappio corsojo per legare il prigioniero, al vedere che costui gli fuggiva davanti, tentò di giovarsene per arrestarlo. — Allargò il nodo; lo prese colla mano destra, mentre colla manca teneva il capo opposto; indi lo scagliò in aria con tale giustezza, che il nodo investì la testa di Medicina, e gli scese fino sulle spalle. — Un passo di costui fece scorrere il nodo, e incapestrò il fuggitivo.

Le sue smanie non facevano che stringere più fortemente il laccio: l'infelice non lasciò intentato ogni mezzo per liberarsene. — Le minaccie e le bestemmie, che gli gorgogliavano nella strozza, morivano in un rantolo simile al singhiozzo d'un moribondo; una bava densa e insanguinata gli bolliva sulle labra. Sollevò di nuovo il coltello, e, rivoltolo contro sè, tentò di tagliare la corda; alla peggio, si sarebbe recise le canne della gola piuttosto che arrendersi. — Ma il suo disegno fu prevenuto e mandato a male; una strappata di chi sa quante braccia, ciascun pajo delle quali aveva impiegato una forza doppia della richiesta, lo fece traboccare: nella caduta gli fuggì di mano il coltello. Con una voce strozzata, implorò da quelle furie non la sua libertà, ma la grazia di morire secondo la legge, dopo una sentenza e per mano del carnefice: non ivi, sul lastrico, senza aver dimandato perdono a Dio de' suoi peccati. — Pregò, promise, pianse come un fanciullo. — E il cuore di quelle femine, a cui bastava di potere servire alla legge, e di prepararsi un bel guadagno e lo spettacolo di un rogo, si mostrò pronto ad accondiscendere alla preghiera, purchè si levasse, e non facesse resistenza. — Si alzò difatto; ma era malconcio, pesto, deforme; aveva la faccia livida, gli occhi injettati di sangue, le membra contuse e tremanti.

Percorse un tratto di strada senza offese; non contando le contumelie, che gli venivano lanciate, e che egli più non udiva. — Ma, giunto il corteggio sulla piazza dell'Arengo, incontrò una turba di gente avvinazzata, che, veduto il parapiglia e inteso di che si trattava, volle avere la sua parte in quell'atto di giustizia.

La mente si ritrae con ribrezzo dal pensare a quali eccessi possa giungere la mano dell'uomo, dissenziente lo spirito, o illuso in strana maniera da un falso ossequio alla publica moralità. — La frenesia, che invade l'individuo, e gli toglie il senno e la coscienza, fermenta pure nelle turbe, e ne confonde la ragione. Fuorviate dal delirio, esse smarriscono la consapevolezza dell'opera loro, e si affaticano a raggiungere un effetto perfettamente contrario a quello già vagheggiato dalle intenzioni. — Quasi sempre gli assassinii, perpetrati da una plebe furibonda, sono la somma di tante piccole intemperanze, ciascuna delle quali è per sè stessa una perdonabile violenza. — Il presente fatto ne è una prova. Ad uno ad uno, quei popolani s'aspettavano di vedere un atto di giustizia richiesto e sanzionato dalla legge. Ma in ciascuno v'era un fremito d'odio, che richiedeva uno sfogo; nessuno volle o seppe rinunciare alla sodisfazione di esprimerlo, credendo di porgere una testimonianza d'abborrimento al male, di fare un atto di riverenza alla giustizia. — Non un'arma si drizzò contro Medicina; non si pensò di tentare a' suoi giorni; anzi, tutti lo volevano salvo. Ma intanto ei fu vittima di una generale esazione di piccoli insulti. Egli non giunse al Broletto, ma vi fu trascinato di forza: e nel momento che la turba credette di consegnare alla legge un reo, scoperse che il reo era fatto cadavere. Si cercò invano sul suo corpo una ferita mortale. Nessuno lo aveva ucciso; ma gli urti, gli spintoni, le ceffate, i calci, che lo facevano cadere a terra, e le strappate che ne lo sollevavano brutalmente, erano tal somma di mali, cui non potè reggere forza umana. Nessuno lo aveva ucciso; ma egli era morto. La pena aveva preceduto l'invocato giudizio.

Quest'atto feroce fu indegno di un popolo, che inaugurava l'impero della legge, e voleva fare un passo verso la libertà. Fu lo stravizzo del famelico, che dinanzi ad una copiosa imbandigione dimentica la temperanza, ed obedisce agli istinti.

Quanto a Medicina, una fine tanto orribile era la sola veramente degna della sua scelerata vita.

CLIII.

L'accorto Giangaleazzo gradiva le rumorose acclamazioni del popolo che, rovesciata ogni memoria della mala signoria, consacrava in lui la speranza e il principio di un nuovo ordinamento. In cuor suo, però, preferiva ai vaporosi osanna la muta eloquenza dei suffragi raccolti nell'urna del Consiglio. La riconoscenza dei milanesi era viva e sincera; ma il nobile sentimento, anche negli animi generosi, corre la vicenda d'ogni cosa umana. Il tempo avrebbe manifestato che agli interessi del popolo si legavano quelli del suo liberatore, e che il Conte di Virtù, rialzando gli oppressi, sollevava sè medesimo. Affrettò quindi il giorno del pronunciamento, non per togliersi giù da un'incertezza, ma per avere nelle sue mani un documento della volontà popolare: il chirografo, per così dire, della sua legittima proprietà.

Venne il giorno designato all'adunanza del Consiglio generale. La solennità fu splendida. L'etichetta rigida e simmetrica dei magistrati, dei nobili, dei cortigiani, si contemperò nella gioja semplice, ma cordiale, della folla. Appo i primi, la gelida ragione prevaleva agli affetti; in questa, gli affetti sorvolavano le etichette e la moda. — Ma l'intelligenza ed il cuore in quel dì miravano concordemente ad un solo scopo.

L'adunata si tenne nel Broletto nuovo: quel palazzo colossale ed isolato che surge ancora nella piazza dei Mercanti, e che implora di svestire le goffe forme del seicento per mostrare quelle semplici e maestose del secolo della libertà. Il podestà Liarello da Zeno reggeva il Consiglio. Accanto a lui sedeva l'arcivescovo Antonio da Saluzzo, il quale, intervenendo all'adunanza e mostrando la sua franca adesione al nuovo governo, tranquillava la coscienza dei pochi che, in mezzo al conforto del bene ottenuto, sentivano qualche scrupolo sul mezzo che erasi adoperato.

Assistevano al Consiglio due vicarii del principe, uno dei quali era il greco Demetrio Sidonio, il più illustre oratore dell'epoca. — Fu affidato a lui l'incarico di leggere e di commentare l'atto d'accusa lanciato contro Barnabò Visconti. Non spese molte parole intorno alle sue crudeltà, perchè a tutti note; ma s'arrestò ad esporre per minuto ed a provare come Barnabò attentasse alla vita del signor di Pavia; onde trarne la conseguenza, che la condotta di questo non era che un atto di legittima difesa.

Le comunità, _i paratici_, i collegii dei dottori erano rappresentati nel Consiglio dai rispettivi eletti. Ciascun ordine di cittadini avrà avuto interessi e speranze sue proprie: ma concorde in tutti era l'odio contro la caduta signoria. Per la qual cosa, il voto di decadenza contro Barnabò Visconti fu pronunciato all'unanimità; ed unanime del pari fu quello che deferì la sovranità di Milano a Giovanni Galeazzo conte di Virtù e signore di Pavia.

Basterà il dire, pel resto, che quello fu un vero giorno di festa per tutti. — Dopo tanti anni di una toleranza muta e inoperosa, quello era il primo dì in cui il popolo milanese faceva sentire la propria voce. La sua parola era sovrana; colui che poco prima stringeva in catene il tiranno, si chinava davanti alla volontà popolare, e, interrogandola, non imponeva nè supplicava. Ma se in quel momento, all'indimani di tante sventure, e col vicino esempio di una città sorella che lodavasi della mitezza del suo principe, l'elezione di Giangaleazzo era e doveva essere una necessità, quest'atto di deferenza, quando fossero mancate sode ragioni all'unanime voto del popolo, vi avrebbe fortemente contribuito.

Come poi si manifestasse la gioja publica non torna a conto di esaminare e di descrivere. Ognuno di noi ha veduto più di quanto è necessario per farsene un'idea precisa. Nel secolo nostro la crudeltà di Barnabò non sarebbe stata cosa possibile: noi abbiamo provato altre sventure, altro genere di servitù e di tirannia. — Quale, tra la recente e la lontana, sia la peggiore è facile il dirlo, quando si pensi che il delirio di un uomo è passaggero; ma che la consacrazione di un principio di servitù incatena le generazioni. La tirannia dello straniero, anche quando fu mite, fondavasi sopra l'assurdo rispetto di un'autorità iniqua, che, per essere più durevole e produttiva, seppe qualche volta imporre a sè stessa una misura nell'esercizio de' suoi odiosi diritti. Ma dicasi ad onore del vero: nulla fu più esiziale alla patria nostra, quanto quella mitezza che ci voleva fare rassegnati alla signoria straniera.

La festa d'allora fu invero l'espressione d'una sola città. È dubio se ne varcasse le mura. Forse, nel novero delle ragioni che determinarono l'unanimità degli elettori, figurò non ultima l'ingenerosa ambizione di un Comune, che per tale atto conquistava il primato su venti città italiane. Il sentimento della gloria e della grandezza municipale prevaleva a quello della ricostituzione di una patria comune. L'Italia era un mito, davanti al quale s'inchinavano gli ignorati studiosi della storia antica, o i chiosatori di Dante. — Ma il riconoscere la patria che Dio ci ha dato, e il volgere ad essa ogni pensiero, ogni affetto, ogni palpito di vita, il sacrificare per essa le tradizioni e i vanti municipali, anzi il fare del sacrificio una gloria, doveva essere lavoro di molti secoli, frutto di lunghe e più gravi sventure.

Quella festa pertanto non fu che un'ombra scolorata di quelle che vediamo oggidì. Gli annalisti parlano di luminarie, di giochi, di corse, decretate dal Comune a solennizzare il fausto avvenimento. Saranno state cose splendide, non v'ha dubio; ma la più modesta espressione di esultanza, con che noi abbiamo celebrato la meno importante delle nostre vittorie, è solennità più augusta; perchè senza misura più sacro è il pensiero che le dà vita.

Ai venticinque dello stesso mese, Barnabò co' suoi figli, colla virtuosa Donnina dei Porri sua moglie, accompagnato dai pochi servi che gli erano rimasti fedeli, fu tolto dal castello di Milano, e tradutto, sotto la scorta di Gasparo Visconti, alla Rocca di Trezzo, che lo stesso prigioniero aveva rabbellita e fortificata pochi anni prima, con ben diverso intendimento. Sotto il peso della sventura il suo animo parve raddolcirsi alquanto. Sopportò la prigionia con una pazienza esemplare, se si ha riguardo al suo carattere rabido ed irrequieto. — Forse, riconoscendo allora tutto il male che aveva fatto, provò che la pena non era grave, e la riguardò come l'espiazione de' suoi tanti delitti. Dopo alcuni mesi di una vita inoperosa e tutta dedita alle opere di pietà, trovò la morte sul desco della famiglia: da chi propinata, gli storici non lo dicono asseverantemente. Sospettarono alcuni, che la signoria di Milano, temendolo ancorchè prigioniero, cercasse modo di sbrigarsene. — L'asserzione è affatto gratuita; il Conte di Virtù possedeva troppi mezzi a comprimere ogni conato di rivolta, senza ricorrere a quest'estremo; e l'intera sua vita ci porge bastanti prove per asserire ch'egli fu estraneo a quest'atto d'inutile vendetta.

CLIV.

A quest'epoca la storia nostra esce da' suoi angusti confini, e si svolge in un campo assai vasto.

L'atto violento, con cui Giangaleazzo rovesciò il trono di suo zio, non era soltanto, come parve a molti, una conquista od una rappresaglia. Con quest'unico intento, nè il proposito di liberare i vicini da un giogo insopportabile, nè il diritto di castigare un finto alleato colle stesse sue armi, avrebbero giustificato l'uso di un mezzo troppo sleale. — Un alto concetto ferveva nella mente del Conte di Virtù, quando pose il piede in Milano. Era il sogno di tutta la sua vita che stava per divenire una realtà; era lo scopo di tutte le sue azioni, ch'egli s'avviava a conseguire.

Giangaleazzo meditava di raccogliere sotto il suo scettro le varie provincie d'Italia, per costituirne un regno a beneficio di un principe italiano. Egli aveva fatto il primo passo all'arditissima impresa.

Dopo la caduta della stirpe longobarda, che, in due secoli di dimora nella penisola, ne aveva meritata la cittadinanza, l'Italia alienò definitivamente la sua corona, permettendo che divenisse retaggio dei principi Franchi e Tedeschi. — Le costituzioni dei comuni, propugnate dalle republichette del medio-evo, risvegliarono e mantennero nel popolo l'amore della libertà e delle armi. Ma quello stesso orgoglio, che consigliava minate violenze tra città e città, e che si nutriva di povere glorie municipali, non permetteva agli italiani di riconoscersi e di stringersi fra loro. Nè mai una somma, per quanto grande, di fortune parziali avrebbe potuto ricomporre la nazione. Alla sua esistenza richiedevasi lo sviluppo di un concetto nuovo, consacrato da una nuova virtù: il sacrificio degli interessi individuali. — Di nazione non avevasi un'idea; non si conosceva tampoco la parola. Era dunque vano lo sperare che le singole membra di questo corpo si associassero spontaneamente per tentare un'impresa colossale. Perocchè se i deboli e i poveri comuni la potevano desiderare, le città più floride e culte che avevano storia, leggi, armi proprie, non si lasciavano indurre a dividere colle minori una superiorità troppo invidiata.

Il mezzo infallibile di promovere la solidarietà fraterna ce l'avevano insegnato in addietro gli invasori stranieri, irrumpendo sulle nostre terre e portandovi la desolazione e la servitù. — Nella sventura i popoli riconoscevano l'unità della stirpe, e si riconciliavano per stringersi alla difesa; ma fatalmente, passato il pericolo, s'intiepidivano gli affetti.