Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 26

Chapter 263,733 wordsPublic domain

Non tardò a presentarsi un'occasione favorevole per mandare ad effetto i suoi disegni. Quando il carceriere entrò nella sua cella, e, con un fare meno brutale del dì precedente, le raccontò ciò che noi diremo tra poco e che Agnese aveva già indovinato, questa si giovò del buon momento per pregarlo a volergli procurare di che scrivere; asserendo che aveva da riferire qualche cosa d'assai importante alla principessa. Dietro giuramento che non avrebbe usato di questo favore per lasciar nelle secche il compiacente aguzzino, le fu recato ciò che chiedeva. Agnese ripiegò la lettera di Rodolfo in un foglio di carta, e vi scrisse sopra le seguenti parole:

“Non odiate colei che, dal fondo di un carcere, vi dà l'unica prova di affetto, che le è concesso d'offrirvi. — Io rendo a voi la vostra pace; in compenso vi chiedo che mi sia restituito mio figlio. Voi non udrete più parlare di me; io vi avrò sempre nel cuore, se accoglierete generosamente la preghiera di una madre infelice.„

Caterina, nel leggere queste parole, trovandosi di bel nuovo padrona del suo secreto, sentì non quanto fosse generosa la sua supposta rivale, ma quanto grave era il pericolo a cui andava incontro, se non accoglieva la proferta; il perchè le fece buon viso. — È troppo il dire che rimanesse vinta dalla generosità di Agnese: più conforme al vero è il supporre che la vulgare sua passione, deviata dai tristi propositi dopo gli avvenimenti, la consigliasse ad accettare una tregua.

All'idea delle grandezze, che le venivano annunciate dagli splendidi fatti di Milano, obliò del pari i rancori verso Agnese e la sventurata sorte di suo padre; fece porre in libertà la prima, ed apparecchiò un sorriso di compiacenza pel momento in cui avrebbe salutato il nuovo signore di Milano.

Agnese, appena escita dal suo carcere, fu invitata a comparire davanti alla principessa. — L'aspetto di costei era sereno; sembrava che la nuova grandezza avesse cancellato sul suo volto fino le traccie dell'astiosa passione del giorno prima. Ricordi il lettore, che quando Barnabò offerse a sua figlia il trono di Pavia in luogo di un chiostro, ella accolse il primo anche a condizione di legare le sue sorti ad un uomo, che non amava, e da cui non poteva essere amata. Ella esciva ora da un egual bivio, con un'eguale risoluzione: accettava la raddoppiata potenza della sua casa, e il seducente splendore della nuova signoria, malgrado la disgrazia di suo padre, e col dubio d'avere al fianco una rivale. Svolgere nel suo cuore un sentimento di pietà per la sorte infelice del genitore e dei fratelli, sarebbe stato come rinovare il prodigio della favolosa statua di Pigmalione. — Cosa meno ardua per lei era il convincersi che le sue gelosie erano infondate.

Agnese cercò d'imbonirla colle parole, come prima tentò di farlo colle azioni. — Il vederla rinunciare ad una vendetta sì bene apparecchiata e sì prossima, riconfortò l'animo di Caterina: ma più ancora valsero a tranquillarla le ripetute istanze con cui Agnese chiedeva d'essere allontanata dalla sua corte. Nella preghiera poneva costei tutto il suo cuore; le parole erano sì ingenue e sì fervide, che diveniva impossibile il metterne in dubio la sincerità.

Caterina, che s'accingeva ad abbandonar Pavia per ricongiungersi al suo sposo nella reggia di Milano, non volle diminuire il suo corteggio, privandolo di una delle sue più belle dame. — Alle ragioni rispettose ma insistenti, con cui questa le chiedeva la propria libertà, ella opponeva con affettata cortesia esser necessario il consultare il suo signore. Il dubio che questi le chiedesse conto della mancanza di Agnese, la forzava a non aderire alle sue brame; e l'altro più grave sospetto, che Agnese potesse un giorno dimenticare la promessa del silenzio, le impose di usarle in seguito tutte le apparenze di una protezione benevola e costante — Da quel dì Caterina ed Agnese non furono, ma parvero amiche.

Chi pagò le spese degli errori della principessa fu l'incauto scudiero. Nel bel momento in cui attendeva il premio de' suoi fidi servigi, scomparve dal castello, e non s'ebbe più nuova di lui.

CL.

Qui finisce la cronaca; ma le fila degli avvenimenti, che rimangono interrotte, ricompajono, s'intessono e si sviluppano di nuovo nell'ordito della storia patria di quell'epoca. — Dal Corio al Verri, da questo agli storici ed ai novellieri contemporanei, tutti riconoscono i nostri personaggi, e attribuiscono loro una parte più o meno importante nella storia. E non solo ci narrano le vicende private ed intime dei Visconti; ma traducono sulla scena, non ultimi fra gli attori, Agnese Mantegazza, suo figlio Gabriello, e fin anco Medicina.

Era quindi mio pensiero di chiudere queste pagine coll'additare al lettore su quali altre più autorevoli avrebbe potuto trovare la continuazione dei fatti interrotti. Mi parve che, un po' per cortesia, un po' per l'affetto portato a qualcuno dei nostri personaggi, egli avrebbe seguito il nostro avviso: chè, in fin dei conti, questa è storia nostra; nella quale, se non vi ha sempre di che menar vanto, non manca mai qualche cosa da imparare. — Ma perchè, dico io, non farò io stesso quello che è consigliato agli altri? perchè non metterò a disposizione di tutti la fatica di un solo?... Se un forastiero poco pratico delle nostre strade ci dimanda la via per giungere al tale o al tal altro luogo che egli vorrebbe visitare, è prima regola di cortesia che gli diciamo: va dritto, o volgi a manca, o ritorna su' tuoi passi. Ma sarà atto più gentile se lo guidiamo fino alla meta, e gli facciamo un po' da cicerone. Quando egli non avesse bisogno della nostra scorta, noi ce ne andremo; ma se, nel dirgli quel poco che abbiamo raccolto dall'uso, possiamo istruirlo di ciò che egli non sa, certo non ci vorrà male pel servigio anche piccolissimo che gli abbiam reso; anzi, ce ne saprà grado, e ce lo mostrerà colla mancia.

CAPITOLO VENTESIMO

CLI.

Nel giorno 6 maggio 1385, di fortunata memoria pei milanesi, il Conte di Virtù aveva lasciato Pavia, come si è detto, e si avvicinava a Milano, col secreto intendimento di farla libera dalla mostruosa signoria di Barnabò, e d'inaugurarvi un governo mite e glorioso.

Rodolfo e Lodovico, i due maggiori figli di Barnabò, si erano spinti qualche miglio fuori di Porta Ticinese, col pretesto di andare incontro al parente, e di fargli onore; in realtà movevano ad esplorare i procedimenti dell'inimico. — Vista da lungi la comitiva, e scoperto dal polverio che doveva essere molto numerosa, avrebbero voluto rivolgere tosto i cavalli verso Milano per annunciarvi l'arrivo di una compagnia, avviata in apparenza a tutt'altro che ad una pratica di devozione. Ma, poichè gli officiali del Conte di Virtù movevano al galoppo incontro ad essi, e li salutavano collo sventolare delle ciarpe, il retrocedere sarebbe stato un atto scortese, quando non sembrasse viltà. Rodolfo e Lodovico, pertanto, affrettarono il passo; e, giunti in faccia al cugino, scambiarono con lui le cortesie d'uso.

I due fratelli, ancora più insospettiti dal rilevar meglio il numero e l'agguerrimento della comitiva del conte, s'accorsero tosto che le convenienze ricevute e scambiate non erano schiette. Cercavano essi di tenersi al largo, e d'aver libera la strada e l'uso delle armi; ma gli officiali del conte, simulando un'amicizia ossequiosa e sollecita, non sapevano spiccarsi dal fianco loro.

Quell'apparato di forze tanto discorde coll'umile invito del conte, l'aria commossa stampata su qualche volto meno abile a nascondere un mistero, una o due parole dette a caso e raccolte, come si suol dire, per aria, l'aspetto guerriero dei più, e sopratutto il piglio nuovo e risoluto di chi li guidava, cangiarono i dubj in certezza. Rodolfo e Lodovico, lontani l'uno dall'altro, tradussero le loro condoglianze in un'occhiata d'intelligenza e in un sospiro. Il conte, avendo indovinato l'angoscia dei cugini, cercava di rassicurarli raddoppiando le cortesie; ma intanto i suoi officiali stringevano sempre più da vicino i nuovi arrivati.

Il corteggio attraversò quella parte di abitato, che chiamasi oggigiorno Borgo di Cittadella, e che allora era infatti un quartiere suburbano fortificato; e piegò a sinistra radendo la fossa e le mura per tutto il tratto che da Porta Ticinese si stende fino al Ponte di S. Vittore, dov'era la pusterla di S. Ambrogio. — Quivi giungeva dall'interno della città il signor Barnabò, seguito da pochi cavalieri e in compagnia di un frate; e, non appena ebbe veduto il corteggio, spronò la mula, e mosse di trotto incontro a chi arrivava. Ma il Conte di Virtù lo prevenne; e, facendosi vicino a lui più sollecitamente, lo salutò con grande riverenza.

Era questo il segnale convenuto. — Jacopo dal Verme, spingendo furiosamente il proprio cavallo in mezzo al seguito del signore di Milano, pose la destra sulla spalla di Barnabò, e gli disse “siete prigioniero„. Allo stesso momento, Ottone da Mandello strappò dalle mani del principe le redini; e, per disarmarlo più presto, gli recise i pendagli della spada. Il marchese Malaspina si fece consegnare le armi da Rodolfo e da Lodovico. Gli altri del sèguito di Barnabò dovettero cederla, o l'offrirono spontaneamente. Al solo frate non fu fatta violenza.

Nessuna ragione, nemmanco l'interesse supremo della patria, giustifica il tradimento. La storia, che pure riconosce nel Conte di Virtù una mitezza ed una sagacia egualmente superiori al suo secolo, sarebbe più pronta a perdonargli quest'atto se avesse adoperato mezzi anche più violenti, ma meno sleali. — Una sola circostanza attenua alcun poco la sua colpa. Se Giangaleazzo avesse ritardato d'un giorno solo la cattura di Barnabò, egli sarebbe stato vittima di un egual tradimento. Perocchè il signor di Milano aveva dentro di sè fermamente risoluto di rendersi tosto padrone di Pavia; al quale scopo non avrebbe esitato davanti a mezzi anche più vili.

La storia non dice se più tardi Giangaleazzo abbia riconosciuto la gravezza del suo procedere. È a credere che in quel dì non giungesse pure a dubitare d'avere male operato: giacchè il popolo milanese accolse la novella con un'esultanza indescrivibile, e coprì di plausi frenetici e di viva il suo liberatore.

Intanto che Barnabò coi figli ed i famigliari veniva rinchiuso e custodito nel castello di Porta Giovia, il Conte di Virtù percorreva Milano trionfalmente.

Per far completa l'ebrezza del popolo, il quale in quel giorno di rivolgimento voleva pure riserbato anche a sè il diritto di commettere qualche violenza, il conte gli concesse per decreto, ciò che la turba s'era già pigliato: il saccheggio, cioè, dei palazzi di Barnabò e de' suoi figli. Nessun volere di principe ebbe più pronta e più completa esecuzione. La plebe, divisa in gruppi, si gittò furibonda sugli edificii designati. I primi e i più fortunati posero la mano sull'oro e sugli oggetti di valore; ma le turbe susseguenti ed i tardi arrivati, proclamando in quel giorno il diritto di eguaglianza, manomettevano le ruberie dei primi. I fardelli dei saccheggiatori erano alla loro volta saccheggiati: oggetti preziosi, giojelli di valore incalcolabile, andavano perduti, calpestati ed infranti: tutti volevano avervi la parte loro. Cresceva la folla, non il numero delle cose atte a sbramarla. Non due braccia ma dieci, ma venti, si allungavano risolute per afferrare lo stesso oggetto. Da ciò dispute e risse; violenze e bestemmie. Infine non era più questione di preda, ma gara di distruggere. Le suppellettili, che non potevano essere tenute o trasportate da due mani, erano pallate ora in un senso ora in un altro, poi manomesse e fatte in bricioli; e, perchè questo non avesse più di quello, venivano lanciate dalle finestre. Dopo due ore di soqquadro, non avanzarono che le nude muraglie; e se queste pure non furono spianate, gli è che anche il distruggere costa fatica, e che i guastatori erano in fine d'ogni loro forza.

La plebe sbrigliata era stanca, ma non sazia del bottino; tanto più che, dopo aver troppo affaticato, scoperse d'aver distrutto fin anco il suo guadagno. Dai palazzi di Barnabò si volse quindi ancora più cupida a quelli dello Stato; e quivi, senz'esservi autorizzata dal decreto del principe, invase le dogane e gli officii delle gabelle, disperse il sale raccolto, compensandosi collo sperpero dell'averlo in addietro pagato troppo caro; e, poichè colà non trovò da far preda di denaro o di roba, raccolse i catasti, i libri e quante carte puzzavano della passata tirannide, e condannò il tutto alle fiamme; pensando di riavere l'abbondanza, quando fossero scomparse quelle memorie della passata miseria.

Ma intanto che il popolo si sfogava sulle reliquie dell'odiato governo, Giangaleazzo poneva al sicuro il tesoro di Barnabò, trovato nella rôcca di Porta Romana, e consistente in tal copia di metallo nobile da caricarne sei carra; valore immenso a quei dì, che si stimò oltrepassare i settecentomila fiorini d'oro.

Esultava il popolo milanese in mezzo a tanta baldoria. Esagerando il valore del tesoro scoperto, credeva di non aver più a sopportare tasse od imposte. Ma in mezzo alla publica festa, la più grande e la più sincera gioja nasceva dal pensiero d'aver cangiato il feroce padrone in un principe mite e generoso. — Era un pezzo che i milanesi invidiavano gli abitanti di Pavia; ora la generosità, con cui il Conte di Virtù aveva trattato il popolo di Milano in quei primi giorni, lo confermava nella stima che s'era concepita di lui. — Ond'è che non poteva apparire in publico, senz'esservi acclamato principe e signore. Dal canto suo il conte, mostrandosi lieto delle accoglienze, dichiarava agli amici, ai magistrati ed a tutti, che non avrebbe assunta la Signoria, se il consiglio generale della città non gliela conferiva nelle forme richieste dalla costituzione del paese.

L'ira del popolo contro tutto ciò che apparteneva all'esecrato governo, non ebbe fine coi saccheggi. Vi erano in città memorie più vive e più palpitanti delle sofferte sventure; v'erano i complici della recente tirannide. E il popolo li andava cercando; e, quando credeva di averne trovato uno, lo voleva acconciare a suo modo.

Le poche famiglie, che erano legate al governo di Barnabò, o che ne godevano i favori, lui caduto, abbandonarono la città, e si ritirarono nelle castella, lasciando che i successivi avvenimenti dichiarassero meglio di chi era la vittoria, e che intanto si raffreddasse il furore del popolo. Molt'altri, credendosi meno in vista, o pensando essere la fuga un partito troppo avventato, se ne stavano rinchiusi, studiando qualche nascondiglio, preparandosi una doppia escita pel caso d'invasione. Altri ancora avevano preso il partito di unirsi agli schiamazzatori, di scendere in piazza, e di gridar con essi viva; badando a gridar forte e fra i primi: e, in mezzo a questi, erano alcuni che pochi dì prima insultavano il publico dolore, fatti arroganti dall'immunità guadagnata a prezzo di adulazioni e di denuncie. — E il popolo anche allora si mostrò pronto a menar buoni questi sùbiti ravvedimenti, e a perdonare, nella maggior parte dei casi, il triste passato.

V'era poi un grande numero di persone, che, come avvien sempre, diceva di aver veduto e predetto il grande avvenimento in mille occasioni. A sentirli, costoro si erano fitti in capo da un pezzo che le cose non potevano andar sempre ad un modo, che alla fine dovevano mutare; che Dio non paga il sabato; e assicuravano, che avrebbero voluto avere tanti ducati in tasca, quante volte avevano susurrato all'orecchio di Tizio e di Sempronio, che messer Barnabò doveva fare mala fine. — Colle chiacchiere sanavano essi qualche antica piaga; e tornavano amici con coloro che poco dianzi solevano guardare obliquamente.

Se un popolo, insultato lungamente in ciò ch'egli ha di più sacro ed inviolabile, avesse il diritto di farsi giustizia da sè e alla spicciolata, dovremmo dire che anche in questa occasione i milanesi furono assai generosi; perocchè, dopo di aver dato sfogo alla naturale passione manomettendo le spoglie dell'inimico, si sentirono l'animo così sazio ed alleggerito, da non chiedere altre vendette. — La publica festa fu accompagnata da dimostrazioni che toccavano al delirio, ma non fu bruttata di sangue. I tristi fautori della mala signoria avevano subito la più grave e la più giusta delle pene, assistendo al trionfo dei loro naturali nemici.

CLII.

La condotta di Giangaleazzo era un frutto precoce di quella politica astuta e temperata, che in lui nasceva da istinto, e che più tardi divenne una scienza a beneficio dei governanti.

Egli era certo di possedere le simpatie dei milanesi; finse nullameno di metterle in dubio onde provocare il voto publico, e farsi forte della sua autorità. Per tal modo, egli cessava d'essere il solo responsabile delle sue azioni, e metteva il nuovo governo sotto l'egida della sovranità popolare. Ma ciò era ancor poco. Il modo violento col quale aveva trattato lo zio, immune da censura finchè durava l'ebrezza della vittoria, coll'andar del tempo, e dietro il naturale illanguidirsi delle memorie, poteva divenire titolo d'accusa contro di lui. Bisognava cercare la via di giustificarlo. Laonde, ordinò che per cura di specchiati cittadini si raccogliessero i fatti che aggravavano la condotta di Barnabò, e si compilasse un regolare processo della sua decadenza.

Non fu d'uopo ricorrerere a calunnie o ad esagerazioni perchè Barnabò apparisse reo di gravissimi delitti e indegno dell'autorità sovrana. Gli atti di ferocia da lui commessi furono registrati e documentati colla maggiore esattezza. La sua prepotenza contro il clero, lo sprezzo delle scomuniche e l'empietà della sua vita, lo qualificavano come un uomo abbandonato da Dio. Il progetto di dividere lo Stato fra i suoi figli, lo accusava di violazione degli statuti patrii. Nel sommovere la feccia vennero a galla molte circostanze prima ignorate. Si potè provare che Barnabò tramava contro la vita e la signoria del nipote. Per ultimo, venne asserito che colle arti diaboliche e coi maleficii aveva rese sterili le nozze del Conte di Virtù; onde, in ogni caso, diventare signore di Pavia per legittima successione.

Queste accuse non avevano bisogno di prove: le prime perchè troppo evidenti, l'ultima perchè assurda. — Eppure, mentre quelle non aggiunsero alcuna importanza al già fatto, questa produsse conseguenze nuove ed inattese. — L'attentato di Barnabò contro la vita del nipote risvegliò lo sgomento, che tien dietro ad un pericolo prossimo e gravissimo superato felicemente, ma del tutto a caso. La taccia di stregoneria aggiunse al ribrezzo di un nome esecrato un prestigio fatale e terribile, che destò nelle menti impaurite il bisogno di premunirsi contro una potenza sovrumana, domata forse, ma non ancor vinta. Gli assassinii e le crudeltà erano fatti completi, da cui non potevano nascere altre conseguenze; queste tenebrose macchinazioni mettevano capo nel vuoto; e le menti inferme, atterrite dal precipizio che si vedevano davanti, si logoravano nel consultarne la profondità ed il pericolo; pareva che il raccapriccio, che ne provavano, contenesse qualcosa di lusinghiero.

Il publico non si curò di quanto già sapeva. Si arrestò di preferenza ad esaminare questa nuova accusa, dimandandone ad alta voce spiegazione, ed aspettando che fosse fatta giustizia. — Siccome Barnabò, come principe, sfuggiva alla pena del suo delitto, la vendetta del popolo volle rifarsi del frodato spettacolo, cercandone più al basso i complici. È raro, che la mente umana non sogni d'aver scoperto il vero, se lo cerca in mezzo all'errore. Quanto più il delirio è grave, altretanto le visioni acquistano forme sode e precise, che le fanno simili alla verità.

Bastò quindi che una sola persona pronunciasse a caso o ad arte il nome di Medicina, perchè altri lo ripetesse, aggiungendovi che quegli era il complice tanto ricercato. Ciò che da prima parve solo possibile, sembrò poi probabile, e finì per essere tenuto come certo. Circolò la notizia per le bocche di tutti; e chi la riceveva come un sospetto, la rimetteva in giro siccome un fatto.

In questo caso, la coscienza publica non aveva bisogno d'armarsi di solide ragioni nè di una dose speciale di credulità, per convincersi che Medicina era uno scelerato. Non era fargli torto il crederlo atto e pronto ad ogni nefanda azione; se il delitto che gli veniva imputato era possibile, egli, il ribaldo per eccellenza, doveva esserne macchiato.

La vita di Medicina era un mistero; ed il mistero s'accomodava facilmente alle ipotesi le più arrischiate. Sapevasi ch'egli era esperto nelle scienze occulte e nella negromanzia, che godeva di una privilegiata domesticità col principe; che infine era ricco, e che ammassava l'oro a palate. — Tutti indizii che nella mente del vulgo lo condannavano senza remissione.

Come la pensassero i giudici, noi sappiamo. — Ma siccome v'era più d'un motivo per procedere contro Medicina, anche senza piegarsi alle superstizioni popolari, così dobbiamo ritenere, che sia stata saggia cosa l'ordinarne l'arresto.

Ma il ciurmatore, preveduta la disgrazia, per sfuggire alle ricerche della giustizia, riparò nel tugurio di Canidia; la quale, quando non era una sibilla, diveniva la più laida bugandaja di Porta Tosa. Due o tre giorni di inutili pratiche per parte della giustizia e de' suoi bracchi, avevano dato tempo al publico di calmarsi alquanto, e l'agio a Medicina di proveder meglio ai casi suoi. — Dolevagli però la vita sfaccendata e neghittosa; e, per quanto si sentisse sicuro della protezione di Canidia, sentiva il bisogno di mutar aria, e d'andarsene lungi da Milano le cento miglia, in luogo sicuro, dove ravviare qualche intrighetto e godersi in pace i frutti della professione. Dopo quattro giorni di ritiro, che gli parvero un secolo, pensando che il furore popolare fosse interamente sbollito, stimò venuto il momento di escire dal suo nascondiglio, e di evadersi inosservato a tutti, e perfino alla sua ospite.

Canidia (sia detto a schiarimento dei fatti che stanno per succedere) vantava dei diritti sulla persona del suo ospite. Ne' suoi tempi, Medicina aveva posto su lei gli occhi disievoli; e v'ebbe fra i due ribaldi qualche nodo d'amore districato col coltello; ma più tardi, accortasi la sibilla che il suo amante avrebbe forse diviso con lei una parte de' suoi guadagni, non mai la gloria dei Medicina, si accontentò di servirlo nelle sue ciurmerie, e di far l'amore non più a lui, ma a' suoi gruzzoli. Con questa vista, lo salvò e lo sottrasse alle ricerche della giustizia; ma, divenuta padrona della sua vita, non ristava dal magnificare il servigio che gli aveva reso, e d'avanzare fuor dei denti una cifra alquanto ardita pel suo riscatto. — Canidia era veramente degna dell'amico suo.

Quella mattina, la sibilla se n'era andata al guado prima del levare del sole. Ne approfittò Medicina per raccogliere il bello e il buono che aveva posto in salvo; lo rinchiuse in una sporta; vestì il sajo ed il mantelletto; si appiccò al mento la solita barba; tracciò alcune rughe sulla fronte e lungo le guancie per aggiungere vent'anni alla sua quarantina; poi, pigliato il bordone e la sporta, s'avviò per escire; pensando di dare un canto in pagamento alla sua creditrice.