Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 25

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Un breve silenzio tenne dietro a questa scena. Caterina, trascinata fuori della carriera di un contegno prudente, avida di gustare anzi tempo la gioja del suo trionfo, volle annunciarle, che il Conte di Virtù non sarebbe più tornato a Pavia. — Ma la parola opportuna a svelare il terribile mistero non le veniva alla mente. Pensò che aveva sopra di sè la lettera di Rodolfo: quelle brevi righe erano impresse nella sua memoria, come il responso di un oracolo infallibile. — In esse la notizia era francamente emessa, autorevolmente annunciata. — Non aggiunse altro: gettò ai piedi di Agnese la lettera, e, con un cenno altero della mano e del volto, le comandò di leggerla. Poi investendola con uno sguardo, in cui il disprezzo giungeva fino alla ferocia, volse le spalle all'infelice, e corse a rinchiudersi nelle sue stanze.

Come rimanesse Agnese dopo quella scena, è più facile ad imaginarsi che non a descriversi. Un tumulto strano di idee e di affetti le si destò nell'anima alla notizia della congiurata ruina del conte. La sciagura era sì nuova ed impreveduta, che non potè comprenderla ad una prima lettura dello scritto di Rodolfo. Tornò più volte sullo sciagurato documento; e, soltanto dopo una strana lotta di congetture, dovette alfine assicurarsi, che trattavasi di un fatto forse a quell'ora irremediabilmente compiuto. — A tanta sciagura rimase come insensata; l'affetto che nutriva pel conte, benchè fosse un sentimento ben diverso da quella passione che avea provato in altri tempi, bastò a commoverla fino alle lacrime; bevve tutto l'amaro di una sventura che la colpiva due volte, nella persona a lei cara e nella patria. — Ma un altro sentimento sacro del pari ed imperioso, surse fortunatamente nel suo animo, e richiamò all'ordine i sensi fluttuanti e smarriti. — Pensò Agnese a sè; non per se stessa, ma pel figlio suo. Era necessario non metter tempo di mezzo a risolvere. Bisognava abbandonare quel soggiorno; escire ad ogni costo da quel castello; cercare un asilo lontano dalle dolorose memorie della sua gioventù, lontano dalla patria, dove ogni affetto era rimunerato sì tristamente, dove ogni nobile speranza era suggellata dalla memoria di una disgrazia. Accettò con rassegnazione l'esilio e la povertà, come il naufrago accetta, qual porto di salute, il nudo scoglio che lo divide dagli abissi del mare. — “Partirò dimani; no, oggi stesso, sul momento.... La mia fida compagna non mi abbandonerà. Avrò meco il mio diletto Gabriello. Egli sarà il mio unico bene. Sarò povera; ma che monta? gustai gli agi, riconobbi da vicino le vantate delizie della grandezza. Preferisco la miseria, mille volte la miseria... è minor male la privazione del pane, che un superfluo pieno di tante amarezze.„

Rinvigorita da questa risoluzione, Agnese proponevasi di mandarla ad effetto il più presto possibile. — Ma mentre s'avviava ad escire dalla sala, taluno le si fece incontro, e le indirizzò la parola.

“Sua Grazia mi manda a voi„ disse egli. — L'interlocutore era lo scudiero, arrivato quella stessa mattina da Milano. La buona novella, di cui era stato apportatore, lo aveva notabilmente avanzato nei favori della principessa.

“Qualche nuovo ordine forse?„

“Sì; cioè, tale io lo credo, balbettava lo scudiero; un ordine non precisamente per voi, ma riguardo a voi.„

“Spiegatevi; io non vi comprendo.„

“Sua Grazia, con quella penetrazione che è sua propria, ha saputo leggere nel vostro animo un vivo desiderio, cui forse non corrisponde la franchezza della vostra parola. — Vi riesce grave il servigio della corte; ella ve ne dispensa.„

“Avete ragione; io non avrei osato chiedere, come un favore, quanto credo essere l'adempimento di un dovere. — Se in ciò vi è un mio desiderio, non è cosa che torni conto di consultare. Mi basta di aver prevenuto quello della signora. — Io mi allontanerò dalla corte oggi, tosto....„

“Ma.... invero.... — interruppe colla medesima dubiezza lo scudiero — non è intenzione di Sua Grazia, che voi partiate sì presto. Anzi, ella m'impone di notificarvi, che voi non escirete dal castello, che dietro suo ordine.„

“Il favore non è dunque completo?„ soggiunse Agnese non senza ironía.

“Abbiate pazienza; e abbandonatevi alla inesauribile generosità di Sua Grazia.„

“Sono dunque creduta colpevole, e trattata come tale.„

“Non è mio costume il sindacare le azioni de' miei signori — disse con affettata severità lo scudiero. — Per un fido servo, quale io sono, non vi può essere esitanza o dubio in tutto ciò che è chiaro e definito pel proprio padrone.„

“Dite dunque la mia sentenza.„

“Voi rimarrete in questo castello; ma dovrete cangiare il vostro quartiere, con una stanza meno decorosa e più ben custodita che vi sarà designata nella torre di ponente.„

“Prigioniera!„, sclamò Agnese con accento di desolazione.

“Questa parola non è escita dalle auguste labra della mia signora.„

“Ebbene, subirò la mia sorte rassegnata. Dite alla vostra padrona che io mi preparo ad obedirla; che io ho accolto quest'atto di severità con animo confidente di vederlo presto revocato. La giustizia può tacere un istante, non spegnersi nell'animo di Caterina. — Ho una grazia, a domandarle: mi si permetta almeno che due persone a me care dividano la mia solitudine. Dimenticherò chi mi ha privato della libertà, per benedire colei, che arrichisce la cella della prigioniera di due dilettissimi oggetti. — Posso io sperarlo?„

“Mi duole di dovervi disingannare. L'ordine è preciso.„

“Spiegatevi!„

“Voi dovete essere sola.„

Agnese proruppe in uno scoppio di pianto.

“Lasciatemi almanco, disse poi, che io li veda, che io li abbracci una volta. — È impossibile che un cuore di donna rifiuti ad una madre il conforto di vedere la sua creatura. Non fate quest'oltraggio a Caterina. Essa è migliore di quello che voi la giudicate. In nome di quanto v'ha di più sacro, io vi dimando un'ora di riposo vicino a' miei cari.... Colà troverò la forza di subire, come si conviene, il supplicio che mi è imposto....„

“È impossibile, impossibile. — La dimora che vi è destinata è pronta a ricevervi. Io ho l'ordine di guidarvi colà.„

“Senza speranza di una mitigazione?„

“Al contrario; vi autorizzo a sperare la grazia completa, se vi mostrerete docile a questo comando. Io riferirò alla principessa le vostre parole; io le parlerò delle vostre speranze. State certa, o madonna, che non avrete a pentirvi d'avere obedito.„

Queste parole, consigliate soltanto dalla necessità di consumare un atto di violenza senza divulgarne lo scandalo, indussero Agnese all'obedienza incondizionata. Ben poca fede prestava alle parole dello sgherro. Quel tuono di pietà mascherava malamente la più vile impostura. Ma il suo povero cuore soffriva troppo; e, in mezzo alle crudeli torture, anche una speranza debole ed indeterminata racchiudeva un conforto, che in quell'estrema miseria era provida cosa l'accarezzare.

CXLVIII.

Pochi momenti dopo, Agnese venne rinchiusa in un camerotto, posto al piano più elevato della torre di ponente. — Esso era angusto e scarso d'aria e di luce. Una vôlta affumicata, tutta cosparsa di ragnateli, quattro mura nude e polverose, un pavimento, su cui era impossibile riconoscere la pietra o l'ammattonato, sotto una crosta d'immonda scoviglia accumulata chi sa da quanti anni, costituivano la sua interna apparenza. Vi erano le suppellettili di stretta necessità; un saccone che serviva di letto, una panca che era l'unico sedile, ed un rozzo tavolo con suvvi un'idria ripiena d'acqua.

Benchè preoccupata da gravissimi pensieri, l'infelice Agnese, al metter piede in quel covile, ne rilevò tosto la nudità sucida e ributtante; e, per giunta a tanti mali, provò l'incorreggibile ribrezzo del dover rassegnarsi all'uso delle cose circostanti.

La nausea, questa aggiunta di pena non registrata in nessun codice, è difatto la più grave esacerbazione pei prigionieri che, avendo dall'educazione e dalle abitudini contratto speciali bisogni, sentono in modo speciale la privazione dei commodi e dei conforti che vanno congiunti alla vita libera.

L'assoluta parità di trattamento pel colpevole d'ogni classe, può quindi diventare una violazione dell'eguaglianza, cui l'uomo ha diritto in faccia alle leggi. — Questa non intende percuotere tutte le colpe nell'egual misura; sibbene vuol ritrarre da un grado di sofferenza appropriato al grado di colpa, la maggior possibile reazione verso il bene. — La pena non è mai un atto di vendetta, e non è solo un'espiazione succedanea al delitto, o un postumo di questo: ma è il rimedio che previene la ricaduta; è la quarantena di spurgo pei malati o sospetti di contagio. Come rimedio, dunque, la dose di essa dovrà misurarsi secondo la natura del male, e secondo il grado di toleranza dell'infermo. — Amministrarla a tutti in un'unica misura è propinare a questi il veleno, a quello non cagionar altro che un solletico passaggero.

Interrogate i carcerati, appartenenti a varie classi della società; dimandate loro quale è la parte più dolorosa della pena che subiscono. — Tutti risponderanno che la perdita della libertà è la privazione più grave; ma ciascuno avrà un modo speciale di giudicare e di sentire il resto della pena. A taluno riescono insopportabili l'angustia dello spazio, l'aria stagnante, l'inerzia delle membra: altri anzitutto esecra il cattivo nutrimento, il duro stramazzo, le catene pesanti: altri non sa rassegnarsi alla solitudine, al silenzio, o peggio alla compagnia dei tristi. Ma lo strazio privilegiato di alcune persone sarà lo schifo di quanto sta loro intorno. La lama detersa del carnefice è qualcosa di meno ributtante che la sordida mano del carceriere. L'uso può rendere tolerabili i ceppi, il digiuno, lo sciopero; ma nè il tempo, nè la ragione potranno mai abituare taluno alla violazione di quelle leggi di pulitezza che, apprese dalla prima educazione, diventarono una seconda natura. — Così mentre il vagabondo, avvezzo a serenare e a trovar confortevole il più sozzo tugurio, non prova alcun disgusto dello squallore del carcere; mentre il mendico talvolta finge la colpa per essere ospitato in un ritiro di pena, l'uomo educato deve esercitare una crudele violenza sopra sè stesso, per piegarsi al contatto degli oggetti che lo attorniano, senza che la pena abbia un più piccolo sconto per questo sopracarico di mali non preveduto dalla legge.[78]

Anche Agnese in quel momento scordò le pene del cuore, per sentire l'invincibile ribrezzo che le costava il dovere accomodarsi a quella lurida cameraccia. — Pensò l'infelice che le sue membra dovevano cercare il riposo su quello strapunto, tutto squarci ed untume, la cui tinta cupa ed incerta potevasi chiamare il colore dello sporco. Guardò l'idria, che sembrava brillare ad arte in alcuni tratti della sua convessità per crescere la nausea delle striscie che la vergavano di lordure, e degli orli bisunti e scheggiati che la coronavano. Rabbrividì al pensiero, che avrebbe pur dovuto accostare la bocca a quell'immondo abbeveratojo, forse inquinato poco prima dalle labra svergognate del bestemmiatore. Le parve che l'aria fosse pregna di miasmi da bordello, che le mura ripetessero parole oscene. — Soggiogata da insurmontabile fastidio, pensò che il palco drizzato all'aria libera, su cui il condannato non dà che una parte di sè alla mannaja, fosse qualcosa di più eletto, di meno sozzo. — Eppure, malgrado tanto ribrezzo, ella non poteva torcere i suoi sguardi da quel lurido corredo, finchè la nausea del cuore soverchiò quella dei sensi, e ruppe il fascino fatale.

Quando il sole sceso sull'orizzonte gittò alla sfuggita l'ultimo raggio sull'asilo della prigioniera, questa era immersa in altri e più gravi pensieri. — Ella rileggeva colla mente la storia della sua vita, e faceva confronto tra lo scarso bene e il molto male ond'essa era tessuta. Oh allora svanì la ritrosia all'uso delle immonde suppellettili! La vista di tanto squallore materiale, era un nulla a petto dell'urgenza dei desideri e degli affetti, che le ricordavano una ben più orribile miseria.

In questo mezzo, si destò più vivo che mai il pensiero di suo figlio: ma quel pensiero, in cui s'infervorava un amore oltraggiato, generò in lei un'ansia, una necessità, un delirio ognora crescenti. — Disconfessò le inutili ritrosíe di poco prima, pensando che il tugurio sarebbe diventato una reggia, quando fosse diviso col suo Gabriello. — Dimenticò chi era Caterina per volgere a lei mentalmente una preghiera piena d'affetto e di ossequio; avrebbe osato perfino chiamarla clemente, generosa, se le avesse concesso come una grazia ciò che Dio e la natura le davano come un diritto. Raddolcita alquanto da questo pensiero, cercava di consolarsi nella certezza che il suo bambino, ormai divezzato dalla madre, era così sicuro in grembo a Canziana, come vicino a lei. Poi le sembrava che la momentanea lontananza avrebbe accumulato un tesoro di gioje pel dì, pel momento, forse non lontano, di rivederlo. — Ma un istante dopo, tutto ciò le sembrava scarso, vano, insipido; e cedeva al più imperioso bisogno di vederlo, di ascoltarlo, di prodigargli, com'era solita, mille carezze. Se il dar del capo nelle muraglie le avesse lasciato una debole speranza di scampo, si sarebbe lanciata contro di esse. Se avesse potuto colle mani smagliare la grata che muniva la feritoja, avrebbe fatto ogni sforzo per escirne e lanciarsi a corpo perduto nell'abisso sottoposto. — Ma ogni tentativo era inutile; ogni progetto insano; ogni speranza temeraria: bisognava attendere nell'inerzia che Dio toccasse il cuore all'autrice de' suoi mali.

L'ultimo raggio di sole fu per lei come l'addio di un caro che parte; il lento scomporsi delle forme, invase dalle tenebre, era l'imagine materiale dell'amaro disinganno, in mezzo al quale si dileguavano le sue speranze.

Il crepuscolo è l'ora dei gravi pensieri. La vita dell'universo sembra allentarsi; i polsi del gran colosso sociale battono più radi e più profondi. Nel mondo materiale il cadere del giorno è il punto intermedio fra la vita che produce e quella che consuma. Nel mondo intellettivo è la tregua che ristora le forze dello spirito per spingerle poi nel silenzio della notte più vigorose e compatte alla conquista della verità. — Questa è l'ora della stanchezza per l'artigiano; delle meste ispirazioni pel poeta, del rimorso pel malvagio; del disinganno per l'ambizioso; del rendiconto per tutti. I felici della terra, che non isprecano un palpito senza profitto, la riguardano come il soprapeso della vita. — Se il sorgere della notte li coglie solitarii, rinvengono da quella protervia, che assicura loro un dimani così ridente come l'oggi. Davanti alla maestà del cielo ravvivato dalla prima stella, l'uomo comprende la sua pochezza, l'empio abbassa gli occhi, e il libertino comanda che sieno accesi i doppieri, per affrettare la notte completa, promettitrice di gioje e d'ebrezze artificiali.

Ma l'anima più contristata è quella del prigioniero. La luce diurna penetra scarsa e discreta attraverso la doppia grata, e gli reca ogni mattina una speranza; e la speranza si dilegua con essa al cadere d'ogni giorno. — Mentre si sospendono le industrie del popolo, ed il riposo diviene la sua prima mercede; il prigioniero chiude la giornata nella indecorosa stanchezza della sua inerzia abituale. — Egli invoca il sonno quando tutto il mondo veglia: e il sonno, che egli desidera, non è quello che ristora le forze, e trasporta la mente nelle fantastiche regioni dei sogni. Egli vuol dormire, perchè la veglia, durante quella piena oscurità, gli torna doppiamente tormentosa. Il sole non è ancora scomparso dall'orizzonte, ed egli, con un'ansietà piena di dolore, già ne invoca il ritorno.

L'ora del tramonto è la più mesta per l'esule che rimpiange la sua terra. — Ma il prigioniero è appunto l'esule in mezzo alla sua patria. Dell'aria natía egli non beve che la parte meno eletta; del suo cielo non travede che lo spazio più fosco; gusta i frutti più ingrati della sua terra; ode le parole più aspre della sua favella. Diviso dagli uomini, dalle abitudini, dalle usanze civili del suo paese, egli vede da vicino la terra promessagli pel giorno del perdono, e trema di morire prima di entrarvi. — Alcuna volta egli avrà creduto di poter consolarsi facendo appello alla propria coscienza, o protestando in faccia a Dio contro la parola tiranna della legge; ma se il suo animo non è tranquillo, l'edificio delle sottigliezze, con cui tenta scolparsi, crollerà; e verso la sera, quando la luce del creato si spegne, vedrà rischiararsi quella della sua coscienza, che dà corpo e vita alle ombre dei rimorsi.

Ma Agnese, che nel fondo dell'anima possedeva la convinzione della propria innocenza, poteva levar gli occhi dinanzi alla luce del tramonto, e fissare la maestà del cielo senza timori e senza esitanze. — Ella infatti non si ricacciò nel fondo del suo carcere, non chiuse il capo tra le mani, nè velò gli occhi; ma si volse alla piccola feritoja per bevere cupidamente gli ultimi raggi del giorno moribondo.

Di là la povera donnicciuola, fatta sapiente dalla sventura, volgeva, dimentica di sè stessa, lo sguardo e il pensiero alla città sottoposta, ed abbracciava in ispirito tutta quanta l'umanità. Percorse rapidamente le varie condizioni della vita umana, e tornò forse meno sconsolata in sè stessa; poichè sotto quei tetti, destinati a proteggere la vita del libero cittadino, eranvi per certo anime desolate come la sua. — Gustò allora nella sua pienezza il conforto della coscienza; e in esso trovò il coraggio che attenua il male.

Sotto l'influenza di così nobili pensieri l'istessa natura parve rendersi più docile. Commise la custodia del suo Gabriello alla bontà di Dio, confortata dalla fede che gl'infelici e gli oppressi sono suoi figli prediletti. Bandì le inutili aspirazioni che infiacchiscono il cuore, e raddoppiano i mali. Ringojò le lacrime feconde soltanto per colui che ha l'anima intorbidata. — Infine, posta a confronto la sua infelicissima sorte con quella di colei che ne era la cagione, giudicò che non aveva nulla ad invidiarle; che anzi questa volta toccava alla vittima l'usar pietà a chi l'opprimeva.

I dolori morali, come quelli del corpo, subiscono quasi sempre una vicenda alterna di mitigazioni e di peggioramenti; ond'è fallace il giudizio sull'importanza di un male, quando ci arrestiamo ad esaminarlo esclusivamente nei sintomi di un istante. Agnese in quel punto, davanti al tranquillo aspetto della sua solitudine, confortata dalla sua innocenza, era calma: ma non fu sempre così. — Il cuore alla sua volta, approfittando della stanchezza mentale, ruppe la tregua e rinovò gli assalti. — Quando la ragione attiva e solerte le infundeva la morale certezza che Gabriello era in salvo, sembrava convinta e taceva. — Ma se gli argomenti a creder ciò venivano meno, o se l'intelletto affaticato chiedeva un po' di riposo; il cuore ripigliava i suoi diritti per abbattere l'artificioso edificio delle sue speranze, e reclamare ciò che gli era dovuto.

Noi non accompagneremo l'infelice donna su questo sentiero sì vago, e sì variamente spinoso, perchè, dopo di avere errato a lungo con lei, ci vedremmo ricondutti al punto da cui siamo partiti. Basterà il dire che Agnese ebbe durante la notte qualche breve istante di riposo; ma che esso però non fu di tal natura da ravvivarle le forze affievolite. — La notte, che per chi dorme tranquillo scorre in un attimo, per Agnese fu eterna. — Ma la vicina aurora non nega mai un po' di calma alle anime addolorate. — Quando cominciò ad albeggiare, ella chiuse gli occhi, e s'addormentò tranquillamente.

CIL.

Il sole indorava i comignoli delle torri, e ravvivava con una luce purissima uno de' più bei mattini di primavera, quando entrò inaspettato nel castello un cavaliere portatore di grandi novità. Si affollarono intorno a lui gli scudieri e gli armati; e lo interrogavano sul motivo di quel furioso ritorno, preleggendo sulla sua fisonomia qualcosa d'importante e di straordinario. Egli era latore di una lettera del Conte di Virtù per Caterina sua moglie; ed aveva un sacco di novità da vuotare a beneficio di tutti coloro, che avessero voglia di ascoltarlo. — Partito da Milano la notte, e testimonio oculare degli avvenimenti del giorno prima, era fatto abile di raccontare che il Conte di Virtù si era liberato dallo zio, e che i milanesi con immenso giubilo lo avevano acclamato loro signore. Forse come ogni narratore, che ha il privilegio d'essere il primo a diffundere una grande notizia, condì di qualche iperbole il suo racconto, sopratutto quanto alla parte ch'egli vi aveva fatta; ma la sostanza della cosa era esposta con la veridicità di un rendiconto officiale.

La notizia, sparsasi in un momento per tutto il castello, vi destò grande meraviglia ed una gioia ancora più grande. — Senza tener conto dell'affetto che tutti portavano a Giangaleazzo, il merito di una vittoria, ottenuta così a buon patto e feconda di tanti vantaggi, faceva andare superbi coloro che portavano le armi del vincitore. — E, infatti, mentre Caterina spiegava la lettera di suo marito, il grido di _viva Giangaleazzo, viva il signor di Milano_, dispensava la nuova ai quattro lati del castello.

A quello strepito, anche Agnese si destò; e, prima che giungesse a riordinare le idee confuse, cedette alla sorpresa di quelle acclamazioni, e volò alla feritoja per indovinarne la cagione.

Poche e confuse parole raccolte qua e là dai crocchi che si erano fatti nella corte, e a cui rispondevano con motti più sonori le genti sparse sulle altane e lungo i parapetti delle finestre, bastarono a destare nell'animo di lei una speranza. — Crescevano le speranze se, alla memoria delle minaccie di Caterina, contraponeva quelle grida, che sembravano esserne una smentita. — Ella conosceva che il Conte di Virtù non era uomo d'avventurare un'impresa, quando non fosse sicuro di un buon successo: e cominciava a sperare che Caterina, in preda ad una passione sregolata, fidando le vendette alla sua mente debole, avesse fatto assegnamento su progetti vaghi o incompleti o male avviati. — Le grida festose si andavano ripetendo; ed il saluto al Conte di Virtù ed al signor di Milano era fuor d'ogni dubio diretto ad una persona sola.

A siffatto riscontro, la mente di Agnese rinvenne completamente dal suo letargo; e, temperando gli inopportuni atti di gioja, richiamò davanti a se tutte le circostanze che avevano preceduta od accompagnata la sua disgrazia, proponendosi di conciliarle coi fatti presenti. — Si arrestò a considerare in ispecial modo lo scritto di Rodolfo a sua sorella; ella ne ricordava le frasi e le parole; anzi, se in qualche punto la memoria non era ben sicura di sè, il foglio, sdegnosamente lanciato a' suoi piedi, poteva venirle in ajuto; giacchè lo scritto era stato raccolto da lei, al momento che la principessa si allontanava. — Agnese infatti lo cercò, e lo trovò sopra di sè. Conduttasi vicino alla finestra, dopo di averlo letto una, due volte, cessò da ogni dubio. Quello scritto, rimasto per caso nelle sue mani, diveniva un'arma colla quale avrebbe potuto vendicarsi nel modo il più terribile della sua nemica. Pensò Agnese alle gravissime conseguenze che avrebbe potuto trarre dall'uso di quel foglio. — Vide l'occasione della vendetta, ma la guardò soltanto per isfuggirla.

La prigioniera volle trarre miglior profitto dalla sua posizione. Pensando che Caterina doveva essere seriamente turbata nel provedere ai casi suoi, studiò il modo di offrirle uno scampo. Non era questo soltanto un render bene per male; la generosità dal canto suo diveniva un mezzo per cancellare le precedenti impressioni, e per preparare a Caterina ed a se stessa un men funesto avvenire.