Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 24
“Dico, soggiunse Rodolfo, che quando la preda cade da sè nella tagliuola, non c'è merito pel cacciatore. Ma pure, o volpe o lupo, ch'ella sia, non conviene lasciarla scappare„.
“A lupo o volpe di questo pelo io fo sciogliere il laccio.„
“Oh, oh, davvero?„
“E poi, se la paura rende l'animale poltrone a segno da non lasciarlo fuggire, io lo scuoto colla punta dei miei calzari e lo fo trottare lontano, perchè i miei valletti l'atterrino a colpi di pietra o di bastone. Prede di questa razza non meritano d'essere toccate dalle mie armi„. — Tali parole erano dette con un tuono di scherno, che vuol essere indovinato.
Rodolfo, incoraggito dalla confidenza che suo padre gli mostrava in un affare di tanto rilievo, abbandonò il traslato, e prese a spiegare con calma e chiarezza i suoi progetti. — Secondo lui, salvo il dovuto rispetto a Sua Grazia, Barnabò avrebbe fatto bene a gradire l'invito del nipote; quando poi il Conte di Virtù si trovava nel castello di Porta Giovia, bisognava cingerlo d'armati, e forzare il presidio alla resa. Rodolfo assicurava di aver pronte a ciò alcune migliaja di fanti e di cavalieri; insisteva nel decantare la superiorità delle forze di suo padre; ed augurava a sè stesso l'onore di una sì bella e sicura impresa. Ma Barnabò trovava magro mercato lo spendere tanta forza per accalappiare un coniglio. Disse, che ad assediare il castello di Porta Giovia, difeso da suo nipote, avrebbe giovato una confraternita di mendicanti o il capitolo di una chiesa, meglio che non le migliaja di alabarde e di cavalli apprestate da suo figlio.
Non aggiunse altro, nè dichiarò quale fosse il suo progetto, ma stabilì dentro di sè di accettare l'invito del conte e di unirsi a lui nel progettato pellegrinaggio. Gli sorrideva alla mente il pensiero di averlo per alcun tempo ospite nelle sue terre; voleva approfittare di questa bella occasione per assaggiarne le idee, le intenzioni, le speranze. Quello che suo figlio progettava pel momento dell'arrivo, potrebbe ancora farsi al ritorno. Intanto egli non lascerebbe di far parere bella al nipote la vita solitaria dei monaci di sopra Varese. — “Chi sa,... diceva egli tra sè, colui è sì impacciato in mezzo al mondo!.... un sajo bruno gli deve stare a meraviglia! e se me ne posso liberare a questo modo, tutti diranno che abbiamo fatto bene e l'uno e l'altro. C'ingrasserei a vedere quel bonaccio incappucciato; mi dà tanto fastidio il sentirlo gemere sotto l'elmo e la cotta!„
Questa era una prova. Se essa falliva, se il nipote non s'innamorava dell'aria pura del monte e della beatitudine di un chiostro, qualche altro ripiego più diretto e più efficace doveva tornar buono; in ultimo, quello proposto da suo figlio Rodolfo. Perocchè anche nella mente di Barnabò era ferma l'idea, che il Conte di Virtù non doveva tornar più signore di Pavia.
Con tali intendimenti rispose al nipote: avere egli benignamente accolte le sue parole; in prova di che accettava la sua compagnia per la divisata spedizione. Si stabilì che i due prìncipi s'incontrerebbero in Milano il giorno 6 del prossimo maggio, all'ora meridiana.
Questa risposta era affatto ignorata a Pavia. — La stessa Caterina ne ebbe notizia dal fratello, il quale, nell'accennare la probabile riescita del comune progetto, non dissimulava qualche impazienza e qualche timore.
Il conte disponeva ogni cosa per il buon successo de' suoi disegni; ma sapeva sempre coprire le arti sue colle apparenze le più ingannevoli. Non così a Milano: nella numerosa e ciarliera corte di Barnabò, i figli e i famigliari non facevano altro che discorrere di questo strano incontro; e ciascuno vedeva la cosa a suo modo; ognuno aveva la sua proposta a fare.
Chi più d'altro provò meraviglia e dolore all'annuncio di una riconciliazione, tanto impreveduta e inopportuna, fu Medicina. Il quale, senza provare le velleità guerriere di Rodolfo, nè la noncuranza e lo sprezzo del padre, conoscendo meglio che ogni altro il Conte di Virtù, negava fede alla vantata sua moderazione. — Guai per lui, se fosse stato vero che lo zio ed il nipote s'erano riconciliati: egli perdeva la speranza di far rifiorire il suo commercio fondato, come ognuno sa, sul disaccordo e sulla diffidenza delle due corti. Poi v'era un'impresa lasciata a mezzo, che già gli aveva cagionato un rodimento, uno sconforto indescrivibile. Vogliamo parlare dei casi d'Agnese, che invece di allontanarla dal conte, com'era sua speranza, l'avevano sì imprevedutamente ravvicinata a lui. Le sue scelerate intenzioni erano dunque scoperte da quest'ultimi fatti, dalle parole d'Agnese, e dalle probabili rivelazioni del Seregnino; che dopo quel dì non si era più veduto, e che, a quanto dicevasi, si era fatto un uomo da bene alla vista della forca.
Medicina avrebbe dato un occhio perchè l'incontro non avesse luogo; e, quando l'impedirlo fosse cosa assolutamente impossibile, avrebbe almanco voluto che messer Barnabò se ne valesse per pigliare il sopravento sul nipote, od anche solo per interromperne i sospettati disegni. — Intanto, per volere di Rodolfo e per conto proprio, si diede con ogni sollecitudine a cercare mezzi, arti, ripieghi, inganni onde la divisata spedizione fosse sospesa o rivocata. Si giovò della confidenza che in lui riponeva Barnabò, per accendere nel suo animo il sospetto: e, quando vide che ogni artificio umano riesciva inefficace, ricorse alle divinazioni ed alle stelle, e coll'ajuto della scienza e col mezzo di Canidia, formulò un responso minaccioso, che avrebbe dovuto far cangiare pensiero a Barnabò, se egli avesse conservato quel rispetto alla scienza che aveva dimostrato in altra occasione[77].
Ma Barnabò, che questa volta voleva interrogare l'uomo e non il cielo, accettò con animo indulgente i consigli di Medicina; perchè glieli aveva dimandati, ma s'irritò contro le stelle, che rispondevano senz'essere richieste. Le arti malefiche potevano inspirargli un pensiero, quando la sua mente fosse vuota; potevano convalidare un suo disegno, qualora egli fosse dubioso; ma non mutare, ciò che egli aveva fermamente deciso.
CXLVI.
Era il mattino del sei maggio, il giorno del convegno, e Medicina non aveva fatto accettare a Barnabò nessuno de' suoi consigli. Solo tra lui e Rodolfo si erano, giorni addietro, pigliate le opportune intelligenze perchè la città in quel dì fosse guardata da un corpo di milizie assai più numeroso del solito. Il pensiero di un colpo di mano sul castello di Porta Griovia non era stato abbandonato; i mezzi ad effettuarlo erano pronti. La Rocchetta di Porta Romana ed il palazzo di Barnabò brulicavano di gente armata. — La città era, o pareva, in festa.
Il Conte di Virtù, all'albeggiare di quel giorno, accompagnato da' suoi officiali Giovanni Malaspina, Jacopo dal Verme, ed Ottone da Mandello, e seguito da quattrocento lance, fra cui brillavano i suoi più fidi e valorosi cavalieri, montò in sella, e si diresse di buon passo verso Milano. Il viaggio fu sollecito e senza avventure.
In quello stessa mattino, poche ore dopo la partenza del Conte di Virtù, il messo secreto di Caterina, reduce da Milano e portatore di un'altra lettera di Rodolfo Visconti, entrò nel castello di Pavia; e, venuto alla presenza di Sua Grazia, da perfetto cortigiano, piegò un ginocchio a terra, e porse sur un bacile d'argento il messaggio diretto alla principessa.
Caterina, in quel momento più impensierita del solito, raccolse il foglio con manifesta trepidazione, ne ruppe il sigillo colla mano tremante, lo spiegò, e lesse sotto voce le seguenti parole.
“Sta di buon animo, o sorella. Dimani (il foglio portava la data del giorno 5 maggio) Pavia obedirà a te sola. — Tre mila alabarde ed altretanti cavalieri aspettano un mio cenno per operare il prodigio. — La residenza di Porta Giovia diverrà un carcere; chi v'entra oggi da padrone vi rimarrà dimani qual prigioniero. — Nostro padre ci applaude. — Penso a te, mia diletta; penso alle tue, alle nostre vendette. Vivi felice.
Rodolfo. Signore di Bergamo e di Soncino.„
Queste poche parole decidevano una questione lungamente discussa e rimasta sempre sospesa. L'urgenza dei fatti richiedeva una pronta soluzione; questa era la più lusinghiera. La buona novella dissipò le nebbie ipocondriache che intorbidavano la mente della principessa, e richiamò sulle sue labra quasi livide un sorriso di compiacenza, che parve al fido cortigiano la caparra di un generoso premio.
Costui aveva inoltre l'incarico da Rodolfo di spiegare alla sorella, perchè non conveniva farlo per iscritto, i motivi che lo determinavano a rompere gli indugi, e le circostanze che gli garantivano un buon successo. E in questa missione il manieroso scudiero trovò una lena insolita. Egli, che si sarebbe fatto in pezzi per rattenere quel fuggevole sorriso che lo aveva reso beato poco prima, raccoglieva ogni minuta circostanza, e l'esponeva coll'eloquenza della passione, onde convincere la signora essere ormai certo e prossimo il suo trionfo. — Caterina aveva bisogno di ciò. Poche ore prima, al momento di veder partire il corteggio, aveva trovato suo marito altr'uomo da quello che era stato fino a quel giorno. Egli montava in sella, e passava in rassegna le quattrocento lance con un ardore sì nuovo, con un'aria sì balda e sicura, che sconveniva ad uomo come lui, e molto più al devoto che si dispone ad un pio pellegrinaggio.
La lettera di Rodolfo e le parole dello scudiero tolsero ogni incertezza, e sospinsero la sua mente cedevole oltre i limiti di quell'aspettativa peritosa che vagheggia la vicina fortuna, ma non si abbandona del tutto alle sue lusinghe.
Ormai certa della vittoria, essa volle iniziare il suo solenne trionfo. Verso il mezzodì, precisamente a quell'ora in cui Barnabò e il Conte di Virtù s'incontravano in Milano, Caterina raccolse intorno a sè la corte: e come investita dell'autorità sovrana in assenza dello sposo, diede ordini, ricevette omaggi, dispensò grazie col sussiego di una regina.
Meravigliarono i cortigiani nel vederla sì apparecchiata al comando. — “Dov'è andata la novizia, l'acquacheta, la timidetta dei giorni passati?„, susurravano tra loro i cicisbei della corte, che credevano aver occhi di lince per penetrare checchè frullasse nella mente dei loro padroni. Ma non era il diletto del comando il solo fumo che salisse al capo della misera donna. Ella era ebra di gioia al pensiero di vendicarsi d'Agnese, e la sua vendetta doveva cominciare da quel giorno, da quel momento. — Se una voce amica le avesse detto piano nel cuore: rimetti a dimani i tuoi progetti, ed attendi d'aver la conferma delle notizie di Rodolfo, ella avrebbe risposto: ho tardato fin troppo; ora non è più possibile. Se il devoto scudiero aveva qualche potere sull'animo di lei, egli ne avrebbe fatto uso per spingerla ai fatti estremi; poichè appunto dalla compiacenza della vendetta consumata, il ribaldo cortigiano sperava il premio della sua complicità.
In mezzo alle dame, che facevano corona in quel dì alla principessa, brillava Agnese Mantegazza, non tanto perchè fosse la più bella, quanto perchè in essa si aggiungeva alla regolarità delle forme, ed alla maestà del portamento, l'espressione di una mente elevata, e di un cuore buono e generoso. Più volte Caterina aveva tentato d'abbattere co' suoi sguardi iracondi l'innocente supremazia della rivale; ma altretante volte gli occhi d'Agnese, prevedendo il maligno incontro, lo sfuggivano e mandavano a vuoto l'insulto della superba, punendola colla più gelida noncuranza. — Tanto più s'accese d'ira Caterina, che credeva d'avere cominciata la sua vendetta, e si trovava di fronte un nemico invulnerabile. Chiamò scherno l'imperturbabilità di chi non teme l'ingiuria; la dignità confuse coll'orgoglio. Certa che gli sguardi loro si erano incontrati, giudicò che l'accortezza d'Agnese nell'evitare la sfida, più che un atto di prudenza, fosse un'insolente provocazione.
Riescì non pertanto a moderarsi e a far rifiorire sul suo volto un sorriso. Tornò alla solita fantasticaggine dei discorsi: armeggiò colle ironie e coi frizzi. L'insolita sua vivacità raddoppiava la lena dei cortigiani. Lo adulazioni e le parole melate, le facezie e le insulsaggini si avvicendavano rapidamente, ora trionfanti dell'ilarità degli ascoltatori, ora sepolte modestamente dai motti incalzanti dei nuovi discorsi.
Il moderno costume non ha saputo bandire dai convegni l'adulazione; ma, nel tolerare che essa vi penetri, esige che almeno sia castigata, e sopratutto che parli sommesso. Anche in bocca al più impudente parassita sarebbe disdicevole e ridicolo ai nostri dì il pronunciare il panegirico del protettore, mentre egli è presente. — Lode e biasimo ci seguono alle spalle come lo strascico delle vesti tagliate all'antica. — Nel secolo di cui parliamo invece, la piacenteria e l'adulazione erano le tinte dominanti dei discorsi fra persone d'alta levatura. Si gareggiava di spirito per trovare traslati e concettini atti a creare meriti che non esistevano, o ad ingigantire virtù microscopiche. I potenti e i mecenati dal canto loro, con una toleranza ed una compiacenza egualmente marcate, si lasciavano portare sui trampoli della rettorica dagli adulatori, per sostenere davanti al mondo la parte di eroe in simili apoteosi da scena. Il linguaggio dei poeti aveva generata l'abitudine all'intemperanza delle imagini; e per conseguenza l'insensibilità alle vere e moderate parole. Lo stesso Petrarca non fu del tutto mondo da tale peccato; poichè questo commercio di leziosaggini diveniva una palestra di pedanti discipline; e in molti casi non era altro che ossequio alla moda. Hanno origine appunto da quest'epoca certe formole di servitù, colle quali salutiamo gli amici ed i conoscenti; formole in cui le parole hanno talmente perduto il loro significato primitivo, da farle credere reliquie di una lingua morta.
In questa occasione, vi fu chi entrò a parlare dei Visconti, ed a celebrarne la stirpe, le imprese, i campioni. Ogni membro di quel casato, morto o ancora esistente, aveva il suo tipo negli eroi e nei miti dell'antichità. Pareva che quelli e questi fossero stati i loro precursori. Taluno magnificò la sapienza di Matteo Magno; un altro l'animo invitto di Marco; un terzo la mitezza di Azzone, o la severità di Luchino. — Quando si parlò del Conte di Virtù, la gara si fece più viva e più concorde. Era il panegirico del santo che, nel suo giorno solenne, è sempre più santo degli altri. — La stessa Caterina che, secondo le nostre usanze, avrebbe dovuto accogliere in silenzio quelle proteste di ossequio, volle aggiungervi la sua parola. — “V'ha forse al mondo, disse ella, altro principe sì buono, che onori nella sua corte l'iniquo avanzo di una stirpe, che ha congiurato contro la sua casa?„
Nessuno rispose alla dimanda; perchè nessuno seppe se ciò fosse veramente un'interrogazione. Chi la pigliò per un bollore d'orgoglio a cui bastava rispondere con un inchino d'adesione; chi invece la stimò un dardo lanciato non del tutto a caso, ed aspettava di vedere dov'esso mirava, e quali cose metteva allo scoperto. Un certo numero, infine, tra i più destri, comprese che quel motto era una fardata bella e buona rivolta a qualcuno degli astanti. Tranquillo sul proprio sè stesso, ognuno cercava nei vicini il colpevole. Ma gli sguardi non ebbero ad errar molto per iscoprire dove, e contro chi, era rivolto lo strale.
Se l'infelice Agnese non avesse ascoltate le parole della sua nemica, doveva riconoscerne il valore dallo scandalo che si levò nell'adunanza, appena furono pronunciate. Ma quel motto era giunto fino a lei, perchè Caterina lo indirizzava a lei sola coll'occhio e colla voce. — Agnese ancora sì giovane aveva, in pochissimo tempo e in mezzo a tante vicende, guadagnato quella profonda esperienza, che suol essere l'ultima messe della vita per chi sta in pace colla fortuna. Eppure non aveva ancora provato una puntura tanto acuta e profonda come quella, che le veniva fatta in questo momento. Nelle parole di Caterina ella vedeva falsata e sconvolta tutta la storia della sua esistenza. Il nome di suo padre, vittima del più santo affetto, era bruttato di fango, e confuso con quello dei traditori; una grossolana contumelia le ricordava la sua miseria per poi rinfacciarle un beneficio, che ella aveva subíto, non implorato.
Ma Agnese non si mostrò abbattuta per questo. L'oltraggio era di tal natura che, invece di arrivare tutto allo scopo, risaliva in gran parte all'impura sua sorgente. La malvagia donna sorrideva; ma Agnese non avrebbe voluto essere nel grado di lei, e ridere come ella di un trionfo così indecoroso. Più di una parola le corse alle labra per ribattere l'insulto: fu ad un punto di spiegarsi, a costo di dimenticare dov'era ed in presenza di chi. Non lo fece, e per più ragioni. — Mirando in volto Caterina, e vedendola tanto deturpata dalla passione, ne provò ribrezzo, e temette di rassomigliarle rintuzzando l'ingiuria coll'ingiuria. “È meglio, diss'ella fra sè stessa, sopportare indifesi i colpi della perfidia, che raccogliere l'arma dei vili, per volgerla contro loro.„ Pensava poi a suo figlio; al pericolo cui verrebbe esposto se avesse provocato maggiormente lo sdegno della principessa. La toleranza, consigliata dall'amore di madre, non poteva essere una viltà: era più grande il coraggio del silenzio che non quello della riscossa. — Ammutolì, e per tutta difesa levò l'occhio non dimesso nè ardito, e, girandolo intorno a sè, ruppe colla fermezza degli sguardi le occhiate avide e maliziose che s'intrecciavano davanti a lei, e posavano sulla sua fronte, quasi volessero indovinarne i pensieri, e scoprirvi il resto di quella reticenza, che Caterina aveva abbandonata alla maligna interpretazione di tanti testimonii.
Al frizzo insolente tennero dietro un silenzio ed una svogliatezza generale. La conversazione andò languendo. — Il trionfo della superba rassomigliò ad una festa da piazza, sorpresa al suo bel principio da un acquazzone.
Sciolto il convegno, ogni cortigiano tornò alle proprie abitudini. Chi non aveva a meditare sopra sè stesso, e sopra i probabili vantaggi che sperava ritrarre dal suo mestiere, tornò colla mente alle insolite piacevolezze della signora, e si provò a spiegare l'oracolo delle sue parole.
Volle il caso che in quel giorno spettasse ad Agnese il servizio d'onore presso la principessa. — Fu ella un momento in forse di sciogliersi dall'impegno, adducendo qualche pretesto; ma non lo volle fare, perchè Caterina l'avrebbe accolto come una prova de' suoi trionfi. — Caterina infatti fu più indispettita di quella fortuita combinazione che non lo fosse Agnese: ma, pensando poi di farle pagar cara la sua imperturbabilità, si dispose a percuoterla con nuovi sarcasmi, ed a stancarla colle sue fantasticaggini.
CXLVII.
Lo sdegno dei buoni è vivo, subitaneo, qualche volta intemperante; ma esso sbolle al primo sfogo, e non lascia dietro sè che il cruccio d'aver fatto male, e l'ansia di rimediarvi. — Negli animi bassi ed ingenerosi l'ira rade volte si trova allo stato di una passione ardente; essa è piuttosto il frutto di tanti risentimenti riposti e governati, come le usure dell'avaro; spesso è una lega ignobile in cui v'entra per buona parte la più bassa delle passioni, l'invidia. — L'ira in questo caso non erompe improvisa e quasi inconsapevole; disegna il suo avvenire, e misura i suoi passi, e quando s'accorge che arriva alla sua meta, e vi fa breccia, allora rimette i suoi conti alla vendetta, sua fida alleata. Perciò può dirsi che l'ira dei malvagi comincia, dove lo sdegno dei buoni finisce: l'una avvia la colpa, quando l'altro si sforza d'espiarla.
Tale fu il procedere di Caterina. Dal trovarsi sola con Agnese volle trarre partito per umiliarne la dignitosa alterezza. — Cominciò dall'essere più del solito strana ed assoluta ne' suoi comandi; e scorgendo la mansuetudine della sua vittima, invece di esserne disarmata, s'accese di più vivo corruccio, e sentì crescere la compiacenza di una sfida ineguale. — Non ebbe bisogno di cercare pretesti per venire alle parole umilianti. Velò i primi detti con un'ironia ancora più pungente della contumelia: poi, toltasi la maschera, proruppe in acerbe rampogne contro di lei. Le rimproverò la sua origine, il nome, la condotta, gli affetti; la ferì nella parte intima e più delicata del cuore; non rispettò in lei nè l'orfana, nè la madre egualmente infelice.
“Ma, vivadio — proruppe ella con occhio torbido e minaccioso, dopo un giro di falliti sarcasmi — il vituperio doveva aver un termine. Questo termine è segnato; e il vostro orgoglio subirà la meritata punizione.„
“Che feci io, o signora, per meritarmi l'ira vostra? — E perchè prorumpe essa così improvisa, senza darmi neppure il tempo di conoscere il mio fallo?„
“Impudente, voi osate rinfacciarmi la mia mitezza! Voi osate chiedermi perchè vi punisco oggi, mentre avevo il diritto di farlo il dì che voi poneste il piede in questa reggia? — Sta bene: sì; ho dimenticato me stessa; ho mostrato a vostro riguardo un'indulgenza indegna della figlia di Barnabò Visconti... Ma la donna e la principessa offese si risvegliano oggi...„
“Ah signora, per pietà, non mi giudicate prima di avermi intesa.„
“Aspettate, o madonna, che torni chi si piglierà cura di difendervi: non è vero?„ — ripigliò Caterina, con un tuono d'ironia che la rendeva quasi deforme.
“Io ho fede soltanto nella mia innocenza. Imploro, e piegherò il ginocchio a terra perchè la mia dimanda non sia respinta, imploro soltanto che voi vi degniate ascoltarmi.„
“È tardi.„
“Non è mai tardi per riaversi da un errore, per tornare sulla via della giustizia; credetelo o signora. Faccia il cielo che non possiate provar mai il dolore d'aver perseguitato un'innocente: è grave, è acuto il dolore del rimorso. Chi nega giustizia agli oppressi nega pane al famelico. Ah.... no, principessa voi non mi negherete giustizia... Dite, in nome di Dio, quali apparenze mi accusano, ed io m'affretterò a scolparmi.„
“Vi sono delle colpe che una donna non osa nemmeno svelare. Voi lo sapete. Ma non pensate di potervi nascondere all'ombra di un turpe mistero. Il mio cuore lo comprende, e lo esecra, ancorchè il mio labro rifugga dal pronunciarlo.„
“Troppo, o signora, troppo.„
“Assai meno di quanto fu fatto in mio danno. Voi mi avete tolta la pace del cuore; voi tentaste di togliermi la dignità di sposa e di principessa. Voi menate in trionfo una protervia che sprezza ogni sacro diritto, e vuol far legittimo lo spergiuro, il tradimento. Dite ora se la mia severità è soverchia.„
“Un'altra volta o signora, non per me, per colui che voi accusate mio complice, credete... I vostri diritti mi sono sacri, o principessa. Iddio lo sa. Ma perchè la mia innocenza rifulga ai vostri occhi abbagliati, è necessario che alcun altro si associi a me nel difenderla.„
“E ancora vi regge l'animo di parlarmi di colui? — sclamò Caterina con un'ira prossima al furore. — Miserabile; v'ingannate. Il conte saprà rompere delle lance in onore di una bellezza infelice; non potrà cangiar la colpa in virtù. Il vostro protettore tarderà ad accorrere alle vostre chiamate, parola di principessa.„ — Caterina diede a queste ultime parole un tuono così marcato, che destò un sospetto nell'animo d'Agnese.
“Perchè, voi dite così? Perchè il signore di questa terra, l'unico padrone in questo castello negherà a me quella giustizia, ch'egli accorda all'ultimo de' suoi vassalli? Oh, il Conte di Virtù, è giusto e generoso!„
“Il Conte di Virtù„... mormorò sottovoce Caterina mordendosi le labra, e lasciando morire la parola in un singhiozzo convulso.