Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 23
A tale notizia crebbe in lei, se pur era possibile, l'odio per Agnese. L'animo suo, come il volto, fiammeggiò di una passione nuova, impetuosa, indomabile. Ma prima di esaminare i fatti e di riconoscere i colpevoli, prima di richiamare il marito a' suoi doveri, o di rompere coll'autorità del suo nome la supposta tresca, ella sentenziò e giurò vendetta. — Anzi, giova il dirlo, affinchè l'infelice condizione di questa donna non si usurpi una pietà, non meritata, ella avrebbe respinta la sua calma primiera, quando dovesse riaverla a condizione di rinunciare all'ineffabile ebrezza di vendicarsi.
CXLIII.
Caterina stancò la mente nel cercare ed elaborare progetti. Alle pronte e violente determinazioni non inclinava l'animo suo, perchè la passione non aveva fatto che mutare in lei la timidezza in viltà. Preferì quelli che, associandola ai livori ed alle ambizioni altrui, le assicuravano il buon esito dell'impresa senza esporla a pericoli, od impegnarla nell'azione, facendola complice dell'opera d'altri.
Le venne in mente la lettera di Rodolfo suo fratello, che, come si disse, non aveva produtto su lei alcun effetto. La proposta, che in addietro le parve stravagante e criminosa, le si affacciò di nuovo al pensiero rivestita di seducenti colori. Tornò figlia rispettosa di Barnabò, sorella amorevole di Rodolfo, per coltivare con essi disegni di violenza e di usurpazione a danno del signore di Pavia. — Non durò fatica a scordare d'essergli sposa; o rammentò questo titolo soltanto per far più grande l'offesa ricevuta, e per credersi meglio autorizzata a punirla. Scrisse in proposito una lunga lettera a Rodolfo; nella quale, dopo di avere esposte le pene e le umiliazioni patite, invocava in suo soccorso la mente e il braccio del fratello; promettendogli di volere alla sua volta prestar mano a lui ed alla corte di Milano, qualora gli antichi disegni del padre fossero ivi ancora vagheggiati.
Questa volta il foglio traditore arrivò inviolato al suo indirizzo; perocchè il fido scudiero s'incaricò di portarlo egli stesso a Milano, e di rimetterlo nelle mani di Rodolfo. Costui aveva in quei dì abbandonato temporariamente la sua residenza di Bergamo, ove era signore e tiranno; perchè ivi spirava mal aria per lui, fra i suoi pari il più feroce ed abborrito. Ricevette con grande gioja le nuove della sorella, si propose di parlarne a tempo debito a suo padre, e per lo stesso mezzo le rese una risposta piena di rallegramenti e di speranze. In quello scritto le raccomandava di stare all'erta, di continuare con zelo nel suo spionaggio, di riferire con assiduità e con prudenza ogni andamento del conte, e chiudeva con un mondo di tenerezze fraterne. Altri scritti tennero dietro a questo; il sugo della lunga corrispondenza era il seguente. — Il signore di Milano avrebbe colto il momento per sorprendere colle armi il Conte di Virtù e privarlo della signoria. Contro lui, oltre la ragione della forza, si sarebbero scagliate accuse di fellonia, di cui si andavano raccogliendo le prove. Una di queste era la sua toleranza od amicizia per la famiglia Mantegazza. Quanto ad Agnese, non avevasi che a richiamare il decreto di Barnabò contro i complici di Maffiolo, e i figli o i parenti dei ribelli. A Caterina Visconti finalmente venivano conservati, vita sua durante, la contea di Virtù e i dominii della città e territorio di Pavia. — I patti erano generosi: Caterina vi si adattava di buon animo, e proponevasi di fare tutto il possibile per vederli realizzati.
Ma la volontà di Barnabò, concorde nello scopo con quella de' suoi figli, non lo era nei mezzi. Fermo nella sua antica convinzione che il Conte di Virtù fosse un dappoco, credeva onorarlo più che egli non meritasse, impiegando armi e congiure per abbattere un trono vacillante. Pensava invece che, al primo giorno di sciopero, ei non avesse che a fare una passeggiata verso Pavia, per cacciarne il nipote e fissarvisi come assoluto padrone. Il perchè, Rodolfo e Caterina dovettero aspettare, che il padre si togliesse dalle altre sue gravi occupazioni, prima di metter mano a quest'inezia.
Tali lungaggini non irritavano Caterina, la quale nelle sue secrete macchinazioni prelibava già tutte le delizie della vendetta consumata. La certezza della riescita abbelliva dei più lusinghieri colori i suoi disegni; la fantasia agitata da un delirio nuovo celebrava già il suo trionfo. Ma nel prudente uso dei mezzi, ella era sempre la donna gelida e dissimulatrice. — Simile all'avaro, a cui pro si accumula l'usura del mutuo, non sollecitava il compimento de' suoi desiderii, nella certezza di vederli a suo tempo trionfare in un modo più splendido. — Studiò, quindi, d'essere o di parer calma, onde non destare sospetti; dal canto suo, non tentò d'interrompere troppo presto le fatali apparenze, che giustificavano il suo livore; volle sorprendere imprevedutamente i colpevoli, onde sacrificarli con più completo trionfo alla sua truce passione.
CAPITOLO DECIMONONO
CXLIV.
Di Barnabò Visconti e del suo governo si è detto nelle pagine antecedenti quanto basta a darne un'idea. Non sarà mestieri aggiunger molto per persuadere il lettore che egli fu uno dei peggiori nostri prìncipi. La fantastica crudeltà, il genio feroce di lui hanno tal fama, che sono passati in proverbio.
Altra volta, parlando dei Visconti e degli Sforza, mi provai a difenderli dai giudizj troppo severi degli annalisti posteriori. — Gli storici, o vinti o ingannati dall'influenza del dominio straniero, credettero tenere in credito i tempi loro, dipingendo con colori esagerati i precedenti. Soltanto chi guarda le due epoche ad una certa distanza, instituendo un accurato raffronto fra il bene ed il male delle due epoche storiche, potrà dare un equo giudizio di ciascuna. Se il bene è scarsissimo nell'una e nell'altra, il male, benchè molto in ambedue, permette una distinzione assai importante. — Nei nostri tiranni è a deplorarsi il delirio dell'uomo; nei dominii stranieri, che raccolsero l'eredità loro, è a combattersi un principio sovversivo d'ogni ragione civile. I primi versarono il sangue dei fratelli che non avevano abdicato ai diritti loro, e perciò si commovevano al vederli concultati; gli altri adoprarono la frusta, perchè il di più era troppo per una greggia di schiavi. In quelli, la successione è varia, alterna; i prìncipi miti e generosi ristorano bene spesso le stanche popolazioni dai sofferti oltraggi, e resuscitano l'amore della libertà, non morto, ma intorpidito nel cuore dei soggetti. In questi, il succedersi dei prìncipi è un fatto insignificante: sopravive ad essi, e regna con essi, il principio della conquista, che fa pessimi i cattivi, e non permette ai buoni di mostrarsi quali vorrebbero essere. Contro i nostri tiranni vediamo a quando a quando sollevarsi il popolo, per chiedere ed ottenere vendetta. Il suo sdegno, talvolta inopportuno, spesso, intemperante, è pur sempre generoso. Contro lo straniero una turba stanca ed avvilita non oppone che la infeconda virtù dei popoli oppressi, la rassegnazione.
Ad ogni modo, in un tempo in cui la nuda verità era tolta in sospetto, nulla di più provido che il mostrarla sotto un velo che l'adombrasse senza tradirla. La rivendicazione della fama dei nostri prìncipi non era soltanto un atto di ossequio alla storica imparzialità; ma diveniva un mezzo, l'unico mezzo possibile, per dire ai nostri oppressori: — nulla di più esiziale di voi; la tirannide dei nostri vecchi ci è più cara che l'ipocrita pietà dei vostri filosofi. Meno male la vista del sangue, che l'atonía, a cui voi ci condannate.
“Tra i nostri duchi alcuni furono ottimi; altri al livello dei tempi crudeli; pochi soltanto si mostrarono come un'odiosa eccezione della natura umana[76]„; e Barnabò fu appunto uno di queste. — La sua politica non ebbe mai uno scopo fisso; errò in balía di una volontà, che non aveva direzione o guida. Quando l'arbitrio suo era abbracciato per forza da tutti, e poteva essere lume o scorta alla condotta de' suoi soggetti, egli si ribellava contro i suoi stessi voleri. Fu crudele, dispotico, sanguinario, pel solo diletto di provare al mondo ch'egli era potente. Nemmanco a caso gli sfuggì un atto generoso; non premiò alcuno fra quei pochi che gli erano o gli si mostravano affezionati. Eppure la stessa ferocia e la gelosa tenacità del comando svilupparono in lui una delle più pregevoli doti di un principe. Egli non fu servo ad alcuno; non si piegò a preghiera, e molto meno a comando o ad autorità altrui. Il suo volere fu legge per tutti entro i confini del suo piccolo stato; e non subì mai influenza dal di fuori. Ebbe più volte la fortuna avversa; e l'affrontò con coraggio. Conscio del pericolo, ma confidente nella propria stella, ne escì sempre col minor male.
Agli sdegni della corte d'Avignone oppose l'indifferenza e lo sprezzo. La lotta tra lui e la Chiesa durò quanto il suo governo; nè mai si ritrasse da' suoi propositi per minaccia di nemici o per lusinga di alleati. La sua coscienza, corazzata di un cinismo invulnerabile, lo rese impavido e sereno sotto il peso delle scomuniche che a quei dì facevano tremare i suoi pari. Non rinunciò alle sue pretensioni su Bologna, anche dopo la scomunica di Innocenzo VI. — Grimoaldo, abate di S. Benedetto, colui che per ordine di Barnabò aveva dovuto inghiottire la bolla pontificia sul ponte di Marignano, divenuto papa col nome di Urbano V, volle vendicare l'oltraggio fatto ad un legato della corte romana scagliando l'interdetto contro l'empio violatore del diritto delle genti. Barnabò permise che l'arcivescovo di Milano si presentasse a lui, e gli porgesse il breve pontificio; volle anzi sentirsi dichiarare eretico e scomunicato: poscia, con quel piglio che non ammetteva remissione, lo fece inginocchiare davanti a sè, e gli disse in barbaro latino — “non sai tu, o poltrone, che io sono papa ed imperatore nelle mie terre?„ — e, come se ciò fosse poco, scomunicò alla sua volta il papa, e costrinse un prete a leggere in publico la bolla dell'interdetto.
Gregorio XI lo percosse una terza volta colle armi spirituali per le inaudite crudeltà commesse contro i guelfi. Quest'ultima prova non ebbe miglior successo delle altre. — Le ripetute irrisioni suscitarono due crociate contro di lui. Armeggiarono in suo danno l'imperatore, Giovanna di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Carraresi, i Gonzaga. L'esercito della lega s'ingrossò d'Ungari, e d'Inglesi. Barnabò, principe debolissimo a fronte di un nemico tanto formidabile, malsicuro della fedeltà de' suoi sudditi, prosciolti dai giuramenti in virtù dell'interdetto, capitano impetuoso ma ignaro dell'arte militare, eluse i disegni della crociata; ed, ora schermendosi coll'inganno, ora stancheggiando il nemico colle tregue, costrinse la lega a firmare una pace meno indecorosa per lui che pe' suoi potenti avversarii. Dopo di che, il principe, dianzi spodestato e messo al bando, divenne più imperioso, più temuto; dai nemici, e meglio obedito dai soggetti.
Quando l'imperatore Carlo IV lo privò della dignità di vicario imperiale, egli mostrò di aggradire questa prova di sdegno, dicendo: — non essere egli vicario di alcuno, ma signore assoluto dei proprii stati.
Un'altra lega, non meno potente della prima, si strinse allora a suo danno. Questa volle far precedere le negoziazioni alle ostilità. Trattavasi di convincerlo essere per lui cosa equa ed utile il deporre le sue pretensioni sulle terre spettanti alla s. Sede. Barnabò, poichè ebbe ascoltato i ministri della lega, li chiamò pazzi, e come tali li costrinse a vestire abiti bianchi ed a montare su ridicoli ronzini; poi a furia di popolo li mandò in volta per le vie di Milano; e, prima di congedarli, li fece sostare due ore alla porta della città, perchè raccogliessero le fischiate e le villanie della plebe.
Ma tali eccessi, che attestano una libidine di potere ed una temerità del pari stolte ed estreme, potevano in qualche modo tornare utili e graditi a' suoi soggetti? Le continue guerre esaurivano il tesoro; i balzelli e le concussioni, poichè i mezzi ordinarii erano insufficienti, dovevano ristorarlo. In mancanza dello spontaneo concorso de' suoi cittadini, stanchi di sostenere col denaro e col sangue le sue stolte imprese, dovette più volte, con orribili minaccie e con castighi ancor più orribili, richiamarli all'obedienza. A Modena raccolse una parte del suo esercito disperso, punendo i morosi con supplicii inauditi. La fortuna non gli era sempre propizia; parziali sconfitte gli fecero perdere Bologna, Modena e le terre finitime. Reduce dalle sue temerarie spedizioni, egli ebbe solo a rallegrarsi d'aver prodigiosamente poste in salvo la persona e la sovranità, e di conservare intatto il suo coraggio per una vicina riscossa.
Delle leggi interne non si occupò gran fatto. Le buone, prezioso avanzo del governo popolare, raccolte e sancite dai suoi predecessori, non abrogò; ma, lasciandole neglette nel corpo degli statuti od affidandone l'osservanza ed il profitto ai magistrati, ne permise, e quasi ne protesse la violazione. Egli intanto attese ad infarcire un codice fin troppo saggio pei tempi, con una prodigiosa congerie di decreti, consigliati dal capriccio, o suggeriti da un improvido zelo, ma più spesso dettati dalla sua natura feroce e capricciosa. Alle pene pecuniarie sostituì le corporali; e fu abile maestro non solo in applicarle ai minori reati, ma in crear nuovi e stranissimi supplicii; ed alla mostruosa violazione delle leggi di natura egli aggiungeva sempre la derisione, provocata dal suo carattere brutale e motteggiatore. — Eccone un esempio. Le vie di Milano, specialmente la notte, erano malsicure. Saggie e severe leggi erano state emanate in proposito avanti il governo di Barnabò; la più ovvia fu quella, che ingiunse ai passaggeri di munirsi di face o di lampione, sotto pena di multa o di prigionia. — Barnabò volle che nessuno, per qualsivoglia motivo, osasse metter piede fuori di casa dopo un'ora di notte; e a chi fosse trovato per istrada faceva amputare un piede, dicendo che il colpevole doveva punirsi in quella parte del corpo, che aveva violato la legge. Colla scorta di un tale criterio punitivo, volendo tenere in freno le fazioni, dannò a morte chi parteggiasse per l'una o per l'altra; e fece tagliar la lingua a chi pronunciava soltanto i nomi di guelfi e di ghibellini.
Devesi all'incuria del suo governo la diffusione della pestilenza, che desolò la città di Milano nell'anno 1361. Ottime leggi sanitarie, sotto il governo di Luchino, l'avevano preservata. Ma Barnabò, o per sprezzo di quanto non emanava da lui, o peggio per l'inumana vista che la minaccia fosse ottimo mezzo di freno e d'intimidazione, non oppose alcuna resistenza al progresso del morbo, il quale nella sola Milano mietè oltre settantamila abitanti.
Intanto egli, per sfuggire al pericolo del contagio, si chiuse nel castello di Marignano. Ivi ingannò la noja della solitudine fra cortigiani e giullari; e, per ischerno alla publica sciagura, raddoppiò le imbandigioni e le orgie. — Cessata la peste, l'altra calamità, sua indivisibile compagna, afflisse il popolo milanese. La carestia, cagionata dall'inclemenza delle stagioni e dalla negletta agricultura, accrebbe, se era possibile, la miseria publica. Barnabò non si diede alcun pensiero per temperare i mali del suo paese. Il signore di Marignano, salvo dalla peste, potè schernire più sfacciatamente la carestía. Non furono mai tanto rumorose ed allegre le caccie del principe, come in quest'epoca; con quante prepotenze verso i suoi vassalli, con quanto danno dei campi, crediamo d'averlo già detto. Si è pure di già accennato come egli alleviasse le sue spese private, obligando i vassalli a nutrire parecchie migliaja de' suoi cani, e a renderne conto, (e qual conto) ad epoche determinate. Condannò ad atroce pena corporale un giovinetto, che raccontò aver sognato di cacciare un cinghiale, e prescrisse che i notaj criminali cominciassero a fruire del publico stipendio solo quel giorno in cui provassero d'aver consegnato al carnefice un ladro di selvaggina.
Siamo ben lontani dall'aver compiuto il sommario delle crudeltà di questo principe. Ma il lettore ne è sazio, e poichè egli non ha bisogno d'altre prove, tiriamo di buon grado un velo su questi vituperi che degradano la dignità dell'uomo.
Quanto doveva essere trista la condizione del popolo milanese costretto ad obedire ad un principe di tal natura! Il governo di Barnabò era reso ancora più duro ed intolerabile dal confronto con quello di Azzone e di Luchino, l'uno mite, l'altro severo, ma giusti ambedue e sapienti. Lo spirito di ribellione cresceva a misura che andavano aumentando i delirii di questa fiera. Ma ogni conato era inutile. Gli elementi di una cospirazione vasta, e certamente vittoriosa, esistevano nel cuore di mille e mille cittadini; ma lo stringere le sparse forze degli individui nel fascio, che rende invitta la scure del popolo, diveniva un'impresa, più che ardua, insensata. D'altra parte, le congiure a quei tempi non avevano che una sola mira: quella di liberare il paese dal tiranno, vendicando il sangue col sangue. Il privarlo delle sue forze, o il sollevare contro lui forze maggiori onde l'uomo debole e degradato sopravivesse a sè medesimo ed alla propria potenza, era un'arte ignorata, frutto di tempi più civili e di consumata esperienza della sventura. — Fatto è che Barnabò ebbe lungo regno; e che contro lui non si levò mai una mano vendicatrice.
CXLV.
Il secreto interprete delle ire impotenti dei milanesi era il Conte di Virtù, il quale teneva d'occhio la corte e la città di Milano, e ne spiava i procedimenti ed i voti, meglio che non facesse Barnabò, in uno co' suoi figli e con Medicina.
Giangaleazzo sapeva che presso di sè, e nello stesso suo castello, si tenevano pratiche col signore di Milano. Egli non disperse però le sue forze nella ricerca degli infidi: ma si giovò dell'opera loro per spargere sul proprio conto notizie ingannevoli, e per crescere e rassodare la cieca confidenza dello zio.
Vero è che il pensiero di affrettare la vendetta, nato dal suo nuovo incontro con Agnese, lo aveva quasi indutto ad abbandonare il consueto riserbo, onde colpire Medicina, ancora più odioso e scelerato che lo stesso Barnabò. Gli sorrideva la speranza di potere raggiungere e percuotere colla sua spada l'infame ciurmatore. Ma abbandonò anche questo pensiero; perchè uno sdegno subitaneo e generoso gli parve meno sicuro che una lenta e ben preparata punizione. — Benchè egli godesse nel suo stato di quella sicurezza, che è la forza di un principe mite e generoso; benchè il suo governo fosse una favorevole eccezione pei tempi che correvano, e diventasse un modello di moderazione, a confronto dei governi vicini e delle recenti tirannidi di suo padre; pure egli non osò mettere a prova la fedeltà e il valore del suo popolo, levandolo in armi e spingendolo inconsideratamente nelle incertezze della guerra. Un'altra via, più lunga ma certa, lo doveva condurre alla fortunata meta.
Lunghi mesi di aspettativa pose egli tra il concetto ed il fatto. — Stancò l'impaziente rabbia de' suoi nemici con una mansuetudine che ne disarmava la mano. Lo scudiero di Caterina corse più e più volte da Pavia a Milano, recando null'altro che le ripetute istanze della sua padrona, e riportando promesse vaghe, rimandate ad un'epoca più o meno vicina, che non arrivava mai. Le relazioni, che venivano fatte a Barnabò sul conto di suo nipote, lo lasciavano troppo tranquillo. Il signor di Pavia nella mente dello zio spendeva la giornata in opere di pietà, interrompeva le consulte per ricordare a' suoi ministri esservi un Dio giudice e punitore dei potenti; non compariva in publico che accompagnato da numerosa scorta di cavalieri; ed infine sollecitava dall'imperatore Venceslao la dignità di vicario imperiale, sdegnosamente rifiutata da Barnabò. — E le parole sue, come i suoi atti, erano sempre, od apparivano, il frutto di un animo timido, irresoluto, ossequioso.
Agnese, penetrato il secreto di questa condotta, l'avvalorava de' suoi consigli; ed aveva fede nell'avvenire. Non così Caterina; le speranze continuamente deluse accendevano vieppiù i suoi sdegni e sviluppavano in una natura fiacca ed impotente una volontà intolerante d'ogni indugio e più che mai cupida di vendetta.
Passò tristamente l'inverno del 1385 per la corte di Pavia. — Il conte ed Agnese fiutavano quell'aria pregna di miasmi, che precede lo scoppio della bufera. Un sorriso artificioso ed ironico da qualche tempo posava sulle pallide labra di Caterina. Le veniva riferito dal fratello, che Barnabò, trovando esausto l'erario, a motivo delle splendide doti assegnate alle molte sue figlie, aveva finalmente risoluto di ristorarlo colla conquista di Pavia. Non s'aspettava che la buona stagione per mettere in atto il disegno. — La conclusione di quella notizia era la seguente: egli, cioè Rodolfo, avrebbe pensato di vendicarla delle offese ricevute da suo marito; lasciavasi poi a lei sola l'incarico di punire, come meglio credesse, la sua rivale.
Tutto ciò venne a notizia del Conte di Virtù. Gli fu riferito ancora che Barnabò pensava ad un futuro riparto dello stato fra i suoi figliuoli; per la qual cosa, se egli fosse venuto a morte improvisamente, la signoria di Milano verrebbe suddivisa in tante parti quanti erano gli eredi di lui. L'impresa sarebbe allora divenuta più difficile: era necessario affrettarla.
Sulla fine d'aprile, Giangaleazzo indirizzò a suo zio una lettera piena, al solito, di frasi umili e devote. — In essa gli ricordava i vecchi legami di sangue, che lo facevano superbo di chiamarsi suo nipote. Gli rammentava inoltre che quei vincoli erano stati ribenedetti dalle nozze di lui con sua cugina, ond'egli aveva acquistato il diritto di chiamarsi suo figlio. Della freddezza, che regnava fra le due corti, incolpò le preoccupazioni del governo; le quali, se assorbivano gran parte della sua meschina esistenza, non gli chiudevano però il cuore alle voci della natura. Pesava sul suo animo il rimorso di non avere fino allora mostrata al mondo tutta la riverenza ch'egli nutriva per un sì nobile principe e per un parente tanto affettuoso. Gli annunciava che, come ammenda de' suoi peccati e pel bene dell'anima sua, gli era stato imposto di recarsi in sacro pellegrinaggio al Monte sopra Varese, per ivi sciogliere un voto alla Vergine. A tale scopo egli doveva passare da Milano ai primi di maggio, ed arrestarsi un giorno nel castello di Porta Giovia. Chiedeva allo zio di poter avere in tale occasione l'onore di baciargli la mano. Che se poi, come caparra d'affetto o di perdono, il nobile parente avesse assentito di unirsi a lui nella pia impresa, egli lo seguirebbe a manca del suo cavallo, e gli porgerebbe la staffa in salire, come suo scudiero. Concludeva dicendo che a Dio ed alla Vergine riescirebbe più gradito il voto, quando fosse consacrato da quest'atto di spontanea ed amorevole conciliazione.
Questa lettera produsse l'effetto che il conte s'era aspettato. — Barnabò trovavasi in mezzo a' suoi figli, quando la ricevette. L'aperse, e riconobbe, senza guardare la firma, i caratteri del nipote. Il suo volto, che prima era torvo, si fece piano e sereno su quei caratteri. Avviata la lettura, mano mano ch'egli scorreva le righe ed affoltavasi nel leggerle e nel pronunciarle, la sua fisonomia ripigliava la consueta aria burlevole, che era sintomo di buon augurio pe' suoi famigliari. Quando l'ebbe scorsa tutta, la ripiegò sghignazzando. A quell'improviso accesso d'ilarità, tutti guardarono in viso al padre; ma nessuno osò interrogarlo. Lo stesso Barnabò non volle defraudare i suoi figli di ciò che lo metteva di buon umore; fe' cenno a Rodolfo, che gli si avvicinasse, e gli diede a leggere il foglio. — Lesse questi, e sorrise per fare la corte alla paterna ilarità, poi consegnò lo scritto ad altro de' suoi fratelli:
“Che ne dite del nostro caro parente?„, chiese Barnabò a suo figlio.