Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 22
A questo punto ci pare che alcuno ne dica: questa vostra virtù che annunciate di volerci mostrare d'ora inanzi sempre in mezzo ai pericoli, e sempre salva, dopo quei precedenti di fragilità che ci avete svelati, è meravigliosa, è edificante, ma è poco credibile. Il mondo progredisce, o indietreggia; ma la natura non si cangia: ciò che non sembra possibile per gli appassionati del giorno d'oggi, non può essere probabile per quelli di quattro o cinque secoli addietro. Date (è sempre l'amico lettore che ci consiglia) date al vostro racconto un altro scioglimento; cercatene uno più spiccio e più clamoroso. Se non è il vero, sembrerà almanco il più verosimile.
La colpa di queste apparenze non è di chi scrive, ma di chi gli ha fornito il materiale per tesserne un racconto. Forse fu un torto l'essergli stato troppo ligio, e il non aver osato deviare dalle sue orme. È già una colpa molto diversa e molto più perdonabile.
La tentazione di abbandonarlo l'ho provata, a dir vero, anch'io. Mi sorrise più d'una volta l'idea di chiudere il racconto con una di quelle catastrofi, che scuotono così bruscamente l'animo del lettore da non lasciargli tempo e capo per giudicare se siano vere od assurde. — Fra una rottura completa ed una completa riconciliazione de' nostri eroi, che potevano essere due buone escite, quello scioglimento che, per ossequio alla cronaca, si è prescelto, un'alleanza cioè incerta e condizionata, mi parve il più meschino e il meno efficace. Allora ho schierato dinanzi a me, non senza provarne qualche seduzione, veleni, pugnali e simili spedienti da scena. Occhieggiai una cella solitaria, in cui Agnese avrebbe potuto co' suoi languori espiare il suo fallo: e mi parve che tale avvenimento, oltre essere l'unica soluzione del garbuglio, poteva offrire gli estremi ad un episodio vivo e patetico.
Eppure, ragioni più sode hanno dissipata la tentazione. Dopo aver fatta tanta strada col nostro cronista, ed esserci scambiati molti tratti di cortesia e di benevolenza, non mi parve bello l'abbandonarlo, così su due piedi, per l'unica ragione ch'egli pareva avere la fantasia un po' stanca. Oltracciò, al punto in cui siamo, le pagine del cronista non appartengono più a lui, ma sono per così dire la porta secreta che guida al santuario inviolabile della storia, per la quale ora devesi introdurre il nostro lettore.
Quando mi balenò dunque alla mente il pensiero di separarmi dal compagno, non era più il tempo di farlo. Era bensì lecito di mettere a soqquadro quanto precede e prepara il nodo del racconto, ma lo scioglierlo con un atto violento, in un modo diverso da quello che la storia addimanda, era un tradire la verità ed armare le censure dei passati e dei presenti. — Ed anche qui (poichè sono in vena di schiettezza) dovrò confessare, che gli sdegni del cronista non mi facevano paura, perchè il poveretto è morto senza successori; ma il manomettere il tesoro degli storici, che vivono nei loro libri, e che hanno legato i loro tesori ai dotti, mi parve un atto troppo temerario e pericoloso. — Continuiamo dunque colla cronaca; poichè da questo punto la cronaca cammina di fianco alla storia.
CXL.
Agnese, dopo quell'atto spontaneo di affetto che era ad un tempo una risposta ed una proposta, sentì svanire da sè l'esitanza, che poco prima la costringeva al silenzio. Non temette di aver concesso troppo, ma provò la necessità di rischiarare la posizione d'entrambi, accennandone i patti. L'importanza del soggetto, le inspirò quella parola nè timida, nè severa, che conveniva ad una donna e ad una madre. — Canziana rimase presente al colloquio: se avesse tentato di allontanarsi, Agnese l'avrebbe trattenuta.
“Eccovi, disse Agnese, quella creatura a cui volete dare il vostro glorioso nome. Sia come il cielo ha destinato. Amate dunque il vostro figlio d'adozione; ma rammentate ch'egli ha una madre, che essa fu tanto sventurata; e che, se ora si chiama meno infelice, gli è perchè il cielo le ha fatto dono di questo tesoro.„
“O Agnese, interruppe il conte, io voglio amare Gabriello con voi, non contro di voi. Voglio che egli gusti la prima e la più soave delle dolcezze umane, l'affetto di sua madre. Io non porrò tra voi e vostro figlio l'autorità del padre adottivo; non lo chiamerò presso di me, se voi non l'avrete congedato dalle vostre braccia. Quando, confuso fra i giovinetti amanti la gloria delle armi, mi chiederà una spada, io gliela cingerò, e gli insegnerò ad usarla.
“Ma fino a quel giorno....„
“Fino a quel giorno sarà tutto vostro. — Egli ebbe da voi il primo nutrimento del corpo; riceverà da voi stessa il primo pane dello spirito. Tocca alla madre l'insegnare a'suoi figli le prime virtù.„
“Voi siete generoso„ — soggiunse Agnese visibilmente commossa.
“Non mi chiamate troppo presto con tal nome. L'egoismo dell'amore rassomiglia qualche volta alla liberalità di chi semina a piene mani, perchè spera raccogliere nell'egual misura — Quando avrete udito le mie condizioni....„
“Le condizioni, e quali?„
“Quelle che sono richieste dall'osservanza de' miei doveri. L'affetto mio per Gabriello non deve essere un vacuo e leggiero sentimento, che si esaurisce in aspirazioni ed amplessi. È la paterna tutela che mio figlio esige da me; è la incolumità de' suoi giorni, che io gli debbo anzitutto assicurare.„
“Dubitate forse della mia sorveglianza, delle mie cure?„
“Mi guardi il cielo. Gabriello può dormire tranquillo sul seno di sua madre; ma la madre (ditelo in buona coscienza) può ella chiudere gli occhi un momento, e sognare sicurezza in mezzo ad un mondo che l'ha fatta più volte bersaglio della sua malevolenza? — Chi protegge questa donna derelitta; chi difende in lei i diritti della natura?„
Agnese impallidì; gli occhi le si riempirono di lacrime.
“Voi pure, continuò il conte, vi chiamate convinta del mio amore per Gabriello, ma per ciò sareste voi pronta a staccarvi da lui, ed a confidarlo senza riserva alle mie cure? V'ha forse una ragione, o Agnese, perchè io ami meno, o diversamente, quel figlio? L'ansia, che provate alla sola idea di saperlo lontano, è comune anche a me. Io non dubito della madre, ma degli uomini: io non voglio dividere Agnese da Gabriele; ma mi colloco fra questi cari oggetti dell'amor mio e il mondo che li minaccia?„
“Che dite mai, o signore? Voi mi fate paura.„
“Pensate a ciò che è avvenuto jeri, pensate ai fatti d'oggi, e dite se possiamo vivere tranquilli pel dì venturo.„
“Pur troppo! — aggiunse fra sè, ma ad alta voce Canziana, — pur troppo. Senza una grazia del cielo il povero Gabriello era perduto. Non bisogna fidar troppo e sempre nei prodigi; è più saggio prevenire il pericolo che volerlo incontrare per vincere.„
“Anch'io penso così. È perciò che mi sono rinchiusa in questa dimora solitaria, affinchè il mondo si dimenticasse di me.„
“Ma le fiere hanno fiutato da lungi le peste della vittima. Voi potete fuggire di qui, credervi sicura in un luogo ancora più remoto di questo; i ribaldi vi seguiranno, vi raggiungeranno.... Questa guerra codarda va loro a sangue....„
“Ma Dio mio! perchè tanta persecuzione?„
“Non mi odiate per questo, o Agnese; io voglio essere sincero: la causa di ciò sono io. I tristi assalgono il Conte di Virtù nelle sue interne affezioni; perchè non osano attaccare le sue schiere, e far legittima guerra. Gli vogliono rapire il figlio, come gli hanno rapito il cuore dell'amante.„
Agnese proruppe in uno scoppio di pianto.
“Ma qual è il rimedio a tanto pericolo?„ chiese poco dopo la madre.
“La pietà per vostro figlio vi chiede un nuovo e più grande sacrificio. — La proposta che io sto per farvi è penosa, ma necessaria. Oh perchè Dio non ve la inspira!„.
“Dite, o Signore; io son pronta a tutto.„
“Voi lascerete al più presto possibile questa dimora, e cercherete un asilo nel castello di Pavia.„
“Ciò è impossibile„, rispose recisamente Agnese.
“Era impossibile alla donzella d'un anno fa; ma alla madre, che vuol porre al sicuro suo figlio, ciò è necessario.„
“Dovunque io mi trovi, gli scelerati non oseranno toccare il mio Gabriello: io lo difenderò colla preghiera, colle strida, colle armi se fia d'uopo. Non l'abbandonerò mai; chi vorrà stendere la mano su lui dovrà prima uccidere sua madre.„
“O Agnese, tutto ciò è nobile, è santo; ma la natura non è sodisfatta da questi eroici propositi. Vi è chi vuole, e chi deve dividere i vostri pericoli. Quel desso son io„.
“Ma nel proteggere Gabriello non vi è lecito mettere un'altra volta in pericolo l'onore di sua madre....„ soggiunse con eguale risolutezza Agnese.
“Dubitate voi di me? Oh, allora, fra due mali, fra due incertezze, spetta a voi sola la scelta„.
“Io ho fede nella vostra generosità; ma questa fede, fosse anche la più viva e provata, non mi autorizza a scordare i riguardi che debbo a me stessa. — Ciò che è avvenuto, non mi ha tolto ogni speranza di riabilitarmi dinanzi alla mia coscienza ed agli uomini: io debbo volgere ogni mia azione a questo scopo.„
“Temete il mondo, poveretta; e vi chinate dinanzi all'effimera autorità de' suoi giudizii?„
Agnese tacque.
“Vorrete dunque sacrificare la vita e la salvezza di vostro figlio al timore della loquacità de' miei cortigiani? Sappiate che l'arma della calunnia è inoffensiva in corte, perchè troppo abusata. Ciò che oggi lo sfacendato servidorame guarda sott'occhi e beffeggia, dimani trova degno di plausi e d'onori. Io ho l'arte di soffocare l'insultante sorriso, che vi fa paura; saprò (ve lo giuro) rispettare il vostro nome, e fare ch'esso sia rispettato da tutti.„
Meravigliata della franchezza di queste parole, Agnese non insisteva nella sua ripulsa; ma, con un'aria di aspettativa angosciosa, invitava il conte a spiegare più chiaramente le sue intenzioni. — Tali parole riescivano ancora più misteriose a Canziana; ella voleva ardentissimamente il meglio della sua padrona, ma non sapeva dove cercarlo, a che e a chi fidarsi.
“Uditemi attentamente, proseguì il conte. — Voi conoscete quali rapporti esistano fra me e il signore di Milano: non ignorate, che fino a questo giorno io ingannai la vigilanza de' miei nemici, che seppellii nel fondo dell'animo i miei sdegni, perchè si accumulassero, che posi in essi la mia ricchezza, la mia forza. Oggi mi sento forte e ricco; il modico risparmio di molti giorni è divenuto un tesoro. Il principe timido e docile, che studiava la capricciosa volontà di un parente, per piegarvisi, da questo istante vuol gettare la maschera. — V'ha fra i prìncipi un linguaggio che vince ogni ardita parola, che pareggia la stessa minaccia. — Se oggi Barnabò Visconti mi spedisse un suo legato, io non avrei che a rifiutargli un sorriso, perchè si rompesse la guerra fra me e il signore di Milano. — Ma non è ancor tempo di ciò. Il mio mutar di condotta vuol essere deciso, non imprudente. — La vostra apparizione al castello di Pavia sarà il primo passo verso un'esistenza più libera. Voi sarete il genio benefico che rompe un fatale incanto„.
“E i legami di parentela che avete stretto da poco tempo colla corte di Milano? e l'amore di Caterina Visconti?„
Lasciamo al lettore il definire se in queste parole si celasse un avviso od un rimprovero, se fossero dettate da sentimento di pietà, o da un sintomo inavvertito di gelosia. È probabile che vi entrasse un po' di tutto.
“Voi mi parlate di Caterina? Infelice creatura! Non fu mai fatto strazio più crudele della volontà di una donna. — Fanciulla, fu ceduta al migliore offerente; al Conte di Virtù piuttosto che ad altri, perchè il conte la chiedeva a più larghi patti. Sposa, si vuol fare di lei un secreto strumento del signor di Milano. La timida donna non è atta a tanto. — Una lettera di suo fratello Rodolfo la impegnava due giorni fa, in nome del padre, a spiare le mie intenzioni e a riferirle. Ella respinse la proposta; si chiama o si sente inetta a così odioso incarico. — Io ebbi nelle mie mani lo scritto dell'uno e la risposta dell'altra. Caterina è incapace a far male.„
“Perciò appunto io rispetterò la calma, di cui ella gode. La mia presenza potrebbe turbarla.„
“Se avete fede in me, se credete alle mie promesse, non dovete temere per lei. La fermezza, con cui vi do parola di volere rispettare i diritti di quella donna, deve essere una guarentigia sacra e solenne anche pei vostri. — Orsù Agnese; non create ostacoli alle mie risoluzioni. È tempo che il timido vassallo di Barnabò scuota il giogo, e ripigli la sua autorità. — Prima di amar voi, prima di sposar Caterina, io era secretamente legato alle sorti di vostro padre e de' suoi amici. Ho temporeggiato anche troppo.„
“Io non comprendo, come ciò che mi chiedete possa entrare in tali disegni.„
“Dal momento che la figlia di Maffiolo Mantegazza avrà posto il piede nel castello di Pavia, dirò che ho gettato il guanto al Visconti di Milano.„
“Ma con qual titolo la figliuola del proscritto varcherà la soglia della reggia dei Visconti?„
“Potrà entrarvi come un'infelice profuga e perseguitata che chiede ed ottiene protezione, ospitalità. Potrà rimanervi come dama d'onore di Caterina nel novero delle matrone e delle donzelle, tolte alle famiglie più affezionate al Conte di Virtù. — Vi è grave, lo so, questo nome; ma, per la memoria di vostro padre, non lo rifiutate. Il sacrificio lo rende nobile; se questa proposta vi fosse sembrata bella e fortunata, allora vi direi: diffidate, o Agnese. In far ciò che vi è grave, avrete salva almeno la vostra coscienza.„
Fra le tante ragioni, colle quali il conte tentò smovere l'animo d'Agnese, questa fu la più valida. Cedendo in altro tempo alle parole di lui, aveva provato un'ebrezza lusinghiera; quell'ebrezza era stata un inganno. Ora ad una preghiera, fattale dalla stessa persona e con non meno vivo affetto, ella provava una commozione grave, solenne, quasi dolorosa. Ma l'idea di un sacrificio ripigliò su lei quell'impero, che altra volta fu usurpato da una vana lusinga di felicità. Tacque Agnese, ma il silenzio ebbe il significato di un'affermativa rassegnata. Il suo aspetto calmo e sereno crebbe il valore della tacita risposta. — Il conte e Canziana l'interpretarono come un si; e l'accolsero con immensa gioja.
CXLI.
Il meno sodisfatto di un simile scioglimento, diciamolo un'altra volta, è chi scrive. Egli avrebbe voluto far d'Agnese un'eroina, e forse poteva sperare di riescirvi anche dopo quello che si è narrato. Ma ora, al punto cui sono avviate le cose, chi potrà persuadersi che altra ragione, fuorchè un amor recidivo, fosse il secreto consigliero della sua docilità? — Le promesse del conte sono sospette; l'assenso di Canziana non ha sufficiente peso. — Nondimeno, questi momenti d'incertezza, questi inciampi involontarii della virtù, ci attestano veritieri. Nulla è più atto ad autenticare l'originalità di un ritratto e la sua felice rassomiglianza, quanto il non avervi omesse le rughe e le chiazze.
I nostri personaggi, ciascuno secondo le proprie viste, chiamarono fortunata la fatta risoluzione. Agnese fece tacere i suoi dubii per rallegrarsi al vedere rivivere i disegni di suo padre. Il conte v'aggiunse il conforto di potere finalmente venire in grado di rendere ad Agnese un po' di quel bene che la sua improvida condotta le aveva rapito. Pensava di circondarla d'ogni sua cura, di darle le migliori e le più sode prove d'affetto; ma queste cure e queste prove d'affetto dovevano essere tali che non la facessero pentita mai della sua fiducia. Egli si trovava forte a ciò; si rallegrava con se stesso; e, affrettiamoci a dirlo, non si rallegrava a torto. — Canziana era fatta lieta dalla convinzione di veder adottato un partito, che poneva al sicuro i suoi diletti padroni. Non era cieca però; vedeva anzi da lontano più pericoli che in realtà non esistessero. Ma altri più gravi e più urgenti pericoli la sospingevano ad accogliere la proposta del conte come un favore, che la Providenza non volgerebbe a male.
Dopo una settimana, che passò nè lieta nè mesta, Agnese, perfettamente risanata, abbandonò, in un con Gabriello e Canziana, il suo ritiro. — In quel punto, gravi pensieri si levarono nella mente loro e resero più doloroso il congedo. Nella mesta calma di chi partiva non v'era soltanto il rammarico delle abitudini troncate. — La buona gente, che aveva esercitata l'ospitalità con nobile disinteresse, pigliò per sè quella manifestazione. Con segni di affetto riverente accompagnò chi partiva fino sulla strada maestra. Ivi la separazione fu affettuosa. La memoria del ricevuto beneficio e la sodisfazione d'aver fatto del bene, durarono ben oltre quel giorno. Agnese ricordò per tutta la vita la carità de' suoi vicini, e potè a suo tempo attestar loro, coi fatti, che chi fa del bene impresta a Dio.
L'ingresso di Agnese nel castello di Pavia fu, come era a prevedersi, segnalato dal solito cicalio dei crocchii cortigianeschi. L'arrivo di una dama era per quegli sfacendati un fatto significante; la bellezza di Agnese, ancorchè modesta e riservata, divenne in breve il punto di mira degli sguardi i più appassionati. Il suo nome e le sue disgrazie prestavano argomento a varie e strane dicerie. — Taluno osò sulle prime tessere sul suo conto novelle poco onorevoli; qualche altro, coll'aria languida e i frequenti sospiri, tentò farsele vicino, e render vere le ingiuriose supposizioni dei calunniatori. Ma la costumatezza di Agnese, i modi onesti e parcamente socievoli, coi quali ella trattava indistintamente tutti i cortigiani, disarmarono in breve le male lingue, e tolsero ogni speranza ai malcreati paladini.
Anche la condotta del Conte contribuì a tale intento, perocchè egli seppe proteggerla più col riserbo, che non coi fatti. In capo a poche settimane, la turba linguacciuta non trovò più il solito diletto nel malmenare la riputazione d'Agnese. Non convinta della sua innocenza ma distolta dal triste officio di scovarne i misteri, finì per rispettare in lei una protetta del padrone, la creduta àrbitra della sua volontà. In corte non mancavano argomenti nuovi e bizzarri per sbramare la cupida oziosaggine degli infingardi. — Agnese pertanto fu salva dalla stessa malevola leggerezza de' suoi nemici.
Ma era essa felice? Se le fosse bastato il sentirsi sicura dalle minaccie, che l'avevano funestata nel suo ritiro, o il vedere dissipati i pericoli che accompagnavano il suo ingresso in corte, dobbiamo dire di sì. Se a far felice una madre basta il veder crescere bello e gagliardo il proprio figlio, dobbiamo ripetere di sì. — Ma la vita di Agnese non si rinchiudeva tutta entro questi limiti. Il conte non le aveva promesso soltanto di difenderla dalle insidie de' suoi detrattori: egli parlò e promise in nome di suo padre. — Da quel giorno la memoria paterna non fu soltanto una storia di affetti; fu l'idea fissa di un sacro dovere, di un voto che dimandava pronto e coraggioso adempimento.
CXLII.
In quel mezzo, un'altr'anima si scosse, tocca dai sintomi di una passione nuova e prepotente. La languida e svogliata Caterina, al primo vedere Agnese, sentì per essa un'antipatìa foriera di malevolenza e d'odio. La prima volta che la vide fra le dame d'onore, la privilegiò coi tratti della più marcata incuria: appena levò su lei lo sguardo, lorchè il maestro delle cerimonie, presentandola come un nuovo fiore della sua corte, ne pronunciò il nome, e l'accennò colla mano. La sua avvenenza l'irritava; e, siccome non era possibile metterla in dubio, Caterina osò chiamarla una bellezza ipocrita ed usuraja. — Le traccie de' suoi patimenti, invece di meritare pietà, furono giudicate sforzi ingannevoli dell'arte muliebre, di cui ella temeva ed invidiava gli incanti. Credette che quella donna fosse comparsa in corte per gettarle una sfida, e farla vittima de' suoi trionfi. Della sua vita non conobbe che quella parte che riguardava la persecuzione patita per volere di suo padre: ma bastava un tal fatto (e questo era il lato meno debole de' suoi ragionamenti) per credersela nemica, congiurata a suo danno.
Il conte trattava la nuova dama colla riverenza garbata e dignitosa, ch'egli usava con ogni altra della corte. Ma Caterina, delirante di gelosia, credette sorprendere sguardi d'intesa, parole misteriose, perfino mal repressi sospiri. Arrovellava se un fortuito incontro li avvicinasse; e se il caso li teneva disgiunti più dell'ordinario, ella interpretava questa tranquillante apparenza come un riserbo studiato, onde eludere la sua vigilanza, e preparare più tranquilli convegni. Da quel momento, la principessa finì d'essere la donna schifiltosa, noiata di tutto, indifferente a tutto. Raccolse quel po' di vita, che ella consacrava alla scelta dei giojelli e delle vesti, o alle lunghe arti dell'apparecchiatojo, per nutrire la nuova passione, che le faceva battere il cuore, fin allora inerte.
Corse voce nei crocchii dei cortigiani, che la principessa erasi fatta più avvenente. L'ira aveva per verità riacceso quel volto, che, nella sua irreprensibile regolarità, portava dianzi l'impronta di un'anima sonnolenta ed agghiacciata. Le sue gote si colorirono di un leggiero incarnato; gli occhi, di solito socchiusi e paurosi della luce, s'aprirono più liberamente, stanchi dell'oscurità, avidi di vedere, di scoprire, di fulminare i colpevoli.
Ma i propositi, sanciti nelle irrequiete sue veglie, rompevano contro difficoltà insuperabili. Fissava ella cento volte l'ora il momento di dichiarar guerra alla sua rivale; giurava a sè stessa di non voler più oltre soffrire le supposte tresche; ma il dì e l'istante giurato non arrivavano mai. Ella era sola; nessuno aveva penetrato i suoi misteri; a nessuno, nemmanco alla più fida delle sue ancelle, aveva aperto il suo cuore e chiesto soccorso.
Taluno, indovinando in quale tempesta si logorasse l'infelice donna, mosso da una pietà non innocente, osò andarle incontro ed offrirle quella servitù, che essa non sapeva chiedere. Uno scudiero, che aveva sogguardato tante volte con indifferenza la sua padrona finchè ella era assopita nella consueta sua noja, la trovò bellissima e seducente, dopo che la nuova passione aveva rianimata la dea di marmo.
Colpito dall'improviso mutamento, non osando dimandare nè a lei nè ad altri la cagione di quei sospiri, cercò di sorprenderli e di appajarli co' suoi. Ai colleghi nojati dal servizio dell'anticamera si offrì, quante volte potè, come supplente; e studiò ogni mezzo, ogni pretesto, per aprirsi la via al gabinetto della principessa, e sorprenderne il solitario corruccio. I costumi cortigianeschi di quei tempi imponevano a scudieri e paggi di piegare il ginocchio dinanzi alla loro padrona, ogni qual volta dovessero presentarle alcuna cosa. — L'audace scudiero trasse profitto dalla positura supplichevole, a cui lo costringeva il mestiere, per volgere a Caterina tale parola, che frantesa o male accolta avrebbe potuto costargli la vita. — Ma Caterina, stanca d'essere sola, non la sgradì. Ella non pensò ad altro in quel momento che a procurarsi un fido servitore, che spiasse per suo conto dove a lei non era permesso il penetrare. E per certo non imaginò che la devozione di quell'uomo potesse meritare altra mercede, fuorchè l'onore della privilegiata servitù e il compenso di qualche sguardo meno altero.
L'abile intrigante non aveva bisogno di veder ristabilita la calma in quel cuore; poichè allora Caterina sarebbe tornata la donna di prima, ed egli verrebbe confinato di nuovo nell'abbietta anticamera. Bisognava dunque non lasciar riposo a quell'acqua torbida, anzi sommoverla e intorbidarla sempre più; egli poi saprebbe trovare il momento opportuno per pescarvi dentro a suo modo.
Fu allora, e per mezzo di quello scudiero, che Caterina seppe il restante della storia di Agnese. Se nelle sue accuse, fondate sulle apparenze, ella era stata ingiusta, i fatti pur troppo gravi e certi, che ella arrivò a conoscere, rendevano perdonabile il sospetto.