Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 20
“Chi dice altrimenti? Ci va della pelle, lo so ancor io; e la pelle è un vestito che si rattoppa a stento, e che non si muta a piacere. Gli è perciò che non andrei solo a far guerra alle masnade, e che vi propongo di unirvi a me e di far comunella„.
“Io ci sto, disse Bruto; fui uomo d'armi, e conservo il gusto di menar le mani„.
“Anch'io, aggiunse l'altro, purchè Bruto s'intenda col suo santo per mutar voto. Bestemmii pur anche al venerdì; ma non si ubriachi più, nemmanco alla domenica„.
“Baje!„
“Ecco i patti... Il rischio in comune, e la taglia divisa in tre parti„.
“Avete armi?„
“Ne ho„.
“Ne posso avere„.
“Apparecchiatele; e state pronti. Ci sarà da far presto„.
Il Seregnino ascoltò ogni parola. — Quanta paura ne provasse lo sa il lettore, che lo conosce a fondo. Temeva d'essere veduto; una volta scoperto, temeva d'avere la sua triste professione stampata sulla fronte. Avrebbe quindi dato il guadagno della giornata per essere almeno cento passi lontano da quell'imbroglio. — Non potendo sperar tanto, se ne stava cheto ed immobile; cercava di contenere il respiro, di sospendere l'insolito martellare del cuore e delle tempie.
Alla fine, dopo altre parole sul modo e sul tempo di effettuare il progetto, i tre galantuomini si rimisero in cammino. Il suono delle pedate già cominciava a farsi meno distinto; il senso e le parole degli interlocutori si confondevano nel sibilo della foresta agitata. Il Seregnino salutò con un largo respiro la sua salvezza.
CXXXV.
Il malvagio quasi sempre quando vuol essere prudente divien vile, quando affetta coraggio si fa temerario. Il Seregnino toccò questi due estremi. Fece come certi ragazzacci malnati, che in faccia a un grosso cane tremano dalla paura, e dietro la coda lo pigliano a sassi. Appena i tre compagni gli avevano volte le spalle, si sentì rinascere nel cuore l'antica tracotanza. Quasi avrebbe voluto correr dietro loro, per chieder conto dello spavento che gli avevano cagionato. Ma il caso s'incaricò d'aggiustar le partite.
Era ancora nel raggio d'udito dei nostri viandanti, quando volle far atto di bravura, affrontando un ultimo pericolo. Si levò, distese le braccia per scioglierle dal granchio della postura, poi s'abbassò fin verso terra per spiegare il gabbano, e dare un'occhiata al suo tesoretto; infine s'incamminò verso il giaciglio del bambino, coll'intenzione di sollevare il suo carico, e di rimettersi alla via.
Ma il bambino (non sapremmo dire se a caso o per colpa di chi lo sollevò) mise in quel punto uno strillo acuto, e ravviò i vagiti. Davanti a questa difficoltà impreveduta, il furfante tornò l'uomo di prima, colla differenza, che l'antica viltà, rilevata dallo spavento, gli fece balenare in capo un mezzo termine assoluto e decisivo. — Avrebbe volontieri chiusa la bocca di quell'innocente, anche a costo di non vederla riaprirsi mai più; gli bolliva nel cuore una voluttà di sangue non mai provata, e colla bava alla bocca masticava bestemmie.
Quale fosse il disegno di costui, e fin a qual punto egli ne avviasse l'esecuzione, è bene tacerlo. — Basterà il dire, che non consumò il delitto; e che se la coscienza era sorda e l'animo insensibile, per buona sorte la mente di lui ancor vigile, e conscia dei propiii interessi, lo sconsigliò da un'inutile atrocità. Infatti, mentre stendeva la mano assassina, il crescendo eguale e rapido delle tre pedate lo avvertì che i passanti ritornavano indietro. — Abbandonò quindi la vittima, non ravveduto ma spaventato dalle conseguenze del suo delitto; corse a ravvolgere nel gabbano i gioielli che aveva dimenticati sul terreno; e vi si sdrajò allato, cercando coll'affettato riposo di eludere, se era possibile, i sospetti dei sopravegnenti.
Questi, infatti, non tardarono a comparire; davanti a tale improvisata, ognuno s'arrestò, girando l'occhio e cercando sul viso del compagno l'aria di sorpresa che sentiva in sè stesso.
“Ecco il lepre, che garrisce, — disse quel tale che intavolò il progetto del nuovo mestiere, nell'atto di mostrare agli altri il bambino; — fai bene, o Bruto, a cambiar professione... se pigli un bambolo per un leprotto, chi sa quante volte, parlando colla tua massaja avrai udito gagnolar la volpe„.
“Ah ah! aggiunse l'altro; povero Bruto, egli sogna le glorie della vecchia professione„.
“Ohe galantuomo! — interruppe Bruto, rivolgendosi al Seregnino, che fingeva di dormire, — perchè lasciate basire quella creatura?...„
Il Seregnino finse di scuotersi a quelle parole; e, coll'aria ebete e trasognata, articolò delle parole tronche e senza significato.
“Chi è quel putto?„
“Come è qui?„
“Chi siete voi? Ohe siamo sordi, per Dio! Con questa musica negli orecchi ci vuol un bel cuore a sonnecchiare.„
Il Seregnino pigliava tempo a rispondere. Da quell'abile maestro di menzogne ch'egli era, approfittò di quei momenti per mettere insieme qualche favola, e dar conto dell'esser suo. — Ma l'ansietà, con cui aveva seguita tutta questa vicenda, la stessa rapida alternativa, con cui era passato dal terrore al coraggio, e da questo ad un nuovo e più forte spavento, gli avevano sollevato nell'animo una tal febre di parole, per cui, appena sciolta la lingua, perdette la facoltà di frenarla. Disse adunque quanto, e più di quanto, aveva pensato. Si giustificò non accusato; e quindi diede appiglio all'accusa. Narrò fatti strani e contradittorj: parlò del bambino come di un derelitto, di cui si era preso cura per compassione; e l'orfanello, ravvolto in lini finissimi, smentiva l'origine, come la vantata pietà era smentita dal tranquillo dormire in mezzo agli strilli. Nominava il villaggio da cui veniva, e diceva d'essere in volta per Pavia; ma dava dell'uno e dell'altro luogo erronee indicazioni. — I tre compagni, benchè non fossero inquisitori, pigliarono in sospetto queste parole, e più assai il ceffo da triste che stava loro dinanzi.
“Noi torniamo in città, e, giacchè dobbiamo battere lo stesso sentiero, vi faremo compagnia„ — disse l'uno, ammiccando il vicino in modo che voleva significare: “non lo perdiamo d'occhio, costui.„
Ma il Seregnino, tra il cortese e il risoluto, si rifiutava a seguirli; dicendo, essere egli assai stanco, e voler riposare ancora qualche momento.
“Non abbiam trovato la selvaggina, — susurrò il primo all'orecchio di Bruto; — ma forse qualcosa di più raro: o volpe o lupo...„
“Orsù, meno ciarle, — entrò a dire Bruto, con tuono imperativo, — finiamola una volta. Il bambino lo portiam noi, e porteremo anche qualch'altro, se avrà la malacreanza di rifiutare la nostra compagnia.„
Era necessario obedire. Il Seregnino, non senza risentirsi per la violenza che veniva fatta ad un galantuomo che andava pei fatti suoi, si levò con malgarbo, e si dispose a pigliare il fardello. Per far presto, l'uno gli sollevava da terra il bambino, l'altro il gabbano. Ma in quest'atto, il rozzo vestito sprigionò dalle pieghe il bottino mal riposto; davanti al quale si spalancarono dalla meraviglia tre bocche ed altretante paja d'occhi. — È facile imaginarsi come rimanesse il Seregnino. Bruto diè nel gomito al vicino, dicendogli piano: “Animo, figliuoli, che forse costui è la fortuna del nuovo mestiere.„
“È l'uccello allettajuolo„, aggiunse l'altro.
“Lo farà cantare la corda„ mormorò il terzo.
“Presto, pigliatevi la roba vostra, e andiamo che ne è tempo. Volete restar qui, nel bosco, a rischio di farvi spogliare dai ladri?„
E in dir ciò, la brigata s'incamminò verso Pavia, da cui era poco lontana, spingendo davanti a sè il birbone. Il quale non si stancava di protestare su tutti i tuoni, dal più umile al più arrogante, colla preghiera e colla minaccia, che quegli oggetti erano suoi, che gli aveva comprati qui e qua, con denari sonanti, che egli era un uomo onesto, che se volevano portargli via la roba, pazienza: il facessero; ma che non poteva tolerare d'essere pigliato in sospetto, come un ladro; ed altre cose simili, che fatalmente costituiscono il frasario comune del galantuomo e del furfante.
CXXXVI.
Tradutto al castello di Pavia, il Seregnino credette dover far tesoro della esperienza fatta ivi poco tempo prima. La franchezza, che è l'arma degli innocenti, non lo aveva salvato dai tratti di corda. Egli lo rammentava per istabilire, essere più saggia cosa il metter giù le arie, e meritarsi la compassione de' suoi giudici. Cessò quindi d'essere arrogante, e si fece depresso e piccino come un peccatore ravveduto. — L'austera fronte dell'inquisitore e la logica inesorabile delle sue inchieste, gli strozzarono in gola la bugia, che pur cercava modo di venire in suo ajuto; la vista del cavalletto e della corda gliela riaprì alla confessione piana e sincera delle sue ribalderie.
Ma quella schiettezza, che dinanzi al corpo del delitto diveniva necessità, era da lui condita di parole umili e contrite, poichè sperava di movere a compassione il giudice e di aver salva la testa, e si confortava nella fiducia di trarre allo stesso paretaio Medicina, la cagione de' suoi mali. Compiacevasi di far causa comune con lui; o salvo o condannato ch'ei fosse, non voleva esser solo.
Appena gli furono schierati sotto gli occhi i giojelli, confessò d'averli rubati; accennò quando, dove e come li aveva sottratti.
Se non che, l'un d'essi, ornato delle cifre e dello stemma dei Visconti, fermò l'attenzione del giudice, il quale, con una faccia più minacciosa ed una voce ancora più cupa e solenne, ne domandò ragione al prevenuto. E qui appunto, il processo escì dalla strada piana, e il reo si giovò del bujo per cercare una scappatoia. Senza cangiar stile ed aspetto, cogli occhi sempre imbambolati e la voce svenevole, come se fosse un confidente discreto e non il reo, dichiarò che la storia di quell'oggetto riguardava la vita privata del Conte di Virtù, che quindi non poteva essere svelata ad altri che a lui. Dichiarò d'esser pronto a morire, ma di voler rispettare i secreti del principe; e perciò chiese di essere ascoltato da lui solo, asserendo di essere poscia rassegnato a tutto. — Ei parlava di morire, quando appunto cominciava a credere d'aver sicura la vita.
Le moderne procedure, segnando la via entro cui un giudizio deve passare affine di essere elaborato, provedono alla più facile scoperta della verità, e proteggono gli interessi sociali senza dimenticar quelli dell'accusato. Allora il capriccio del principe e l'arbitraria interpretazione delle leggi per parte del giudice assai spesso legalizzavano le vendette e le prepotenze; ma qualche rara volta ponevano il colpevole in istato d'aprirsi da sè la via alla salvezza. — Perciò appunto in questo caso la dimanda del reo non fu trovata vana e ridicola, come la sarebbe oggidì. Lo stesso principe vi assentì di buon grado; anzi, dopo aver veduto quel gioiello, per quei motivi che il lettore indovina, sarebbe disceso nel carcere del ladro per interrogarlo, se il ladro stesso non fosse stato condotto dinanzi a lui per rendergliene conto. Dopo l'interrogatorio del giudice, il Seregnino fu rimandato in carcere; ma non ebbe tempo di far l'inventario della scarsa masserizia ivi trovata, che comparve il bargello, il quale, aggiustandogli una catena al polso ed alla caviglia della gamba destra, gli ordinò di seguirlo. Attraversarono i due individui un labirinto d'androni, di camerotti, poi per una corte ed un vestibolo, giunsero in una sala terrena, dove stava ad attenderli il principe. — Ad un suo cenno, il giudice, il bargello e le guardie si ritirarono nella stanza vicina, dove attesero, origliando alla porta, la chiamata del padrone.
Il reo, invitato a fare le sue dichiarazioni, forse avrebbe incominciato da capo la storia della sua vita, se il conte non gli avesse tronca la parola, imponendogli di tenersi soltanto a quella parte di essa che riguardava l'attuale sua carcerazione.
Da questo racconto, egli venne a sapere quanto, dopo mille ricerche, e malgrado lo zelo de' suoi esploratori, non era neppure arrivato a sospettare. Per opera di un ribaldo e grazie ad un delitto, trovò Agnese; e la trovò sana, salva, e ancor più degna del suo amore; indovinò i crucci e i patimenti dell'infelice donna, rintracciò la via di poterli, se non rimovere del tutto, almanco alleviare non poco. Fu per la fortuita apparizione di quest'uomo, ch'egli scoperse la verità; e la scoperse in tempo di poterne trarre buon frutto. Per lui conobbe che Medicina non era fedele nemmeno all'oro, che gli veniva prodigato. Ma ciò che più d'altro lo commosse fu il sentire che esisteva un frutto de' suoi amori; e che questo aveva corso un gran pericolo, ed era salvo per un prodigio ancora più grande.
Dopo un tal gioco del caso, poteva il conte pronunciare la meritata sentenza contro quell'uomo, di cui il cielo si era giovato ad un fine così santo? Il merito di questa inattesa soluzione tributò per intero alla mano divina; all'uomo, cieco strumento di essa, non volse l'occhio troppo benigno. — Ma gli fe' grazia della vita[73]. In pena del delitto commesso, lo condannò ad una reclusione senza limite di tempo; in premio del bene che contro voglia aveva fatto, ordinò che la pena non fosse altro per lui che un'occasione al suo ravvedimento. Sperò per tal modo di ritorre dalla via del delitto una creatura che il cielo aveva fatta meritevole di essere a parte della sua providenza. — Il pensiero era nobile, e degno d'altro secolo. Ma la cronaca non ne dice se abbia ottenuto buon risultamento.
Il fatto girò le bocche di tutti gli abitanti del castello. Dall'un canto la mitezza con cui era stato trattato il colpevole, dall'altro la somma vistosa distribuita ai boscajuoli, che l'avevano scoperto e consegnato alla giustizia, erano incidenti contradittorii che davano luogo alle più discordi interpretazioni. — Si riconciliavano i commentatori, asserendo in comune che c'era sotto un grande mistero.
Ma ciò che crebbe la sorpresa di tutti fu la notizia che il Conte di Virtù, dopo aver parlato a lungo col delinquente, chiedeva di vedere la piccola vittima, mostrando per essa una sollecitudine, che non si suol prodigare a chi non si conosce.
Il bambino (non si creda che l'abbiamo dimenticato) era stato rimesso alla castellana, la quale, mossa a compassione in vederlo sì bello e sì sparuto, pensò di nutrire per quel dì col pasto della famiglia un suo colosso di dieci mesi, per cedere il latte materno al novello ospite. Questi infatti lo gradì, e ne diede la prova, cessando subito dal piangere ed addormentandosi in collo alla pietosa nutrice.
La buona donna, informata che il conte chiedeva di lei, con una cura ed una compiacenza tutta materna, assettò i lini e le fasce del bambolo; poi, racconciandosi in fretta e in furia i panni e le treccie, si recò dal principe, e gli presentò il bambino, il quale vagò cogli occhi intorno e li piantò sorridendo sul conte. — La buona donna non si stancava di fare ammirare al principe quegli occhioni azzurri e quelle labra di corallo, ponendovi l'ingenua ambizione di chi crede di avervi qualche parte di merito. E non a torto; quel ravvivamento era tutt'opera sua.
Il conte non ebbe bisogno ch'altri gli insegnasse a farsi tenero dinanzi a quella creaturina. Dovette anzi frenare la piena degli affetti, affinchè il vigile occhio dei circostanti non penetrasse il vero, e ne facesse suggetto delle solite ciarle. Ma la memoria di questo giorno e di questo momento non s'impallidì mai nel suo cuore; egli che, prima e poi, ebbe grave e fortunosa esistenza, non trovò nell'istoria della sua vita un fatto che lo commovesse più di questo. Benedisse la mano di Dio, che gli porgeva i mezzi di fare un atto solenne di giustizia; ed accettò rassegnato le gravi contrarietà, che gli rimanevano, perchè il bene che ne sperava era ancora di gran lunga superiore al male che pur gli era d'uopo subire.
Tutti questi avvenimenti si erano compiuti nello spazio di poche ore. Ma quelle ore, pensò il conte, dovevano sembrar ben lunghe alla povera Agnese! — Per la qual cosa, ordinò che si allestisse tosto l'occorrente affine di ricondurre il bambino presso sua madre; e fissò quali tra i più fidi fossero degni dell'incarico d'accompagnarlo. Mentre si stava apprestando la lettiga e la scorta, il conte tolse dallo stipo una pergamena, scrisse alcune righe, vi pose la firma ed il sigillo della Signoría, poi l'arrotolò, fasciandolo di un nastro coi capi rinchiusi nella salimbacca. Chiamato a sè il più vecchio ed il più fedele de' suoi servi, gli affidò la pergamena ed una somma di denaro, prescrivendogli qual uso dovesse farne. Infine volle veder di nuovo la castellana: il dovere di premiarla della sua pietà gli fornì l'occasione di abbracciare un'altra volta il bambino.
CXXXVII.
Appena partita la comitiva e fatta sgombra la corte, tutto rientrò nell'ordine solito. Anche il conte tornò mesto come prima; solo che i suoi pensieri erano d'altra natura. Si chiuse nelle sue stanze, ne vietò per quel giorno l'ingresso ai ministri e ai cortigiani, e si raccolse ne' suoi pensieri; ingegnandosi di conciliare, se era possibile, il passato col presente, l'uomo col principe, l'amante col marito.
Da quanto si è detto intorno alle nozze di lui con Caterina Visconti, il lettore ha già appreso che quel legame, consigliato da interessi puramente politici ed affrettato da un giudizio menzognero, non poteva renderlo felice, anche quando fosse necessario dimenticare in Agnese l'amante colpevole. Ma da che questa era rinata nel suo cuore, fatta ancor più bella dalla sua innocenza e dalle immeritate sventure, quella catena diveniva così pesante, da sembrargli insopportabile.
La Caterina, co' suoi modi agghiacciati, co' suoi eterni languori, non era fatta per risvegliare una passione, meno ancora per svellerne una, che avesse profonde radici. D'indole dolce (e forse troppo); facile al sospetto, ma credula così al male come al bene, non seppe mutare le reciproche condizioni della parentela; ella rimase sempre la cugina, non fu mai l'amante di Giangaleazzo. Che se qualche volta deplorò l'abbandono in cui era lasciata fin da quei primi giorni di matrimonio, rinveniva dalle sue querele raumiliata, al pensiero che per quel nodo aveva mutato con invidiabile usura la seggiola di badessa in un trono. Pensava che la sua situazione non era un odioso privilegio. Altre principesse, belle al par di lei e più di lei lusinghiere, subivano la stessa sorte. Caterina lo aveva imparato nella casa paterna, convivendo in fraterna domestichezza colla prole delle molte concubine di suo padre.
Non erano state abrogate, ai tempi di cui parliamo, le leggi del comune, vigili e gelose custodi della publica costumatezza. Alcune di esse erano anzi mantenute in pieno vigore; e le pene, al solito esorbitanti, venivano applicate senza pietà. — Era, a cagion d'esempio, dannato alla frusta del boja chi pronunciasse irriverentemente il nome della Vergine e dei Santi[74]; s'infliggeva una multa di venti soldi di terzuoli a chi pigliasse altrui pei capelli[75]; ma si oltraggiava impunemente la natura, e si attentava all'ordine sociale, non curando la moralità della famiglia. — I giudici laici non avevano coraggio di investigare il delitto o d'applicare la pena fra i potenti; gli ecclesiastici, usufruttando i tardi pentimenti raccolti al letto dei ricchi infermi, invece di prevenire il male, ne traevano il frutto di qualche pia offerta. Le dotazioni dei monasteri, le fondazioni devote, la fabrica di templi o di monumenti sacri, schiudevano il paradiso ai morenti; ma intanto, nella spensierata confidenza di poter cancellare ogni trascorso con un generoso codicillo, l'uomo agiato e potente non poneva misura alle sue sregolatezze. Tanto è ciò vero, che la condotta di Giangaleazzo Visconti, che nessuno certo vorrebbe oggi approvare, era a' suoi dì, per questa parte, esente da ogni censura; anzi, gli storici suoi contemporanei ce lo dipingono di una pietà che peccava del soverchio, e d'un rigor di costumi, che lo faceva riguardare come una felice eccezione dei potenti del suo secolo.
Ma in minor tempo di quello che fu necessario a noi per dire le ragioni della condotta del conte, egli riordinò le memorie del passato; e, posto a raffronto la sua passione ed il suo doppio dovere, tracciò tale piano per l'avvenire, che, vulnerando il meno possibile le apparenze, concedesse al suo affetto una speranza di vita, una probabilità di aver grazia. A ciò invero non riesci per una strada liscia e scevra d'ostacoli. — Deciso a voler bandire le incertezze, sospettò di non saperlo fare; approvò, respinse, richiamò lo stesso progetto, quando scosso dalla passione, quando raffreddato dalla coscienza de' suoi opposti doveri. Fra le due sventurate, or l'una or l'altra gli sembrava la più degna di pietà. Se decidevasi a far trionfare i riguardi dovuti ad un nodo benedetto, il conforto della coscienza non gli dava la forza necessaria a subire la dura legge d'abbandonare chi era, senza propria colpa, tanto infelice. Se volgeva la mente ad Agnese, e obediva agli affetti destati dal suo nome e dalla memoria de' suoi dolori, dubitava d'aver perduto il diritto di provedere e fin anco di pensare a quella donna.
La vista della cara creatura, e la tenerezza che provava nel pensare ad essa, sciolsero la questione, sostituendo alle incertezze, una necessità imperiosa e solenne; quella di provedere all'esistenza di suo figlio. — Negare a lui un nome ed una fortuna, era quanto ripetere la menzogna e lo spergiuro a danno d'Agnese. A tale pensiero non solo approvò quanto aveva fatto; ma riconobbe di non aver fatto abbastanza.
Rialzato da tali pensieri, diede ordine immantinenti che si allestisse il suo cavallo; e appena fu pronto, discese nella corte appartata, montò in sella, e partì di galoppo, volendo essere in tempo di raggiungere la comitiva che lo aveva preceduto al casolare di Agnese. Ravvolto in un ampio mantello, e spinto da rapidissima corsa sulle vie traverse, sfuggì agli sguardi di tutti, e s'unì alla brigata quando essa toccava alla sua meta. — Egli volle pigliare nella conseguente scena di famiglia quella parte che gli spettava per diritto di natura.
La sorpresa della governante, di cui abbiamo fatto cenno addietro, nacque appunto dallo scorgere, che chi rendeva ad Agnese il bambino, era suo padre.
CXXXVIII.
“Ah santa Vergine! — sclamò Canziana fuor di sè della meraviglia al vedere il conte che poneva il piede sulla soglia del casolare — voi qui! È il Signore che vi manda. Se sapeste.... quante disgrazie, quante tribolazioni!... come ha sofferta la mia povera padrona!„ Ed avrebbe volontieri aggiunto “per cagion vostra„ ma in quel momento le parve che il conte fosse l'inviato della Providenza, e quindi lo tenne come inviolabile.
Dalle braccia della castellana raccolse il bambino, e, vedendolo sano e vivace, non poneva misura alle carezze, ed invocava mille benedizioni dal cielo sul capo di chi lo aveva salvato. Le sue parole e i suoi atti, la pietà e la gioja si compendiavano in una sola espressione di tenerezza verso il caro bambino. Ma non era tempo questo di consulte, di lacrime, e meno ancora di interrogazioni. Scambiò poche parole col conte sullo stato d'Agnese, e sulla convenienza di averle ogni riguardo; poi salì da lei, collocò al suo fianco il bambino, e permise (poichè gli veniva richiesto supplichevolmente) che il conte entrasse nella camera della malata, ed ivi pigliasse consiglio dagli avvenimenti.
Appiè del letto, ritto della persona, colle braccia incrociate, col volto mesto e commosso, stava il conte riguardando quelle due creature; la profonda pietà, ch'egli provava davanti a quella scena, era scritta sulla sua fronte e ne' suoi occhi.