Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 2
Anche la contessa Matilde di stirpe straniera, erede delle immense ricchezze dei Longobardi in Toscana, osteggiò quanto potè la baldanza feudale. — Valga questo buon intendimento a scemare la colpa delle sue improvide larghezze al Vescovo di Roma. — Le terre di colei furono l'asilo dei vassalli proscritti; i patti che ella dettava potevano essere accolti da cittadini, e questi, rinvigoriti al travaglio dalla restaurata dignità, porsero in breve tempo luminosi risultamenti del lavoro commesso a libere braccia. Per opera loro si diede il crollo al servaggio feudale: e fu da quel tempo che gli schiavi della gleba si diffusero sulle terre finitime cambiati in coloni. “La prima onda di questa corrente si mosse dalla nostra patria poco dopo il mille.„[9]
LXXXVII.
Abbiamo aperto e consultato un volume di storia, scorrendone il sommario rapidissimamente. Ora ne torna acconcio il proseguire quest'esame; almeno per ciò che riguarda la storia milanese; fino all'epoca cui mettono capo le prime fila del racconto; che andiamo svolgendo. L'arrestarci potrebbe indurre taluno a credere che ogni aspirazione ed ogni gloria nostra siano esclusivamente legate a quest'epoca storica.
Chi è giovane e vigoroso non cura gran fatto i proprj giorni; ei crede che la vita abbia il suo interesse a stringersi con lui. Ma chi discende il declivio degli anni, se trovasi sospinto in qualche pericolo, consulta, non senza angoscia, le proprie forze; il che vuol dire che non ha piena fiducia in esse, e che troppo stima l'oggetto ch'ei rischia di perdere. Così un popolo. Ne' suoi primi anni ama la libertà più assai che la vita; fatto maturo, preferisce la gloria alla vita ed alla libertà; volto a vecchiezza, vuol vivere ad ogni patto, quasi gli bastasse di conservare le forme esterne del suo edificio civile. — Spettano ai popoli nati o risurti di fresco quegli slanci inconsulti, che suscitano od affrettano le grandi imprese. Una nazione, da lunga mano civile, riordina, di rado edifica.
La republica milanese nel secolo XII godeva entro angusti confini tutta la vigoria della sua gioventù, la massima libertà civile e politica.[10] Il popolo, per mezzo di una numerosa assemblea, faceva le leggi. — Sull'esempio di Roma, di Ravenna e di Ferrara, che fino dal secolo X avevano eletti dei consoli, tolse anch'essa dalle diverse classi dei cittadini un vario numero di magistrati, che, esercitando il potere esecutivo in luogo degli officiali regii, completarono la sovranità popolare.[11] Nel consesso legislativo, i conti ed i baroni erano rappresentati dai capitani; la minore nobiltà dai valvassori; la plebe trafficante ed industriale dalle _credenze_. I consigli consolari, composti talvolta perfino di 18 o 20 individui, costituivano il governo della republica. Ma come l'aumentarne il numero non bastò sempre a mantenere l'equilibrio fra le caste a cui appartenevano, i patrizii pensarono di crescerne l'importanza preponendo ad essi un Podestà, che in certe occasioni investivano di un potere dittatoriale. Allora la plebe, dal canto suo divenuta più gelosa dei proprii diritti, vi contrapose un tribuno, chiamandolo capitano del popolo. — I podestà erano sempre chiamati da qualche republica amica; in più d'un caso si elessero due, tre, e perfino cinque magistrati con questo nome.
Benchè tali fatti accennino una gara penosa e tutt'altro che fratellevole, pure in realtà essi giovarono per qualche tempo ad equilibrare le varie forze, facendole concorrere tutte ad un solo scopo. — Già la republica, in via di fatto, esercitava i diritti sovrani d'imporre i tributi, di far la guerra e di concludere la pace. All'imperatore non era riservato che il diritto eminente di riscuotere una tassa, e di porre il proprio nome sull'esergo delle monete, già fregiate della croce milanese.
Ma il palladio della libertà era il popolo armato. Ogni comune aveva a propria difesa quanti cittadini erano atti a reggere un ferro. Nei momenti di pericolo, tutti gli uomini convenivano sotto la bandiera del comune; e quando le operazioni militari richiedevano lungo tempo e lungo lavoro, una parte o l'altra dei cittadini (e questa dicevasi _quartiere_) andava al campo.
In questo turno, anche i vescovi si videro costretti a rimettere al popolo, od a' suoi rappresentanti, quella porzione di diritti sovrani che nel traffico feudale si erano usurpati. Anzi, l'autorità vescovile discese a tanto che l'arcivescovo di Milano dovette in più d'un casa implorare dal consiglio consolare la conferma dei decreti emessi dai sinodi. E ciò ne insegna che, altre volte e in un secolo nel quale la riverenza alle persone che rappresentavano la chiesa era giovata dal fanatismo, non s'ebbe scrupolo di invadere, quando la publica salute lo dimandò, i diritti temporali del clero, casualmente associati alla sua spirituale autorità.
Fu in ossequio a tale principio, che Arnaldo da Brescia, nel bel mezzo di Roma, levò la voce contro l'avidità del clero; e suggellò la coraggiosa asserzione col martirio. Quasi contemporaneamente, un povero prete milanese, chiamato Liprando, s'oppose all'elezione dell'arcivescovo Grossolano, chiamandolo simoniaco; ed invitato a provare la sua asserzione coll'esperimento del fuoco, escì illeso dal rogo, davanti ad un sinodo convocato a fare testimonianza del giudizio di Dio.[12]
Ogni successione d'imperatore metteva in pericolo l'ancora malferma libertà. Sotto l'impero di Enrico III e di Corrado suo figlio, amendue occupati dalla guerra per le investiture, i milanesi avevano guadagnata e prosperata la loro indipendenza. Ma Arrigo V, fratello di Corrado, senza porre tempo di mezzo, scendeva in Italia (1110) col proposito di rivendicare i diritti della corona imperiale, e di ridurre le città italiane all'antica obedienza, o per dir meglio all'obliata servitù. L'imperatore dichiarò ribelli tutte quelle terre, che avevano scosso il giogo straniero; e come tale castigò Novara, mettendola a sacco e distruggendola col fuoco.
Sgomentite le città sorelle, spedirono al campo dell'imperatore i loro rappresentanti, affinchè colle preghiere, colle promesse e coi donativi, cercassero di rabbonire l'indignato monarca: — _Nobilis urbs sola Mediolanum populosa non servivit ei nummum_, scrive Frate Donizone nella sua cronaca[13]; anzi, trattò il superbo principe come fosse nemico, e peggio; perocchè ad un potente riesce assai più oltraggiosa la noncuranza, che la stessa ribellione. E come se tutto ciò fosse ancor poco, sotto gli occhi dello stesso imperatore reduce da Roma, il Comune di Milano punì colle armi la più fedele delle città imperiali, provocando Lodi ad una guerra, che finì colla totale sua distruzione. Gli storici non sanno trovare la ragione di questa discordia, e nemmanco la natura dei fatti che la provocarono[14]. In tanto vuoto di congetture, non ci sembra temerario l'asserire che Milano non avesse in ciò altra mira che quella di esprimere all'imperatore, nel modo il più efficace, il sentimento della propria indipendenza; e che l'oltraggio fatto a Lodi fosse il castigo inflitto ad una città, che si era troppo facilmente rassegnata alla tutela straniera.
Le stesse prepotenze, per una identica ragione, e sempre colla vittoria della maggiore republica, furono operate a danno di Como, di Cremona e di Pavia. La nostra città imitava Roma, il cui ingrandimento fu l'opera delle armi guidate da una virtù selvaggia, che nelle intemperanti aspirazioni della gloria municipale, non riconosce legame di natura e d'interessi all'infuori delle proprie mura.
Ma ciò che i cronisti contemporanei non seppero giustificare, fu chiaramente spiegato dai fatti posteriori. Le violenze di città contro città erano il sinistro preludio di quelle due leghe formidabili, che dovevano scuotere l'Italia non solo, ma tutta Europa, e che sul campo di Winsberg (1140) armarono e posero di fronte i duchi d'Alemagna col nome di Guelfi, e gli imperiali con quello di Ghibellini.[15]
Questo seme di discordia trovava terreno preparato a' suoi progressi nelle terre italiane, le quali, nella vacillante libertà, sentivano esser legge pel debole lo stringersi al forte. Ma i cittadini milanesi avevano imparato a diffidare tanto della protezione imperiale, quanto di quella del Papa. Estranei fin qui ad ogni lega, che minacciasse l'integrità dei loro diritti, afferravano ogni pretesto per combatterle entrambe nei vicini, che ad esse troppo leggermente s'accostavano. — Gli sdegni che fervevano tra città e città rassodavano intanto la concordia fra gli individui, cui mura o fossa legasse in un solo comune.
S'accordano i popoli, come gli individui, in ciò che tutti vogliono o credono volere il proprio vantaggio. Si discute e si dissente non già nel fissare quale sia il meglio, ma nello scegliere i mezzi più acconci a raggiungerlo. Noi meniamo troppo rumore delle discordie dei nostri maggiori. Era condizione dei tempi se ciò che adesso esala in un rabbuffo della penna, allora faceva correre il sangue.
LXXXVIII.
Gli sdegni dei milanesi contro Lodi e Como, fide all'impero, furono esorbitanti: la discordia fu crudelmente protratta oltre 40 anni. La prima delle due città venne smantellata; all'altra si recò grave oltraggio, atterrandone le bastite e le torri. — Durissime leggi pesavano sui vinti; era prescritto, che nessun lodigiano potesse escire dalla propria capanna, dopo il tramonto del sole; ogni vendita, ogni compera, e perfino ogni matrimonio doveva sottoporsi al placito dei consoli milanesi[16]. Le pene ai contravventori erano, come le leggi, fuor misura feroci. Per la qual cosa, due esuli lodigiani si recarono nascostamente alla dieta di Costanza (1153) e prostesi nella polvere invocarono la protezione dell'imperatore Federico. — Non ci è lecito determinare fino a qual punto operasse sull'animo di costui la voce pietosa dei supplicanti. Certo è, che l'imperatore nel vendicare l'offesa fatta ai lodigiani, assecondava i suoi proprii interessi. — Lo scettro imperiale era, per antiche ragioni di guerra, il giogo del popolo italiano. — Le violenze dei milanesi fornivano il migliore pretesto a richiamarli alla dimenticata soggezione. Il Barbarossa spedì a Milano un suo ministro, latore di un decreto sovrano, che ingiungeva ai milanesi di desistere da ogni prepotenza in danno dei lodigiani.
Ma in qual conto fosse tenuta la protezione straniera anche presso coloro che gemevano in schiavitù, lo attesta la mala fortuna dei due intercessori, che l'avevano invocata. Agli oppressi avanzò tanto senno da farli accorti, che la tutela altrui era ben più triste ventura, che la fraterna discordia. Laonde i reduci da Costanza, che forse s'aspettavano dai proprii concittadini gratitudine e onore, s'ebbero in premio dell'inconsulte pratiche un carico di villanie e il bando.
Peggior sorte toccò poi al legato imperiale. Non appena si mostrò ai consoli di Milano, ed esibì loro il diploma cesareo, l'ira dei rappresentanti ruppe in parole amare ed in espressa dichiarazione di inobedienza. Gli ordini sovrani furono respinti, il rescritto imperiale fu lacerato e messo sotto i piedi; e l'ambasciatore ebbe a grave stento salva la vita[17].
Da ciò nacquero le due calate del Barbarossa in Italia, e la susseguente dieta di Roncaglia (1154); nella quale un numeroso stuolo di feudatarj e di vescovi oltraggiati ed impoveriti dalla cresciuta potenza popolare, indussero l'imperatore a pigliar l'armi per soffocare la libertà e repristinare l'antico ordine di cose.
La prima a sentire gli effetti di questa alleanza fu Tortona, presa d'assedio e distrutta. — Era spettacolo straziante il vedere quei cittadini lottar dalle mura contro le armi nemiche, esinaniti dal più terribile degli strazii, la sete. — Ma a riscontro di tante scene desolanti, la storia ci narra come i tortonesi, dopo l'eccidio della loro patria, trovarono la più cortese ospitalità in Milano, e come più tardi, ajutati dal braccio e dal denaro milanese, ritornarono alla loro patria e la riedificarono più forte, se non più bella, di prima.
Era debito dei milanesi il soccorrere ai fratelli, che avevano sacrificata l'esistenza della loro città nativa al bene della patria comune. Di tali esempi non è ricca la storia. Ciò prova, che le ire di Milano non nascevano da vanità d'impero, ma da più nobile origine. Cadevano Lodi e Como perchè troppo docili vassalle dell'imperatore: si rialzava Tortona perchè sua dichiarata nemica.
Una più fiera tempesta s'addensava intanto sopra Milano: l'ingiuria fatta al ministro imperiale doveva essere espiata dalla nostra città. Due volte Federico volse contro Milano un esercito formidabile ingrossato dalle stesse armi italiane che, più o meno di buon grado, s'erano collegate alle sue. — Nella prima si venne a patti per la troppo facile mediazione del conte Guido di Biandrate, capitano dei milanesi. — Ma questa non fu pace, fu tregua; durante la quale, Milano dovette suo malgrado rassegnarsi alle condizioni imposte dall'imperatore e ratificate dall'infido conte. Il più importante risultamento di tale accordo fu la riedificazione di Lodi, che surse in poco tempo a quattro miglia dalle ruine dell'antica città.
Nella seconda calata, l'imperatore congregò di nuovo la dieta in Roncaglia, e raccolse altri titoli di malcontento contro Milano. — Pentito forse d'essere stato troppo generoso nella precedente capitolazione, cercava pretesti ad infrangerla. E la infranse di fatto quando richiamò a se il diritto d'eleggere i Podestà e di sostituirvi un ministro imperiale. — Se i cittadini avessero piegato il capo a questo comando, la libertà loro poteva dirsi irreparabilmente perduta. Non v'assentirono; prescelsero di essere dichiarati ribelli, e di provarne le terribili conseguenze. Milano fu quindi posta al bando; le robe dei cittadini abbandonate al saccheggio; le persone condannate alla schiavitù.
Ma i cittadini milanesi non deposero per ciò le armi. — Gli imperiali avevano distrutto Crema alleata coi ribelli; questi ripresero Trezzo difeso dagli imperiali. Vi furono atrocità inaudite nell'uno e nell'altro campo. A nostro conforto però, possiam rilevare dagli stessi cronisti alemanni che, in questa e in altre simili vicende, la superiorità della ferocia non fu mai vanto degli italiani.
Tre anni duravano le ostilità tra l'imperatore e le terre amiche dei milanesi. Un orribile incendio devastò la stessa nostra città, e ne consunse una terza parte; intanto che le continue scorrerie nemiche desolavano la campagna, mietendo le biade immature. Il popolo milanese provava l'estremità della fame e della miseria; soffriva mille torture, mille oltraggi. Una volta, alcuni cittadini esciti a caso dalle mura e caduti in potere degli imperiali, venivano accecati; solo ad un di essi si lasciò in dono un occhio, onde guidasse i compagni in città, e mostrasse a' suoi gli effetti dello sdegno nemico. — Resistette il popolo fino all'estremo; i consoli esaurirono ogni parola di conforto, nè mai uscì dalla loro bocca una proposta codarda. Ma prima che la morte di tutti rassicurasse il trionfo dell'inimico, il popolo dovette arrendersi. Per editto imperiale i cittadini abbandonarono le case loro, che furono rase al suolo in un colle mura e coi publici edificii (marzo 1162). La tradizione ci tramandò questo fatto in un'appropriata iperbole, dicendo che sulla ruinata città fu sparso il sale, e percorse l'aratro.[18]
LXXXIX.
Cinque anni dopo, i milanesi toccavano di nuovo il suolo patrio; e, coll'animo rinvigorito dal patto di ventitrè città giurato a Pontida, si affrettavano a riedificare Milano. La novella città surse come per incanto; anzitutto fu cinta di validi terrapieni, muniti di torri. Poscia, con più vasto intendimento, a difesa di tutta quanta la pianura bagnata dal Po, la lega edificò Alessandria, che fu ed è la più salda trincea dell'insubre indipendenza.
Qui delle due cose l'una. Se la condotta dei milanesi verso le città di Lodi e di Como fu solo un atto severo di sdegno diretto a reprimere le improvide alleanze e la servile obedienza, noi dovremo scriverla fra quegli slanci di selvaggio patriotismo, che trovano una scusa nella barbarie dei tempi, perchè rivelano un culto ardente alla libertà. Ma se, com'è assai più verisimile, fu abuso di forza e concussione dispotica, dovremo altamente commendare la magnanimità delle città oppresse, che, scordato l'oltraggio fraterno, accorsero prontamente in ajuto della compagna pericolante. In questo dilemma sta indubiamente il fatto vero; e l'una e l'altra ipotesi spettano alla storia nostra; nè ci ha il tornaconto per noi a voler nascondere la colpa di una città, quando a riscontro di essa sta l'eroismo di molte.
L'imperatore Federico non rivolse le sue armi soltanto contro le città dell'Italia settentrionale. L'anno istesso, in cui queste si stringevano in lega, egli scese ad Ancona per punirla dell'alleanza contratta coll'imperatore d'Oriente Manuello Comneno. — Federico, colle sue rapide mosse, prevenne gli effetti di questa lega, ed accerchiò Ancona, non d'altro forte che del valore de' suoi figli. La resistenza di quella nobile città costituisce un altro fasto della storia italiana. L'imperatore fu costretto a levare le tende da quei campi e, rôso nell'anima dalla vergogna dell'impresa fallita, piombò su Roma, ed ebbe l'indegna gloria di devastarla. Ma non gli fu concesso di godere a lungo le dolcezze de' suoi trionfi: perocchè nell'estate il veleno dell'aria decimò il suo esercito, e spense oltre a due mila gentiluomini e baroni; per la qual cosa, ritornò sbaldanzito alla sua reggia.
La potenza della nuova lega, l'insubordinazione impunita d'Ancona, gli antichi diritti del serto imperiale obliati o manomessi, risvegliarono gli ardori guerrieri di Federico, che nell'anno 1174 scese pel Cenisio in Italia e, dopo aver incendiata Susa e taglieggiata Asti, mosse contro Alessandria, dov'era raccolta una parte delle forze alleate. Le recenti mura della fortezza sostennero l'urto delle armi nemiche per ben quattro mesi; scorsi i quali, le milizie della lega pigliarono l'offensiva e, rotto il blocco, costrinsero il nemico a raccogliere le proprie forze in lontana pianura, per ivi tentare una battaglia affrontata. — Il campo di essa fu la terra di Legnano; l'epoca, il 29 maggio 1176. In quel dì, l'esercito della lega annientò le schiere imperiali; 900 giovani milanesi, che costituivano la legione della morte, operarono prodigi di valore, e, fatto salvo il carroccio, rassicurarono la vittoria degli italiani. In quella pugna lo stesso imperatore sarebbe caduto in potere dei vincitori, se, visto il rovescio, non si fosse celato in un mucchio di cadaveri. I suoi soldati lo credettero morto; ed è fama che l'imperatrice avesse già indossato il lutto della vedovanza.
La vittoria di Legnano è il più glorioso avvenimento del medio evo italico; questo gran fatto non fu opera di un esercito, ma dell'intera nazione; e perciò dall'intera nazione furono usufruttati i vasti suoi risultamenti. — Per essa l'imperatore Federico dovette scendere a patti coi vincitori; e, soscritte le condizioni della pace nella dieta di Costanza, le registrò nel corpo delle leggi come base al diritto publico del popolo italiano (25 giugno 1183). In forza di quel patto, la feudalità venne bandita dalle terre di Lombardia, ogni città della lega riacquistò il pieno diritto di reggersi da sè, di erigere fortificazioni, d'assoldare armate proprie, di far pace, guerre ed alleanze, di godere di tutte le regalíe, e di dare forza di legge alle proprie consuetudini. — L'imperatore conservò il diritto eminente di accordare le investiture ai consoli delle republiche, di riscuotere un decennale giuramento, e di definire in ultima istanza le querele insurte fra i cittadini o fra le città della lega, qualora la parte soccumbente lo richiedesse. Quest'ultimo atto di sudditanza però, poteva dalla lega istessa venir commutato nell'annuo tributo di due mila marche d'argento.
Federico Barbarossa, che dagli storici alemanni è proclamato un eroe, ed è per noi il più esecrabile fra i nostri nemici, non fu nè l'uno, nè l'altro. — Non fu grande guerriero, perchè spesso e troppo facilmente battuto da forze minori; nè insigne politico, perchè non tenne conto della indomabile potenza di un principio, quand'esso surge a dominare ogni materiale interesse di un popolo. — Ma non deve essere nemmanco il bersaglio d'ogni nostra invettiva; perocchè, mentr'egli non era per nulla più barbaro del secolo in cui visse, giovò più ch'altro, colle armi sue infelicemente adoperate, a rassodare l'indipendenza di quel paese, contro cui egli le aveva rivolte.
I tiranni (ce lo dice la storia, e ce lo confermano i fatti di cui noi stessi siamo oggidì testimonii) sono alcuna volta la providenza dei popoli. Non è sempre vero che gli oppressi sieno facili a sollevarsi contro chi li regge. Spesso anzi s'addormentano negli ozii inverecondi e nei servili ossequii, se la tirannia è blanda, o pel solo fatto che essa è d'antica data. Allora si esita a far getto delle abitudini, benchè indecorose; allora o non si riconosce il bene di una più libera condizione, o se ne discutono le probabilità; e per questo misero conteggio è impossibile giungere alla gloria delle imprese difficili. Ma se le catene diventano insopportabili, se lo strazio è indefinito, e la morte certa, rivivono gli istinti, ed ammaestrano l'oppresso a raccogliere le forze per lottare e vender cara la vita. I migliori amici dei popoli, che hanno perduta la loro libertà, furono dunque e sono sempre quelli, che l'hanno calpestata più crudelmente. Se la lotta, dice un moderno publicista, è la condizione necessaria della vittoria, il nemico diviene il nostro migliore alleato[19].
XC.
Un fiume gonfio scava il suo letto, abbatte quanto lo vuol far deviare, e trascina seco i rivi minori. L'acqua invece, che poltre in uno stagno, si suddivide in pozzànghere, e nella sua inerzia elabora i veleni che l'ammorbano. — Così fu di noi. Le guerre di Federico I avevano ritemprato l'ardor nostro, e fatto convergere ad un solo scopo tutte le forze nazionali. La mitezza di Ottone IV, e la pace che ne seguì, generarono il contagio della discordia. Capitani, valvassori e _credenze_ erano una sola cosa, durante il pericolo: scomparso questo, riconobbero diritti parziali, e si levarono a difenderli. Da ciò ebbe origine quella delimitazione di caste, che creò una prevenzione diffidente ed astiosa fra i nobili capitani e i sottofeudatarj. Ogni casta volle avere il suo consiglio, perchè ognuna sentì d'avere i proprj interessi. Non di rado da tali interessi nacque disparità di vedute; queste generarono dissidj, minaccie, violenze.