Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 18
Tutti in un momento lo raggiunsero, e riconobbero Agnese. — Ma il primo atto di pietà verso l'infelice si esaurì in una muta contemplazione, come se ognuno, avanti di stendere una mano soccorritrice, volesse conoscere se doveva rallegrarsi o condolersi della fatta scoperta. Agnese pareva morta. L'abbandono completo delle sue membra, lo spasimo dei muscoli della faccia, che mostravano le tracce di una lotta suprema, il pallore mortale che le copriva la fronte, le gote e il seno, da cui il sofferto oltraggio aveva rimosso i lini; tutto infine annunciava una violenza, contro cui la volontà e le forze d'Agnese avevano opposta un'inutile difesa. Il nodo sfilacciato d'un nastro rosso, che le sosteneva sul petto un medaglione, parve agli occhi dei circostanti una striscia di sangue. — Il timore divenne in quel punto certezza; l'angoscia si cangiò in raccapriccio. Nessuno aveva il coraggio di verificare una tremenda realtà: tutti subivano in silenzio la scossa di una disgrazia atroce ed irreparabile.
Ma Canziana, che al pensiero d'una sventura indefinita era muta e fuor di sè, ricuperò le forze davanti ad un mal certo ed al cospetto della sua cara padrona. Accorse quindi sollecita e ringiovinita a raccogliere intorno a quel corpo le vesti scomposte, prima ancora di sapere se esse coprivano una creatura viva. Ma curvandosi sul corpo esanime, per compiere il pietoso officio, e ponendole una mano sul petto, vi sorprese un debole anelito di vita, tradutto in un battere lento e quasi impercettibile del cuore.
“È viva, sclamò la buona donna, è viva! Il cuore batte.... Oh Signor benedetto!„ — In dir ciò levossi, ed inghiottendo le inutili aspirazioni, e troncando ogni atto di pietà inoperosa, sollecitò l'ajuto dei vicini per trasportare la svenuta nella sua camera, e prestarle pronto soccorso.
Pochi istanti dopo, Agnese rinvenne, aperse gli occhi, riconobbe Canziana, e, colla ingenua inconsapevolezza di chi si risveglia da un profondo sonno, chiese agli astanti la ragione di quell'insolite cure.
Canziana, dubiosa se dovesse prima rispondere od interrogare, s'affrettò a venir in ajuto dell'indebolita memoria d'Agnese, sperando di poter sciogliere più presto altri premurosi sospetti.
Le raccontò pertanto come e su quali indizii ella andasse in cerca di lei, come e per mezzo di chi giungesse a scoprirla. Il resto era meglio indovinarlo che chiederlo: prova cotesta, che ella nutriva dei dubj e che non aveva cuore di sollevare nuove questioni per tema di recar danno alla già troppo grave situazione di Agnese. Ma d'altra parte, poco dopo, temeva ancora più forte che una prolungata ignoranza dei fatti potesse cagionarne uno sviluppo men fortunato. Mentre oscillava fra gli opposti partiti, ed una o due volte aveva iniziato la fatale inchiesta da cui poteva escire la consolazione sua o la sentenza d'entrambi, Agnese medesima troncò ogni incertezza, volgendosi a Canziana per chiederle conto del suo Gabriello. Nulla d'inaspettato in ciò; eppure tale parola fu un colpo terribile per la buona donna. A chi mai poteva ella rivolgere ora le sue interrogazioni, se la madre non sapeva rispondervi? Conveniva ingannare la pietà di Agnese, consigliandola a rimettere a miglior momento lo sfogo della sua tenerezza, o non doveva piuttosto farsi sincera narratrice dei fatti, a rischio di ripiantarle nel cuore il coltello di un altra sventura?
In tanta incertezza una pietà più oculata e più tenera, condannando ogni indugio, reclamò altamente che si provedesse col maggior zelo, e sùbito, alla sorte di una creatura egualmente cara. Già il suo silenzio aveva manifestato l'imbarazzo; questo metteva la madre sulle tracce del vero. Prevalse quindi il partito di narrarle tutto prima che ella tutto comprendesse da sè.
“Madonna, — rispose Canziana risoluta di dire il vero, ma peritosa nello scegliere le parole — il vostro bambino non è qui. No, non vi spaventate: raccogliete bene la vostra memoria: non l'avete forse portato con voi al momento d'escire dalla camera?„
L'affetto di madre, messo a così dura prova, reintegrò i sensi d'Agnese, e moltiplicò le sue forze, aggiungendovi l'energia rapida e convulsa del terrore. Le guance, poco prima smunte ed infossate, si coprirono di un rossore intenso; l'occhio si spalancò non a cercar luce, ma a sprigionare un lampo quasi feroce. Si levò ella risolutamente a sedere sul letto; e, con un tuono di voce ed un atto della mano che esprimevano comando, disse: “voglio vedere mio figlio.„
“Lo vedrete, madonna, lo vedrete: ma, per la salute di lui e per la vostra, tranquillatevi; procurate di ridurvi alla memoria il momento in cui siete escita da questa camera; per far ciò vi abbisogna un po' di calma. Suvvia: siate buona.„
Qui Canziana, tenendo una strada più lunga, ed usando le parole le più attenuanti, cercò di condurre la sua padrona a riconoscere il vero stato delle cose, per aver lume e trovar mezzi a provedere.
Finchè Agnese credette che la governante, mossa da un sentimento di soverchia pietà, la consigliasse soltanto a protrarre ad altro momento la consolazione di rivedere il suo bambino, ella potè seppellire in sè i sospetti, accagionandone la mente indebolita e la crisi sofferta. Ma quando, dopo un lungo diverbio, riempiuti i vuoti della memoria e rannodato il filo interrotto delle impressioni, ricordò lo spettro orribile che vagava nella sua camera accanto alla cuna del suo bambino, per poco non cadde morta. In quel campo di terrori indeterminati, la ragione, non trovando il fatto suo, andava smarrita. L'infelice non attese altre dichiarazioni, non si arrestò a far nuove inchieste. Forse il pensiero che la sua mente si faceva di bel nuovo torbida, divenne a questo punto la tavola di salute alla quale fidò l'ultima sua speranza. Si sforzò d'accomodar la ragione al partito di negar tutto. Simile a chi sogna cose orribili ed è consapevole di sognare, ella tentò di sciogliere l'incanto, che la opprimeva, combattendone coll'incredulità ogni apparenza. La mente non reggeva a tanto; chiamò in ajuto le forze del corpo. Levatasi bruscamente, colle due mani spartiva sulla fronte i capelli che gli facevano ombra; si stropicciò gli occhi come se volesse invitarli a veder meglio e a scorgere il vero; e fe' cenno ai vicini, che sgombrassero. Poi, sorda alla voce della compagna che colle parole più affettuose la consigliava a star quieta e a confidare nelle cure altrui, si precipitò dal letto, e corse alla culla del bambino, sperando di trovar colà la prova certa del suo inganno.
È inutile dire che la debole violenza fattale da Canziana non giovò punto. Agnese, ingagliardita dal suo stesso delirio, si precipitò sopra il letticiuolo, e quando lo vide deserto, colle mani protese e tremanti come quelle di un cieco, palpeggiava le coltri sperando di chiamare menzognera la vista. L'ansia di quel momento era estrema. La madre si abbandonava a quella prova con una fede vivissima; quella doveva essere l'ultima e la più fatale sua delusione. Gli astanti, sorpresi e soverchiati da tanti affetti, aspettavano muti ed immobili che Dio operasse un miracolo.
E, in vero, fu un miracolo se Agnese sopravisse a quel colpo, e se la sua ragione, soprafatta da tanto strazio, non cedette all'incalzante delirio fino a smarrire la coscienza di sè. La sventurata rimase per un istante immobile e ritta della persona, colle braccia rigide e le palme svolte ed avvicinate, come se mostrasse ai circostanti quel posto manomesso, profanato, ancor tiepido del calore vitale dell'infelice sua creatura. Portava il capo rivolto al cielo, il collo un po' teso in avanti, e leggermente soverchiato dalle spalle. Rassomigliava alla Niobe impietrita dal dolore, quale ce la ritrasse lo scalpello greco. Le sue carni erano bianche come le vesti; solo a dar vita a quel freddo simulacro, le piovevano sulle spalle e sul petto le treccie brune ravvivate da un serpeggiare molle ed umido, che obediva ad ogni piega del corpo e ad ogni alito d'aria. — E come per la sciagurata rivale di Latona il marmo sudò lacrime,[72] così la fronte di costei rivolta al cielo e ravvivata da due grand'occhi, porgeva a Dio l'unico tributo degli infelici, un copiosissimo pianto. — Sarete voi meno pietose, o leggitrici, perchè la poveretta, davanti a sì crudele spettacolo, non perdette il senno? Perchè, raccolta la ragione dentro i confini del vero, pesò, discusse, riconobbe tutta l'estensione e la profondità del suo male? Ah no! la demenza sarebbe stata pietosa per l'infelicissima madre. — Ella doveva ritornare in sè, perchè gli errori della fantasia non avrebbero mai saputo creare un'imagine più tetra di quella, che ora le veniva presentata dai fatti. Quanto aveva ella sognato nel delirio era troppo al di sotto del vero.
CXXX.
Altrove si è parlato di una madre che vide il proprio bambino cadere d'improviso in gravissimo pericolo della vita. La natura in quell'istante non chiuse il cuore di lei nella sterile meditazione de' suoi mali, ma lo scosse, e lo riaccese di quell'istinto, che centuplica le forze, e rende le braccia di una povera donna atte a far prodigii. Se Agnese avesse dovuto disputare ad una fiera, o ad un sicario, il possesso della sua creatura, non avrebbe pianto, ma operato. Se la parola non bastava a piegar l'animo dell'assassino, ella avrebbe fatto arma delle sue mani e scudo del suo petto. Contro ogni oltraggio, di cui fosse testimonio, le rimaneva sempre la voce per chiamar soccorso, l'occhio per spiare i passi dell'assassino. Alla peggio, poteva correre la medesima sorte della vittima, dividere con essa i pericoli, gli oltraggi, la morte. — Oh allora le parve che il morire vicino al suo diletto, e il morire per lui, fosse una dolcezza privilegiata! Che più? avrebbe quasi preferito stringersi al seno il suo bambino esanime, che non saperlo vivo tra le braccia di uno sconosciuto. — Il poveretto, lontano da sua madre e in balía di un malevolo, sarebbe morto egualmente. Almanco nel primo caso le restava il conforto di essere con lui fino all'ultimo istante, di prodigargli quelle cure, che lasciano nella memoria dei superstiti una soavità mesta e consolatrice. Rammentava, a prova di ciò, le angosce sofferte nella recente sua malattia. Quella lunga serie di notti insonni, di affannose sollecitudini, di passaggiere illusioni, assumevano l'aspetto di un dolore soave, di un male divenuto quasi invidiabile. Varcava col pensiero l'ultimo passo, che minacciava di separarla per sempre da lui; e ancora vi trovava qualche conforto. Poteva accarezzare, stringere, baciare la fredda salma del suo diletto; poteva piangere su di essa e vicino ad essa. La carità non aveva esaurito tutti i suoi tesori; essa serbava ancora altri affetti, altre cure per coronare i miracoli dell'amore materno. Vegliava la spoglia inanimata, l'ornava della candida vesta, la seguiva al luogo dell'eterna quiete. La terra, ove dormono le sue ceneri, consacrata da quel caro deposito, sarebbe divenuta la meta giornaliera de' suoi passi; quella terra, fecondata dalle sue lacrime, doveva convertirsi in una bella ajuola di fiori. Nelle rose cresciute su quella tomba ella avrebbe ravvisato le sembianze del suo angelo; avrebbe gustato le gioje delle sue carezze, aspirando avidamente i profumi esalati da quella sacra zolla. — Le tombe non sono mute, che per le menti assordate dai clamori mondani. La fede, che per le creature elette è necessità, non legge o proposito, susurra nel cuore della derelitta parole sì dolci, che labro umano non pronunciò mai. — “E perchè piangi, o madre mia? — le dice una voce d'angelo — forse che, deponendo sì presto il carico della vita, fui meno fortunato di te: di te che ancora langui nell'esilio? O mia buona madre, sarei io beato in paradiso, se non avessi la certezza che un giorno t'avrò meco?„
Sogliono le anime addolorate sforzarsi di pervenire all'esatta conoscenza della propria situazione, col mezzo dei confronti. Il male altrui, ed anche il male nostro, provato in altri tempi e in altre circostanze, serve di misura ai dolori attuali.
Ma dove si pareggiano interessi ed affetti, il giudizio umano assai spesso va errato; l'urgenza dei mali presenti ne conduce di leggieri a crederci destinati a provare la fatale supremazia della sventura. Così l'infelice, anche quando non lo è compiutamente, pensa, opera e soffre, come se il tristissimo privilegio di un dolore supremo spettasse a lui solo.
Tal era d'Agnese. Ella tornava colla memoria ai mali testè esperimentati per convincersi, che la sua disgrazia presente era senza confronto la più grave di tutte. Rammentava la dolcezza delle cure, che ella poteva prestare poco prima al suo bambino moribondo, per concludere che la sua sorte era ineffabilmente peggiore. — Il cuore, industrioso nel torturarsi, non sapeva darsi pace, pensando che il suo bambino (pur sano e salvo), strappato al seno materno, era costretto a chiedere vita ed alimento ad una carità fittizia o mercenaria. — Provava in ciò il raccapriccio, che un'anima pia sente al vedere un oggetto sacro, manomesso dal ladro sacrilego. — Al terrore di una violenza subitanea, succedeva in lei il ribrezzo delle cure menzognere, che una mano venduta avrebbe prestato all'innocente per l'unico scopo di avvantaggiare il bottino. Le pareva di sentire i lagni della sua creatura ritrosa ad accogliere le sollecitudini di persona sconosciuta. Quei pianti le straziavano l'anima; e dietro essi le pareva d'indovinare la mal contenuta iracondia altrui. Forse ai vagiti dell'innocente rispondeva la bestemmia; alle tenui sue proteste si contraponevano atti violenti e brutali!
Da questi pensieri si lanciava di colpo in un campo d'altri ancora più oscuri, più indeterminati, e non meno dolorosi sospetti. — “Chi mai può avere interesse a commettere tale delitto, chiedeva ella a sè stessa? Ho io dei nemici? e chi sono essi? e con quale scopo entrarono nella mia casa per impossessarsi di un bambino? Come mai dal male fatto ad una povera donna si attendeva quel tanto di bene che basta a spingere un animo feroce a commettere un delitto?„
Qui, ci è forza il dirlo, la mente d'Agnese era travolta in un bujo, in mezzo al quale la ragione si sarebbe di buon grado rassegnata a non riconoscere giammai il vero. — Ma ciò che ella non voleva vedere o scoprire, le si presentava da sè, talora franco e sonoro come ravviso di un amico, tal altra incerto e sommesso come la mezza parola del calunniatore. Ah! la fiera battaglia, che si accese allora nell'animo suo! Tanto fiera, che ai tristi avvisi della ragione ed alla inesorabile evidenza dei fatti, preferì contraporre un'incredulità priva di senso, ma inespugnabile ed assoluta. — Erano sì orribili i sospetti che, per tagliar corto, accusò sè stessa di demenza.
CXXXI.
Questi rivolgimenti dell'animo, non accompagnati da alcuna parola, erano scritti a chiare note sul suo volto; il quale, dopo aver palesato con rapido mutar di colore e di espressione la vicenda interna, finì per contrarre quella immobilità, che è l'ultimo e più terribile sintomo di un'anima soggiogata dal dolore.
Meno commossa Canziana, e quindi più padrona di sè, studiava invece di scoprire la via migliore per precorrere i fatti, e dirigerli a men fatale risultamento. Chiunque fosse il ribaldo, e qualunque lo scopo del suo delitto, saggia cosa era il tentare di raggiungerlo. L'assassino non poteva essere lontano. — Quanto ai mezzi per ispogliarlo della sua preda, ella non ne vedeva che due: la forza o l'oro; questo preferiva a quella. — Passò in rassegna le persone a cui avrebbe potuto affidare una missione tanto delicata. Il campo della scelta era ristretto; le persone abili a ciò erano due soltanto; ma le strade a tentarsi parecchie. A questo punto ella rimaneva interdetta.
Se non che, lo stato di Agnese la costringeva a scuotere l'inerzia comune, onde l'animo della addolorata non soccumbesse sotto il peso della disperazione. — Le frasi consuete, con cui un'anima pietosa tenta racconsolare gli addolorati, non avevano maggiore effetto che la rugiada sur un incendio. — D'altronde, a quali speranze poteva ella richiamare il cuore d'Agnese? doveva inaugurare le sue consolazioni coll'invitarla a piegarsi rassegnata alla mala fortuna, come se fosse perduta ogni fiducia nella potenza di Dio?
Tornò la vita, e con essa il moto e la parola, dove poco prima era silenzio ed inerzia, non appena Canziana propose di spedire il vicino e Bastiano sulle traccie dello scelerato. — Incerta cosa era il poterlo raggiungere, più incerta ancora la probabilità d'indurlo ad abbandonare od a cedere la preda. Ma un disegno qualunque, benchè vago, bastò a rannodare l'ultimo filo di speranza. A tale proposito la madre, rotto il desolato silenzio, trovò parole per animare la pietà altrui, accaparrandola colle proteste di una gratitudine senza confine.
L'amore materno, svolto in una serie di atti e di parole solenni e commoventi, cangiò la preghiera in comando, l'audacia in prudenza, il tentativo in necessità. — Lo stesso Bastiano trovò gli spiriti necessarii a secondare l'impresa del compagno. Il quale, intascato quant'oro si potè raccogliere, e quant'armi si celavano sotto le gabbanelle, s'avviò per escire, chiedendo prima a sè stesso, poi ai circostanti, dove era bene rivolgersi.
Nuovi dubii avrebbero rallentato le buone disposizioni di quei valentuomini, se in quel punto non fosse capitato un contadinello, il quale, tutto ansante dalla corsa e sbigottito nel trovarsi in mezzo a tanta gente, trasse di tasca una medaglia attaccata ad un nastro rosso, e raccontò come l'avesse allora allora trovata e raccolta sul sentiero del bosco, sulla direzione di V...*
La medaglia passò dalle mani del contadino a quelle di Canziana, la quale, senza dir parola, la rimise ad Agnese che tosto la riconobbe. Non fu bisogno di discutere più a lungo sulla via da scegliersi: quella scoperta l'additava chiaramente. — La povera madre si struggeva di tenerezza contemplando e baciando la cara reliquia, e già i due campioni camminavano o, per dir meglio, volavano all'ardita impresa.
Assai poco era a sperarsi da tanta sollecitudine. Dal momento dell'invasione a quello in cui ora ci troviamo, era passato il tempo necessario a disperdere ogni traccia del delitto. Eppure, non vi fu mai rimedio che con maggior prontezza restituisse la vita ad un moribondo. — Per esso l'animo d'Agnese si riscosse quanto era necessario ad aver forza di sopportare i nuovi mali, e di attendere un men fatale scioglimento della catastrofe.
Infelicissima madre! Quando vide che alcuno si dava moto per lei, ringraziò Dio, che le infundeva vita e speranza. I suoi occhi si riaccesero, il suo labro articolò qualche parola, il cuor suo tornò a palpitare. La statua del dolore discese dal suo piedestallo per divenire l'imagine viva della carità, che si strugge in preghiere, in affetti. Ottima Agnese! non appena il potè fare inosservata, gettò le braccia al collo della fida compagna, e su quel seno, asilo consueto della sua fronte agitata, ed esperto a tante e ben diverse lacrime, trovò un momento di requie. Allora Canziana non meditò una parola di conforto; nè Agnese dimandò all'amica più che il ricambio di quella stretta, che le faceva credere d'abbracciare sua madre. In quel silenzio e in quella stretta, ambedue si erano comprese perfettamente. Nei mali dell'anima, come in quelli del corpo, una diagnosi felice è il certo indirizzo alla scoperta del rimedio. Quell'amplesso facilitò ad Agnese il pianto; questo le restituì l'uso della parola; e lo spontaneo sfogo degli affetti era già un dolce conforto.
“Pensa a quanto io ho sofferto, o amica, — disse Agnese con voce commossa; — pensa che dal giorno in cui ho perduto mio padre, la mia vita è un tessuto di disgrazie sempre crescenti.„
“Non lo dite a me, madonna, non lo dite a me, che ho tutto veduto e compreso...„
“Ma forse non avrai ancora compreso che i miei dolori si accumulano oggi in un solo; e che questo nodo di mali è tremendo, e diviene insopportabile.„
Canziana tacque; ma non perchè ignorasse il senso di queste parole.
“Ascoltami, ripigliò Agnese; ora ti voglio dir tutto. Quanto io aveva nel cuore non potè trovar sempre sfogo sul labro. I miei sorrisi erano veritiere prove di gioja; come i sospiri furono sempre l'espressione del mio dolore. Ma i lunghi silenzii, e le veglie inavvertite, velano una storia a te ignota. Ascoltami dunque, te ne prego. — Io era giunta fino ad oggi, pensando che Dio m'accompagnasse nel portare la mia croce. Tu sai che l'incontro di un uomo amato da mio padre ridonò qualche valore alla mia esistenza. Io mi sono abbandonata a lui, pensando che nel ravvicinamento delle nostre esistenze vi fosse qualcosa di sovrumano. In seguito, quando una vicenda misteriosa, in onta a tanti giuramenti, allontanò da me quell'uomo, cominciai a dubitare di me; ma non potei ancora convincermi, che la colpa altrui divenisse colpa mia, o se pur qualche volta provai rimorso, la vista del bambino, di cui Dio mi aveva fatto dono, mi rinfrancò. Non credetti possibile che un angelo potesse vivere e crescere nel seno di una donna maledetta. Credetti d'aver scoperto in questi fatti il secreto della mia espiazione. La mia vita non era più mia, ma della creatura che il cielo m'aveva dato. Io non poteva piangere se egli sorrideva; io non doveva maledire alla mia esistenza, se la sua diveniva ogni giorno più florida e più bella.„
Fin qui Agnese aveva parlato con un calore insolito; e, trascinata dall'entusiasmo degli affetti, obliava per un istante la realtà. Ma il gioco non poteva durare a lungo. Canziana, meravigliata nel vedere tanto cangiamento, era incerta se dovesse rallegrarsi o dolersi di quelle parole. Nulla di nuovo in quanto le veniva detto; ma tutto ciò non era che l'esordio di una impreveduta rivelazione. — Aveva la buona donna l'occhio nell'occhio d'Agnese; accompagnava leggermente col capo il ritmo sonoro delle parole, che escivano come inspirate dal labro di lei. A quando a quando, senza interromperla, v'intrometteva sommessamente un motto d'affermazione. Ma poichè la narratrice, con un calore sempre crescente, era giunta alle ultime parole, comprese che le sue forze erano ormai esauste; quindi, aprendo le braccia quasi accorresse in suo ajuto, raccolse di nuovo e strinse al suo seno il capo della infelice; le baciò affettuosamente i capelli; le prodigò mille carezze. In quella ripetuta testimonianza d'affetto ritrovò Agnese la forza necessaria a ripigliare il discorso: e quando si rilevò dalla sua positura, gli occhi e il volto avevano deposto la fittizia sicurezza, e rivelavano un completo scoramento. — Con altro tuono di voce, e con ben diversa espressione, la poveretta ripigliò la parola:
“Ora, tutto è mutato per me. L'ultima delle mie disgrazie non è soltanto la più grande, è il compendio e l'inasprimento delle altre. La doppia sventura della perdita di mio padre e dell'abbandono di colui riceve ora il suggello dal rapimento della mia creatura. — Dapprima piansero la figlia, e l'amante; ora sono le lacrime di una madre, che si debbono versare; e queste non avranno consolazione. Se ascoltassi una voce, ahi! troppo crudele, della mia coscienza, dovrei dire, che oggi mi vien negato il diritto della maternità, e che la mia speranza nel perdono di Dio si è illanguidita, poichè mi fu tolto l'angelo intercessore. — Dimmi, amica, che ciò non è possibile; che questo è un delirio; che io sono disennata.„ — E le parole d'Agnese finivano ancora nel pianto.
Canziana, troppo commossa per saper trovare le parole acconcie a consolarla, intercalava il discorso con monosillabi tronchi, che non avevano altro valore fuor quello d'essere pronunciati con un tuono affannoso, sintomo infallibile della pietà la più sincera.
“No, mia diletta, non dite così. — Per l'amor di Dio, acquetatevi.... Non fate ingiuria alla misericordia del Signore.... Egli non abbandona nessuno; nemmanco i più tristi peccatori. — Suvvia, siate buona.... preghiamo e speriamo....„