Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 16

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Il giorno dopo, Medicina e Bergonzio si rividero in una osteriaccia fuori delle mura di Pavia; ma l'uno e l'altro non diedero pretesto ai curiosi (ove per caso ve ne fossero) d'indovinare esservi tra loro un concerto od un'intelligenza qualunque. — Esciti entrambi da parte opposta, s'incontrarono in un luogo solitario; dove Bergonzio narrò per filo e per segno il risultato della sua spedizione. Cominciò dal dire il nome del luogo ove Agnese erasi ritirata, la distanza e la strada per arrivarvi; espose colle parole, ed illustrò con una serie di linee tracciate nella polvere, la pianta della casetta, insistendo nel dichiarare che gli accessi erano parecchi ed affatto indifesi. Solo rammentava con dispiacere la circostanza del vicino plenilunio; ond'era necessario affrettare l'impresa e compierla nell'ultimo periodo della notte, se volevasi avere il favore di una completa oscurità. Non omise di riferire che quella dimora, quantunque perfettamente solitaria, non era abitata da Agnese sola. Una famiglia di buona gente, originaria di Pavia, che per vecchi disgusti aveva abbandonato la città, erasi ristretta in una piccola parte dell'abitazione, per cederne la migliore all'ospite benvenuta. Il nome di quella famigliola non eragli stato detto: ma sapeva, che era gente quieta, alla buona, aliena dalle armi e dai sospetti; che per tutta difesa solevasi di notte sguinzagliare un cane lioncino, il quale, abbajando lunghe ore alla luna, aveva abituato i padroni a non tener conto de' suoi avvisi. — Alla peggio poi, quando pure tutta la famiglia fosse in guardia, la lotta non sarebbe stata lunga ed incerta; v'erano tre donne, ed una covata di bimbi; gli uomini erano due; il padrone di casa, giovine e robusto ancora ma affatto privo d'armi, ed un famiglio, il più dormiglioso, il più codardo villano del contorno.

Il Seregnino, finito il racconto, dolevasi dentro di sè del poco accoglimento fatto alle sue parole. Credeva che, dietro tali rivelazioni, il ciurmatore, rotto ogni indugio, sarebbe volato all'impresa; od aspettava almanco d'essere accolto con una parola di approvazione e di lode. — Medicina invece era muto. Contento senza dubio nel sentire che, ove fossevi necessità di usar violenza, il trionfo sarebbe certo, dimandava a sè stesso il modo di evitarla; studiava l'arte di vincere senza combattere.

“Io non chiedo altro, pensava egli, che di porre una barriera insurmontabile fra Agnese ed il conte. Voglio soltanto consacrare i fatti già compiuti mercè il silenzio dei due amanti: silenzio ristretto a tempo e ad un solo argomento. Che il miglior mezzo per far tacere una persona sia lo spacciarla, è cosa che so anch'io da un pezzo; ma questo è l'ultimo spediente, e vi si può sempre ricorrere, quando ogni altro partito riesca a male. Una vendetta compiuta è una di quelle gioje, che non rade volte lasciano dietro sè delle tracce pericolose. No, no; sono queste le glorie degli incauti o dei novizii. — Meglio è far in modo, che Agnese abbandoni per qualche tempo la sua dimora attuale; e, per volontà propria o spinta da una necessità creata ad artificio, se ne vada.... dove, non importa; purchè sia ben lontano.... Ma come.... come rimoverla dalla sua solitudine?„

La luna spandeva raggi obliqui e melanconici su quel misterioso convegno. — Medicina era assorto. Fuor del cappuccio alquanto rovesciato all'indietro, escivano a cerfuglioni i suoi capelli bruni, solcati da screzii color di rame; il volto, perduto in una penombra livida, brillava soltanto della luce tetra ed irrequieta degli sguardi. Posava come chi si arresta di colpo dopo una marcia affrettata: aveva una mano sul giustacuore, coll'altra stringeva l'elsa della spada. Il compagno invece portava la testa alta, e cercava gli occhi del suo padrone, come se ponesse in dubio il suo coraggio, e volesse infondergli il proprio. Nella breve esperienza della sua servitù, quest'era la prima volta in cui reputavasi levato a paro di lui. — Ma s'ingannava a partito; i suoi sguardi di fuoco, le parole tronche e concitate, l'aria guerriera ch'egli affettava, non giungevano a scuotere Medicina dalla sua calma.

Dopo qualche minuto, costui sollevò la testa, raccolse le braccia, e si dispose a parlare ed a procedere avanti. La luce erasi fatta nel suo cervello, ed il partito era preso.

CXXV.

Medicina non disse al compagno più di quanto era strettamente necessario per dar principio al suo disegno. Dimandò d'essere condutto quella stessa notte al luogo ove dimorava Agnese, dichiarando di volere arrivarvi un'ora prima dell'alba.

Bergonzio per girar largo, e dar tempo a torre di mezzo ogni eventuale imbarazzo, propose di partir subito, dicendo tanto e tanto esser meglio aspettar là, che non altrove. — Alle quali parole il ciurmatore aggiunse un cenno affermativo del capo, mentre colla mano destra comandava al compagno di precederlo per insegnargli la strada.

Le tre ore di cammino passarono senza accidente. L'uno procedeva dietro l'altro sur un sentiero serpeggiante fra i campi, che a tratto a tratto si smarriva entro le stoppie e gli scopeti, per isvolgersi di nuovo lungo le siepi od attraverso i boschi. — La luce era scarsa ed infida; sotto l'obliquo raggio della luna, le ombre si prolungavano all'infinito, rendendo sul loro corso l'aria più fosca e pregna di vapori. A tratto a tratto una mezza luce bianca ed incerta, squarciava quelle ampie pezze brune, che sembravano lo strascico di un drappo funebre steso capricciosamente sul suolo. I viandanti non potevano tenere l'egual passo; l'acceleravano o il rallentavano a seconda del più o men comodo andare; talvolta era necessario arrestarsi per varcar siepi o rigagnoli; tal altra retrocedere sulla via già percorsa, e cercare l'entrata di qualche macchia folta o spinosa.

Medicina era sempre taciturno. Il suo disegno, nettamente delineato quanto allo scopo, ma ancora troppo vago nei mezzi, lo trascinava, non senza grave pena, in un labirinto di congetture, fra cui non giungeva a discernere la più probabile. Studiavasi di contraporre ad ognuna di esse un'escita; e s'affaticava a premunirsi contro ogni eventualità sfortunata: ma il doppio assunto gli consumava le forze.

A quando a quando però non mancava di volgere qualche parola al compagno per completare le nozioni necessarie a' suoi progetti. Ora lo interrogava più precisamente sul luogo cui erano avviati, ora dimandava conto di questo o di quell'arnese, che gli poteva tornar buono improvisamente. Una volta gli chiedeva, a cagion d'esempio, se erasi munito di battifuoco e di selce, un'altra se aveva proveduto una scala di corda; poi faceva l'esame delle armi, o s'arrestava a studiare di nuovo la pianta della casipola già tracciata dal suo esploratore. — Pareva infine che non avesse troppa fretta di giungere alla sua meta.

Un galantuomo, che va pei fatti suoi, supponiamolo anche avviato a far del bene, se è sorpreso dalla notte, in mezzo ad una campagna deserta, dove non abbia altra scorta che il lume melanconico delle stelle, e non oda che lo scroscio delle foglie agitate dal vento, o il mormorio delle acque lontane, non sarà più, per regola generale, il rodomonte che è di pien giorno. — Quei brividi, che gli increspano la pelle al soffio della brezza notturna e dietro una veglia prolungata, gli attraversano i muscoli e le ossa; e penetrati nelle viscere vi destano una commozione solenne, che potrebbe dirsi il primo sintomo del terrore. Chi a debellare queste apprensioni invoca il coraggio, nell'allestire le armi, e nel precorrere il pericolo colla difesa, ha già tacitamente riconosciuto l'esistenza di un nemico; e i mezzi apprestati sono nulli, o scarsi, perchè ciò che si crede una larva fuggevole è l'espressione di un sentimento sacro e sublime ridestato dalla vista della natura nella sua più severa maestà. — Impallidiscono a fronte di essa le tiepide rimembranze della vicina giornata; le memorie delle scorse gioje si cancellano; la stessa coscienza del bene che si è fatto, o che si ha il proposito di fare, rimanda i suoi conforti ad altro momento.

Quelle ubbíe, di cui avremo riso le cento volte alla luce del sole o dei doppieri, ci si presentano con un aspetto di esistenza dubia, sul cui conto è intempestivo lo scherno, difficile una calma ed assennata discussione. Le tenebre danno all'occhio vigile la facoltà di vedere ciò che non esiste; all'orecchio sospettoso aggiungono una strana squisitezza, che traduce in armonie sinistre i suoni più innocenti.

La fantasia irrequieta rimesta il vecchio corredo delle memorie, per sollevarvi di preferenza ciò che v'ha di più triste o di men lieto. Per quanto taluno possa vantarsi favorito dalla fortuna, troverà sempre in sè qualche cicatrice più o men bene rimarginata, che gli attesta un dolore patito. — Ivi la sua mente fa sosta, per riprodurre quella parte del passato che meglio s'accorda colla solenne sua mestizia. Penserà di preferenza ai disinganni provati, ai subíti rovesci, alle infide amicizie, agli affetti traditi. E quando egli fosse così fortunato di non trovar pascolo a simili rimpianti, avrà pur sempre qualche cara persona perduta, la cui rimembranza è per sè stessa un dolore. In tal momento, in mezzo alla solitudine, il pellegrino non solo piange con maggior tenerezza le virtù e gli affetti di essa; ma rivede il parente e l'amico come se fosse vivo, o, peggio, come se la tomba si spalancasse per mostrarglielo cadavere.

Una volta aperta il varco a questi delirii, una sola cosa varrà a dissiparli: la luce amica dell'aurora. Allora i fantasmi spariscono, le tombe si rinchiudono, i morti tacciono: le larve nere che passeggiavano sul fondo della scena, appajono quello che sono; null'altro che l'ombra placida e tremula degli oggetti circostanti. Al sinistro strido degli uccelli notturni, si sostituisce un rumore lontano e ravvivato, che è il parlare consueto di chi ne viene incontro, misto alle canzoni dei contadini, allo stridìo dei carri, al mugolare degli animali domestici. — Ecco cambiata la scena.

Tutto ciò avviene all'uomo onesto, il quale in mezzo a' suoi timori, ha potuto consultare la coscienza, e trovarsela amica. Ma quale dovrà essere lo stato d'animo di chi si specchia per la prima volta in sè stesso, e inorridisce inaspettatamente della propria deformità? Sul fondo bujo della notte egli legge a contorni di fuoco, anche se chiude gli occhi, la storia di una vita piena di sceleraggini e gravida di rimorsi. Appunto perchè nella scioperatezza de' suoi giorni, e sotto l'influsso di una luce che sembra mite anche agli occhi del malvagio, non ebbe mai occasione di chiamare ad esame il passato, in quell'ora di oscurità la coscienza avrà lume che basti per vincere le tenebre, e rendersi visibile. — Finchè dura quel parosismo, il vizio avrà perduto le sue attrattive, e senza queste, senza la speranza della riabilitazione, l'animo dello sciagurato proverà quel vuoto che è il primo e certo sintomo della disperazione. Se egli non è ribaldo a segno di dominare l'improviso rivolgimento che si opera in lui, varcherà quest'ultimo confine, vittima di quella stessa febre che era dianzi il sintomo essenziale della sua vita.

Il silenzio di Medicina, non estraneo a tali impressioni, era un primo attacco di questa terribile infermità. Già un principio di noja gli faceva sembrare troppo lunga e disagiata la strada; in capo ad essa egli vedeva la sua impresa assai più ardua che non avesse creduto sulle prime. La fatica gli riesciva troppo grave; il compenso scarso ed incerto. — Rimandava anche questo disegno nel novero dei molti, che aveva compiuto felicemente, ma che non lo sottraevano ancora alla schiavitù verso gli altri e verso sè stesso. — Infastidito da questi pensieri, egli rivolgeva contro sè qualche rimprovero; non perchè fosse nauseato delle tante sceleraggini commesse, o dubioso della opportunità di commetterne altre; ma perchè deplorava la meschinità dei mezzi, che lo trascinavano, per vie lunghe ed indirette, a riconoscere la vera meta de' suoi desiderj, senza che gli fosse possibile di toccarla mai. — Da venti anni egli operava instancabilmente per divenire ricco, e libero di sè; ed era invece costretto ad una vita di privazioni; a mangiar sempre il pane di un padrone.

Contro voglia, ma per una necessità insuperabile, egli si arrestava in tali considerazioni ogni volta che lo studio de' suoi progetti permetteva alla sua mente una sosta momentanea. Crescevano intanto la stanchezza, il fastidio, le difficoltà, e scemavano collo stesso grado le forze. Se gli fosse stato possibile sciogliersi dal suo compagno, e trovare vicino a sè un ricovero dove godere qualche ora di calma, egli avrebbe messo da parte il suo progetto, risparmiato o ritardato un delitto. Ma tale è la condizione dell'uomo perverso: egli perde le tracce percorse, e non sa tornare su di esse. Però in mezzo ai sofismi, con cui il malvagio tenta di puntellare l'edificio delle sue turpitudini, spesso la verità si fa strada da sè. — Udiamone una dalla bocca stessa di Medicina. Colpito dal ribrezzo di tanti delitti, e in un momento di sfiducia, sclamò tra sè; “A che mi giova avere testa e mano pronte ad ogni ardua impresa, se, dopo aver sudato tanti anni per godermi la vita in pace, mi trovo ridutto a questo punto? Perchè non fui anch'io un galantuomo, come molti altri, che a quest'ora dormono in pace, e non provano il rodimento dell'animo che io provo?„

Questa terribile confessione, colta a volo sulle labra di un malvagio, è feconda di un grande insegnamento. Se la natura non ci fece ottimi, quello stesso istinto che ne fa desiderare la nostra felicità ci consiglia a procurare di diventar buoni. Il bene è bene anche quando viene da fonte meno pura: l'oro non cessa d'essere prezioso, pur se è misto a molta ed ignobile lega. E quando una benigna natura non ci ha dato un animo eletto che ci innamori della virtù, l'interesse, quello principalissimo di vivere in pace cogli altri e con noi stessi, c'invita alle buoni azioni, o per lo meno ci trattiene dalle malvagie.

Ma Medicina combatteva la paura e la coscienza col fatale consiglio degli ostinati nel male: essere troppo tardi per dietreggiare nella vita. L'arrestarsi gli sembrava egualmente impossibile, poichè un'impresa incominciata ed incompiuta era, o sembrava essere, pericolosa. — Bisognava ch'egli s'abbandonasse al destino; e in questo punto il destino era rappresentato da Bergonzio, che lo guidava, suo malgrado, allo scopo designato. — Sopportò la fatica di tre ore di cammino che gli parvero tre secoli: in nessun'altra circostanza una simile corsa gli era costata tanta pena. — Scongiurava le visioni, che gli si offrivano allo sguardo, imprecando e bestemmiando sottovoce. Alle aggressioni occulte della paura, opponeva le occulte voluttà della vendetta; e quando non bastavano a farlo pago nè l'avidità dell'oro, nè la sete di vendetta, egli rinvigoriva i propositi nella imperiosa necessità di proteggere la sua fortuna pericolante. Dopo una battaglia, che gli costò tante fatiche, ebbe anche questa volta l'inonorato trionfo sulla propria coscienza. Giunto alla meta, s'arrestò, e trasse un largo sospiro, che il simile non gli era mai escito dal petto, durante quell'infelice giornata.

CXXVI.

Il luogo della sosta era un piccolo campo alberato all'ingiro da pini ombrelliferi dall'arsa corteccia e dalla pallida verdura. Appiè di alcuni di essi erano disposte pietre rozzamente riquadrate, che potevano servire di sedile; nel mezzo si apriva un vasto spazio di terreno smosso, partito in ajuole da cordoni di mortella, entro cui brillavano gli ultimi fiori dell'autunno.

Il casolare si presentava di fronte sotto la forma più semplice, che possa avere abitazione umana. Un muro piano, protetto da una gronda di paglia, ne costituiva la facciata. Una piccola porta, alla quale si ascendeva per due scaglioni di varia misura, ne era l'entrata principale. Non parliamo delle finestre sparse qua e là senza ordine e senza misura.

Medicina, affranto nello spirito e di conseguenza scemo di forze, sentì il bisogno di far alto e di riposare prima di riprendere i suoi pensieri, e di ridurli ad atto. Si accostò quindi alla più vicina di quelle pietre, e, serratosi ben bene il mantello intorno al corpo, sedette. — Ma poco dopo, quando cercò di liberare dalle pieghe del mantello il braccio destro, per appoggiare il gomito sul ginocchio e il mento nel cavo della mano, sentì che questa era gelata ed inerte come fosse di piombo. Le gambe prive d'ogni elasticità si fissavano aggranchiate nel terriccio, e vi stampavano un'orma profonda.

A crescere l'affanno, da cui era oppresso, contribuirono alcune circostanze del tutto fortuite. Il cielo, già limpido e purissimo, si coperse improvisamente. L'uomo, che non aveva avuto occhi per iscorgere la bellezza di quella vôlta stellata, si destò dal suo letargo per riconoscere quel subitaneo offuscamento. Alzò lo sguardo e vide che una nube sanguigna, frangiata da un lembo argenteo, aveva coperto la luna al suo tramonto. Quell'istantanea privazione di luce sembrava rendere più intenso il freddo, che gli cercava ogni fibra, e gli faceva battere i denti. Ciò gli parve di cattivo augurio.

Quasi al medesimo istante uno strido lontano, raddoppiato dall'eco, partì dal fondo della foresta. Stette egli in ascolto. Quel sibilo acuto, lamentevole, andava crescendo, e s'avvicinava. Contemporaneamente, un corpo pennuto ed ondeggiante solcò lo spazio ed aleggiò così vicino a lui, che l'aria scossa gli flagellò disgustosamente il volto. — Era un gufo che volava al suo nido. Ciò aggiunse al primo augurio un senso di ribrezzo ancora più sinistro.

Si levò Medicina con un movimento rapido, e senza accorgersi mise mano alla spada, per avere da essa quel coraggio, che l'animo non gli porgeva. — Occupavasi nello svolger l'elsa dalle pieghe e dai pendagli, quando udì un rumore, che nella quiete della notte non sarebbe sfuggito a chi fosse anco più lontano di lui. Levò lo sguardo: una luce pallida rischiarò l'interno di una cameretta, di cui s'erano spalancate le imposte: ed una voce sommessa e dolcissima gli portò all'orecchio i numeri armonici di una canzone. Rimise allora la spada, e stette ad ascoltare le seguenti strofe:

Gentil fiore in strania zolla Sbucciò ai rai d'immite ciel; Sulla vergine corolla, Sul pieghevole suo stel Scatenò l'aprile insano La gragnuola e l'uragano.

Ma da canto all'infelice, Un arbusto meno esil Fe' coll'ombra protettrice Grato scudo al fior gentil; E il difese dagli oltraggi Del rio gel, degli arsi raggi.

Brillò alfin sul suol romito Calmo il sole; e l'egro fior Schiuse il calice avvizzito, Furò all'iride i color, E fe' pregne l'aure erranti Di profumi inebrianti.

Or che crebbe il debil fusto, Che il caduco fior d'un dì Fatto è un albero robusto, Quella zolla, che il nutrì, (Pur se i giorni tornan grami) È protetta da' suoi rami.

Anche il cespite vicino, Che un dì largo di pietà Fu al modesto fiorellino, Nutrimento ed ombre avrà: Poichè gli offre il ciel cortese Doppio il ben ch'agli altri ei rese.

Nella gioja e nell'affanno, Se a virtù s'accoppia amor, Cresce il ben, s'attenua il danno: Ben più grato è a nobil cor L'aver parte d'altrui duolo, Che fra gioje viver solo.

CXXVII.

Queste dolci parole, rese più soavi da una voce flebile ed armoniosa, attestavano la sventura, sorretta da un animo forte e confidente; erano l'antitesi precisa del corruccio bieco, astioso, codardo, che lacerava l'animo di Medicina.

È inutile dire chi fosse quella donna; il lettore l'avrà già riconosciuta. Forse sembrerà strano che, in mezzo a' suoi patimenti e dopo tante vicende, Agnese impiegasse a questo modo le sue veglie. — Si è già detto che le gioje della maternità erano per lei sì grandi da farla dimentica d'ogni pena. Ma, passata la prima ebrezza, quell'istesso sentimento precorreva l'avvenire; e, preso in esame la somma dei doveri che incumbono ad una madre, la travagliava col dubio di non saperli compiere. Senza ciò, Agnese sarebbe stata ancor troppo felice.

Il piccolo Gabriello cresceva come il fiore della canzone all'ombra di men debole arbusto. Ognidì gli occhi innamorati della madre riscontravano sul suo volto un nuovo vezzo. — Dopo pochi mesi, egli volgeva gli sguardi intelligenti alla sua nutrice, e rispondeva con un linguaggio, compreso solo da lei, alle vive e continue dimostrazioni di tenerezza che gli venivano prodigate.

Ma alcun tempo prima di quest'epoca, la tenera creatura fu ad un punto di essere vittima di una violenta malattia. — Nessuna parola può dipingere l'angoscia della madre: angoscia suprema che però non si stemprava soltanto in lacrime ed in preghiere, ma combatteva colle più solerti cure la violenza del male. — Per più giorni, la povera madre non ebbe un minuto di requie. Gradì le cure di Canziana, e della donna che abitava con lei, ma non divise con alcuno i materni officii: l'altrui pietà era un'aggiunta, non un sollievo alle sue sollecitudini. La lotta fu lunga ed incerta. Agnese tremò più volte di una vicina disgrazia: più volte rinacque alla speranza.

Venne finalmente il dì, in cui un migliorare nuovo e subitaneo indusse nel suo animo una speranza meno fuggevole. La sana costituzione del bambino, e le assidue cure a lui prodigate, vinsero la gagliardia del male. La tenera creatura, che il canto della madre adombrava nel debole stelo di un fiore, ricuperò le sue forze, i suoi colori, la sua vivacità. Con lui fu salva Agnese; essa, che avrebbe ricevuto dalla mano di Dio la sventura, come il castigo della sua colpa, accettò la grazia del cielo, come la consacrazione de' suoi diritti materni. Nella notte, in cui Medicina s'accostava a quel santuario di affetti, meditando di profanarlo colla sua presenza, il piccolo Gabriello fu più del solito irrequieto. Vegliava la madre con lui: e, per tenerlo calmo nella sua insonnia, lo cullava leggermente tra le braccia, e gli ricantava alcune strofe, che altre volte avevano bastato ad arrestare i suoi vagiti e ad addormentarlo. — Aveva aperta la finestra, affinchè l'aria esterna, portando via con sè il suono di quella nenia, sollevasse i vicini da ogni molestia, e non li rendesse avvertiti della sua veglia.

Faccia il lettore i commenti a quella canzone: egli comprenderà fin dove erano giunti i dolori della sventurata madre, e fin dove si spingevano le sue speranze. Nella storia del fiore, che cresciuto diventa il protettore della zolla e del cespo che lo nutrirono, veda quale sia il primo e più fervido voto del cuore materno. — Pronto sempre al sacrificio di sè pel bene de' suoi figli, esso però non rinuncia all'ineffabile gioja d'essere nella tarda età confortato e ringiovinito dall'amore di essi. Il cuore che ama soffrire cogli altri, anzichè esultare tutto solo, è il più nobile tipo della carità; è il punto culminante della possibile perfezione umana, cui mettono capo gli eletti istinti della natura, da cui procedono i nobili sforzi della virtù.

CXXVIII.

La voce e l'apparizione d'Agnese richiamarono le forze di Medicina. Quel canto, come sincera espressione di un animo sereno, gli parve un atto di ribellione ai decreti dell'empio destino, di cui egli voleva essere il ministro. — La calma nel momento della tempesta esacerbava i suoi sdegni, quasi fosse una sfida. Egli, il più malvagio degli uomini, invidiava la pace dei buoni; egli odiava la virtù, appunto perchè tranquilla anche in mezzo alla sventura. Alla scarsa luce che rischiarava la cameretta, credè scorgere Agnese assai pallida ed abbattuta. Se ne rallegrò lo scelerato; e, vedendo che ella non si stancava di vezzeggiare il suo bambino, riconfermò nel cuor suo un orribile disegno.