Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 15
“Che volete da me? proseguì il conte; narratemi la cagione dei vostri dolori, se pure credete che io valga a trovarvi un rimedio.„
“Principe, — prese a dire la giovine, sciogliendo una voce che si accordava mirabilmente colla pallidezza del suo volto e col languore de' suoi sguardi — Tutta Milano ha fede nel conte di Virtù. Da molti mesi io stanco la bontà del cielo colle mie preghiere; oggi soltanto, sento d'essere esaudita. Iddio, che mi ha inspirata di rivolgermi a voi, mi fa certa che otterrò per voi la libertà di una cara persona, che langue nelle carceri della Signoria.„
Il conte sorrise dolcemente, e sollevando dal tavolo la nota dei prigionieri: “Rade volte in mia vita, soggiunse, provai la compiacenza di poter confermare con una pronta risposta la fiducia che s'ebbe in me. Fate animo. Oggi s'aprono le prigioni; e, per volere del principe, devono essere posti in libertà i carcerati.„
“Tutti?„ — chiese la donna ansiosamente.
“Le eccezioni devono essere assai poche: io spero che tra queste non sarà colui, che vi sta a cuore.„
La donna rispose con un sospiro, che in tal momento aveva un funesto significato.
“Io potrò dissipare all'istante i vostri dubii, continuò il conte, se voi mi direte il nome del prigioniero e il titolo della sua condanna„.
“Ognibene Manfredi è accusato di fellonía„, soggiunse la donna con voce risoluta.
“Ognibene Manfredi!„
“Ahi pur troppo, il suo nome è fatale! Egli col Mantegazza conspirò contro la signoria dei Visconti; per amor mio non volle sottrarsi, come i suoi compagni, alle ricerche della giustizia. — Solo superstite di quella sciagurata cospirazione, egli consuma da molti mesi nelle secrete della Bocchetta.„
“Per amor vostro, diceste? e chi è desso per voi? un fratello forse?„
“Più che un fratello; egli mi ha giurato fede di sposo: e senza la disgrazia che lo ha colpito, saremmo a quest'ora....„
“Poveretta! — disse il conte con una pietosa reticenza, che mirava a scopo ben diverso da quello che la supplicante s'era imaginato — Voi implorate il perdono dell'offeso signore, ripigliò dopo breve pausa: ma dite, e siate sincera, avreste la forza di accordarlo al vostro amante, quando sapeste ch'egli ha mancato alla sua fede?„
“Per essere sincera, come voi dite, dovrei prima perdonare a colui, che lo calunnia:„ — interruppe la donna con straordinaria franchezza, dimenticando a chi parlava.
“Perchè?„
“Perchè il Manfredi mi amò, e mi ama sempre teneramente.„
“Le prove!„, ripigliò il conte con un'ansietà improvisa che tradiva la sua abituale prudenza.
La supplicante sospettò d'essere caduta in un tranello; non per questo si pentì d'essere stata sincera. Con nobile portamento s'avvicinò al conte, e porse a lui una carta, dicendogli:
“Ecco le prove che voi chiedete. — Pensate, o signore, che la mia vita è in vostra mano. Siate generoso; io sarò discreta nella mia preghiera. — Se non vi è possibile salvarmi lo sposo, fate almeno che la mia sorte non sia divisa dalla sua. — Se la colpa del Manfredi non è degna di perdono, io, sua complice, dimando d'essere punita come lui.„
Il conte svolse con trepidazione la lettera presentatagli. — Mano mano che l'occhio scorreva le righe di quello scritto, il suo volto s'andava rasserenando; l'austera serietà cangia vasi visibilmente in compiacenza. Quel foglio era vergato dallo stesso Manfredi. Un aguzzino di buon cuore, che credeva cosa impossibile il fabricar combriccole con carta ed inchiostro, s'era incaricato di portarlo alla fidanzata del Manfredi. Le frasi di quello scritto erano di tal natura da sconvolgere ogni giudizio precedente sul conto del suo autore. L'affetto per la nostra incognita era rappresentato al vivo, con tanta ingenuità, con sì rara copia e schiettezza di frasi, da non lasciare alcun dubio di sè. — Ma esisteva pure una lettera del Manfredi diretta alla figlia di Maffiolo Mantegazza! — Come si poteva conciliar l'una coll'altra?
Finita la lettura, il conte non sapeva staccar l'occhio dallo scritto, come se aspettasse da quello la spiegazione d'altri misteri. Gli tornavano alla mente, ad una ad una, le parole di quel foglio sciagurato che aveva distrutta la sua felicità. Meravigliavasi però di trovare meno evidenti quelle frasi che, discusse altravolta durante il delirio della passione, l'avevano trascinato a pronunciare una sentenza irrevocabile. Gli avvenimenti sopraggiunti offuscavano il passato; e, in mezzo a quella oscurità, cominciava a splendere una debole speranza di esser stato in addietro vittima di un inganno.
Come il rapido e sinistro bagliore del lampo ci fa trovare alcuna volta la strada smarrita, così una parola, una sola parola, detta a caso, dissipò nell'animo del conte quel bujo doloroso, e lo ricondusse a più confortevole giudizio. — Questa parola fu il nome di Medicina. — Appena l'accusa d'Agnese veniva sottoposta a nuovo esame, poteva dirsi, che la profonda convinzione della sua giustezza era svanita. E troppo lusinghiero era il dubio, perchè il conte non s'arrestasse a vagheggiarlo.
La donna, nel difendere il suo sposo e nel dire quanto ella sapeva di lui, rivendicava involontariamente l'innocenza d'Agnese. — Il suo linguaggio semplice e schietto portava quell'impronta di veridicità, che non si finge, nè s'imita. L'attenzione stessa, con cui il Conte raccoglieva le sue parole, le dava coraggio a non farne risparmio. Ella si sentiva inspirata dal cielo a far trionfare la verità. Per tal modo, colei che era venuta a cercar conforto, e ad implorar grazia, rendeva inconsapevolmente giustizia, e distribuiva a larga mano le consolazioni a chi nulla chiedeva, perchè ormai non sperava più nulla.
Al momento di pigliar congedo dal principe, ella era quasi fuori di sè dalla gioja; il suo cuore, gonfio di una dolcezza inesprimibile, confondeva i sorrisi e le lacrime. — Ma all'atto di escire, alzando lo sguardo sul conte, per udirsi ripetere la cara promessa, fu sorpresa nel vedere che il suo volto non era più sereno come poco prima. — Avrebbe voluto chiederne la cagione, ma non ne ebbe coraggio. Meno lieta quindi essa pure, si ritirò.
CXXII.
L'improvisa angoscia del conte era simile a quella d'un malato, che, destandosi bruscamente dal letargo, si rende ad un tratto sensibile a' suoi dolori e consapevole della sua insanabile infermità. — Mentre Agnese tornava degna dell'amor suo, egli fuggiva lontano da lei e si addormentava per sempre a' suoi affetti. E tutto ciò per voler suo. Il ricordo, di un nuovo legame gli annunciava una sentenza irrevocabile: quella sentenza inconsideratamente invocata e troppo presto ottenuta. Ad uno strazio, così subitaneo ed acuto, non poteva opporre che un conforto: il pensiero che Agnese era innocente. Ma questo conforto, oltre al crescere il valore dell'oggetto perduto, gli ravvivava sempre più il rimorso della propria inconsideratezza. — Come consolarsi d'averla ritrovata, mentre il nuovo vincolo lo costringeva a ripudiare le antiche promesse? Ma perchè dolersene fino alla disperazione, nel momento che la innocenza e le tante disgrazie di colei, la attestavano pura e più degna d'amore e di rispetto? — Così mentre, una legge gli imponeva di dimenticarla; un'altra più autorevole gli comandava di riavvicinarsi a lei, almeno quanto fosse necessario a disperdere i fatali effetti di un giudizio precipitato ed iniquo.
Rimasto solo, s'abbandonò colla persona sur una seggiola, traducendo nell'atto spontaneo delle membra affievolite l'improviso e completo scoraggiamento dello spirito. Per brevi istanti imperversò dentro di lui una procella di pensieri alterni ed opposti da cui non era possibile ricavare un costrutto. Pareva che in lui fossero due persone distinte; duplici quindi il pensiero, il desiderio, la parola. V'era l'uomo che redarguisce, quello che vuole e tenta difendersi; v'era il giudice e l'accusato; il consolatore e l'afflitto; l'uom coraggioso e il pusillanime. La lotta, siccome gravissima, non durò a lungo. I due esseri, che rappresentavano nature opposte, parvero infine confondersi insieme in una sola individualità; ma la virtù, sdegnosa di piegarsi ad ogni men che onesta alleanza, trionfò della passione; essa fu quindi la prima e l'unica a dettar legge.
Ecco ora i patti di questa nobile vittoria.
Chi era stato generoso a segno d'accordare il perdono ad un'offesa, nelle sue apparenze, gravissima; chi aveva provato tutta la parte dolorosa del subire e tolerare un oltraggio, doveva aver animo a compiere il debito più sacro ed urgente di riconoscere il proprio errore, di ritrattare l'accusa, e di porvi rimedio. Rifare il passato era cosa impossibile. Una stolta credulità, spezzando il più caro legame, faceva ricadere le sue fatali conseguenze su chi l'aveva incautamente nutrita. Bisognava sopportarle; era a sperarsi che un po' di calma surgerebbe più tardi a temperare i mali, ed a promovere qualche conforto. V'ha intanto nel riconoscere un errore, nel confessarlo, nel portarvi pronto rimedio, tale generosità e tanta virtù, che quasi il buon effetto sembra abbellire la turpe cagione.
Un altro e più nobile compenso a tanti mali era il veder splendere di nuovo in Agnese il più prezioso ornamento della sua bellezza, la virtù. — Davanti a quella donna ricca di squisiti sentimenti, e sublimata dalla sventura, l'uomo ed il principe, senza tema d'offendere la propria dignità, potevano piegare il ginocchio, e chiedere perdono. A questo pensiero, il più grave dolore del conte era il dover porre un ritardo fra il pentimento e l'espiazione. Come la gelosia l'aveva fatto ingiusto, e poteva di leggieri renderlo vendicativo e crudele, così il pronto ravvedimento lo guidava ad ogni miglior proposito, onde riguadagnare la stima della donna offesa, e quella ben più guardinga e difficile della propria coscienza. Mentre poi si maturavano le circostanze che dovevano avvicinarlo alla sventurata, ei tentava di rendersi più degno del suo perdono, adoperandosi a sollievo degli infelici che il caso gli aveva posto dinanzi.
Cercò, quindi, anzitutto d'affrettare la libertà del Manfredi. Trovò il coraggio di parlare francamente allo zio, e lo costrinse a dimenticare l'ultima vittima della congiura. — Nel decreto di grazia, strappato non senza stento alla durezza di Barnabò, ei s'ebbe, colla libertà del Manfredi, una secreta caparra del perdono d'Agnese.
CXXIII.
Nella terza sera, e per tutto la notte, Milano fu ancora in festa. L'allegria sembrava farsi più vivace mano mano che piegava al suo necessario termine. Alla corte, fu data una grandiosa rappresentazione dramatica, in cui le divinità dell'Olimpo sceneggiarono con stiracchiate allusioni l'età dell'oro; poscia s'imbandirono suntuose cene. Infine la festa fu chiusa dalle danze, protratte fin quasi all'alba del giorno vegnente. Per la città continuavano le grida e gli schiamazzi; le case erano illuminate; sulle piazze ardevano falò; ma l'orgia generale non fu scarsa di violenze. V'ebbe più di un colpo di pugnale; e l'ubriachezza servì di pretesto allo sfogo di vecchi livori.
La mattina, tutto rientrò nell'ordine. Il conte era deciso di ritornarsene a Pavia quella stessa giornata. Avanti di partire, però, voleva cogliere il primo frutto de' suoi propositi: desiderava vedere il Manfredi, e congratularsi con lui.
Ma con grande meraviglia, questa prima parte de' suoi disegni subiva un ritardo inesplicabile. — Costretto a chiederne conto a qualcuno della corte, venne finalmente in chiaro di un terribile mistero. Il povero Manfredi, quando veniva informato della grazia ottenuta, lottava coll'agonìa. — Forse Barnabò, che non aveva saputo negare grazia all'intercessore, eludeva la promessa, facendo uccidere in carcere l'odiato avanzo de' suoi nemici. Tale fu la spiegazione, che il conte e moltissimi cittadini diedero all'inaspettata notizia. E Barnabò, lieto probabilmente d'essere stato prevenuto ne' suoi desiderii, non si pigliò cura di smentirla.
Non ci sarebbe il tornaconto di raccogliere ragioni per provare che il signore di Milano non era l'autore di quel misfatto. Tacendo, egli mostrò d'approvarlo, ed approvandolo, volle richiamare sopra di sè la sua parte di complicità. Ma il legame dei fatti, che si vanno svolgendo, dimanda che si sparga luce sul vero autore di esso. — L'assassino era Medicina.
All'udire un delitto, la mente umana freme d'indegnazione, ma non si arresta a quel moto: essa vuol farsi un'idea netta del grado di colpa che pesa sul reo, e non suol dar passata alla dolorosa impressione, finchè non indovina quale sia la causa e quale lo scopo del delitto. Un misfatto senza una prima e grave cagione impellente, senza un ultimo e definito scopo, diviene un'azione isolata, vera ed importante quanto a' suoi effetti, ma dubia ed indeterminata nell'indole sua.
Ora quale motivo potè spingere Medicina a togliere di vita il Manfredi? Tutta Milano non seppe trovare alcun rapporto fra l'assassino e la vittima; la publica opinione lasciò quindi fuggire ingiudicato il vero colpevole. Ma i cronisti, quelli sopratutto più diligenti ed oscuri, che scrivendo pei posteri sfidavano le dispettose passioni dei contemporanei, non temettero di asserire che Medicina, ormai atterrito dalla rapidità degli avvenimenti, cui egli stesso aveva dato il primo impulso, credette arrestarli, spegnendo nel Manfredi un depositario di molti secreti spettanti alla congiura del Mantegazza. Non curava egli gran fatto l'incolumità del governo di Barnabò; ma temeva l'ingrandimento del conte di Virtù, suo rivale. Il conservare un perfetto equilibrio di forza e di potere fra l'uno e l'altro, era necessità per lui: perocchè non credevasi arrivato a segno di poterli tradire entrambi. — S'aggiunga a ciò una circostanza di più immediato interesse. La vendetta contro Agnese, mossa, come si è narrato, dall'infelice spedizione di Campomorto, poteva ormai ritenersi condotta trionfalmente al suo termine. Checchè avvenisse, il Conte di Virtù era marito di Caterina Visconti. — Ma il turpe intrigo che aveva ferito nell'onore la virtuosa Agnese, poteva essere scoperto da una sola parola del Manfredi. Costui, durante la sua prigionia, ebbe, come si è detto, parecchie visite di Medicina. I secreti, di cui fu fatto depositario, erano di tal natura, che, innocui per sè giudicati isolatamente, divenivano prove irrefragabili della sceleraggine di Medicina, collocati nella serie d'altri secreti, di cui erano parte o riscontro. — In tutto ciò, v'era per fatto del ciurmatore una circospezione eccessiva; il pericolo sembrava forse troppo piccolo o troppo lontano per creare la necessità di uno scongiuro di sangue. Ma Medicina non badava pel sottile ai mezzi, quando vagheggiava uno scopo. Temeva che il Manfredi parlasse, ed egli lo fece tacere.
Informato della prossima liberazione dei carcerati, si recò, nel cuor della notte, alla Rocchetta; e per la solita via, sempre schiusa a un suo pari, penetrò nel carcere del Manfredi. Col favore delle tenebre, avvelenò l'acqua del prigioniero; poi, annunciandogli la vicina grazia, gli promise con ipocrita asseveranza, che fra poche ore egli avrebbe abbandonato il suo duro soggiorno. Questa volta ei poneva ogni scrupolo nel promettere sol quanto era in grado di mantenere. Infatti, il veleno era di tal natura, ed in tale dose, da poterne garantire il pieno effetto entro il limite di tempo stabilito.
Quando, sul mattino, entrò il carceriero per annunciare al Manfredi la sua libertà, l'infelice, steso boccone sull'umido pavimento, era in fin di vita. Interrogato sull'esser suo, non rispose altrimenti che con un gemito semispento. Volò l'aguzzino a cercare soccorso; ma appena ebbe raccolto nel carcere il capitano della Rocchetta, un medico ed un attuaro, il povero prigioniero non esisteva più.
Per persona di sì poco conto, qual era il Manfredi nel concetto dei servi di Barnabò, non faceva mestieri ricorrere a diligenti ricerche, o raddoppiare le investigazioni onde scoprire la vera causa del suo decesso. Il medico asserì che Ognibene Manfredi era morto di morte improvisa: e fin qui non faceva bisogno d'essere medico per dirlo. Il capitano, il carceriere, il giudice e lo stesso Medicina furono sodisfatti di questa dichiarazione; e dal canto loro posero ogni studio nel farla tener buona. — In Milano corse la novella già commentata; e la più filosofica conseguenza che seppero trarne gli uomini di buon conto si fu: che il Manfredi era morto di gioja, e che una sùbita gioja è ben più fatale che un lungo dolore. — Del resto, troppi erano i crucci dei milanesi, perchè tale sventura meritasse da loro più che la sincera pietà d'un giorno.
Come sèguito a questo fatto s'aggiunga, che la infelice sposa del Manfredi non trascinò a lungo l'angoscia della sua improvisa vedovanza. — Dopo aver tanto patito per la prigionia dell'amante, la sorte volle riaccendere in lei vive speranze, perchè la sua inattesa caduta fosse più aspra e decisiva. Morì la poveretta poco tempo dopo; senza però mettere la voce publica sulla via di scoprire, che un sùbito dolore ammazza non meno che una gioja improvisa.
Giangaleazzo, alla notizia della morte di Ognibene, si dolse più assai che non lo dimostrasse. La sorte di quell'uomo si connetteva strettamente a quella di altra più cara creatura. Intese il fatto, senza accettarne la spiegazione, ma dentro sè l'ebbe come cosa d'assai sinistro augurio.
Non ci arresteremo ad esaminare le cerimonie del congedo in corte; fu un ricambio di gelide frasi e di modi usuali. Nè tampoco terremo conto delle dimostrazioni di omaggio che Giangaleazzo raccolse sulla via, tornando al suo castello. L'unica cosa degna di nota si è che la vantata felicità degli sposi era soltanto sulle labra degli adulatori. La mestizia della sposa, manifestata dal suo pallore, lo scontento del conte, tradito da un involontario aspetto di corruccio, insegnavano anche ai meno esperti che la coppia principesca, in mezzo a tante grandezze, non godeva quella gioja serena, che tante volte è il retaggio del povero. E ciò è fior di giustizia; il poveretto dimanda sì poco, che non pare possibile che il destino voglia o possa sempre essergli avverso.
CXXIV.
Che fa un uomo, agitato dalla paura, quando sospetta che in un mucchio di materie incendiabili si nasconda una favilla? Egli tramesta, disperde, manda a male quegli oggetti, senza arrestarsi a scrupoli e preferenze. E intanto, per opporsi all'imaginario sviluppo di un male, comincia dal far male egli stesso.
Così operò Medicina. — L'infelice Manfredi veniva sacrificato alla paura di una rivelazione. Altra persona, come lui, e dietro lui, dava adito ad eguali sospetti. Bisognava provedervi. — Convinto che la passione di Giangaleazzo per Agnese non era nè spenta, nè assopita; che il recente legame, destituito d'ogni affetto e d'ogni lusinga, era più che altro un mezzo a tener viva l'antica fiamma; egli non rimpianse il male che aveva fatto, si doleva di non averne fatto abbastanza. Perocchè le arti sue non lo guarentivano ancora dalla probabilità che i due amanti si rivedessero, e che colle parole loro mettessero in chiaro l'intrigo e l'autore di esso.
Agnese era dunque pericolosa per lui, quanto e più che il Manfredi. Ben sapeva che l'infelice donna erasi allontanata da Pavia; conosceva le ragioni per cui ella era fuggita alla vista degli uomini. Ma ignorava il suo nascondiglio; e dubitava che, cessata la ragione di quel ritiro, ella non ritornasse in Pavia; o in altro modo fosse scoperta e riveduta dal suo amante.
Una volta entrato in un progetto, Medicina non era l'uomo delle lungaggini e dei pentimenti. La sorte del Manfredi, al dir suo, non peccava di troppa precipitazione; poche ore di vita, e colui avrebbe potuto diventare il suo accusatore.
Or dunque, intanto ch'egli avvisava al modo d'impedire che il conte rivedesse Agnese, bisognava raccogliere alcune notizie intorno a costei, che eragli sfuggita di vista. A quest'uopo chiamò a sè il fido compagno delle sue ribalderie, e gli ingiunse, senza dirne i motivi, che si recasse tosto a Pavia, e coll'usata sua accortezza cercasse di scoprire la nuova dimora d'Agnese. Lasciò a lui tutto il merito di scegliere la via più acconcia ad escir bene dal suo incarico; ma non gli tacque la gravezza della cosa, la necessità di non destare sospetti, il pericolo d'entrambi, ove fosse caduto in qualche imprudenza. — Il sermone del maestro finiva colle solite frasi; prometteva mari e monti in caso di buon successo, ma guai a lui se non riesciva, due volte guai se riesciva a male!
Medicina accordò al suo compagno due interi giorni per tali pratiche. Al posdimani egli stesso doveva raggiungerlo a Pavia. Convenuta l'ora e la posta, l'uno si mise in viaggio, l'altro chiamò a capitolo le sue vecchie astuzie, per elaborare un piano semplice, e di facile riescita, che in ogni caso, ed alla peggio, gli offrisse uno scampo. Ma la mente del ciurmatore, ormai logora da tante scelerate fatiche, non sapeva togliersi dal campo delle vecchie arti, nè inventare un progetto d'esito certo, senza fare assegnamento sulle antiche improntitudini. Non era egli divenuto timido e pietoso; sprezzava il pugnale ed il veleno perchè erano mezzi proprii d'ogni spirito vulgare; e li posponeva a quegli intrighi, che giungono alla meta prefissa senza lasciar traccia di sè; confondendo i secreti maneggi dell'uomo cogli infiniti e varii spedienti del destino.
Havvi una forte ragione per dubitare che questa volta la sua mente non fosse, come al solito, feconda; poichè, all'atto di mettersi in cammino, intascò più di una fiala avvelenata, e sperimentò la punta di parecchi pugnali.
Bergonzio, che obediva ad occhi chiusi, ebbe campo in due giorni di far le pratiche necessarie, per trarsi d'impaccio. Si recò anzitutto a Pavia, nel luogo dove dimorava Agnese; ivi, se non potè conoscere dove si fosse nascosta la misteriosa donna, seppe almanco da qual parte ell'erasi avviata. Tentò quella strada, e vi si spinse, occhieggiando a destra ed a manca, interrogando i passaggieri e i contadini, mettendo a partito la furberia dei monelli e la loquacità delle comari. Lo zelo e l'accortezza lo posero sulla buona via; e la sorte, che pur troppo è facile amica dei ribaldi, gli fece toccare la meta. — Al cadere del secondo giorno, quando stanco e scorato s'accostava ad un casolare per dimandarvi ospitalità, vide da lontano, all'incerto lume del crepuscolo, una figura feminile che gli parve di conoscere; affrettò il passo, la raggiunse: era Canziana. Girò di fianco, e la seguì da lungi per vedere dov'ella andasse; e per tal modo scoperse l'asilo d'Agnese.