Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 14
“Allora si faceva poco, dite voi? Sia pure: ma quel poco era tutto per noi — tirava avanti il commentatore. — Suona la _martinella_; alto, a chiunque è lecito correre al Broletto; e, se gli vien prurito alla lingua, gli è concesso guadagnar la _parlera_ e dir giù la sua ragionaccia come vien viene. Tempi diversi, figliuoli miei; acqua passata non macina più...„
“Pur troppo, riprese il vecchio; e perciò, ripeto, non mi dolgo de' miei anni, chè almanco posso vantarmi d'aver vissuto. — Dica lo stesso, se il può, questa gioventù azzimata, che non sa far altro che.... Gli avete visti i nostri... e tanto basta...„
“Pure il Conte di Virtù non è un... non è come...„ balbettava taluno.
“Ei sa spiumar la gallina, senza farla strillare„ interrompeva l'altro.
“Bell'indovinare„, diceva un terzo...
“Ei deve essere buono tre volte, — tornava a dire il primo —; all'opere ed al viso, si giurerebbe che lo hanno barattato a balia„.
“Per me sarei pronto a giurare invece, ch'egli non è diverso da suo padre...„
“Che vorreste giurare....? giurate che quando è notte fa bujo, e che acqua torbida non fa specchio. — Chi ci legge dentro„... soggiungeva l'incredulo.
“Lasciate parlare a chi ne sa„.
“E ne sapete voi più degli altri? Fuori dunque: ma fatti; non parole; che di ciarle ne ho pieno...„
“Io sono pavese; dunque, debbo essere in grado di giudicarlo meglio, colui. Il Conte di Virtù non somiglia punto nè a suo padre, nè a suo suocero. Io non dico chi più valga tra costoro. Conoscete voi, messer Barnabò: eh impossibile il non conoscerlo (e faceva un certo modaccio colla mano come volesse dire; — dovete averne assaggiato il peso.) Ebbene da lui imparate a conoscere il nipote: il rovescio della medaglia„.
“Sia poi come volete, fosse anche un santo disceso dal paradiso, — ripigliava il vecchio tornando al suo tema, — ciò sarà pel minor male di voi altri pavesi, e noi ce ne rallegreremo come è dovere d'ogni buon cristiano. Ma che c'entra Pavia, e il suo principe, con Milano e il suo signore? E poi, fosse anche una cosa sola, perchè mai nel lodarci del minor male non potremo pensare ed aspirare a un maggior bene? Fa peccato colui che, avendo in tasca uno spicciolo d'ambrogino per torsi un pane, desidera d'averne due per comprarsi una fetta di lardo? Per me, queste mezze consolazioni mi pajono il cordiale amministrato al moribondo per rallentargli l'agonia.... bella carità del prossimo!„
“Il carroccio dunque è il vostro paradiso terrestre?„ soggiungeva l'incredulo, con tuono beffardo.
Il vecchio ammiccò biecamente colui che aveva pronunciate queste parole, ma non aggiunse altro; anzi, escendo dalla folla, e gettandosi nella prima viuzza di traverso, pose mente a che nessuno lo seguitasse. Nel resto della giornata tornò più volte a rivangare le sue parole, e non ci volle meno di una settimana per convincersi, che i pericoli della sua imprudenza s'erano dileguati.
Gli altri continuarono sullo stesso stile; finchè, giunti sulla piazza dell'Arengo e trascinati in mezzo ad una folla più stipata, furono costretti a disperdersi. Ma quale era il sugo di quelle parole dette con tanto riserbo, ed accolte con altretanta diffidenza? Era lo scattare inavvertito di una molla troppo compressa; era l'espressione di un malcontento, che non si traduce in un grido di disperazione solo perchè attende, e confida.
Noi possiamo a stento indovinarlo da queste poche parole: ma il conte l'aveva letto sul viso di tutti.
CXIX.
La corte dell'Arengo che, nella divisione della città di Milano toccò a Galeazzo II, padre del Conte di Virtù, era il luogo fissato pel convegno degli sposi. La cerimonia nuziale doveva essere celebrata nella capella d'Azzone, dall'arcivescovo di Milano, assistito da quello della chiesa pavese.
Il vastissimo palazzo era stato splendidamente abbellito ai tempi della signoría di Azzone. Da ogni città d'Italia aveva quel principe invitato i più cospicui maestri dell'arte, perchè raccogliessero nella sua reggia quanto di più splendido sapevasi fare in quel secolo. Giotto ed Andreino da Edesia pavese, con una numerosa schiera di discepoli, l'avevano ornato di pitture allora stupende, oggi ancora, se esistessero, preziosissime per una semplicità di stile, ed una castigatezza più unica che rara. A decoro delle pareti, degli atrii e delle volte, il pisano Balducci aveva apprestato ricchi rilievi in marmo. — Ma ciò che la rendeva più splendida e meravigliosa erano le peschiere e le fontane; chè l'abbondante deflusso d'acqua limpida e saliente, pel minimo pendio e per le condizioni del suolo, doveva essere un miracolo dell'arte. A ciò aveva proveduto lo stesso Azzone, quando, nel raccogliere e guidare gli scoli sotterranei della città, trasse dal suburbio settentrionale una copiosa vena d'acqua potabile, e la fece scorrere sotto le fondamenta del suo palazzo. — Celebre fra le altre era quella vasca, in cui l'acqua, versata dalla bocca di quattro leoni accosciati, raffigurava il porto di Cartagine col corredo necessario a rappresentare in piccolo una scena della guerra punica. È questa una singolarità attestata da tutti i cronisti; della quale, a dir vero, duriam fatica a farci un'idea.
Luchino aveva rispettato le opere del nipote, suo antecessore nel principato. Non così Galeazzo; che nojato da quel lusso, o invidioso di un nome, che si raccomandava alla sontuosità di molte opere, vantaggiose o magnifiche, le distrusse. Profuse invece immensi tesori per costrurre un castello in Milano, e un altro in Pavia; e li corredò di quanto era necessario per far sbollire ogni furiata di plebe.
La corte dell'_Arengo_ era però sempre il più splendido e decoroso palazzo di Milano. — Ivi, come in suolo neutrale, nel giorno stabilito, convennero Barnabò, e Giangaleazzo, col rispettivo seguito di prìncipi, di magistrati, di cortigiani, di militi. — Nella chiesa di s. Giovanni in Conca fu poi celebrato il rito nuziale; e l'arcivescovo, dopo aver benedetto gli sposi, recitò loro un sermone, nel quale affastellò, colla solita licenza dei tempi, verità evangeliche ed iperboli pagane, onde provare che la Providenza offriva in quel dì la più luminosa prova della sua dilezione al popolo milanese. — Poscia la coppia nuziale tornò alla corte; e, attraversati gli appartamenti guerniti a festa e stipati da gente curiosa, entrò nel gran salone, ancora nominato il tempio della gloria, benchè gli eroi di ogni epoca e d'ogni storia, ivi capricciosamente congregati dal pennello di Giotto, fossero già da più anni scomparsi.
Nel tempio della gloria erano apparecchiate le mense. Inutile il dire ch'elleno furono, per l'apparato e per le imbandigioni, sontuosissime.
Un secolo prima, Guglielmo Ventura, cronista astigiano, faceva le alte meraviglie, perchè il re Roberto in un banchetto dato ai cittadini d'Asti usasse piatti e vasi d'argento. In questo, poteva dirsi che tale lusso era divenuto una necessità per le mense dei ricchi. Quella, alla quale noi ora assistiamo, era il più magnifico esemplare di regale splendidezza. — In mezzo alla mensa erano disposti con istudiata simmetria, fino a recarvi ingombro, vassoi, conche, piattelli d'argento e d'oro, lisci, cesellati o lavorati a niello; fiaschi e coppe di terso vetro; canestri, statuine e piramidi a portar fiori o frutta. E intorno a questa splendida mostra erano schierati gli scranni di velluto e d'oro pei commensali, fra cui emergevano più ricchi i seggioloni destinati ai prìncipi. — Quando un maestro della casa ebbe assegnato i posti ai convitati, i prìncipi pigliarono il proprio, ed ognuno s'assise. Subito dopo, entrarono parecchie coppie di paggi, portanti brocche d'argento, da cui si versò uno stillato d'ambra sulle mani dei commensali.
Fin qui il solenne silenzio non era interrotto che dall'urto argentino degli arredi, e dal fruscío delle vesti dei valletti e dei cerimonieri. E intanto coll'ordine prestabilito venivano recate sulla mensa le più squisite vivande, le quali seguivano nel loro passaggio un corso sì rapido, che talvolta giungevano appena a farsi ammirare dall'occhio degli epuloni, lasciando alle ghiotte fantasie molti desiderii insodisfatti.
Da prima si cominciò con una portata di spicchi d'ogni maniera; poi apparvero caprioli, porchetti, cervi e cinghiali serviti in un pezzo; i polli e la selvaggina in parte erano vestiti delle loro penne quasi a parer vivi, altri guazzavano nei _sapori_ (salse) paonazzo, verde o citrino. Seguiva una messa di altre delicature, come fagiani, pernici e starne; i pesci erano coperti di foglie d'argento che imitavano le squame. Infine i dolci, le torte, i marzapani, le pignoccate brillavano agli occhi dei commensali per la stravaganza delle rappresentazioni, meglio che non promettessero al palato; giacchè v'erano figurate castella, torri, armi da guerra e blasoni; ed era lecito ai commensali il pigliarli d'assalto e l'abbatterli, per far onore all'anfitrione, e per affrettare le più ridicole sorprese. Quella di vedere svolazzare degli uccelletti fuori da una crostata era, in mancanza d'altro, il solito colpo di scena d'ogni pasto. — Il pane era dorato; i vini copiosi e scelti non venivano posti sul desco, ma ad ogni messa si versavano dai fiaschi nei calici di cristallo, a ciascuno dei quali s'accostavano le labra di parecchi commensali.
La moda d'allora imponeva ai grandi di sciupare in un banchetto il centuplo di quanto avrebbe servito a nutrire splendidamente gli invitati; ciò che ai dì nostri con più ragione farebbe nausea. I rilievi della mensa, dopo aver satollato l'innumerevole servidorame, bastavano alla baldoria di una bella parte di popolo. Le reliquie e l'untume, come avanzaticcio di niun conto, colavano per l'acquajo nella scodella del pitocco. In mezzo a tanta profusione però, i nostri maggiori, che volevano essere maestri nell'arte del vivere, mancavano di quei rispetti che ai dì nostri sono il primo requisito d'ogni convegno sociale. — Un solo piatto bastava a due persone; nella stessa coppa bevevano forse dieci invitati. Non conoscendosi l'uso delle posate, quell'acqua d'ambra che si dispensava ad ogni messa non era, come ognun vede, un uso gentile, ma un miserabile ripiego.
L'apparire d'ogni imbandigione era salutato dal suono delle trombe; e i paggi, facendo l'officio d'araldi, li annunciavano alla mensa. Deliziose armonie, tra l'uno e l'altro servizio, riempivano le lacune lasciate dal riserbo dei convitati. — Tacque la musica, quando un trovatore salito sulla bigoncia declamò un canto epitalamico in onore degli sposi, dei prìncipi e dei nobili cavalieri che loro facevano corona. Peccato che la cronaca non ci abbia trasmesso i voli pindarici, i leziosi concettini e nemmanco il nome del poeta; essa si limita a magnificarlo altamente. — Doveva essere uno dei tanti cantori d'amore, reduci da Provenza, che facevano traffico di versi “scritti, come dice Giusti, sulla falsa riga di ser Francesco Petrarca.„[70]
CXX.
Fino a questo punto, l'urto sonoro dei cristalli e degli argenti, il correre dei donzelli, le declamazioni del poeta erano il solo frastuono che soverchiasse il bisbigliare contegnoso dei commensali. Ma da qui inanzi, pel merito dei vini, si sollevò in mezzo ad essi una anarchia di parole, che vinse ogni etichetta. Seguire il filo di un discorso era da principio un affare difficile; perchè le parole, i motti, le arguzie prorumpevano, s'incalzavano, s'incrocicchiavano senza posa e senza legge. L'allegria, in onta al cerimoniale, era divenuta padrona del campo. — Però quelle voci e quelle lingue miravano per diversa via al solo intento di onorare il principe, e di far plauso alla regale splendidezza de' suoi conviti.
I più caldi evviva proruppero all'ultimo bere, quando, spalancati i battenti della gran sala, apparve una sequenza di donzelli recando e sporgendo ricchissimi donativi. Ogni commensale, a seconda del sesso, dell'età, delle abitudini, doveva trovarvi il fatto suo. Armi da guerra e da giostra, mute di cani o falchi o astori erano il dono per la gioventù guerriera e millantatrice. Agli uomini di toga si dispensavano guarnelli di velluto o di sciamito, oppure vesti di taglio succinto, o _palandrani e tabardi_, che in allora erano d'ultima moda, o infine pugnaletti e spade coll'elsa dorata. Le matrone e le fanciulle scieglievano un monile, una collana, una catena d'oro, oppure vezzi di moda straniera, o trine d'ottimo gusto. In mezzo all'allegria, destata da tanta prodigalità, non era difficile lo scoprire le piccole invidiuzze di chi era o si reputava meno fortunato; e ancora più bello era l'osservare il rapido annuvolarsi di qualche fronte cortigianesca, cui erano toccati oggetti sì improprii e fuor d'uso, da destare il riso dei compagni.
Un tale, per esempio, che godeva fama d'essere completamente illetterato, ebbe in dono i tre libri dei _Commentarj scettici_ di Sesto Empirico, stupendamente copiati e raccolti in un volume coperto di bazzana coi cantucci e col dorso a borchie ed ornatini di bronzo: tesoretto, da far venire l'acquolina a chi appena fosse meno ignorante di lui. Fu uno sganasciare dalle risa di tutti, quando l'inesperto, per darsi l'aria di sapere ammirare il magnifico regalo, lo pigliò a rovescio. — A tal altro venne presentato un leone vivo. Un negro vestito all'africana, trascinandolo per la musoliera, faceva cenno alla gente sgomentita di non averne paura, e in prova, trattava l'animale con famigliarità: ma tutti giravano largo. Se non che il leone, irritato dalle troppe punzecchiature, scuotendo il grugno non senza stizza, sprigionò dalla criniera posticcia due enormi orecchie di ciuco, e si mise a ragliare a tutta gola. Quale dovesse essere l'ilarità degli astanti a quella improvisata, lo imagini il lettore; il quale, da queste sconvenienti bizzarie inventate da buffoni per tenere in credito il mestiere, potrà argomentare fin dove giungesse la spiritosaggine di quei convegni di buon tuono. Ma i cortigiani, teste vuote ed abilissimi piaggiatori, solevano mandare in burla ogni maltratto, e con eroico sanguefreddo, anche in mezzo alla minchionatura, facevano rifiorire un sorriso pieno di mansuetudine, che li rendeva tanto più graditi ai loro padroni.
Intanto anche nella piazza dell'Arengo, e per tutta la città, si diffuse quell'aura di tripudio, che spirava là dentro. Anzi, scostandosi dal suo centro, la publica festa sembrava pigliare maggior vita; perchè, se i tempi erano tristi, il popolo cercava ogni occasione o pretesto per iscordarlo. Sebbene Barnabò non fosse di quei tiranni, che sanno imbonire la plebe con qualche lampo di generosità, nondimeno in questa occasione, per fare onore alla famiglia, tenne un triduo di corte bandita, ed ordinò che si _bagordasse e s'armeggiasse_ con tutta la pompa prescritta dalle vecchie consuetudini.
Le piazze e le vie principali erano perciò addobbate a festa. Drappelloni di tela a varii colori, ghirlande di fiori e di verdure, toccavano da parete a parete, cangiando le vie in pergoli, ed ornando le gronde e le arcate. Dalle finestre e dai veroni piovevano arazzi o tappeti, quali di fino tessuto, quali brillanti de'più bei colori. Gli angiporti erano chiusi da siepaglie di sempreverdi, dove tra pietre rozze e rivestite di borraccina, imitanti uno speco, zampillavano rivi di un liquido rosso ed agro, che il popolo beveva a larghe tirate, come fosse vino. — Qui era la pressa maggiore. In mezzo a quella gente ubriaca, fra le grida degli ingordi, che difendevano il miglior posto, e l'impeto degli assetati, che facevano ressa per arrivarvi, si svolgeva un fremito, che a molti potè sembrare sinonimo di gioja publica. Gli adulatori si spinsero più oltre; asserirono che quella baldoria era l'espressione della publica riconoscenza e della fede incorrotta dei milanesi.
Una folla, egualmente avida ma più tranquilla, si andava pure stipando intorno ai cantambanchi ed agli istrioni, assoldati per tre giorni dalla comunità per tener allegro il popolo con lazzi, o per commoverlo con istorie di guerre, d'incantesimi e d'amori. Costoro mischiavano il sacro al profano, la storia alla favola, le buone esortazioni alle più licenziose novelle. — Molti di essi traducevano in lingua vulgare i versi dei provenzali; altri li ricantavano nella favella natia solleticando l'orecchio degli ascoltatori col vezzo del metro e della rima. — Sulle pareti e sui palchi erano stesi cartelloni dipinti, con suvvi figure, allegorie e scene storiche: deboli e strane imitazioni dell'arte che Giotto aveva recato in Lombardia. Codesti pittori da trivio solevano affastellare sovra una sola tela i fatti successivi di una storia; a spiegar la quale, tornavano buone le enfatiche declamazioni degli espositori. — Qua ballava l'orso; là il babbuino faceva delle smorfie; dapertutto la folla s'andava stipando; e in quell'attrito si svolgeva qualcosa di molto simile all'allegria.
La nostra cronaca ne assicura però che qualcuno dentro di sè arrovellava al vedere tanta cieca servitù, che altri rimpiangevano le forze sprecate in orgie vergognose; sulla sua fede potremmo assicurare che gli schiamazzatori e gli ubbriaconi erano i pochi; che il maggior numero s'era astenuto dal pigliar parte a quelle servili dimostrazioni, sospirando ed affrettando col desiderio tempi migliori. Ciò non è inverosimile; abbiamo veduto noi stessi più feste e abbiamo udito parlar d'applausi, la cui storica importanza stette appunto nell'aver messo in evidenza il contegno dei più che non vi presero parte.
Con miglior proposito la gioventù aveva accettato l'invito di dar prove di sè nelle tre _battagliole_, che dovevano aver luogo nei giorni della corte bandita. — Barnabò, per far onore al nipote, permise che seguissero tre sfide tra la gioventù milanese; ed assegnò ai vincitori generosi premii d'armi, di stoffe e di cavalli. — Le _battagliole_ ebbero luogo al _Broglio_ fuor delle mura. Nell'ultimo giorno poi tutti convennero nella parte opposta della città, a s. Maria _al Cerchio_, dove si tennero corse di cavalli e sfide coll'asta (_hastiludia_) nella quale si distinse la gioventù patrizia.[71]
CAPITOLO DECIMOSESTO
CXXI.
Il Conte di Virtù aveva assistito a tutte queste solennità senza pigliarvi alcuna parte direttamente. — Ma il popolo lo teneva d'occhio, ammirava il suo aspetto prestante, e preferiva la sua aria severa alla beffarda ilarità di Barnabò. — Forse la coscienza publica credette giustificare l'inopportuna esultanza, facendone mezzo ad attestare la sua simpatia verso un principe, il quale, checchè fosse, non poteva riputarsi peggiore e nemmanco eguale al proprio tiranno. Ma i sentimenti, quando trovano libero sfogo alle manifestazioni, di rado si arrestano entro il giusto confine. La folla vuole amare od odiare; spesso prodiga inconsideratamente i suoi affetti all'uno, solo perchè non può manifestare liberamente all'altro i suoi odii. Così avvenne questa volta. — Non si lasciò passare alcuna occasione d'applaudire il Conte di Virtù, onde apparisse più grave ed eloquente il silenzio, che tutti serbavano in faccia a Barnabò. — Costui o non s'avvide, o finse di non avvedersi, della preferenza accordata a suo nipote; pensando forse di fargliela pagar cara tra poco.
Ma Giangaleazzo dentro sè stesso se ne rallegrava come di una luminosa vittoria. Non era uomo d'insuperbirsi alla troppo facile conquista del favor popolare. — “Ma in qual altro modo, diceva egli tra sè, può un popolo schiavo levare la sua voce contro chi l'opprime? Non aspetto da esso un mansueto omaggio verso di me; mi basta un fremito d'ira contro il comune nemico. L'odio è efficace quanto l'amore...„
A rassodare tali disposizioni, il Conte di Virtù valendosi di un'antica consuetudine, si volse allo suocero per dimandargli una grazia. Era uso che l'uno dovesse chiederla, l'altro prontamente accordarla. Barnabò, infatti, persuaso che il timido nipote non avrebbe osato voler cosa che egli non potesse concedere, l'accolse senza restrizione.
Il conte sapeva che nelle carceri della Rocchetta languiva un gran numero di prigionieri, condannati a lunghe pene, o dimenticati dai giudici. — Era fra questi quell'Ognibene Manfredi, che egli reputava la causa dell'abbandono d'Agnese. — Quanta parte avesse il sentimento d'umanità nello spingerlo a chiedere mercè per tutti quegli infelici, non ci è lecito il determinarlo precisamente. Una nobile pietà ed una ambizione guardinga possono talvolta mirare allo stesso scopo. Ma non devesi porre in dubio, che nella liberazione del Manfredi egli coltivasse un men che generoso intendimento.
L'affetto che il conte nutriva per Agnese non si era spento nè affievolito in mezzo alle avversità. Era uno di quei sentimenti, che colpiti dalla sventura maledicono al destino, ma rispettano la memoria dell'idolo poco prima adorato. L'abbandono d'Agnese era ormai una necessità; ma la mente ed il cuore di chi rompeva quel nodo miravano con perfetto accordo a rimovere da questo fatto ogni senso di livore, ogni pensiero di vendetta. Anzi, per quella stessa gelosa tutela che ogni uomo deve avere di se stesso, studiavasi il conte di far salvo l'onore d'Agnese, onde per esso fosse salva la dignità di chi l'aveva tanto amata. A questo modo, rimanevagli almanco l'illusione che Agnese era vittima con lui, se non al par di lui, d'un medesimo destino.
“Poichè l'abbandono deve essere eterno, diceva egli, l'ultimo nostro addio sarà una parola di pace! — L'ira e la vendetta procurano rade volte un istante di gioja; ma l'ira è un ebrezza passaggera, da cui l'anima si rileva più debole e più abbattuta; la vendetta è lo sprecamento inconsiderato d'ogni forza del cuore. L'indimani dell'uomo, che si è vendicato, rassomiglia a quello del prodigo che ha consunta l'ultima sua moneta. — Ah perchè non saprò io dimenticare il passato? Perchè, in mezzo alle memorie di tante dolcezze, dovrà sempre rivivere quella di un oltraggio, ahi troppo grave? L'oblío non è dunque in potere dell'uomo? L'occhio può chiudersi davanti a ciò che lo atterrisce; ma il cuore non è árbitro di sè; non può sospendere i suoi battiti, non sa rendersi immemore od insensibile!... Meglio è perdonare: cosa ardua, ma non impossibile. — Quanto grave è stato l'oltraggio, altretanto sarà sublime la compiacenza d'averlo perdonato. — Nessuno si è mai pentito d'aver risparmiato una vendetta. Nessuno si vergognerà mai d'essere stato generoso!„
Tali erano i pensieri di colui, che ora a buon diritto chiameremo il nostro eroe. Con sì benevole disposizioni egli si apparecchiava a far paghi i supposti voti di Agnese, ridonandole l'amante. Proponevasi di ricorrere alla preghiera, se Barnabò non si fosse ricordato della fatta promessa. E il premio di tutto ciò era il pensiero, che un giorno Agnese riconoscerebbe chi era l'uomo, che ella aveva sì leggermente dimenticato. — “Allora (fin qui arrivava la sua vendetta) ella confesserà i suoi torti; ella si pentirà di non essere stata sincera.„
Questo stesso dì, in uno dei pochi momenti rubati alle continue feste, dopo di avere trascorsa la nota degli individui che aspettavano la grazia del principe, il conte vi soscriveva di sua mano il nome di Manfredi. In questo mentre, entrò un valletto, e gli annunciò che una donna giovine e bella implorava la grazia d'essere ascoltata. Il conte, dopo di avere esitato un momento, fe' cenno, che venisse introdutta.
L'esperto servitore aveva detto il vero. Appena la supplicante fu al cospetto del principe, rialzò il velo, e mise allo scoperto un volto di squisita perfezione. Le gote erano pallide, la fronte solcata da una ruga che, raggrinzando lievemente le curve sopraciglia, imprimeva fra di esse un marchio di dolore: la prima e la più seducente attrattiva d'ogni bellezza.
Quando il conte levò lo sguardo su lei, fece un atto involontario di ammirazione. Fu un segno di riverenza prestato al nobile aspetto della sventura.
“Accostatevi„ — diss'egli con voce mite, accompagnando la parola con un cenno cortese della mano.
La donna fece alquanti passi senza levare la testa e proferire parola.