Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 12
Agnese, non d'altro colpevole che d'aver troppo amato, non era vicina a morte; ma incominciava allora un'esistenza nuova, e moveva il primo passo col preludio dell'abbandono, col sospetto di essere creduta colpevole. Agnese trovava la vergogna, dove è il nobile orgoglio di una donna. Quello che per altre era la buona novella, per lei era e doveva essere una colpa, un mistero. Il suo supplicio non aveva misura di tempo: doveva durare quanto la vita, fosse pur protratta a tarda decrepitezza. Che più? perdurava al di là della vita, in quella del figlio suo. Oh questo era il più terribile de' suoi tormenti! L'affetto materno è geloso e diffidente, mentre ogni cosa arride; ma quando sulla culla del suo bambino s'agita un dubio, o nelle viscere ov'egli aspetta di risvegliarsi alla vita, scende un rimorso, oh allora quel dubio e quel rimorso non si calmano per certo al raggio di una speranza indeterminata! La sventura sospettata divien certa; certa almeno quanto agli strazii che essa cagiona.
Quante volte Agnese passò in rassegna la parte più bella della sua vita, per cercarvi la cagione dell'attuale mutamento. L'avrebbe voluto scoprire anche a costo di accusare sè stessa. Ma in ogni sua parola, in ogni atto, nei tanti e tanti nonnulla, che riempiono l'esistenza di un cuore innamorato, non trovò che l'invariabile ripetizione delle medesime proteste, le stesse prove d'amore; forse sempre crescenti a grado, forse soverchie!
Rammentò poscia le velate e mal comprese parole con che Canziana, in altri tempi, soleva dipingere a lei giovinetta il mondo, la società, gli uomini. Aveva sentito più volte parlare di creature ingannate, d'altre spergiure. — Aveva veduto più d'una donzella vestire a lutto, senza che ciò le fosse imposto dalla morte di un parente; altre, spiccarsi dal mondo, di cui erano la delizia, e correre giovani e bellissime, a seppellirsi in un chiostro; altre ancora, a cui una ruga prematura aveva scritto sulla fronte un mistero che la parte più generosa degli uomini sembrava compassionare, ma non discutere. — Allora Agnese ingegnavasi di convincere sè stessa, che la sua era la storia di cento, di mille altre donne al par di lei derelitte; che la sua virtù, come quella di tutte le sue pari, era stata gioco di una passione quanto violenta altretanto passaggiera. Pensò alla gioventù sgovernata, che si fa bella di così turpi conquiste. Pensò che, mentre ella sentivasi lacerare l'anima, forse il suo amante era calmo; forse pregustava nella sua mente nuove avventure, nuovi trionfi.
Questo non era trovar rimedio a' suoi mali, ma inacerbirli: perocchè il nome di tradita ch'ella attribuiva a sè stessa, supponeva un tradimento, e un traditore. Per la qual cosa, con una carità fin troppo ingegnosa, sforzavasi di rialzare sè stessa, affinchè la sua vergogna non fosse la condanna di un altro. In questo lavoro la ragione diveniva sottile e ferma, come non era mai stata. Non voleva scolparsi, anzi si rimproverava di aver tentato di farlo; accusavasi di inconsideratezza, di inesperienza; e chiamava solo suo complice il destino, cagione unica ed inevitabile di tanto male.
Ma infine il cuore voleva la sua ragione. Scoprire la causa della sventura non era rimoverla od attenuarla. Nulla valeva a restituirle la pace dell'anima; impossibile, il far rivivere la felicità dei giorni passati, sì cari nella tranquilla inconsapevolezza del male, belli e forse più ancora invidiabili negli stessi brevi turbamenti, che accompagnano un amore appassionato. Dietro ciò, l'unico rimedio, il solo conforto era il piangere; e piangeva la tapina lunghe ore, le intere notti, talvolta sola, più spesso assecondata dalla pietosissima compagna. — La quale non aveva parole per confortarla; ma, levando gli occhi al cielo e stendendo ad esso le mani in atto supplichevole, insegnava all'infelice, che non vi è anima derelitta che da esso si diparta inconsolata. Agnese, che non aveva fin qui osato implorare il soccorso di Dio credendosene indegna, rivolse ogni suo affetto a lui; e, come sùbito, al primo slancio, sentì rinascere in se stessa una fiducia nuova e consolatrice, in lui ripose ogni sua speranza, a lui affidò gli interessi del suo cuore, il suo avvenire, quello di suo figlio.
Le inspirazioni, che le scendevano all'anima da questo aprirsi col vero consolatore degli afflitti, erano tenere, soavi, confortevoli: ma largheggiavano di promesse a patto di abnegazione e di sacrificio. Le lacrime da quel punto sgorgarono più libere e meno aduste; la voce che le parlava al cuore pareva quella de' suoi genitori. Era una voce autorevole ma affettuosa; erano parole non scevre da rimprovero, ma promettitrici di perdono. Ella le ascoltava colle mani giunte, ginocchioni, col viso inondato di lacrime, e l'occhio rivolto al cielo. Il pallore, che già da tempo le sfiorava le gote, si ravvivò di un incarnato pieno di brio e di gioventù. L'occhio, prima incerto e sbattuto, si rilevò franco e sicuro a contemplare il cielo. Sembrava che ella cercasse lo sguardo del suo giudice, certa di vedere a fianco di lui due anime benedette che peroravano la sua causa, e le promettevano il divino perdono.
“Miei diletti — diceva Agnese orando mentalmente — se io non fossi rimasa orfana, ora non contristerei la vostra beatitudine colle mie querele. O madre mia, te vicina, io non sarei scesa sì improvidamente nelle battaglie del mondo, o se la sorte mi vi avesse trascinata, vicina a te avrei saputo combattere e vincere. Non voglio nascondere la mia colpa; essa è grave, sì lo comprendo; ma io era sola, inerme, inconsapevole.... Perdona non a me, ma a quell'innocente che è sangue tuo.... Tu sai quanto dolore costi ad una madre l'abbandonare il proprio figlio? il mio angelo nascerebbe orfano, se sua madre fosse maledetta! Deh, per pietà, per l'amor tuo, per le tue viscere, mi affretta il perdono di Dio, ond'io sia degna di baciare in fronte quella creatura, che porterà il tuo nome!„
In questo tacito colloquio trovò Agnese quel conforto, che invano aveva cercato ai cavilli dell'umana ragione. È naturale quindi che ella vi si abbandonasse con passione, quante volte sentiva venirle meno il coraggio. Ma dalla rinata fiducia, ella non traeva argomento a credersi degna dell'impunità; per essa preparavasi con animo sereno ad una austera espiazione; e l'accoglieva e l'invocava come arra di pace.
Altra volta volgeva la parola a suo padre; e le sembrava che la fronte severa del buon vecchio si spianasse alla pietosa sua invocazione.
“Tu, padre mio, diceva ella, tu m'insegnasti ad onorare colui; io frantesi le tue parole, io varcai i limiti, de'tuoi comandi; sconsigliata! Tua figlia però non si chiama indegna del tuo nome, giacchè, coll'ajuto di Dio e con un'intera vita di sacrificj, saprà cancellare questo passo indecoroso della sua giovinezza — È inutile, che io ti sveli come vi fui travolta; non v'hanno misteri per le anime beate. Dirò solo che ebbi un complice, non un seduttore. Io ti prego anche per lui, padre mio; come mai potrei sperare d'essere perdonata, quando non mi sentissi pronta a perdonare? Se egli fu ingannato, deve soffrire al par di me: se ingannò, a suo tempo soffrirà a mille doppii più di me — Deve essere pur doloroso il ricordo di uno spergiuro! Ch'egli non lo provi mai!„
“Le tue parole, proseguiva Agnese dopo una pausa, io le ho nella mente e nel cuore; le ho imparate, e le farò mie. _Non chiedere vendetta_, tu mi scrivesti in sull'ultima ora della tua vita, _ma persevera nella via della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta_. Questi detti sono sacri come il momento in cui furono scritti. Giuro per l'amor tuo che farò ogni cosa possibile, perchè essi non sieno smentiti giammai. All'annuncio della mia sventura, chiesi al Signore la grazia di morirne; ora io rinovo più saggia preghiera, chiedo di vivere per mio figlio. L'alleverò, come tu mi hai insegnato, nel timor di Dio, e nell'amor della patria; e se egli mi chiederà un giorno la storia di suo padre, io gli narrerò la tua, o dilettissimo genitore. Oh quanto egli sarà superbo d'esserti figlio! In questo santo proposito che mi rialza dalla polvere, sento tutta la dolcezza del tuo perdono. Umana sapienza non porge tanto conforto. È il cielo, che mi vuol salva; vostra mercè, Dio ebbe pietà de' miei dolori — Grazie, o angeli miei tutelari; compite l'opera della mia salute; non m'abbandonate, non m'abbandonate.„
CXV.
Non è a dire che, dietro tali pensieri, fosse sùbito bandito e per sempre ogni dubio, ogni angoscia. Agnese provò spesso il ritorno de' suoi dolori; ebbe più e più volte ancora il cuore turbato dalla memoria della perduta felicità; sentì di nuovo e più forte il rossore della sua posizione; provò non la convenienza ma l'onta del mistero, in cui ella doveva vivere sepolta. Ma non era per intoleranza o per stanchezza che ella volgeva le sue preghiere al cielo. Quanto erano più gravi i suoi dolori, altretanto più certa e più vicina attendeva la riabilitazione. Dimandava a Dio la forza di sopportarli, non di rimoverli; d'essere rassegnata, non assolta.
Di ciò diede prova quando surse questione sull'opportunità di abbandonare la sua casetta. Nessuna esitanza attraversò tale risoluzione; non la discusse, l'adottò come una necessità, come un dovere. Prima che venisse il momento di spiccarsi dal suo soggiorno, il solo pensiero di dover rinunciare a quell'asilo, che era stato testimonio di tanta felicità, le cagionava una stretta sì forte, che credette non avere animo a sopportarla. Ma quando Canziana le annunciò d'essere riescita a procurarle un nuovo ritiro, ella gradì il troppo sollecito servigio, e seppe troncare il filo di tante soavissime rimembranze senza pure un sospiro.
La scelta della nuova dimora era stata affidata a Canziana. Pensò la buona donna che era bene far presto; ma nello stesso tempo la prudenza la tratteneva, ponendole dinanzi non pochi ostacoli. — Si arrestò qualche tempo a considerare se fosse più conveniente il ridursi a Milano, o a Campomorto. Sottili ma abbastanza valide ragioni la persuasero a non far cadere la scelta sui due luoghi. In questo mezzo, il caso le fece trovare, presso persona di sua antica conoscenza, una romita casipola al di là del Ticino, dove Agnese sarebbe al riparo d'ogni sguardo indiscreto e d'ogni scortese dicería.
Al momento di abbandonare la città, Agnese trasportò seco tre cose soltanto: la lettera di suo padre, quella di Ognibene, e lo scritto del conte da lui dimenticato a Campomorto. Erano i documenti più preziosi della sua storia. — Al resto provide Canziana.
Quando Agnese si dolse pensando che lo staccarsi dalla dimora di Pavia avrebbe affievolito le sue care memorie, si ingannò. Nel suo deserto romitaggio, coll'ajuto del cuore, ella visitava ogni dì la casa abbandonata, e ne richiamava gli oggetti con tanta vivacità di colori, con sì squisita precisione di forme, come se li avesse presenti. Nei primi dì ella era più taciturna del solito: ma a poco a poco la nuova solitudine le riescì gradita; e se pensando al passato ella aveva gravissime ragioni di piangere; nel presente, e ancor più nell'avvenire, trovava qualche motivo d'essere consolata.
A fare meno triste la sua condizione presente, giovò l'esercizio della più saggia carità: ella soleva trovare presso di sè molto superfluo per farne parte ai poverelli. — Ad abbellire il futuro, le valse il pensare alle prossime gioje della maternità: gioje sì vive e sublimi, che non potevano essere turbate da nessuna memoria per quanto amara. Ripigliò ella i lavori dell'ago, non per trapuntar ciarpe ed inezie, come in addietro; ma per allestire il corredo dell'aspettato suo consolatore. Nell'assiduo travaglio, e nello scopo di esso, temperò le acerbe ricordanze, senza abbatterne quella parte che le faceva sperare nuovi e più dolci compensi. Così mentre la mano, con alacrità straordinaria, attendeva all'opera pietosa, la mente si occupava di quello cui essa era destinata. La diletta creatura, che le aveva fatto riamare l'esistenza, già viveva con lei e per lei; le appariva dinanzi ad ogni momento vispo, amorevole, bello quanto un angelo. Ed ella lo vedeva e lo ascoltava, pregustando tutte le delizie dell'esser madre. Nè si arrestava ai primi passi della sua vita; ma lo vedeva crescere garzoncello avido di affetti e di cognizioni; farsi giovine generoso ed intrepido; maturare saggio e benvoluto cittadino. La stima che egli si sarebbe procacciata, era tutto suo merito; di nulla egli era debitore al casuale retaggio di un nome illustre. — Anche la riabilitazione dell'infelice sua madre diverrebbe sua gloria. Quando quel frutto della colpa fosse diventato un valent'uomo, chi mai avrebbe ardito gettare la pietra contro la cagione de'suoi giorni? — Abbandonatasi a tali pensieri, correva Agnese sur un pendío pieno di dolcezze, fino a sognare una felicità completa e durevole. Quel figlio che le era costato tante lacrime le prometteva, già prima di nascere, altretante gioje. Le nostre leggitrici perdoneranno alla sventurata donna questo delirio pel merito dei soavissimi affetti che lo inspirano.
Dopo alcuni mesi di un rigoroso ritiro, durante i quali la tranquilla serenità di quell'anima non fu turbata che da un'ansia amorevole, precorritrice degli eventi, venne il dì benaugurato, in cui lo sguardo della madre potè finalmente fissarsi nelle sembianze della sua creatura. Oh il primo bacio che ella stampò sulle gote rosee del suo bel bambino! Quanta felicità, quale esultanza! — Allora la natura, trionfando di tutti i riguardi umani, infundeva ad Agnese tale sicurezza di sè, ch'ella non avrebbe esitato a dichiarare al mondo intero che quella creatura era sua.
Ma l'orgoglio muliebre cedette sùbito e sempre a più imperioso sentimento. Agnese dimenticò il mondo ed ogni cosa esteriore per non occuparsi che di sè; e in sè stessa comprendeva appunto il suo caro, il suo vezzoso bambino. Dopo avergli prodigato le più tenere carezze, lo sogguardava con occhio innamorato, lo componeva nella culla; poi di lì a poco, stanca di non vederlo, di non toccarlo, ne lo sollevava di nuovo per palleggiarlo e stringerlo al seno; e lo chiamava sue viscere, sua delizia; lo copriva di baci e di lacrime. Agli avvisi di Canziana, che la vegliava con materna sollecitudine, e non aveva fine di raccomandarle un po' di quiete per il ben suo e della creatura, non si mostrò arrendevole, che quando la stanchezza vinse gli affetti, e il consiglio divenne necessità. Allora Agnese giacque tranquilla; ma, posata la testa sul capezzale, volgeva gli sguardi al suo diletto che le dormiva allato. E l'occhio materno (che non è il miglior giudice delle sembianze dei figli) aveva già riscontrato nel tondo e roseo visetto del bambino i tratti vigorosi e severi del padre. A quella scoperta, una lacrima di ben altra natura le spuntò sul ciglio. Pianse la poveretta pensando che a tanta festa non pigliava parte chi vi aveva il più sacro diritto. Dolevasi che lo sguardo di lui non scendesse un momento su quella cuna; perchè ivi avrebbe dovuto farsi più mite e più giusto.... In tale pensiero chiuse gli occhi affaticati, e sognò cose liete.
Ma quando, poco dopo, una esile vocina la scosse dalla fantastica visione e la condusse di colpo alla realtà del momento, oh come le brillò caro e dolce alla mente il ricordo del novello acquisto! Pur quella voce era flebile; il poverino piagnucolava: — “Che hai ben mio? prorompeva la madre, perchè piangi?„ — ed accorsa alla cuna, ne sollevava il tapinello colla maestría che le donne non apprendono, e lo stringeva a sè, cullandolo dolcemente — E quando vide che il bambino appoggiato al suo seno cessava dal piangere, quando s'accorse, che ella compiva l'altro pietoso officio della maternità, nutrendolo della sua vita, nuovo giubilo, nuova ebrezza!
Troppo arduo sarebbe l'enumerare e il dipingere convenientemente tutte le fasi per cui trascorse l'amore sviscerato d'Agnese in quei primi giorni. Quella vicenda di sollecitudini, di gioje, di trepidazioni, quella litania di dolci ed iperbolici appellativi, con cui una madre vezzeggia il suo bambino, sembreranno a taluni frivole minuzie, pallide imagini di quanto si vede ognidì e dovunque. Ma lo scandagliare per quel mezzo il cuore d'Agnese, e il comprendere tutta la potenza de' suoi affetti, non sarà dato che a voi, sensibili donne. — Voi, dalle placide ed incolpevoli gioje provate o presentite, saprete misurare quelle più tempestose, ma non meno sacre, della nostra eroina; e se la vista di un bel putto che dorme in grembo alla madre vi fa tenerezza, a maggior ragione dovrete essere impietosite nell'imaginarvi Agnese, il cui affetto era ravvivato ancor più da un altro sentimento, maggiormente degno di pietà perchè tanto infelice. — Anzi, (dovrò io apprendervelo come fosse una scoperta?) quello stesso mistero che s'aggrava su lei la farà ai vostri occhi più cara e più degna di compassione. La legge, che disconosce e condanna i fortuiti legami della passione, può avere da voi il culto della coscienza e dell'esempio, senza perciò provocare dal vostro labro un troppo rigido giudizio contro le infelici, che in un consorzio d'affetti offrirono virtù ed innocenza, e ritrassero colpa e vergogna. Costrette a sentenziare Agnese, la vostra ragione non v'impedirà, condannando i fatti, d'amare un po' la colpevole. Non vorremmo che, con danno delle leggi sociali, voi l'assolveste troppo leggermente: non imploriam ciò per Agnese. Imploriamo il vostro perdono; e non vi può essere perdono dove non siavi stata colpa.
CXVI.
Mentre nella romita dimora tutto era calma e silenzio, il castello di Pavia e la corte di Milano brulicavano in modo insolito di gente intesa ad affrettare gli apparecchi per le prossime nozze fra il conte di Virtù e sua cugina. — Il conte, nelle sue frequenti corse a Milano, aveva cercato di rendersi bene accetto a Barnabò, e vi era, almanco in apparenza, riescito: quanto alla timida Caterina non davasi gran pensiero. La giovine principessa, più schiava che l'ultima donzella del popolo, non avrebbe potuto dire una parola, nè tampoco alzare uno sguardo, che non fosse profondamente ossequioso all'indeclinabile cenno del genitore. — Buon per lei, che un cuor tiepido ed una volontà inerte la piegavano al suo destino senza farla accorta del grave sacrificio. — Ella però nella sua pochezza aveva fatto un'osservazione non del tutto frivola: quel principe, or trovato degno di stringere nuovi legami colla sua casa, era quel desso, che, poco prima, facevasi bersaglio dello sprezzo di suo padre e del sarcasmo dei cortigiani. In ciò v'era una contradizione manifesta: ma la mente della fanciulla sapeva conciliarla a tutto suo vantaggio, pensando che il più veritiero dei giudizj sul conto del suo sposo doveva essere l'ultimo.
Non con pari freddezza vi si apparecchiò Giangaleazzo: giacchè se la ragione gli aveva consigliato questo legame come un rimedio, il cuore si disponeva a subirlo suo malgrado, e con penoso disgusto. Parevagli talvolta d'operare con precipitazione, e di fidar troppo nelle sue forze; e concludeva che la dimenticanza, questo farmaco sovrano delle passioni infelici, può bene essere consigliata e voluta; ma che il volerla e l'apprezzarla è ancor poco; perocchè i mezzi impiegati a spegnere violentemente un affetto, conducono a spontanei raffronti; e in essi, a dispetto d'ogni proposito, il passato si veste di seducenti colori; i quali ad altro non giovano che a far più bella ogni cosa perduta. — La grandiosa reggia di Barnabò gli richiamava alla memoria l'invidiata semplicità del casolare di Agnese. Quella turba di cortigiani gli faceva desiderare il piacevole isolamento di Pavia: al bieco sguardo di Barnabò, opponeva la rimpianta serenità di Maffiolo, il freddo contegno di Caterina era il più eloquente contrapposto all'appassionata parola d'Agnese.
Eppure, benchè sentisse essere il suo rimedio inefficace non solo, ma quasi peggiore del male, gli bisognava inghiottirlo; chè, date anche plausibili ragioni a rompere un tale negozio, sarebbe stato cosa strana, e temeraria il tentarlo. — Laonde, come tutti coloro che non potendo fuggire un male gli vanno incontro di buon passo, studiò d'appianare ogni difficoltà, e pose tutto il suo buon volere perchè almeno a una sventura inevitabile non si aggiungesse la pena di una inutile lotta.
Era uso dei tempi il presentare gli sposi di donativi sontuosissimi. — Tale costumanza, in origine consigliata da una giusta compiacenza, era in sèguito divenuta l'oggetto di gare esorbitanti fra le famiglie. Si profondeva un tesoro per accasare una fanciulla, o condurre sposa una nuora; a tal segno che gli Statuti di Milano dovettero porre un limite alla prodigalità dei doni nuziali con apposita legge suntuaria.[53] Scarse all'incontro erano le doti delle fanciulle. — Il Musso, cronista piacentino che illustrò quest'epoca, e da cui ci accadrà altre volte di raccogliere notizie, ne accenna come splendida la dote di seicento zecchini d'oro. Mentre lo sposo, all'istante della promessa, doveva, come caparra del patto, deporre nelle mani del futuro suocero una somma detta _meta_; poi preparare il dono _morganatico_ pel mattino susseguente al matrimonio, e sborsare una terza pecunia, chiamata _mundio_, per far suo il diritto paterno di tutelare la fidanzata.
Tutte queste pratiche si dovevano compiere su di una scala più vasta e più complicata, trattandosi di matrimonio fra prìncipi. — Ciò esigeva tempo, trattative, consulte: onde, in mancanza di ragioni valide per rompere un patto sconsigliato, s'aveva un pretesto a ritardarlo e ad incagliarlo.
Ma il Conte di Virtù, benchè nel fondo dell'animo scontento d'aver ceduto ad ambiziose lusinghe, respinse ogni intrigo, e preferì di abbandonarsi al corso degli avvenimenti; anzi volle affrettarli, annuendo a quante proposte gli venivano fatte. Gradì la dote, stipulata in una somma di fiorini d'oro; eguale a quella attribuita alle altre figlie del signor di Milano. —[54] Soscrisse all'obligo dei donativi e delle tasse nella misura prescrittagli dallo zio. Sollecitò presso Urbano VI, il Papa di Roma, (ad Avignone sedeva Clemente VII) le dispense per le nozze fra cugini — Accordò finalmente l'onore di recitare l'inevitabile epitalamio nel dì degli sponsali al primo che gliene chiese l'onore. Intanto venivano allestiti con grande sfarzo e colla maggior prestezza possibile nuovi appartamenti nel suo castello. — Fece acquisto di ricche suppellettili, d'arredi, di vasellami d'oro e d'argento; e comandò, che ogni gran sala fosse ornata di cammino e di focolare, lusso rarissimo a quei tempi.[55]
Il 15 Novembre era il giorno stabilito per la celebrazione degli sponsali. Giangaleazzo che, come compadrone di Milano, dimorava da più giorni nel castello di porta Giovia, escì sul mattino, accompagnato da un ricchissimo corteggio di cavalieri e di militi sfolgoranti d'oro e di gemme, con grande apparato d'armi, e con quella pompa di vesti e d'ornamenti, che spinse il contemporaneo Galvano Fiamma a deplorare le perdute costumanze dei padri, e le vane scimiotterie straniere. “I damerini d'oggi, (è il cronista che parla, e quell'oggi era appunto l'epoca in discorso) indossano vesti strette ed azzimate a modo degli Spagnuoli; si tondono il capo come i Francesi; coltivano la barba alla foggia dei nordici; portano strane calzature a guisa dei Tedeschi; ed imitano i Tartari nel parlar molte lingue. Le donne poi s'incoronano la fronte di crini increspati, il che le fa simili alle dementi; e s'ornano il seno con cinture d'oro, che pajono amazzoni...[56]„ Con tali parole lo scrittore morde i suoi tempi, e ce ne dà una idea. — La semplicità delle costumanze republicane era infatti sparita; e già nelle alte sfere sociali s'andavano istituendo quella gara di novità e quella smania di delicature, che annunciavano pei secoli successivi la tirannía delle mode straniere.