Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 11
Ogni uomo ha una fisonomia morale sua propria. Non vi sono due anime identiche, come non si riscontrano due volti, due piante, due rupi perfettamente eguali. Il più umile degli uomini è perciò un libro nuovo, fecondo sempre di qualche utile insegnamento. Ma il più strano si è che sovente l'istesso uomo, nelle varie fasi della sua vita, disconosce e combatte quelle doti speciali che costituiscono la sua individualità. — Vi ponno essere in una sola esistenza prove di valore e di codardia, atti di ferocia e di pietà, l'estremo della virtù e del vizio. E non è tutto ancora; sovente nella stessa vicenda, e sotto il dominio di una sola passione, l'uomo edifica e distrugge, vuole e rifiuta, ama ed odia. — Tale era appunto la situazione del conte. Tormentato dal sospetto e dal dolore, ora sentiva di aver forza a subire la sua sorte, ora s'inchinava davanti ad essa come il vinto che scende a patti. Alcuna volta egli attribuiva alla dolorosa realtà del momento l'apparenza di un sogno, e riposava nella certezza di vederlo svanire; poco dopo, chiamava sogno la felicità dei tempi andati, e scuoteva l'inerte ragione per dissipare gli avanzi di quel vaneggiamento. Allora armeggiava di risoluzioni e propositi, che in breve, al ritorno di una dolorosa stretta di cuore, si dileguavano in vani sospiri. — Le tempeste erano subitanee, ma terribili. Quando il dolore vinceva la ragione, ogni affetto languiva, la memoria era muta; in quel momento avrebbe ceduto tutti i beni della terra, e perfino la gloria, per rimovere il coltello, che gli squarciava l'anima. Ma quando la ragione tornava padrona del suo animo, deplorava la vanità delle querimonie, e si rialzava a condannare severamente la propria debolezza. Per qualche istante giunse perfino a dubitare dei fatti; e nella ripetuta asserzione che il tradimento d'Agnese poteva non essere vero, trovava le ragioni per crederlo impossibile. Il suo scetticismo colpiva i fatti recenti per lasciar sopravivere le vecchie convinzioni, che gl'infundevano nell'anima una fiducia senza limiti. Sotto l'impero di tali idee, il cuore gli batteva più largo, la mente si rischiarava; egli era sul punto di correre da Agnese, per confessare la colpa d'aver dubitato di lei, per chiederle perdono.
Ma d'improviso una mano agghiacciata gli premeva di nuovo il cuore, e ne arrestava i movimenti. Bastò a tanto uno sguardo sul foglio che Medicina gli aveva consegnato: la memoria troppo fedele gli ripeteva ad una ad una quelle fatali parole. — Poche sillabe abilmente aggiunte, una parola destramente soppressa, cangiavano la più ingenua risposta in un documento d'infamia. Guai a Medicina se il conte, ponendo sotto gli occhi d'Agnese il foglio incriminato, avesse scoperto chi era il vero colpevole!
Ma Medicina vegliava: Medicina attendeva il momento di sottrarre agli occhi del conte la prova del suo delitto; ed impediva qualunque ravvicinamento tra il giudice e l'accusato. Se non che, il protrarre all'infinito questa sorveglianza, oltr'essere cosa assai difficile, lasciava l'impresa a mezzo; ed egli non aveva tempo da perdere. L'ultimo giorno della sua dimora in Pavia, doveva essere consacrato alla seconda e più difficile parte del suo incarico. Tolto il pericolo di un abboccamento tra Agnese e il conte, egli si proponeva di rispondere alla fiducia di Barnabò, e di rendere veritiera la fatidica Canidia. Solo dopo ciò, ei poteva chiamarsi completamente vittorioso.
Bisogna dire che lo scelerato avesse una profonda conoscenza del cuore umano, se si lanciava con tanta temerità nell'impresa di sostituire un legame di pura convenienza ad una profonda affezione. Qui non si trattava di gittare polvere negli occhi di un ignorante; l'uomo, col quale aveva a fare, era avveduto al par di lui. Eppure da un lungo studio delle passioni, e dall'esperienza fatta nel rimestarle, aveva appreso, che una delazione finchè non è riconosciuta calunniosa, è un atto di servitù codarda, che tutti disprezzano, e che ben pochi hanno il coraggio di respingere. — Egli prevedeva che le sue parole avrebbero cagionato ribrezzo nell'animo del conte, e che sarebbero, nondimeno, accolte come una verità. Previde che la lotta sarebbe gravissima pel conte; tanto più che il mistero che aveva presieduto a' suoi amori, lo costringeva ad inghiottire in silenzio la storia della tragica fine di essi. — Isolato e diffidente delle proprie forze, egli dunque non sarebbe restio ad accogliere anche una meschina alleanza. L'infermo disperato non dispregia i consigli della feminetta; il nuotatore pericolante s'aggrappa ad ogni sterpo.
Confidava Medicina nell'arte tutta sua d'impadronirsi dell'altrui volontà, quand'essa è oscillante. Egli sapeva far gradire le sue parole appunto perchè fingeva di gittarle senza pro; sostituiva all'altrui il proprio avviso, lasciando a chi lo seguiva il merito d'averlo trovato. Non di rado propose come un mal consiglio ciò che desiderava più vivamente, e che voleva veder compiuto. Lo spirito di contradizione era il suo formidabile ausiliare; egli sapeva farne gran gioco a suo profitto. Malgrado ciò, sentiva la gravezza dell'assunto, e non si illudeva sulle difficoltà e sui pericoli che avrebbe incontrato. Tutto era buono ad abbattere; ma per collocare solidamente la base del nuovo edificio, si richiedeva senno, prudenza e, più che altro, fortuna.
CAPITOLO DECIMOQUINTO
CXIII.
La mattina del terzo giorno il ciurmatore, accennando al bisogno di recarsi precipitosamente a Milano, si presentò al conte per ricevere i suoi comandi e pigliar congedo. Vedendolo più cupo del solito, volle sembrare compunto, ed affettò tale imbarazzo da confondersi colla timidezza. Premesse le consuete strisciate — “Se Vostra Grazia non ha altro bisogno di me, disse egli, io con sua licenza ritorno al mio posto.„
Il conte non rispose motto.
Medicina osò fare un lieve gesto d'impazienza, che non sapremmo copiare, ma che si voleva tradurre come un segno di scontento verso sè stesso — Egli lo spiegò meglio con queste parole:
“Vorrei un'ora sola mutar panni con qualcuno....„
Il conte si scosse, ed, ammiccando il ciurmatore con un fare non troppo incoraggiante, ripetè “e poi...?„ pronunciando le due sillabe con un tono interrogativo quasi imperioso.
“E poi.... Se io fossi il Conte di Virtù imiterei il signor Barnabò, suo glorioso zio, che d'ogni cosa disgraziata sa trar profitto.„
“Lascia da parte Barnabò, soggiunse il conte più rabbonito, e dimmi che farebbe un tuo pari al mio posto?„
“Noi povera gente.... è un altro affare. Quando ci capita di tali rovesci, sappiamo vendicarci del tradimento, col mostrar di accettarlo come un ben di Dio. — Niente di più sciagurato che il belare e mettere sospiri appiè di una donna. Ohibò! sarebbe un dar la spezia in bocca al giumento, con vostra licenza — Manca femine al mondo?„
Il tuono plebeo di queste parole doveva fare stomaco ad uomo come il conte. Ma il sugo di esse aveva la sua parte di saggezza, e il conte non sacrificava l'opportunità dell'avviso alla vile forma di esso; anzi lo gradiva appunto perchè non aveva l'aria magistrale di un consiglio.
Intanto poichè egli taceva, Medicina tirò avanti sull'istesso tenore.
“Noi poveretti abbiamo a pensare a ben altre cose; la fame, o provata o temuta, ci fa essere filosofi. — Voi (poichè mi permettete di parlare) voi potete trarre il miglior diletto del mondo da queste avventure — Vi mancano forse i mezzi di vendicarvi?„
Si rannuvolò il conte alla parola di vendetta.
“Vendicarvi, che dico io? — riprese Medicina; — non è precisamente la parola che si fa al caso nostro. Se l'uno ci abbandona non può dirsi vendetta il cercare altri — E quanto a ciò, Vostra Grazia non avrebbe che l'imbarazzo della scelta.„
Il conte, seduto di faccia al ciurmatore, teneva il gomito destro sull'appoggiatojo dello scranno, e nascondeva la fronte nel cavo della mano. — Ma Medicina s'accorse d'essere compreso, e forse già previde che le sue parole toccavano dritto al cuore di chi fingeva di non ascoltarlo.
“C'è dell'amaro per me in tutto questo, o mio signore. Se voi foste in guerra, io potrei seguirvi, e cogliere il destro di mettermi di mezzo tra le aste dei nemici e il vostro petto. — Ora, in simili negozii, la mia fedeltà non giova a nulla. Posso bene liberarvi di chi vi reca fastidio; ma non sono in istato di rendervi chi vi consoli; e molto meno di farvi gradire le idee dell'illustrissimo signor Barnabò — Eppure vostro zio vi porgerebbe i mezzi d'escire da quest'imbroglio.... Sì, per certo; ve lo giuro...„ — E tra sè aggiunse: “Il dado è gettato.„
Il conte alzò il capo con aria di stupore.
“Mio zio?... e che sai tu....?„
“Come io sia addentro in ogni cosa che riguarda la corte di Milano, voi lo sapete da un pezzo. — Vivendo nell'anticamera, io fo il gonzo per frodare la gabella. Il sornione fiuta, fiuta, ma tacendo raccoglie. — È vero che non tutto è di buona lega; pure v'ha sempre il tornaconto a non gettar nulla nelle spazzature — Udite questa, che appunto ha il suo piccolo merito. — Il signor di Milano, tempo addietro, fece l'occhio amorevole al nobilissimo suo nipote....„
“A me?„
“A voi, messer sì„
“E com'egli si è degnato di ciò?„
“Quante volte gli uomini scoprono la fortuna levando l'occhio in alto! Le stelle, a cui il nobilissimo vostro zio non professa molto rispetto, gli hanno un bel dì raccontato, ch'ei n'avrebbe gloria e fortuna a stringer meglio la parentela con voi, accordandovi una delle sue figlie in isposa.„
“Perchè non mi parlasti prima di ciò?„
“Perchè?... pensai che avreste male accolto le mie parole. Il cognato del re di Francia poteva aspirare a nozze più fortunate. Non per dir male del nobilissimo sangue dei Visconti, me ne guardi il cielo, ma.... messer Barnabò.... ha messo sì poco zelo a conservarlo puro.... D'altronde, il Manfredi.... a quei dì taceva.... Insomma tacqui anch'io, perchè non mi pareva cosa che vi potesse riescire caro od utile il sapere. Mutate le circostanze, forse ciò diviene meno inopportuno. — Ma dico a me, se un tale affare avesse la consistenza di un progetto ragionevole, si farebbe strada da per sè, senza l'ajuto del pover'uomo che son io.„
Il conte in questo momento se ne stava silenzioso, quasi ponesse grande attenzione alle parole altrui; in realtà era assorto, e non ascoltava. Il parlatore, che se n'era avveduto, vagava intorno a lui, accarezzando per così dire la sua meditazione colla quieta armonia di un borbottare sommesso; press'a poco come fa la nutrice che continua a cantar la nanna a un bimbo addormentato, affinchè non si desti. — Medicina non avrebbe scambiato quel silenzio colle più amorevoli parole e con una grossa mancia.
Senza divagare più oltre in questo dialogo, che non ha altro interesse fuor quello di convalidare la già troppo vantata accortezza di Medicina, eccone brevemente i risultati. Il conte di Virtù accolse il progetto, o meglio vi si abbandonò ciecamente, sperando di trovare in un ordine tutto nuovo d'avvenimenti quella pace che invano chiedeva alla sua ragione. Colle parole di Medicina e coi progetti di Barnabò forse si riaccese in lui più viva quell'ambizione, che non lo faceva pago di una porzione del retaggio avito, e gli prediceva future grandezze. Seppe che la fanciulla chiamata a divenire la contessa di Virtù era la bella e timida Caterina. — Non le diè merito per la bellezza, ma fece grande assegnamento sulla sua docilità; poichè le sue nozze non gli avrebbero richiesto alcun affetto: egli voleva sempre esserle cugino e non sposo. Ma non lo si accusi di un pensiero di vendetta: impalmando altra donna, egli legitimava l'antica passione di Agnese, e le accordava piena libertà di farla rivivere, condonandole il sospettato spergiuro.
Eppure, mentre da un lato la gelosia, sotto apparenza di giustizia calma e dignitosa, lo consigliava a troncare di colpo ogni rapporto con Agnese onde evitare inutili rampogne o atti di codarda indulgenza, dall'altro, la stessa passione più libera e spigliata lo trascinava contro la sua volontà a disconoscere i fatti proponimenti. — Poche ore dopo il dialogo riferito sopra, mentre la ragione aveva in modo inappellabile sentenziato una rottura, egli, lo stesso giudice, quasi inconscio di sè, si trovava in quella casa e presso quella donna, che aveva risoluto di non vedere mai più.
Il fatto non verrà giudicato da tutti sì strano come esso pare a prima giunta. — Pensiero ed affetto, mente e cuore non sono sempre fidi alleati fra loro nelle guerre della vita, e se non agiscono d'accordo, la passione pur troppo sarà sempre, o più spesso, la vincitrice.
Quell'incontro però (ne duole il dirlo) che doveva rischiarare il fatale mistero e ricondurre i due amanti alla conoscenza di uno scambievole inganno, non fece che spargere nuove tenebre, ed aggiunger credito all'errore. Quando i due amanti si videro, ognuno volle essere il primo a scoprire nello sguardo dell'altro il suo giudizio, la sua sentenza; ma ognuno venne meno all'uopo; e, ritraendosi dal campo, lasciò nell'altro la certezza della propria sconfitta. Fu come una sfida, nella quale entrambi i campioni cadono feriti sul terreno. Ciascuno crede d'essere il vincitore perchè vede il sangue del suo antagonista; e di fatto ciascuno è vinto.
Meglio è che il lettore non conosca come, e con quali parole, s'arrivasse a sì funesta conclusione. Il dialogo fu breve, ma solenne; la passione non ebbe tempo di erumpere sulle labra, e perciò ribollì più terribile nel cuore, ov'era contenuta di forza. Quando il conte, più d'Agnese impaziente, parlò della lettera del Manfredi come di una scoperta casuale, che gli dava diritto di sospettare e di giudicare; Agnese più dolorosamente straziata dal tuono dell'inchiesta, che non dalle parole, si rialzò con atto severo, e rispose al suo accusatore tacendo, e volgendo le spalle a chi l'aveva già condannata coll'insulto di un sospetto tanto indecoroso. — Il conte, posseduto dalla più irragionevole delle passioni, scambiò lo sdegno col rossore; confuse l'orgoglio colla vergogna. Convinto di non aver bisogno d'altre prove, si allontanò o meglio fuggì da quella casa e da quella donna, colla presunzione d'essere interamente guarito dal suo disgraziato amore. Egli dunque si propose di scordare un triste sogno; e ripigliò il filo della sua vita a quel punto in cui la passione per Agnese l'aveva interrotta.
Tutti gli storici s'accordano nel confermare che Giangaleazzo Visconti, come erede del primogenito fra tre fratelli succeduti a Luchino e Giovanni, vantasse il diritto alla intera signoria di Milano. Ora egli cercò appunto in queste dimenticate pretensioni il rimedio della secreta sua piaga. — Far valere i suoi diritti colle parole, sarebbe stata cosa vana: colle armi, impresa perigliosa. Prima dei fatti che lo legarono ad Agnese, era suo intendimento di aspettare il giorno propizio per rivendicare ciò che gli era dovuto. Fino ad un certo punto riesci ad addormentare la sospettosa vigilanza dello zio. Ma il suo amore, qualificato da taluno come una tacita alleanza coi cospiratori di Milano e di Reggio, aveva acceso dei sospetti, e scemato il frutto di sua lunga dissimulazione. — Ecco ora il nuovo suo cómpito; ripigliare il perduto con un atto d'ossequio inaspettato e completo. — Tale era appunto per Giangaleazzo la dimanda in isposa di una figlia del suo rivale. Barnabò di buon grado avrebbe sacrificato i suoi affetti alle illusioni di questa vittoria domestica.
Medicina, vedendo che il conte era tornato a' suoi vecchi disegni, sperava d'esserne fatto l'interprete presso lo zio. E quanto a ciò, ei si credeva in grado di promettere una mediazione efficace. Già gli sorrideva il pensiero di provedere con questo mezzo alla propria sicurezza; poichè l'aria di Pavia cominciava a sembrargli greve. Ma il conte non gradì l'offerta. Senza porre tempo di mezzo, e senza dar campo a nuove investigazioni, per non aver agio di pentirsi, inviò uno de' suoi cortigiani, il più esperto a destreggiare un incarico dilicato, alla corte di Milano, perchè chiedesse in tutta forma alla Grazia del signor Barnabò la mano di sposa della giovine principessa pel nobilissimo Conte di Virtù, signore di Pavia.
E Medicina intanto dovette rimanere al castello, perchè la sua testa fosse caparra della sincerità de' suoi detti. — Nell'ozio penoso dei tre giorni che passarono tra la partenza dell'inviato e il suo ritorno, pensò seriamente ai casi suoi, alla probabile incostanza di Barnabò, al pericolo di una smentita. — Sapeva il furfante che il signor di Milano, in più di un incontro, aveva fatto della volubilità il più valido argomento di sua potenza; se in questa occasione egli non si fosse degnato di confermare le proprie parole, il ribaldo Medicina era castigato da un più ribaldo di lui. — Da tutto ciò il prigioniero traeva queste due conseguenze: che il suo mestiere non era sì liscio e sì prospero, come taluni credevano, e che in vita sua egli ebbe più spesso a temere di quanto disse colla scorta del vero, come in questo caso, che non di ciò che aveva inventato di pianta, per servire a' suoi fini. — Tristissima conclusione, che lo faceva dubitare di non essere ancora compiutamente scelerato, e lo rinfrancava nel progetto di volerlo divenire alla prima occasione.
CXIV.
Il ritorno del legato spedito a Milano rimise la quiete nell'animo di Medicina, e costrinse la volontà del conte in un nodo indissolubile.
Durante la sospensione d'animo naturale a chi aspetta, Medicina aveva temuto per la sua vita, Giangaleazzo per la propria costanza. La notizia che Barnabò aveva accolta la proposta del conte nel modo il più benevolo assicurò il trionfo del ciurmatore, e tagliò corto ogni perplessità del conte.
L'alleanza fra i due prìncipi prima dubia, guardinga, gelosa, sembrò farsi aperta e sincera. Tali erano le parole, se non le intenzioni dei due contraenti: l'uno e l'altro aspettavano da questo fatto il vicino compimento dei loro voti; ciascuno godeva della pieghevolezza dell'altro, come di una grande vittoria riportata a ben tenue prezzo.
Una differenza assai notevole però correva tra i due. Il conte poneva l'essenziale della sua condotta nell'affettare un ossequio, che disarmava la vigilanza dello zio; volontieri quindi si sarebbe arrestato alla solennità di questo primo atto, senza sobbarcarsi alle noje di un legame positivo ed indissolubile. Barnabò invece, aspettando il buon effetto della nuova alleanza dalla piena esecuzione dei patti che gli erano proposti, affrettava con impaziente desiderio il momento di abbracciare suo nipote col nome di figlio.
In questa secreta discrepanza di vedute e d'azione, vinse, com'è naturale, l'imperiosa volontà di Barnabò; per la qual cosa, dopo pochi giorni, la novella del matrimonio del conte di Virtù colla principessa Caterina, corse, colla rapidità consentita dalle stentate comunicazioni d'allora, per tutte le città del doppio Stato, e fu ripetuta e commentata su tutte le labra dei cittadini.
Come era noto a tutti il rancore che regnava tra i due prìncipi, così apparve strana ed inopinata la riconciliazione. Tra il popolo minuto, alcuni se ne rallegravano come di cosa utile al ben publico; chè quello star sempre coll'arma al braccio era tutt'altro che vivere in pace. Quei pochissimi che, come Medicina, avevano il tornaconto a favorire l'antica ruggine, applaudivano anch'essi; perocchè, a sentirli, l'accordo era apparente, e il nuovo patto doveva essere l'inizio d'altra e più fiera rottura. Ma i più, non occupandosi di queste discussioni, o non giungendo a comprenderne l'importanza, si rallegravano, non fosse altro, per le vicine feste. Il popolo minuto sognava corti bandite e tornei, piogge di terzuoli e fontane di vino; più in su, s'occhieggiavano posti d'onore presso la leggiadra principessa, e si facevano miracoli di cortigianeria per meritarne il favore. Intanto nei due castelli era un continuo formicolare di gente che accorreva a presentare ai padroni le felicitazioni d'uso, o a chieder grazie, o a sollecitare impieghi.
Non è prezzo dell'opera il registrare le strisciate, gli inchini, i sorrisi, le graziette artificiose di quei cortigiani. Nel mercato sociale questi pleonasmi conservano anche oggidì più valore che non meritano. — Privilegio del secolo era invece il convenire dei menestrelli e dei trovatori, che all'annunzio delle splendide nozze accorrevano dalle vicine corti, e, ripulita la bisunta ribeca, provavano sulla triplice corda armonie nuove, versi da paradiso. — Le imagini le più ardite erano ipotecate a celebrare il grande avvenimento. La sposa era una stella, un giglio, una colomba; lo sposo un leone, un'aquila, una quercia. — Smancerie poetiche che allora avevano almanco il pregio d'essere originali.
Oracolo della publica opinione era la bocca dei pochi schiamazzatori, non quella dei molti che tacevano. Il lagno sommesso e la reticenza hanno un'eco postuma, alla quale la sola storia non è sorda. Checchè si dica della liberalità di Barnabò e dell'esultanza del suo popolo, devesi credere, che la novella inaspettata non generasse altro che indifferenza presso quei molti che (fossero, o non fossero amici tra loro i prìncipi di Milano e di Pavia) rimanevano invariabilmente i poverelli e gli sventurati di prima. — V'era poi un bel numero di patrioti, memori delle libertà antiche, che vedevano in questo fatto un ribadimento di catene, un'altra speranza perduta. — V'era infine un'anima, per la quale tutto ciò riesciva più terribile che una sentenza di morte. — Vogliamo parlare d'Agnese, che lasciammo nel dubio di una sventura, e che ora ritroviamo nella inesprimibile desolazione di un male certo, e senza rimedio.
Infelicissima Agnese! Al diffundersi della terribile notizia, portata da cento voci nel modo il più autorevole, vedeva crollare il fantastico edificio delle congetture, con cui, poco prima, ella cercava di puntellare le sue speranze. Nell'incertezza, aveva più volte invocato l'inappellabile giudizio dei fatti; ora, resa certa dalla testimonianza dei fatti, invidiava gli ingegnosi cavilli della perduta credulità. In faccia a tanto dolore, avrebbe benedetto come un dono di Dio la dimenticanza del passato; ma la memoria ed il cuore ponevano uno studio crudele a ravvivarlo dei più ridenti colori; anzi, nell'alterna vicenda del bene e del male, pareva che brillassero le gioje del passato, appunto per fare più tetre le angosce presenti.
L'infelice, che non vuol soccumbere sotto il peso delle sventure, arma la ragione contro la propria sensibilità; cerca, e non di rado trova, chi è infelice quanto o più di lui. Quella pietà, che egli giunge a consacrare al male degli altri, sarà gran sollievo a' suoi proprii. — Ma la povera Agnese, scorrendo il lungo novero delle disgrazie terrene, ritornava in sè colla desolante certezza di non aver trovato al mondo una sventura maggiore della sua. Le parve che l'infermo nel letto de' suoi dolori abbia almeno il conforto delle raddoppiate sollecitudini de' suoi cari. — Il prigioniero ravveduto si consola, pensando che la solitudine e i dolori gli guadagnano il perdono di Dio e degli uomini; grave il prezzo, ma a mille doppii più prezioso il tesoro, che egli si acquista. — Colui che è condannato nel capo inorridisce al pensiero della tragica scena, di cui è il protagonista. Ma il martirio di quelle ore, che la precedono, è misurato; ogni minuto abbrevia d'un passo l'erta del suo calvario; ai piedi di esso troverà l'uomo compassionevole che lo ajuta a portare la croce; lungo la via incontrerà le anime pietose che piangeranno e pregheranno per lui.