Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 10

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In una seconda conferenza, contemporanea alla spedizione di Bergonzio, mostrò Medicina d'aver raccolto quanto era necessario alla chiara spiegazione del mistero. Allora tornò l'uomo d'altra volta; bandita la scaltra timidezza, si fece a narrare minutamente quanto aveva saputo od imaginato intorno al Manfredi, componendone una storia che inevitabilmente riesciva a danno d'Agnese. — La verità gli prestò alcuni fatti principali, ma egli seppe ricucirli di maniera che acquistassero più o meno rilievo a seconda dell'importanza e del nesso che avevano colle sue mire. Non lanciò a chiare parole una calunnia; ma ne pose il seme e lo coltivò, perchè portasse in poco tempo molto frutto. Finse di voler palliare con ogni studio una colpa; e per tal modo confermava l'accusa. Tal fiata, arrestò la parola, sfuggendo all'aperta dichiarazione di una circostanza, che traspariva poi più certa dalla sua stessa reticenza; tal altra, dinegò timidamente ciò, che egli aveva già sotto il velo d'altre frasi dichiarato nelle sue premesse. — Il colpo di grazia era riserbato all'ultima e più positiva asserzione: quella, cioè, di una lettera escita di soppiatto dal carcere del Manfredi, e consegnata in tutta secretezza nelle mani d'Agnese.

Questa rivelazione ridestò l'ira del conte a tale che parve vicina a prorumpere. — Medicina allora si sarebbe volontieri dato una fregatina di mano in segno di esultanza; ma la rimise a miglior momento, pensando che aveva ancor molto a fare, e che la trama, benchè concepita a meraviglia, era ancora troppo leggermente avviata.

Del contenuto in quella lettera non volle dir verbo; asserendo e giurando, nel modo il più solenne, di non esserne al fatto; e per quanto il conte colle promesse e colle minacce lo invitasse ad essere schietto, perdurò nel silenzio, promettendo che avrebbe messo in opera tutti i suoi mezzi per saperne qualcosa; e poi riferirlo. Questa fu l'opera del secondo convegno; gli rimanevano ancora due giorni, prima di render conto a Barnabò del suo procedere; in questi due giorni egli sperava di potere raccogliere pel suo padrone più assai di quel che aveva promesso, e prometteva a sè di trarre più pronta e più lucrosa vendetta di quel che aveva osato sperare.

Il conte, dopo la fatale scoperta, fu in procinto di correre alla casa di Agnese, per chiederle uno schiarimento; ma volle e seppe frenare l'impeto della passione, forse temendo di sè, forse sperando di giungere del pari, e meglio, allo scioglimento del terribile enigma col silenzio e colle investigazioni. Intanto, per opera del perfido Medicina, surgeva fra il conte ed Agnese un fantasma ad arrestare d'improviso il placido corso degli affetti ed a rallentare in entrambi ogni confidenza. La posizione dei due amanti diveniva quanto strana altretanto crudele. Ciascuno pensava essere il giudice; ed appariva invece il colpevole; questi cercava sul viso di quella la cagione di un turbamento, che egli senza saperlo tradiva sullo stesso suo volto. — Come era stato eguale in entrambi l'affetto e la felicità, così doveva essere pari il male, ed identico il successo di una calunnia, destramente sceneggiata a danno d'ambedue.

In quel dì, al nuovo incontro, l'uno si mostrò forse più contegnoso del consueto: l'altra, cercando d'imporre al suo viso ed alle sue parole la consueta ilarità e quell'aria di confidenza che le era propria negli ordinarii convegni, apparve affettata, e quindi fu male intesa. Appena i due amanti furono separati, ciascuno riescì a quest'unica conclusione: lodavasi d'aver saputo resistere alla tentazione di rompere in querele; ma deplorava la presenza dei sintomi che accertavano la sciagura. Quel silenzio, che ognuno si era imposto come atto di prudenza, diveniva il titolo dell'accusa, la prova ineluttabile della colpa.

CIX.

Ma finita quella scena, i due attori, rientrando nell'esser loro, assumevano un aspetto assai differente. — Intensissimo il dolore d'amendue: quello di Agnese era uno schianto indescrivibile, una desolazione che vince ogni forza umana.

Non appena ella rivide Canziana, le si buttò al collo, e diè sfogo alla piena del suo dolore col più eloquente linguaggio della passione, il pianto. In quell'abbandono sì spontaneo e completo, riassumeva la poveretta la sua storia: un passato pieno di felicità, un avvenire tutto tenebre e sgomenti. Scorreva Agnese col pensiero le mutue promesse, i giuramenti prestati ed accolti con tanta e sì cara superfluità di parole; e di là scendeva ai raffronti; tentava di penetrare il mistero dell'improviso mutamento, e di scoprirne la cagione. Avida di dolorose sensazioni, spingevasi poi nel futuro, e, schierate le probabili sue sorti, le discuteva ad una ad una, numerando tutte le possibili torture, che l'aspettavano: la casa deserta, l'abbandono di tutti e.... quella gioja, la più sublime tra le gioje di una donna, amareggiata dal rimorso e costretta a racchiudersi nel mistero. Lo spirito travagliato non aveva posa; varcava anni e lustri; cercava la calma dell'età matura; invadeva la tarda stagione delle rimembranze; ma il lontano avvenire nelle sue molteplici vie non le offriva uno scampo. Tutto le annunciava che ella avrebbe un giorno arrossito davanti a suo figlio; poveretta!...

Eppure, spendendo fin l'ultimo anelito di vita in quel doloroso pellegrinaggio non pronunciò una parola di disperazione, non pensò di eludere la crudeltà del destino con mezzi violenti, non ravvivò la mente smarrita cogli acri stimoli della vendetta; ma, voltasi a Dio con voto fervido e rassegnato lo supplicò, che adeguasse al male la virtù espiatrice.

“Fate, o Signore, diceva ella dal fondo del cuore, che io viva tanto da poter narrare a mio figlio la storia de' miei dolori; egli mi perdonerà, ed io gli insegnerò a non maledire a chi gli diede la vita.„

La muta preghiera non aveva altro segno esteriore, che il pianto; nessun altro interprete fuorchè la buona compagna. — Canziana, già conscia di tutto, non osava profanare quella scena con vane frasi. Avrebbe chiesto volontieri al suo cuore una frase acconcia, una parola di conforto; ma il cuore era esausto di tutto, fuorchè di palpiti dolorosi. Piangente anch'essa, accompagnava col pensiero l'agonía mentale della sua diletta. Le tronche parole, che a quando a quando le uscivano dal labro, erano le parti sconnesse di una fervidissima preghiera, con cui implorava l'ajuto di Dio per l'infelicissima donna.

Medicina ben sapeva che il tormentare una creatura, quando questa fosse la mansueta Agnese, era la più facile parte del suo disegno. Più arduo doveva essere lo smovere la volontà del conte, il cangiare l'amore in odio, la stima in diffidenza, il far di lui il giudice e peggio il carnefice della sua amante. Che la denuncia da lui lanciata provocasse in chi la raccoglieva un moto di sdegno, era cosa troppo naturale, nè per ciò solo poteva darsi vanto di un trionfo. — Sbollito il primo ardore, restava l'accusa nella deforme nudità di una ingiuria gratuita; bisognava quindi darne sùbito le prove, e prove certe e complete, sotto pena di veder rovesciato l'ingegnoso edificio, e di sopportare il danno e la vergogna del calunniatore.

C'era di che mettere i brividi nelle ossa al più audace. — E per dir vero, anche Medicina, versatissimo mestatore d'iniquità, provava un'inquietudine tutta nuova. Egli aveva inteso e architettato ogni cosa prima di mettersi all'opera; ma, per quanto il suo piano fosse semplice e chiaro, una parte di esso sfuggiva ad ogni previdenza, e lo metteva in balía del caso.

Medicina e Bergonzio s'erano data la posta nella notte seguente, ad ora fissa, in una località determinata. — Zelantissimo e materiale esecutore degli ordini ricevuti, il Seregnino, mezz'ora prima del convenuto, passeggiava in su e in giù per un ronco, in capo al quale era un'osteriaccia di sinistro aspetto. Arrivò a tempo debito il ciurmatore, e riconosciuto il compagno, e presolo a braccio con una famigliarità insolita, lo condusse nella lurida tana, dove, con una lauta imbandigione, fu chiuso lo scelerato lavoro di quella giornata.

È inutile riferire i discorsi dei due compagni: l'uno ascoltava o rispondeva a monosillabi; l'altro, per fare onore al padrone, lodava a cielo ogni cosa che gli era posta davanti, traendone pretesto di squisite adulazioni pel già fatto e di splendidi augurj pel da farsi. — Al togliere le mense, il Seregnino ripose nelle mani del padrone il rótolo, entro cui era la risposta d'Agnese diretta a Manfredi. Medicina lo svolse senza guastarne il suggello, percorse lo scritto avidamente una volta, poi s'arrestò a studiarne una ad una le parole, quasi durasse fatica a rilevarne il significato; intanto che il compagno, straniero per necessità a tutto ciò che sapeva d'inchiostro, sfiorava un sonnellino impostogli dalla digestione laboriosa. — Lieto il ciurmatore di non aver testimonii, tolse di sotto le vesti un vasellino d'inchiostro, una penna, una lama; e, con un'arte di cui era maestro, raschiò alcune parole dello scritto, e qualch'altra v'aggiunse, senza guastare l'apparente autenticità dei caratteri. Chiuso poscia e suggellato di nuovo il foglio, scosse il compagno e gli consegnò il messaggio. — Parrà a taluno troppo arrischiato e quindi improbabile un tale artificio; e lo sarebbe difatti ai giorni nostri. Ma ricordisi che quella lettera era vergata su pergamena, e che su di essa era facile, anche a chi non possedesse le arti di Medicina, l'alterare o il togliere lo scritto, sopratutto quando era recente. Tal genere di frode era d'altronde assai comune a quei tempi; tanto comune, che Giangaleazzo, pochi anni dopo, dovette porvi freno condannando alla morte i falsificatori degli scritti[51].

Il Seregnino aveva certi occhi appannati e semichiusi che accusavano l'intemperanza, ed imploravano riposo. Alle parole di Medicina si scosse, e cercò di raccogliere a capitolo occhio ed orecchio; e intanto lasciava errare sulle labra uno sbadiglio lungo e sguajato, come se per la bocca dovesse scendergli al cuore la voce del suo padrone. Ma gli ordini di costui erano troppo chiari e concisi perchè non giungessero alla mente trasognata dell'ascoltatore, a dispetto delle nebbie che l'ingombravano.

“Intasca questo cencio, disse Medicina, e bada a custodirlo ben bene, che deve essere la tua e la mia fortuna.„ — A quest'ultima parola lo sgherro chiuse un po' la bocca, aperse alquanto gli occhi, e tese l'orecchio. — “Domattina all'alba partirai per Milano di tutte gambe. Giunto in città, andrai difilato alla rocchetta di Porta Romana, e prima del tocco avrai consegnato nelle mani del Manfredi questo scritto che vale un tesoro. Quanto al modo di penetrare colà, e di parlare al prigioniero, non hai che a ripetere le solite pratiche. — Sii lesto ed accorto. Eccoti un pugno di terzuolini per immollarti il becco durante il viaggio. Giudizio però: non far posa ad ogni rosta, che ti accenni la mezzetta pronta. Avrai agio di rifarti con quegli altri, che tengo in serbo se riesci a bene. Hai dunque inteso? Ah!... riprese poco dopo, mutando tuono di voce e stringendo il braccio al suo ascoltatore fino a trarne un lagno, guai a te, se osi fiatare con anima viva!...„

Il Seregnino, a tali parole e alla brusca scossa ricevuta, pigliava un'aria compunta, e raggrinzava le labra spenzolate, mordendole in aria di stizza; d'una stizza però che voleva significare essere ingiuria il mettere in questione il suo ossequio, la sua fedeltà.

“Ti viene la muffa al naso, poveraccio, — aggiunse Medicina, che forse sentiva un po' di compassione pensando al brutto tiro che gli preparava; — non hai torto; a un par tuo certi avvisi sono un di più„; — e diluì la parola in un risolino pieno di fiducia e d'indulgenza.

Dopo ciò, i due amici si levarono dal desco. Medicina pagò lo scotto; e Bergonzio, guidato da un guattero, prese alloggio nella stalla, dove, gittatosi sur una bica di paglia muffa, fece proponimento di voler dormir sùbito e sodo, per essere in piedi dimani prima dell'alba; e dormì infatti meglio che in un letto sprimacciato. — L'altro, che non aveva tempo e voglia di riposo, nel separarsi dal socio lo sogguardò con un fare fra il pietoso e il beffardo, dicendo tra sè: “mi duol per te: ma!... hai posto il muso nella mia scodella, bisogna che tu ne assaggi un poco anche il brusco. Manco male, il vino si fa pigiando, e nei travagli si fa l'uomo.„

Un momento dopo, e appena fuori dalla taverna, aveva obliato l'inutile tenerume, e correva, o meglio volava verso il castello per arrivare in tempo ad ottenere udienza dal principe.

CX.

La notte toccava al suo mezzo; le porte del castello erano chiuse, le saracinesche calate, doppie le sentinelle sugli spalti, ai ponti, alle vedette. Medicina, grazie alla sua fronte incallita e al suo parlar franco, potè essere ammesso nel recinto del fortilizio, e far pervenire un'imbasciata pressante al principe. Il quale, per quella spina che ognun conosce, era ancora in piedi, e misurava a gran passi la diagonale della sua camera da letto.

Benchè certo di dovere udire da colui una conferma dolorosa de' suoi dubj, egli non esitò ad accordargli udienza; ma appena lo vide entrare, gli piantò in volto due occhi poco indulgenti, e con voce alquanto aspra gli disse:

“A quest'ora!...„

“Quando si tratta di prestar servitù a Vostra Grazia, io scordo l'ora e forse le convenienze. Mi si perdoni.„

“Che hai dunque? spicciati....„

“Quella prova di cui vi ho parlato stamane....„

“Ebbene, quella prova dov'è?„

“Fra un ora al più tardi essa brillerà dinanzi ai vostri sguardi, se voi porrete a' miei ordini un pugno de' vostri.„

“Nuove condizioni! invero comincio a dubitare che tu non sii quell'uomo che ti dai a credere colle tue millanterie. — Pensa, che il gioco ti potrebbe costar caro...„

“Io sono nelle vostre mani, o signore; fatemi custodire dai vostri soldati, finchè non torni colui, che giustificherà la mia condotta.„

Mentre il conte taceva impensierito, Medicina ripigliò la parola per dichiarare che uno scritto d'Agnese diretto al Manfredi era nelle mani di un tal Bergonzio da Seregno, alloggiato alla tale osteria, posta nella tal strada. Chiese quindi che venissero spediti alcuni sgherri ad impadronirsi del foglio e del suo portatore; e ciò con tutta sollecitudine, affinchè la preda non sfuggisse alle ricerche.

La dichiarazione era esplicita; ma il conte, che in quel momento sentiva tutto il peso di uno zelo che distruggeva le sue più care illusioni, cercava pretesti ad oscurarne il merito.

“Perchè mai, soggiunse egli, non sapesti impadronirtene tu stesso? Forse ti senti già troppo alto per certi officii?...„

Sorrise maliziosamente il ciurmatore, e ripigliò: — “Voleva evitarvi la noja delle mie parole, ma vedo essere necessaria una spiegazione. Quel Bergonzio, di cui si tratta, non mi è del tutto sconosciuto; come però ebbi buone ragioni per non sollecitare una stretta amicizia con lui, così ne ho delle più forti per non provocare i suoi sdegni. Per ora, un'apparente neutralità mi fa sicuro d'averlo a suo tempo buono a qualcosa di maggior rilievo. Egli potrà essere per me, ciò che io sono per voi; così siamo due a servir Vostra Grazia.„

Al conte veniva in uggia quell'aria di servitù, stipendiata a suo danno. — Troncò pertanto le ciarle, permettendo che una mano di soldati si ponesse agli ordini di Medicina.

Mezz'ora dopo, Bergonzio, scosso da tre paja di braccia nerborute, apriva gli occhi e la mente alla dolorosa sorpresa di una visita di gente sconosciuta, che gli mandava a male il più lieto tra' suoi sogni, per ingiungergli di recarsi sùbito al castello. — La spranghetta cagionata dalle generose libazioni gli toglieva la voglia di resistere all'invito; onde, levatosi di tutta fretta, escì coi compagni.

L'aria viva e la paura lo fecero tornar in senno; ma potè raccapezzare il filo delle idee, solo quando arrivato al castello e tradutto dinanzi ad un curiale, si sentì investire da una salva d'interrogazioni, che non gli davano tempo a rispondere: egli intanto pigliava tempo a riflettere. Infatti quando cominciò a venir in chiaro della cosa, il sonnacchioso curiale finì d'accorgersi di esserne perfettamente al bujo; e, per poco che l'accusato facesse ancora il sornione, il giudice avrebbe dovuto lavarsene le mani come Pilato, e rimandarlo assolto.

Se non che, in sul più buono, un incognito vestito di una zimarra nera, e coperto nel viso da un cappuccio foracchiato attraverso al quale si vedevano brillare due occhi da basilisco, entrò nella camera e, curvandosi sulle spalle del curiale, gli bisbigliò all'orecchio alquante parole.

A quest'avviso, il volto di costui mandò un lampo di sorpresa, che dissipò gli sbadigli ed il sonno; poichè, se il trattare con un mascalzone innocente gli faceva rimpiangere le coltri deserte, il diletto di scoprire e di torturare un colpevole, chiunque egli fosse, lo compensava ad usura delle perdute dolcezze.

Il curiale fece quindi eseguire una visita minuta sui panni dell'accusato. — La mano esperta di un manigoldo, dopo avere palpeggiato diligentemente ogni tasca, ogni piega, ogni costura, arrivò finalmente allo sciagurato foglio; e, ghermitolo, lo sottopose all'esame del giudice; il quale, dopo averlo guardato per ogni verso, lo lesse e lo rilesse per cavarvi il bandolo di un'accusa. — Intanto soffiava, e si stringeva nelle spalle come se cominciasse a pigliar gusto in quella facenda.

Bergonzio, posto alle strette da una furia di dimande, asserì sul principio di non saper come e per mano di chi gli fosse capitato quel foglio: aggiunse di più (e questa era pura verità), ch'egli non sapeva riconoscere l'importanza, e nemmanco il senso, di quelle parole. Ma al vedere che non gli venivano menate buone queste scuse, e udendo scricchiolare la puleggia del cavalletto, credè opportuno di chinar la cresta e di dimandare perdono; chè, se le nebbie del vino gli avevano offuscata la memoria, ora poteva finalmente ricordare che quella carta gli veniva affidata da un compare da Pavia coll'incarico di portarla ad un compare di Milano.

Invitato a dire il nome d'entrambi, balbettò di nuovo e si confuse; ma il curiale, che aveva interesse di non lasciar raffreddare le sue morbide piume, fatti amministrare due tratti di corda allo sciagurato, ebbe la gloria di vedere messa a nudo in un attimo tutta quanta la verità, co' suoi incidenti: i nomi, cioè, di Agnese e del Manfredi, l'origine e la destinazione dello scritto, e perfino il nome e le intenzioni di Medicina.

Ma guardate delirio dello spirito umano: quella rada volta, in cui uno stolido e scelerato mezzo di prova metteva in chiaro tutto il vero, e niente più che il vero, il giudice nel valersene sentiva per essa una sfiducia nuova e sapiente. La colpa di Bergonzio, secondo lui, era più che constatata; valevano per essa tutti gli amminiscoli di prova; ma la complicità di Medicina, attestata dalle medesime circostanze, era assurda; le dichiarazioni del torturato erano un sogno, un delirio, un vaniloquio.

Lo scritto d'Agnese fu tosto consegnato al conte; Medicina si valse della buona riescita del suo intrigo per trattare la causa di Bergonzio; il quale fu nella giornata seguente messo in libertà, un po' malconcio ma colle tasche piene di quei terzuoli, che Medicina gli aveva promesso.

CXI.

Un pittore, che voglia rappresentare una giovine donna sfolgorante di bellezza e d'ornamenti, chiede invano alla tavolozza gli schietti colori, che emulano il brillar caldo e sanguigno delle carnagioni, gli screzii delle stoffe, e lo smagliar delle gemme. Ma l'arte gli insegna che una tinta fosca, ed opportunamente valida, sparsa intorno a quegli splendori, ravviverà la sua languida creazione; giacchè l'occhio dell'osservatore, dopo aver riposato sur un fondo opaco, si rende più sensibile alla subitanea vivezza delle tinte artefatte, e, pel felice gioco dei contraposti, trova brio e vita, dove poco prima era nebbia e languore.

Il precetto dell'artista che imita la natura fisica si attaglia perfettamente a chi studia di ritrarre il mondo morale. Volendo dipingere l'anima di Agnese, mal riescirebbe nell'intento chi si contentasse di stare dentro il circuito delle sue azioni, enumerando ad uno ad uno i pregi di che era ornata, ed arrestandosi all'esatto computo de' suoi dolori e delle sue virtù. La storia tracciata a questo modo, pel merito d'essere troppo veritiera, non raggiungerebbe lo scopo di lasciare nell'animo di chi ascolta una esatta e durevole impressione. I foschi intrighi e le passioni scelerate degli avversarii, che la circondano, spettano alla sua vita, precisamente come il fondo della tela appartiene al suo protagonista. Con questo contrasto sobriamente maneggiato acquisterà rilievo e forma il ritratto della nostra eroina; e ciò che veduto da vicino sembrerà superfluo o forzato, contribuirà da lungi alla fedele riproduzione della sua imagine.

Tutto ciò sia detto per guidare il lettore a concludere che l'analisi della vita di un ribaldo, qual'è Medicina, non fu tanto una speculazione consigliata dal triste diletto di accozzare tinte vigorose ed ardite, quanto una necessità imposta dallo scrupolo di cronisti veritieri.

È riprovevole il gusto di coloro che pensano ricreare ed istruire chi ode o legge colle più tetre pitture del genere umano; quasichè, scorrendo un museo patologico, alla nauseante rivista di tante diformità, si potesse acquistare un'idea precisa della vita, come ella è secondo i voti della natura. — Ma non è meno strano ed ingannevole il proposito d'altri, che, per pochi fiori raccolti a stento in un vasto campo, vogliono far credere al paradiso del consorzio umano. Queste sdilinquite dolcezze hanno perduto ogni prestigio; le arcadie sono il limbo degli spiriti morti senza il battesimo dell'esperienza. — La storia suol essere varia come la natura; nè tutta fiori, nè rovi soltanto. Valgano a provar ciò le parole con cui apre i suoi insegnamenti un dotto scrittore: “la vera importanza della storia sta negli esempj di morale, che ella può porgere; non si vogliono in essa cercare scene di sangue, sibbene ammaestramenti...; la conoscenza delle vicende dei tempi andati allora solo è proficua quando ci apprende a cansare gli errori, ad imitare le virtù, a vantaggiarsi della sperienza„.[52]

CXII.

Dei tre giorni di lontananza, che Medicina aveva chiesti a Barnabò come prima condizione all'avviamento de' suoi progetti, i primi due erano trascorsi. Con qual risultato, il lettore lo sa. Prima di gettare i semi di un nuovo arbusto, conviene sbarbicare dal suolo ogni resto del vecchio, perchè le radici che rigurgitano di umori non abbiano a soffocare il tenero rampollo. Così pensava Medicina, e perciò aveva posto grande studio a spegnere col veleno della calunnia quel sentimento che nell'animo del conte poteva resuscitare l'affetto suo per Agnese.

Dacchè il sinistro consigliero gli aveva fitto nel cuore la spina della gelosia, anche i più lievi sintomi divenivano argomento d'accusa. Il contegno d'Agnese, il suo pallore, l'apparire mal dissimulato di una lacrima, tutte cose che potevano essere ed erano difatto naturale conseguenza del suo amore offeso, venivano accolti come sintomi di male opposto: il silenzio era imbarazzo, la pallidezza rimorso, il piangere dispettosa confessione.