Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 9
“Fatelo che ne avete donde. Ogni mia arte è riposta nel saper trarre partito da quella greggia, perchè non sia del tutto improduttiva. Coloro possono diventare le nostre armi, i fili arcani de' nostri negozj; amici non mai. — Ad essi confidiamo un secreto quando ne torna conto che tutto il mondo lo conosca. Accarezziamo con affettata parzialità colui sul quale si vuol far cadere la sfiducia de' compagni. Siamo lieti o mesti in faccia a loro non come lo richiede lo stato dell'animo, ma come c'importa che il mondo ne giudichi. Accogliamo i tristi senza esame e senza paura; ma se ci si presenta un uomo onesto, diciamo tosto fra noi: questo non è il suo posto.„
Agnesina ascoltava con grande interesse e con pari accoramento le parole del conte: ma non ne indovinava la cagione e lo scopo. Lungi dal riconoscere il sentimento che ella aveva destato nel cuore di lui, appena s'accorgeva di ciò che passava nel suo. Era grandemente commossa nel vedere un uomo sì potente e sì mal giudicato, invocare con umile parola la pietà di un'umile fanciulla. — E poichè di pietà il cuor suo non era povero, ella ne era larga fino alla prodigalità; senza pensare, l'incauta, che questo affetto faceva velo ad altro meno innocuo sentimento.
Canziana vedeva, sorvegliava, dirigeva ogni cosa senza giungere a colpire nel segno. Quando in ossequio ai doveri, che le erano imposti dalla sua età e dalla fiducia di messer Maffiolo, seguiva più da vicino i passi della fanciulla, e ne sindacava con feminile sottigliezza ogni atto, ogni sguardo, ogni parola, rinveniva dei dubii (se pur v'era dubio), e si consolava dentro di se ripetendo, che Agnesina era un angelo. Avrebbe però voluto che il padre affrettasse il suo ritorno, e si meravigliava della troppo lunga assenza. Al cadere d'ogni giorno, si pentiva di non avere inviato a Milano un messo per informarlo di ciò che era avvenuto al castello; ed ogni mattina si destava nella certezza che quel dì non sarebbe passato senza rivederlo. Anzi, come talvolta Agnesina erasi mostrata inquieta sul conto di suo padre, ella s'affrettava a consolarla, numerando i molti casi di un'assenza eguale o più lunga; e le parlava de' molti suoi negozj, della sollecitudine, con cui soleva mettersi a discrezione degli amici; e cercava di sollevarla dalla molestia del sospetto.
XXV.
Una volta Agnesina, per rallegrare la mesta solitudine del convalescente, dava mano ad un volume, ed apertolo a caso leggeva una ballata provenzale. Raccontavasi in essa la storia di un grande e generoso principe, che reggendo i suoi vassalli con mitezza e liberalità, aveva guadagnato l'amore di tutti, e s'era meritato il nome di padre de' suoi soggetti. Pure egli era sempre mesto, e dentro sè invidiava la serenità dell'ultimo di essi. E d'onde ciò? Egli amava una donzella ricca d'ogni virtù e bellissima; ma umile per natali e per fortuna. — Quell'amore era inoltre consentito dalla rispettosa vassalla. — Due cuori battevano di un sol palpito; ma un abisso s'apriva fra quelle due esistenze, nè umana sapienza trovava modo di colmarlo. — Che fece il principe?
“Un momento, disse il conte interrompendo la leggitrice, qual consiglio dareste voi a quello sventurato?„
Agnesina, che infervorata nel racconto non aveva conosciuto quanto fosse pericoloso, avvezza alle poetiche fole de' tempi, e a quel perpetuo inneggiare d'amore, che, a forza d'abuso, pareva rendersi innocuo, proruppe con insolita franchezza:
“Io direi al principe: — fra quel trono, che vi circonda di splendore, e quell'affetto, che vi promette felicità, scegliete.... Fortunato chi ha la scelta libera fra due tesori.„
“Ma ben più fortunato colui, ripigliò il conte con accento ancor più vivo, che può posseder l'uno senza perder l'altro: non è vero?... Continuate la vostra lettura, essa è molto interessante: vediamo come il vostro poeta scioglie la questione.„
Agnesina, che aveva pigliato a caso quel libro, che a caso lo aveva aperto, sentì dentro di sè una dolorosa incertezza nell'affidarsi alla decisione di esso. Il che vuol dire che, nella sorte di quella vassalla, ella forse già travedeva la sua. — Ma il chiudere il libro le pareva cosa troppo ardita; un tal atto l'avrebbe accusata assai più che non il proseguire in essa. — Ella dunque continuò; ma la sua voce era tremante, il suo volto rassomigliava ad un amico di buon cuore, che, per soverchia schiettezza, tradisce il secreto.
“Il principe, proseguì ella, non ebbe il coraggio di abbandonare la famiglia de' suoi soggetti. Visse lontano dall'amica sua, fu infelice: ma non mancò ai proprii doveri...„
“Egli era un eroe, colui, soggiunse con qualche amarezza il conte. — Credete però che esempii di sì prodigiosa virtù non li udrete mai che dal labro dei menestrelli. — Se il fatto fosse vero, ogni uomo esperto del mondo vi direbbe, che la virtù di quel principe nasce soltanto da freddezza di cuore — Ai poeti è permessa qualche licenza; il vostro autore se ne pigliò una, chiamando amore ciò che era soltanto una velleità passaggera.„
“Eppure, quel principe a me pare grande; ed io l'amo e l'ammiro.„
“La schiettezza avrà pure il suo merito ai vostri occhi. Ed io, confessandovi tutto che penso, guadagnerò su voi quello che una diversa opinione forse mi toglie. — Io non mi sentirei da tanto; e se amassi come colui, vorrei collocare la donna de' miei pensieri al di sopra di me; felice di sedere sui gradini del suo trono.„
Il conte rimbeccava colle stesse armi le eroiche spavalderie del provenzale. E la fanciulla ne era commossa; ma non si diede ancora per vinta.
“Io, ripigliò per ultimo Agnese, stendendo inavvertitamente la mano, che il conte raccolse nella sua, e baciò con rispettosa cortesia: io non accetterei quel seggio. — Udite le ultime parole della ballata=La donna regna nella sua soggezione quando possiede il cuore di colui, a cui donò il suo.=„
In quel momento entrò l'affaccendata Canziana. Essa non raccolse che il suono di quelle ultime parole; non vide che un libro, il libro consueto ed innocente, su cui erano rivolti gli occhi della leggitrice — Suppose qual che era infatti; che Agnesina tentasse con quella lettura di rallegrare le noje del malato. — Contenta quindi della fanciulla e di sè, si sentiva tôrre giù dal cuore un gran peso. — Povera donna!
CAPITOLO QUARTO
XXVI.
A notte fitta, mentre tutto era quiete, si udì improvisamente un battere concitato al portone del castello, come se alcuno chiedesse in fretta e in furia l'entrata. I cani vaganti facevano eco alla dimanda con urla e latrati.
Il portinajo, sceso a vedere che fosse, spedì un raggio di luce della sua lanterna attraverso ad un uscialetto praticato nell'imposta, e vide che un pellegrino, ravvolto in una vestaccia nera, con un mantelletto cosparso di conchiglie, ed un cappello a tesa larga ed arricciata, picchiava alla più bella col bordone stretto fra le due mani, imprecando e bestemmiando contro i malcreati, che non accorrevano ad aprire.
Il portinajo era uomo abbastanza sollecito; ma l'aspetto dell'arrivato questa volta lo rendeva non a caso meno lesto del solito. Passava egli in esame quell'incognito dal cucuzzolo alle calcagna; vedevagli un viso arcigno e torbido, due occhi che sotto ciglia aggrottate brillavano di una luce infida; rilevava una barba inculta che pareva posticcia; poi un fare misterioso, che gli dava l'aria d'un poco di buono. Tutto ciò, e quel furioso arietare contro la porta, i mille cancri e i cento mila diavoli spediti al suo indirizzo, gli ponevano in cuore qualche incertezza su ciò che dovesse fare. — Ma vinse il dover suo, e diè risposta al chiedente:
“Ohe, ohe, non gettate abbasso la porta — Chi è, chi batte a quest'ora?„
“Che ti pappi il diàscolo, portinajo dell'inferno, urlò il pellegrino; è un secolo che grido ai sordi — Apri.„
“A quest'ora si apre soltanto a chi dice il suo nome e le sue intenzioni — Come vi chiamate, e che volete?„
L'incognito invece di rispondere, interrogò:
“Dimmi, o cerbero sdentato, il signor di Pavia non è forse qui?„
“È qui.„
“Malato, a quanto si dice.„
“Presto guarito, la Dio mercè.„
“Ho bisogno di parlare a lui. — Fa l'ambasciata, e presto e súbito, che non ho tempo da perdere.„
“L'ambasciata? soggiunse il portinajo con nuova esitanza, e in nome di chi?...„
“In nome mio. — Va alla malora, seccafistole.„
“Ditemi chi vi manda, o vi lascio la buona notte, e torno a pollajo.„
Il pellegrino pronunciò fra' denti non so che bestemmia, ma dovette arrendersi. — Avvicinatosi, quanto era possibile, allo sportello, disse a voce bassa:
“Fa che il Conte di Virtù sappia sùbito, che un tale venuto da Milano, e ch'egli ben conosce, desidera parlargli. — Se vuol sapere chi è, digli, che si chiama...„ e pronunciò il suo nome. “Ma tieni fra i denti questa parola, finchè lo puoi. — Va difilato, e intanto lasciami entrare, e prestami da sedere, che ho le gambe aggranchiate dalia stanchezza.„
Il portinajo aperse la porta, e mostrò una panca al pellegrino: poi andò per l'ambasciata, affidando la custodia del forestiero a due grossi alani, che gli si aggiravano intorno ringhiando.
Intanto che il portinajo va pe' fatti suoi (cosa non troppo spiccia perchè tutti dormivano a quell'ora) noi diremo chi fosse quel personaggio. — Poichè il lettore dovrà incontrarlo molte volte nel séguito del racconto, tanto fa ch'ei lo conosca a dirittura.
V'ha degli uomini che nascono così tristi da lasciar credere che niuna legge, nessuna educazione, nemmanco l'interesse, varrebbero a rinsavirli ed a migliorarli. Essi sono nell'ordine morale quello che nella natura fisica sogliono essere certe costituzioni orribilmente deformi, che la scienza oppignora ancor vivi, per esporli a suo tempo in un museo di patologia.
Il nostr'uomo, quanto all'animo suo, era di questo numero. — L'egoismo, la doppiezza, la perversità fuse insieme, facevano di lui il tipo dell'uom malvagio; l'astuzia vi aggiungeva l'arte di usare a proposito e con certa parsimonia i suoi mezzi, onde in caso di mala fortuna poter sempre, com'egli diceva, cascare in piedi.
La sua nascita era un mistero. Nelle vicinanze di Medicina, terra del Bolognese, una povera donna, nello spazzare la neve che ostruiva la porta del suo casolare, vide un bambino appena nato, ravvolto in luridi cenci e deposto in un tegolo, che gli serviva di cuna. — Lo raccolse, lo riscaldò, lo nutrì; e poichè essa aveva una nidiata di figliuoli, ve lo aggiunse, imponendogli il nome di Benvenuto e dicendo: — “che tu lo sii davvero: è un atto di carità, che facciamo: il Signore ce ne terrà conto„.
In quella famigliuola egli era infatti riguardato come un figlio; nè più, nè meno. — Ottenne le più solerti cure durante la fanciullezza; ed una congrua misura di pane e di lavoro nell'adolescenza. — Solo non in egual proporzione gli spettavano le bravate della massaja, e gli scappellotti del castaldo. Perocchè il lupacchino mostrava già i primi istinti della sua natura malvagia, e morsecchiava senza pietà quella mano, che lo aveva beneficato.
Un bel dì (aveva egli dieci anni, ed era incaricato della sorveglianza del porcile) spingendo davanti a sè i due più tondi e più luccianti tra' suoi allievi, diè le spalle alla capanna coll'animo risoluto di non ritornarvi più. Viaggiò tutto il giorno finchè credette d'essersi tanto allontanato da rendere vana ogni ricerca. — Sulla sera si nascose in una foresta; e vi trovò un placido sonno, come se quel giorno fosse del tutto simile agli altri. Il dì vegnente licenziò i suoi due allievi, cedendoli a taluno, che passava: e questa volta non fu indifferente, come nel dividersi da' suoi benefattori; ma tripudiò, poichè intascava non so quante monete.
Da questo momento, egli credette esser libero e ricco: con quello scarso peculio pensò poterla durare tutta la vita. — Miserabile! quel denaro che non valeva ad assicurargli l'indimani, bastava a sviluppare nell'animo suo il germe del male, che ancora vi stava latente. Di là i primi colpevoli desiderj, le voglie imperiose, le indeclinabili necessità.
Esaurite quelle poche monete, e ciò avvenne assai presto, era mestieri procurarsene delle nuove: con ogni mezzo però all'infuori che col lavoro. — Egli sapeva mettere la mano sulla roba d'altri: ma alla arrischiata violenza della rapina preferiva l'arte più sicura di uccellare la buona fede altrui. Possedeva il tetro talento dell'intrigo e il freddo calcolo, che lo circonda d'infallibili mezzi. Tentò le prime prove; vi riuscì, e fe' baldoria: ritentò, fu scoperto e tradutto davanti alla giustizia.
XXVII.
La pena non deve essere vendetta; è il rimedio che la società amministra a' suoi membri infermi, affine di guarirli, o di migliorarli. — Ma come poteva raggiungere sì nobile scopo la legge d'allora, se poco vi si accosta l'odierna? Il carcere nasconde il reo, non lo guarisce; è il palliativo che tempera il sintomo, e lascia vivere nella sua interezza la cagione che lo riproduce. Che anzi in quella fogna, in cui s'ammonticchiano colpe e misfatti, errori della mente e perversità di cuore, la miseria ed il vizio, il germe del male si feconda e vegeta come il seme d'erba cattiva in un letamajo. I più scelerati, che non hanno nulla ad imparare, insegnano; i meno colpevoli, docili alla lezione, a poco a poco ricingono il triplice bronzo, che fa tacere ogni sinderesi; tutti infine, immersi nel contagio, contraggono quella pandemia, che sostituisce all'elemento vitale un'aria satura di veleni.
Benvenuto entrò in carcere cattivo; ne uscì pessimo. — Nella vergognosa scioperataggine della prigione fece dell'abituale tendenza all'ozio una seconda natura; prelibò le lubriche teorie del libertinaggio, vagheggiando il momento di tradurle in pratica; conchiuse infine che il vizio è tale idolo, che ben merita un culto arrischiato. — Con queste idee riguardò nella legge non tanto il nemico che si combatte, quanto l'avversario leale, che facilmente si elude. Alle minacce delle gride e dei bandi oppose il raggiro, la menzogna, lo spergiuro. — Una volta con tai mezzi ingannò i giudici: si sottrasse un'altra all'ergastolo colla fuga: ruppe il bando, mentendo nome ed aspetto: scampò al patibolo vendendo alla giustizia i nomi dei suoi complici.
Saltando a piè pari una gioventù piena d'avventure e d'ignominie, arrestiamoci ad esaminare i primi anni della sua maturità, in cui egli comincia ad essere attore del nostro racconto. Quando si conosce il luogo da cui si parte e quello a cui si arriva, riesce facile l'indovinare la strada intermedia che si è percorsa.
Nell'anno 1369 Benvenuto trovavasi a Pavia. Da qualche tempo egli viveva in pace colla giustizia, non che fosse divenuto migliore, ma perchè si era messo all'ombra di un potente, e sapeva contenersi entro i limiti di quella cauta malvagità, che la legge non giunge a colpire.
Colla giovinezza, passò in lui la sfrenata prodigalità. Voleva essere economo, avendo, com'egli diceva, una numerosa covata di bamboli a nutrire, e ne' suoi bamboli affamati egli raffigurava i suoi viziacci.
Egli era d'alta statura, di forme robuste, di movimenti più rigidi che franchi. Aveva un star ritto della persona, che pareva rialzarlo fra gli eguali, ma che indicava arroganza, non coraggio. Il volto era improntato da certo maschio vigore, che faceva dire a chi lo vedesse per la prima volta: il bell'uomo! ma non vi era chi lo rivedesse, senza apporre una riserva al suo giudizio. Tutti in fine concludevano che il bell'uomo doveva essere un gran furfante. Le tinte floride del viso prevenivano in suo favore; una certa fronte alta e libera lo qualificava uom d'ingegno, ma il suo sguardo era sinistro. Invano avresti cercato discernere il nero delle sue pupille incavate nell'orbita, e sepolte sotto una folta gronda di peli. Guardandolo a poca distanza, le due occhiaje, ravvolte in un'ombra tetra, parevano le luride cavità di un teschio. Le sopraciglia, scendenti nel mezzo del viso e quasi congiunte tra loro, sembravano le misteriose insegne di satana vestito di forma d'uomo. — I capelli, radi a' due lati sulle tempie e scendenti ad angolo acuto nel mezzo della fronte, crescevano rilievo a questa apparenza. — La voce era non più simpatica dello sguardo: cupa, misteriosa, alquanto nasale. Egli or gridava, or parlava sì basso, da non essere inteso; sempre però senza inflessione de' suoni e senz'armonia.
Sulla piazza più frequentata della città, da una impalcatura di legno abbellita all'ingiro delle più stravaganti pitture, Benvenuto, in abito da cantambanco, dispensava alla stupida plebaglia i tesori delle scienze occulte; polveri e boli d'infallibile effetto, di meravigliosa potenza, rimedj per guarire ogni male fino la gelosia de' mariti, filtri per avere degli amanti o mantenerli fedeli, l'arte di rendere sonniloqui i dormienti, e di scoprire i segreti della propria ganza. — Distribuiva a dozzine, a centinaja, amorosi strambotti ed oscene figure. — Leggeva l'avvenire, la buona e la mala fortuna, a chi, stendendo la mano per dargli una moneta qualunque, gli porgeva il palmo da esaminare. — Offriva poi su di una immensa cartaccia, stranamente delineata, il grande spettacolo de' cieli, diviso nelle sue dodici case; mostrava quali erano le potenti, le medie, le infime; e come e quale influsso avessero sulla vita e sulla felicità dei mortali. Il suo uditorio era sempre affollatissimo; e fu allora, che cessò d'essere chiamato Benvenuto, pigliando dalla patria e dalla professione il sopranome di Medicina.
Le sue predizioni erano sempre spacciate con un linguaggio ad arte ambiguo e misterioso; onde, checchè avvenisse, il profeta avesse sempre ragione; il torto era di colui che lo aveva franteso. Sapeva d'altronde che è gran diletto del vulgo l'assistere a ciò che non comprende. Gli bastano le parole tuonanti, la voce stentorea, e i bisticci insensati. — Ei gliene prodigava a bizzeffe.
Intanto spremeva gli spiccioli dalle tasche de' poverelli che accorrevano a lui per sapere, per scoprire, per risanare. Oggi piativano il pane per conoscere se dimani, o l'anno appresso, o prima di morire, sarebbero ricchi; e, confortati dai lieti presagi del ciurmatore, calmavano la fame odierna colle ridenti illusioni dell'avvenire. A questo modo le vili monete, ammucchiate nella soffitta di Benvenuto, formarono ben presto somme considerevoli. A suo tempo egli le cangiava in bei ducati d'argento e in scudi d'oro; ed avviava con essi un altro ben più pingue commercio.
Consisteva questo nel dare a mutuo somme più o meno rilevanti, a chi stretto da urgente bisogno glielo chiedeva colle preghiere, colla importunità. Guai a chi avesse tentato sedurlo con promesse; egli diceva di non voler stringere negozioni con alcuno, ma si compiaceva ad ajutare chicchessia, appena il potesse. — E questo “appena il potesse„ era la chiave de' suoi secreti, la posta del suo illecito gioco.
Non cercava mutuatarj, perchè la gente accorreva da lui, preferendo lasciarsi dar la corda da un tristo, anzichè, togliendo a prestito con tutte le regole del foro, mettere a nudo le proprie vergogne.
Medicina al primo invito, non rispondeva; ad una preghiera, rimetteva la cosa a tempo; e, quando alla fin fine assentiva, non dava adito a parlare di condizioni, dicendo che ve ne doveva essere una sola e semplicissima: quella cioè che i patti del mutuo fossero stesi da lui.
L'usura soleva essere una e modica per tutti: dimodochè il chirografo, irreprensibile sotto ogni aspetto, sembrava un atto scritto davanti a notajo. — Ma la mangeria stava per tutti in un punto; vale a dire nella cifra del capitale mutuato, che subiva una addizione più o meno importante a norma dei casi; e nella data fittizia del mutuo, che, allo stringere del contratto, stabiliva un credito precedente, in favore del mutuante; credito che di fatto non poteva esistere.
A tali durissime leggi piegavano la fronte con più o meno cruccio, ma colla rassegnazione della necessità, coloro che, avvolti in negozii spallati, chiamavano fortuna il ritardare, fosse anche di un giorno, l'inevitabile ruina. — Vi si adattavano di buon grado, quasi senza nemmanco curarne le conseguenze, i giovinastri scioperati, che, occhieggiando un'eredità, non attraversata che da un fil di vita di qualche vecchio parente, amavano darsi buon tempo, e far de' brindisi alle future grandezze. — Vi accorrevano infine altri imbroglioni, suoi pari, falliti od affamati a segno, che tutto che offrisse loro da vivere un giorno, era un gran favore della providenza.
Oltre ciò, Medicina col suo genio negli intrighi, col suo essere con tutti e dapertutto, col fiutar sempre egli interessi degli altri, sapeva fornirsi a dovizia di una merce, che egli poi rivendeva a peso d'oro. Era questa la promessa del secreto.
Fervevano a que' tempi in Pavia le ire di parte suscitate dal mal governo di Galeazzo Visconti e dalla memoria rinverdita del più tollerabile dominio de' Beccaria. In varie città dello stato, a Voghera anzitutto, già si manifestavano i prodromi della rivolta; e varie famiglie pavesi, legate coi malcontenti, ne favorivano lo sviluppo. — La trama de' vogheresi fu scoperta e soffocata ne' supplicj. Il castellano di Voghera e suo figlio, erano mandati alle forche, e sessanta cittadini creduti rei di quella congiura non fallivano alla delira investigazione de' giudici, confessando la loro complicità fra gli strazii della tortura. — Tremavano gli scontenti di Pavia; ed avevano il capo basso e l'aria compunta, per non dar nell'occhio agli inquisitori. — Ma l'avveduto Medicina, che sapeva dar di naso dapertutto, li conosceva ad uno ad uno; e quando incontrava questo o quello, a quattr'occhi e con un'aria di mistero, come se fosse tutto cuore, chiedeva conto de' fatti loro, dei pericoli scampati, di quelli che ancora li minacciavano: e, per tal modo, finiva d'impadronirsi d'un secreto, il cui deposito doveva costar gli occhi del capo agli incauti.
Eppure colui, che in cima ad ogni pensiero poneva il culto de' suoi più vili interessi, in qualche rarissima circostanza ed in via di semplice eccezione, aveva saputo transigere colla insaziabile sua voracità di denaro. — Forse che egli provasse alcuna volta gli inviti della coscienza, o che cedesse alle attrattive della virtù? Mai no. Ciò avveniva quando un'altra passione, più imperiosa ma non più nobile, lo inebriava colle visioni d'altri lusinghieri allettamenti. — Eccone un esempio.
XXVIII.
Medicina era tra gli accreditati clienti di un certo Bertolino de' Sisti pavese, che teneva osteria in una delle più deserte strade della città. Ancorchè la professione costringesse l'oste a praticar sempre con abbietti furfanti, egli s'era serbato onesto, servizievole, discreto: insomma era una perla d'uomo.
Il ciurmatore, sparecchiato il suo palco ed insaccati i suoi terzuolini, accorreva ogni sera a quella bettola, e vi faceva buon fianco, gustando gli intingoli più ghiotti regalatigli da Messer Bertolino, ed ingolando la sua posca, che gli sembrava fino siroppo, quando gli era versata da Maria, la figlia dell'oste.
Le sue fermate colà s'andavano prolungando per più ragioni. — Dimezzava ogni boccone per far tempo; perchè intanto, vigile sempre sugli interessi altrui, provedeva ai proprj. A questo fine, teneva conto d'ognuno che andasse o venisse; ammiccava le facce nuove con quella penetrazione che di colpo indovina; e dalle vecchie conoscenze succhiava novità e commenti. — Ma cadeva in un nuovo mondo quando era al cospetto della bellissima Maria; per lei, obliata la sua bieca taciturnità, veniva a paroline inzuccherate, con lei lodava perfino la bevanda inacetita della sua cantina, e nel pagare lo scotto non rivedeva il conto, anche quando v'era somma d'avanzo.
Quale fosse la cagione di questo repentino mutamento, ognuno l'indovina; ed ognuno forse avrà già preveduto, che il germe di un sentimento educatore caduto in animo tanto abbietto non doveva recar buoni frutti. Anche il liquore più generoso e l'acqua più pura, deposti in vaso immondo, s'intorbidano, si guastano, sanno di muffa.