Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 8

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Quando poi o per la propria insufficienza o per quel mistero in che si cela la più squallida miseria, non giungeva in tempo ad impedire il male, ella sapeva mitigarne la gravezza, somministrando con sano criterio que' rimedj, che richiamano le forze ristoratrici della natura.

Se la sua scienza era limitata e il novero de' suoi farmaci ristretto, lo zelo e la pietà, con cui li amministrava, non avean confine, e ne centuplicavano il valore. Ne' casi di qualche importanza ella stessa preparava e porgeva le pozioni; nè s'allontanava dall'infermo finchè non avesse veduto gli effetti del rimedio: esperta fino d'allora della necessità di attraversare la falsa compassione della gente vulgare, che crede rendere la salute ad un malato, accontentandone ogni strana voglia, o rimpinzandolo a suo dispetto.

Nel medicare e fasciare le ferite, arte più pratica che induttiva, poteva chiamarsi abilissima; perocchè le continue guerre de' Milanesi contro gli Imperiali, e i Firentini, quando Bologna era il pomo della discordia fra Barnabò Visconti e Giovanni da Oleggio, riempiendo la città nostra di feriti, che per solito s'abbandonavano alla cura ed alla pietà de' cittadini, le avevano offerta l'occasione di fare una vasta esperienza.

Agnesina, recatasi al letto del principe, si sentì commossa fino al pianto nel mirare quel volto sì nobile e leggiadro, su cui la vita fuggente aveva impresso le tracce di una lotta eroica, chiusa dagli spasimi di una terribile agonia. — Predominata da una pietà imperiosa, non pensò chi ella era, nè chi fosse l'uomo, che le stava davanti; vinto il naturale riserbo d'una fanciulla, e risoluta di mettere in opera quanto era in lei per alleviare i dolori dell'infermo, respinse quella sensibilità morbosa ed inerte che guida alle lacrime, e rifugge dalla vista del sangue.

Gli si avvicinò quindi senza esitanza; con una mano lieve ed esperta staccò ad uno ad uno i panni, che aderivano cruenti alla ferita; ed ajutata da Canziana, che le reggeva una sottocoppa piena d'acqua tiepida, lavò diligentemente la piaga, facendovi scorrere sopra un lino umido e finissimo. Allora solo potè rilevare quanto fosse vasta e profonda la piaga; quanto acuti dovevano essere stati i dolori; come sarebbe lunga e penosa la cura: ma in cuor suo si rallegrò pensando che la guarigione era certa.

Ripetuta più volte la lavatura, che poneva a contatto della viva carne un umido lenitivo e refrigerante, il volto del malato sembrò rianimarsi alcun poco. — Ma Agnesina (le faremo noi torto di questa debolezza?) che augurava in cuor suo ogni bene a colui, temeva di vederlo troppo presto ritornare all'uso de' sensi. — Dinanzi ad un corpo inanimato ella si sentiva più sicura di sè; ove gli occhi del cavaliere si fissassero ne' suoi, dubitava della propria fermezza. — Se poi avesse udita la sua voce, chi sa? avrebbe forse arrossito: ma di che?... del bene forse che ella operava?

Nessuno oserà condannare la fanciulla se chiedeva di non essere disturbata nella sua operazione. Anche il chirurgo de' nostri giorni addormenta coll'ètere l'infermo, per non sentire una pietà che potrebbe essere fatale agli interessi dell'arte e del cliente.

Compiuta la prima parte della medicatura e ripulite diligentemente le incisioni profonde, che attestavano la formidabile potenza delle zanne d'un cinghiale, Agnesina si fece dare dalla governante il bisognevole per la fasciatura. Sopra uno strato di faldella morbidissima stese un unguento composto con sugo di dittamo, riputatissimo a sanare le piaghe ed a calmarne i dolori; e, rinversatolo sulla ferita, lo fece aderire, appoggiandovi lievemente la mano.

L'infermo allora si scosse di bel nuovo; e con un brusco corrugare delle ciglia accusò un dolore più intenso. Ma quel sintomo fu passaggero. La fronte gli si spianò ben tosto, e il volto riprese la sua consueta immobilità. — Una circostanza però dava già credito al rimedio. Dopo quella doglia momentanea, l'immobilità dell'infermo non rassomigliava, come prima, all'inerzia, di un cadavere, ma alla calma di chi dorme.

Con una perizia, che farebbe invidia ad un maestro dell'arte, e che è spontanea alla donna, istintivamente abile a tutto ciò che giova alla umanità sofferente, la fanciulla fasciò in una lunga benda l'omero dell'infermo, e vi assicurò la medicatura. — Rimessa poscia ogni cosa in ordine, si ritrasse dietro i drappelloni che piovevano dal sopracielo del letto; aspettando con impazienza il risultato delle sue cure. — Canziana era con lei; operosa, compassionevole, esperta essa pure, la buona donna; ma dobbiam dirlo? la pietà della fanciulla era altra e ben più nobile cosa.

XXII.

Il sole era già scomparso dall'orizzonte.

L'Esculapio, fatto chiamare da Pavia, lottava fra due opposti principii: la fretta dell'invito e la sua flemma abituale. Ma dopo maturo esame cedeva all'aforismo _festina lenter_, tanto a lui prediletto e merendava in tutta pace, intanto che un famiglio poneva il basto al suo ronzino, da lui per vezzo chiamato Bucefalo. Levatosi dalla mensa, colla stessa pace visitava uno per uno i suoi ferri, e li chiudeva in un astuccio. Calzava poscia un paro d'enormi stivali, e ben bene imbaccuccato scendeva in corte; dove, abbracciata la moglie e non so quanti figli, raccomandò la casa ai famigliari, fece il segno della croce, inforcò Bucefalo e partì a un piccolo ambio, nella beata illusione di correre veloce come il pensiero.

I cortigiani raccolti in una gran sala, ristauravano le forze con una sontuosa cena, libando alla salute del conte, a cui predicevano la guarigione per l'indimani, onde torsi dall'impaccio di durare nel cerimoniale del dolore. — Il malato, a parer loro, non aveva altro bisogno che di riposo, ed essi, dimenticatolo tra le allegrie della mensa, servivano a' suoi interessi con tutto lo zelo del mestier loro. Cacciatori, canattieri, valletti trincavano intanto nel tinello, gridando a testa, e buffoneggiando. Anche Canziana era ita a dare gli ordini opportuni: a provedere cioè il bisognevole per ospitare tanta gente.

Nella camera dell'infermo, accanto alla proda del letto, trattenendo quasi il respiro per non turbare la calma dell'assopito, stava Agnesina immemore di sè e d'ogni cosa sua; profondamente ma non dolorosamente commossa, da che ogni sintomo le faceva sperare prossimo il buon successo delle sue prime cure. Quell'essere sola non le era grave: anzi compiacevasi di non avere a dividere con altri la sodisfazione de' suoi pietosi officii. Avrebbe bramato di poter chiamar inutili e tardivi i servigi del chirurgo che si attendeva; perchè ogni merito fosse suo. L'aspetto del Conte, ben lungi dall'inspirarle peritanza, le infondeva una sicurezza affatto insolita: era come se l'avesse incontrato altra volta, come se al suo destarsi fosse certa d'essere riconosciuta da lui. — Ma desiderava e temeva ad un tempo che egli si risvegliasse; affrettava col pensiero il momento di mirarlo negli occhi, di udirne la voce; eppure era ancora dubiosa se avrebbe avuto il coraggio d'affrontare tutta sola i suoi sguardi, e di rispondere senza tremare ad una sua dimanda. — Mistero del cuore umano, che non m'arresto a spiegare, poichè ognuno dirà di saperlo meglio comprendere che definire. Lotta di sentimenti ovvii e spontanei, onde si genera in noi quel dualismo di forze, che la filosofia degli antichi attribuì con troppo facile soluzione ai principii del bene e del male, che si contendono l'impero della nostra volontà.

Ma dove poteva esservi male in quanto operava Agnesina? Libera da ogni affetto che non fosse santo, nuova alle passioni che intorbidano la vita, ignara delle arti che insidiano la verginità della mente, accudiva al più nobile, al più santo dei doveri. Quell'interna commozione non poteva dunque essere un'avviso della coscienza fin allora incolpevole; era e doveva essere il presentimento del pericolo ancora lontano; l'istintivo e geloso amore della propria spirituale conservazione.

Un ultimo raggio di luce entrava dalla finestra socchiusa, e diradava debolmente le tenebre, in cui era immersa tutta la camera. Non bisogna omettere una circostanza, che vale, meglio che altro, a far conoscere lo stato del cuore della fanciulla. Al crescere della oscurità, l'animo di lei, che in tutt'altro ordine di cose si sarebbe affievolito, sembrava rinfiammarsi. Di pieno giorno, o sotto l'influsso di una luce artificiale, avrebbe durato in quella indecisione, che la stringeva all'inerzia: la solitudine ed il bujo le diedero animo ad un tentativo.

Il letargo dell'infermo era troppo protratto. Ella che credeva d'avere i mezzi per scioglierlo, rimproverò sè stessa di dappocaggine, se fino a quel momento le era mancato il coraggio d'adoperarli; ponendo ogni suo scrupolo sotto la salvaguardia della responsabilità che pesava su lei sola, tutrice in quel punto della vita e della salute d'un uomo.

Tolse quindi da un armadio una fiala di aceto medicato, atto a dare una scossa energica a' sensi intorpiditi; e versandone alcune goccie sul lembo di un pannolino, bagnò le tempie del malato, indi glielo porse sotto le nari. L'infermo, riscosso di colpo, aperse gli occhi, li girò intorno ed articolò alcune voci confuse. — Incoraggiata da quel successo, la fanciulla ripetè la bagnatura. L'occhio del malato parve riavere la facoltà visiva; il suo labro riacquistò la parola. Guardò, e vide: parlò, e chiese dove fosse. Ma la sua dimanda rimase ad un tratto sospesa. Colpito da un'estasi improvisa, egli fissava lo sguardo sulla donna di angelica bellezza, che si vedeva allato, di cui non sapeva spiegare la meravigliosa apparizione. Conscio d'aver la mente confusa e trovando nel séguito delle sue avventure un vuoto inesplicabile, ei dubitò di sè, de' suoi sensi; e credette sognare. — Con un movimento inavvertito levò allora un braccio, e corse colla mano agli occhi, per rimoverne la nebbia. Quel atto gli ridestò una puntura acutissima all'omero; il dolore della ferita gli fece trovare il filo degli avvenimenti; per esso gli tornarono alla memoria ad uno ad uno i terribili istanti, che avevano preceduto una densa notte piena d'inesplicabili sogni.

Quel dolore, per quanto aspro, lo confortò; poichè gli dava certezza d'essere vivo e sveglio. Stese la mano per assicurarsi della presenza di colei, che gli stava allato — Ah quanto fu lieto in accorgersi che non era un sogno! Egli toccò, egli strinse la mano d'Agnesina.

Se alcuna volta ci accade di vedere un incendio, che investa quanto ha vicino, e consumi quanto investe, la prima e la più ovvia delle domande è: — quale ne sarà stata la cagione? E per solito ci sentiamo dire che la più perdonabile delle trascuranze, la più lieve delle imprudenze generò quello spettacolo di desolazione. — Or bene: prima di entrare nella storia di un lungo ed infelice amore, torna a conto l'accennare il piccolo fatto che lo cagionò. Quando ci saremo arrestati un momento su di esso, e ne avremo calcolato la potenza e seguito il primo sviluppo, non accadrà che una passione, perchè nata per prodigio, sia accolta come un'invenzione da novelliere.

Quella stretta di mano a cui il conte ebbe ricorso per riaver fede ne' suoi sensi, e che la fanciulla gradì, perchè il rifiutarla era atto di scortesia discorde dall'innata gentilezza dell'animo suo, fu il primo e solenne pegno di un legame indissolubile.

Ma se l'estrema conseguenza di quell'atto fu una sola per entrambi, non doveva essere identica la prima impressione che esso preduceva su due cuori d'indole omogenea, ma ben diversi tra loro.

La sensazione d'Agnesina era un misto di rammarico e di dolcezza: questa vinceva quello solo perchè il bene, che ella provava, era inatteso. Le balenò nel cuore la speranza d'aver trovato ciò, che rassoda e completa un'esistenza già esperta di mancare d'alcuna cosa, senza sapere che domandare, ed a chi. — Quella momentanea gioja era però attraversata da una vertigine, che ravvolgeva il tutto nel mistero; e quel mistero le era penoso. — Provava ella l'ansia di colui che si accosta ad un pendío rapidissimo, su cui l'arrestarsi è difficile, più difficile il governare la corsa, impossibile il retrocedere; e cercava d'essere giustificata se, per legge di un destino ineluttabile, ella fosse discesa.

Ammirava sui nobili lineamenti dell'uomo, che le stava davanti, l'eroismo della carità spinto fino al sacrificio della vita; vi leggeva il valore temprato dalla mitezza, la sapienza congiunta alla semplicità, la bellezza rilevata dalla gagliardia. — Il caso, che lo aveva condotto nella sua casa, ed affidato alle sue sollecitudini, fu da lei interpretato come un decreto della providenza. Le parve infine che le cure, prodigate a lui sì felicemente, le accordassero, qual premio, il diritto di vegliar anche per l'avvenire alla sua incolumità.

Pensieri sì varii, sì nuovi, sì disparati s'incrociavano nella sua mente con una rapidità che rifugge alla più minuta suddivisione di tempo. — Ogni sentimento non si sviluppava solo e distinto, ma rimescolato cogli altri in un tutto, d'onde emergeva quello stato indefinibile, che è ad un tempo desiderio ed angoscia, gioja ed amarezza.

Ma non una parola escì da quel labro, non uno sguardo tradì l'interna lotta dei sentimenti. — Soltanto un lievissimo rossore le accese involontariamente le gote, ed anche quello svanì inosservato all'occhio discreto del cavaliero.

Costui, anche in altro momento e nella pienezza delle sue forze, avrebbe riconosciuta ed ammirata la beltà d'Agnesina. Il suo occhio penetrante avrebbe distinto sull'angelico volto di lei quel raro e sublime pregio dell'avvenenza, che, sotto diafani lineamenti, lascia trasparire le doti ancor più belle dell'anima. — Egli dunque l'avrebbe ammirata e compresa; ma tra le gravi sue preoccupazioni, in mezzo a tante cure, la memoria di una fanciulla non sarebbe stato il suo unico pensiero, nè avrebbe a lungo sopravissuto.

Riavendosi da una terribile scossa, rinasceva, direm quasi, ad una esistenza vergine e nuova; gustava il pieno uso de' sensi, il facile respiro, il ritorno delle forze come un dono lungamente desiderato. E colla vita non ricomparivano tosto le cure accigliate, i disinganni, le pene, che ne erano in addietro compagne inseparabili. Simile a chi ricupera la vista, vedeva la luce non le ombre, il bello non il deforme della natura.

Agnesina dunque appariva dinanzi a lui, come ad un adolescente, cui tutto sorride. La sua bellezza esercitava sovra sensi ringioviniti un impero assoluto. Lo stesso languore cagionato dal dissanguamento, quanto aveva tolto alle facoltà riflessive ed alla memoria aggiungeva alla fantasia, la quale, dopo una momentanea sosta, sembrava ripigliare maggior slancio e calore. All'occhio dell'infermo la fanciulla era la bellezza incarnata, alla mente di lui era la vigile providenza; la viva ed incontrastabile apparizione dell'angelo, che veglia alla nostra salute.

XXIII.

“Dove sono io?„ disse il conte, con più chiara parola, come se la dimanda fosse rivolta a sè stesso.

“Signore, voi siete a Campomorto, rispose Agnesina con voce debole ma soave; siete nella casa di un vostro servo. Poichè il cielo vi condusse qui, permettete che qui si compia il miracolo della vostra salvezza.„

“Sento, o madonna, che il cielo mi è propizio e lo benedico. Per quanto sia stato grande il pericolo, che ho corso, questo momento di calma me ne compensa ad usura. — È bello il potere smarrire un momento la vita, quando ci è dato riprenderne una nuova, che cancelli la prima, o solo la rammenti per convincerci che il cambio è tutto a nostro vantaggio.„

Queste parole, sotto cui si velava una condanna del passato ed un confronto colla situazione attuale, non ebbero risposta. — Ma il tacere di Agnesina non era assoluto silenzio. — Col capo chino, cogli occhi abbassati, sembrava invitare quella voce a ripeterle suoni tanto graditi. — E ciò avvenne ben presto.

“Non vi chiederò, o madonna, ripigliò il conte, di narrarmi che è accaduto. Sarebbe far violenza alla vostra virtù. — Voi mi direste il vero; ma non tutto il vero....„

“Come, o signore?„ proruppe attonita la fanciulla.

“Tacereste la più nobile, la più bella avventura di questa giornata.„

“Io non tacerò che il più potente signore è ad un tempo il più valoroso fra i cavalieri.„

Non si vuole passare sotto silenzio che in dire queste parole, l'occhio di Agnesina incontrò uno sguardo del conte, e che invano tentò sfuggirlo. — Un leggiero rossore le si effuse di nuovo sul viso; — la sua voce tremante svelò l'interna commozione. — Agnesina si pentì d'aver parlato.

Il conte, accortosi di quell'imbarazzo, ben lontano d'approfittarne, avrebbe volentieri troncato il discorso, se avesse saputo come e dove trovarne un altro. Ma un sentimento di modestia, non ripugnante ad un carattere virile e guerriero, non gli permetteva di accogliere, senza restrizioni, le lodi di una fanciulla. Il silenzio che teneva dietro alle parole di lei, aveva l'aria di una accettazione incondizionata. — Egli dunque così l'interruppe:

“Ricordandovi una nobile azione, io intendeva svelar quella che voi inconsapevolmente compite al letto dell'infermo.„

Agnesina, vedendo esserle ormai impossibile di sfuggire alla riconoscenza del conte, pensò di prendersi quella parte di essa che le era strettamente dovuta, raccontando per filo e per segno quanto accadde. — Solo una cosa ella disse di meno vero: e noi le perdoneremo. — Lasciò credere che i personaggi della corte si fossero allontanati dalla stanza solo un momento prima del suo risvegliarsi. Fece anzi di più, ed insistette, perchè le fosse permesso di correre a narrare a tutti la buona novella, e ad invitare i suoi intimi a ritornare presso il loro principe. Ma costui che leggeva nel cuore della fanciulla, e conosceva che timidezza soltanto e non timore le consigliavano quella proposta, gradì la gentile offerta, e nello stesso tempo ripigliò il filo del discorso, per impedirne l'esecuzione.

“Voi, madonna, pensate che que' messeri esulteranno all'udire che il loro signore sta meglio?„

“Credete, che il loro volto attestava il più grave cordoglio?„

“Non il cuore, o fanciulla;„ e pronunciò queste parole con un tuono così severo e deciso, che sembrava voler dire: non mi si parli oltre di ciò.

Anche avuto riguardo ai tempi, cui risale questo racconto, ci sembra di dovere affermare, che in queste poche parole vi era un'amarezza alquanto esagerata. — Ma il conte in faccia ad Agnesina cedeva, involontariamente forse, ad un consiglio del cuore, che gli apprendeva a mostrarsi dinanzi a lei sotto il punto di vista il meno lieto, poichè esso era il più favorevole alle sue speranze.

Si rimonti all'origine d'ogni forte passione. Il tratto di esistenza che precede il suo nascere suol essere colorito di tinte opache affinchè acquisti brio ed incanto, ciò che vi si sovrapone. — Un affetto che ponga radice in mezzo alle gioje della vita, è di solito un appetito de' sensi, ed è, come ogni appetito, fuggevole. E allora e poi importava al conte il far conoscere ad Agnesina, che le grandezze del mondo non rendono pago il cuore; che sebbene ogni volere altrui sembrasse piegarsi inanzi ad un suo cenno, egli, il principe, nutriva in larga copia, come il più misero de' suoi vassalli, desiderj incompiuti, ed amare delusioni. — Avrebbe voluto lanciare lungi da sè la maschera lusinghiera della potenza e dello splendore per mostrarle un cuore immiserito e desolato.

Tutto ciò era verità, ma era verità stata sempre nascosta agli occhi di tutti; perchè il conte sdegnava di mendicare la compassione altrui. — Se Agnesina, senz'arte alcuna, giunse poscia a raddolcire il suo orgoglio, gli è che dessa, senza pure saperlo, aveva già trionfato del suo cuore.

Sulla sera Canziana, a passo misurato trattenendo quasi il respiro, e portando una lucerna, cui faceva vèntola colla mano, entrava nella camera dell'infermo, ed accostandosi al letto di lui, diceva sommessamente ad Agnesina:

“E così?...

“Buona nuova, rispondeva l'altra....

“Tanto meglio, mille volte meglio. In questo punto è arrivato il medico di Pavia. — Magari ei fosse venuto qui a mettere polvere sullo scritto!„

Canziana, convien dirlo, non aveva gran concetto degli uomini della scienza, e soleva ripetere che le bestie sanno curarsi bene senza bisogno di medici e di argomenti. — Ella però voleva, diciamo anche questo, medicare co' suoi empiastri tutto il mondo, non eccettuata la gente sana.

Preceduto da' cavalieri e da' servi, l'archiatro entrava poco dopo nella camera del malato. E, per vero, egli aveva un fare sì tronfio ed insipido, da rendere scusabile la sfavorevole prevenzione della governante.

Buon per l'infermo, che la prima medicatura aveva già ottenuto il migliore risultato. Il medico si limitò dunque a regalargli qualche consiglio condito delle sue più gonfie parolone. — Volle sfasciar la ferita, esaminò, palpeggiò, soffiò e concluse che non v'era nulla a fare: ma si dolse in cuor suo, che gli fosse sfuggita di mano una bella occasione di far parlare di sè: “Peccato, mormorava tra' i denti, che non siavi nemmeno una vena rotta: io vi avrei applicato il mio diaspro, infallibile nell'arrestare le emorrogie. Peccato che i dolori sian calmi: sarebbe stato mirabile l'acquetarli di un tratto, ungendo lo stromento feritore con sangue di volpe.„ E simili altre corbellerie, che allora erano pigliate sul serio, anche dagli uomini serj. Ma rassegnandosi nel pensiero d'essere, anche malgrado ciò, compensato generosamente, augurò la buona notte a tutti, e si ritirò nella sua cella. Prima di addormentarsi però lesse una pagina di quel gran filosofo d'Avicenna, dove insegna che quanto si opera al mondo esiste già fuori di esso ne' moti e nelle idee degli astri. — “Tutto sta, aggiungeva egli, nell'aprir l'occhio a segno da veder fino lassù.„ Egli intanto li chiudeva entrambi ad un beatissimo sonno.

Ne' giorni seguenti la salute del conte progrediva di bene in meglio. I cavalieri erano licenziati, e se ne ritornavano a Pavia. Se ne andava pure il medico colla coscienza d'aver fatto molto, per la salvezza del principe e pel bene della patria. Due valletti soltanto dividevano colla castellana e colla governante le cure del convalescente.

XXIV.

Il conte ebbe altre occasioni di parlare da solo a sola ad Agnesina. Egli si valse di tali colloquii per ringraziarla dell'ospitalità ricevuta, per benedire la sorte che lo aveva condotto presso di lei, per esporle nel modo il più schietto qualche episodio della sua vita. — Ma in ogni parola stava l'anima sua. Lodasse la calma presente, o rimpiangesse il funesto passato, Agnese era sempre la mistica eroina de' suoi concetti.

“La più bella virtù di una donna, le diceva un giorno, è la pietà; il più bel pregio della virtù è l'ignorare sè stessa. — Perdonate, o fanciulla, se parlando io oso distruggere questa incantevole inscienza de' vostri meriti; perdonatemi, perchè io non ho il coraggio di tacere e di sembrare un ingrato.„

Un'altra volta, rammentandole il modo un po' brusco col quale aveva interrotte le sue parole a proposito de' cortigiani, — “Agnesina, le diceva, vi parrà strano che, in mezzo a tanta dovizia, io sia solo ed abbandonato come il più misero de' mortali. — Eppure la cosa è così. — Non prestate fede al commovente cerimoniale, con cui fu festeggiata la mia salvezza.„

Agnesina commossa non dissimulava un amaro cruccio nell'udire tali parole. La comprese il conte, e ripigliò:

“Non crediate già, che io metta tutto in un fascio. Il porre in evidenza il male è rendere omaggio al bene — Dei buoni parleremo poscia; ma per trovarli bisognerà escire dalla cerchia di coloro, che mi strisciano intorno.„

“Ma perchè vi circondate di tali persone, quando altre ve ne sono, che vi amano davvero?„, soggiunse la donzella con calore.

“Chiedetelo a vostro padre, all'integerrimo Maffiolo. Egli fu sulla soglia della casa Visconti, ma se ne ritrasse; e perchè il fece a tempo, portò seco quanto aveva di più prezioso: la sua onestà.„

“Allora permettetemi che io dica che voi siete bene a compiangere.„