Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 7

Chapter 73,767 wordsPublic domain

Il cinghiale non rendeva la sua preda, nè si apprestava a difenderla; ma fuggiva dinanzi ai passi della donna, eludendo i suoi tentativi, col piegare ora a destra ora a sinistra, come meglio gli tornava conto.

Il bambino, squassato brutalmente ad ogni moto subitaneo di chi lo portava, vagiva a far pietà. La madre all'udire que' lagni, raddoppiava d'ardore, di coraggio, di proposito: tentava per vie indirette di raggiungere e di sorprendere l'avversario: di tratto in tratto, e come glielo consentiva l'ansia mortale di quella corsa, metteva strida, per spaventare la fiera, o per chiamar soccorso. — Ma la fiera le trottava sempre davanti, e non si lasciava avvicinare, — Il bosco era o sembrava deserto; nessuno rispondeva alle grida della desolata.

Ad un certo punto, s'apriva tra gli alberi uno spiazzato, cui mettevano capo varii sentieri. Per uno di essi il cinghiale vi giunse tutto trafelato; ma vistosi allo scoperto e meno sicuro di sè, s'arrestò, quasi volesse retrocedere e rintanarsi nel più fitto della foresta.

D'improviso un nitrito alto e penetrante ruppe quell'angoscioso silenzio. — Il cinghiale vi rispose con un grugnito profondo; la donna con un battere più libero del cuore, con un respirare più largo, che le annunciava il ritorno della speranza.

Ma incerti l'uno e l'altra non movevano passo. A quel primo avviso altri ne seguivano, e meno dubj, dell'avvicinarsi di un cavallo. La sua zampa ferrata risuonava anche sul terren disfatticcio; e le intricate viuzze del bosco non gli facevano sospendere un passo ritmico e veloce.

La donna spingeva lo sguardo verso quella parte del bosco, da cui arrivava l'annuncio di un probabile soccorso.

Non era illusione. — Il calpestío continuava, e si faceva sempre più distinto. L'occhio non tardò a farsi garante di ciò che l'udito aveva scoperto. Cominciò ella infatti a discernere da lontano fra i fusti e le foglie, un non so che di colorito e di mobile, che a tratto a tratto si mostrava e spariva. Quello screzio andava di mano in mano assumendo forma, finchè apparvero in tutta evidenza i colori vivaci di un'assisa da cavaliero, il muso bigio del leardo, il bagliore de' fibbiagli e delle armi.

“Oh Vergine santa! sclamò ad alta voce la donna, facendosi incontro al ben arrivato, e stendendo verso lui le braccia in atto di chiedere soccorso. — Accorrete o messere, presto, accorrete. Per pietà, per le anime de' poveri morti, abbiate compassione di noi...„

Non fa d'uopo che si dica chi fosse quel cavaliero; ognuno l'ha già riconosciuto.

Smarrito nel bosco e condotto, per caso od in balía de' suoi pensieri, lungi dai cortigiani, il Conte di Virtù andava in traccia di un sentiero per ricongiungersi a' suoi, quando le grida lo fecero avvertito di un vicino pericolo.

Fantasticando nella ricerca della cagione più probabile di quell'allarme, gli balenò súbito alla mente il sospetto, che alcuno fosse alle prese col cinghiale. — Diè di sprone al cavallo verso quella parte, attraversando il bosco con quanta celerità gli era consentita dalla sua foltezza, e non curando il continuo flagello dei rami che gli sbarravano la via. Giunto sullo spiazzato, vide che non s'era male apposto, e d'un salto fu a terra.

Il leardo, avute le redini sul collo, non abusò della libertà accordatagli; s'arrestò, e levato alto il capo, parve cercare collo sguardo il suo padrone e richiamarlo a sè con un nitrito.

XIX.

Volgere le offese contro il cinghiale, tenergli dietro, assalirlo, ucciderlo, erano cose facili a chi aveva prontezza d'armi e di coraggio. — Ma nel caso presente, perchè la vittoria non venisse sfruttata, o perchè non costasse troppo cara, ci voleva assai più tattica che valore. — Il nemico traeva seco nella ritirata un prezioso ostaggio.

Il conte, a tale considerazione, moderò il passo, ed accennò colla mano alla donna che facesse sosta, prevedendo che la fiera, riavutasi dal momentaneo turbamento di un'aggressione, avrebbe obedito alla sua inerzia naturale. — E infatti, al cessare d'ogni movimento, s'avviò dessa colla sua ordinaria lentezza nel bosco, trascinando seco e sempre allo stesso modo, la preda. — Il cavaliere, tenendo fisso lo sguardo a quel punto in cui il fruscío de' rami e l'ondulazione degli arbusti accusavano il passaggio del cinghiale, legò in un attimo il cavallo ad un albero, impugnò l'asta, ed avvicinatosi alla donna, le disse sommessamente: “coraggio.„ — Poscia lesto, in punta de' piedi, evitando ogni strepito, diede una giravolta; e, per una via più lunga, si diresse verso quella parte del bosco, dove, a suo intendimento, erasi nascosta la fiera.

Con arte finissima si era questa collocata in una posizione quasi inespugnabile, acquattandosi ai piedi di una quercia due volte secolare, entro un covo formato da una siepe di radici contorte e scalzate. Il principe, poichè l'ebbe veduta, non l'affrontò, essendovi troppo grave pericolo per la vita del bambino, che giaceva a terra presso le zampe dell'animale; ma valendosi di quella teoria, che abbiamo udita dalla bocca del guardacaccia ad istruzione di un male esperto, studiava il modo di costringere l'avversario ad un movimento di fianco, che gli permettesse d'impadronirsi anzitutto della preda.

L'asta che egli impugnava, come tutte le armi che servivano a tal genere di caccia, aveva una lama acutissima fatta a zagaglia; tagliente cioè da un lato, dall'altro fornita di spine lunghe e ricurve, a guisa delle frecce de' selvaggi, che, penetrate nel corpo, non possono ritrarsi dalla ferita senza squarciarne orribilmente i margini. Con ciò e col mezzo di uno spuntone più lungo e del pari ricurvo, che esciva dal collo della lama dove la cocca bipartita in due branche si stringeva al troncone, diveniva cosa meno difficile il ferire l'avversario nella parte opposta a quella in cui si trovava il feritore, e trarlo nell'inganno di cercare il nemico dov'egli non era. Tale maneggio, inutile forse colle altre fiere d'ordinario più snelle, dava tempo a preparare nuove offese contro questa, sempre tarda ed impacciata ne' suoi movimenti.

Il conte vedeva adunque il cinghiale; ma questo non si accorgeva di essere veduto. — Il primo, s'avanzava pian piano, guardandosi dal tentare offesa, che non fosse un colpo sicuro. L'altro, interamente ricomposto dalla fiducia di trovarsi solo, vagheggiava in uno spensierato riposo la squisitezza della rara ghiottornía che s'aveva dinanzi; fiutava cupidamente il bambino, e ne leccava i panni e le carni. La creatura, appena fu deposta a terra, riavutasi dagli squassi sofferti, cessò dal piangere.

Poco lungi, sulle pedate del suo difensore, levavasi la madre in punta de' piedi, drizzando, fin dove era possibile, lo sguardo per indovinare che avvenisse. — Lo sgomento d'alcuni istanti prima erasi cangiato in un'angoscia più profonda ma meno disperata.

Quando il conte fu discosto dal cinghiale non più che la lunghezza dell'asta, si arrestò. Prima che il cinghiale levasse il capo, egli stese il braccio, drizzò l'asta, la fece scorrere sopra il dorso della fiera senza punto toccarla, poi, inclinatala con prontezza, la percosse ai lombi collo spuntone; ma il fece sì leggermente che potè ritirar l'arma all'istante.

Scoppiò a quell'atto la mal repressa rabbia della belva. — Al sordo grugnito fece succedere uno strido furibondo, che echeggiò nella foresta. Spalancò le fauci, corrugando il labro superiore e componendolo ad una smorfia, che pareva il sogghigno di un demonio; poscia, poggiandosi fortemente sulle zampe anteriori, e curvando il dorso colla scorrevole pieghevolezza di un verme, si voltò verso quella parte da cui credeva venirle l'offesa.

Approfittò il conte di quel movimento per far due passi in avanti, stendere una mano e sollevar da terra il bambino. — Impadronitosi della preda, retrocesse fino ad incontrare la madre; la quale tosto raccolse nelle braccia la cara creatura: con qual gioja, con quante benedizioni lo pensi il lettore.

Il cinghiale, non appena s'accorse dell'inganno, meditò la vendetta. Quatto quatto, a passi misurati, strisciando il ventre a terra, si fece incontro al suo nemico; e quando gli fu vicino, sostò di bel nuovo, accosciandosi un istante in atto di misurare un salto. Il furore aveva dato a quel pigro colosso una precaria agilità: un momento ancora, ed esso avrebbe investito con tutte le forze delle sue membra, e coperto con quanta era la sua mole, il corpo dell'avversario.

Ma il conte che lo dominava per l'altezza della statura, per l'agilità delle membra e per l'imperturbato impero dello sguardo, non pose tempo di mezzo, e, côlto il destro in cui la belva alzando il muso gli presentava indifeso il petto, vibrò di bel nuovo l'asta, e tentò colpirlo nella regione del cuore. — I muscoli di ferro di una tigre sarebbero stati squarciati da quella lama egregiamente temprata, scossa da un braccio robusto ed intelligente; ma la cotenna di quella belva estinse il colpo, opponendovi la resistenza tutta propria, ad una sostanza molliccia e sfibrata. — Il ferro rimase quasi innocuo nelle cellule della pinguedine, ed il cinghiale, irritato ancor più dal dolore della ferita, si preparò a slanciarsi, con maggior impeto e con ira indicibile, contro il suo feritore.

Importava al conte d'aver libera l'arma, e non poteva ritrarla; gli uncini, ond'era sparsa la costa della lama, si piantavano ne' margini adiposi ed escrescenti della ferita.

La forma e la tempra velenosa di quell'arma rendevano certa la morte di chiunque ne fosse tocco a sangue; ma l'effetto de' suoi colpi non era immediato. — Il conte non ripetè più che una volta il tentativo di ritirare la zagaglia. Vedendo che a quelle scosse il cinghiale si contorceva orribilmente, e mandava strida spaventevoli, senza punto scemare le minacce, pensò che fosse più saggia cosa l'abbandonare il troncone e metter mano al pugnale. — Egli previde, ciò che infatti avvenne.

Consisteva quel pugnale in una lunga lama fina e forbita, di sezione triangolare, tagliente sul filo ed acutissima. Una guardia di acciajo lavorata a trafori proteggeva l'impugnatura, coperta d'una guaina di cuojo granito, che ne rendeva più fermo e facile il maneggio. — Esciva essa dalla più famosa officina degli _spadari_, e portava l'impronta della maestranza sul principio della lama. Più avanti, in mezzo a' bizzarri ghirigori tracciati a niello, erano scolpite in caratteri greci le parole: _in te vincam_. Quell'arma aveva la sua storia. — Era stata l'indivisibile compagna di Galeazzo, padre del Conte di Virtù, allorchè militò in terra santa; e la portava al fianco quando nel 1343 fu insignito del cingolo militare in Gerusalemme. — Ad essa, in più occasioni, egli fu debitore della vita. — È fama, che tiepida del sangue di un infedele, fosse dal novello cavaliere deposta sui gradini del santo sepolcro, e che da quell'atto di pietà ritraesse il privilegio di rendere incolume chi la portava. Reduce dalla Palestina, Galeazzo l'affidava ad un artefice di Damasco, perchè v'incidesse quelle parole di buon augurio.

Il conte indietreggiò alcuni passi per calcolare la portata degli strani e convulsi movimenti della fiera. — Questa ora s'ergeva sulle zampe posteriori, ora s'appiattava, ora balzava di un tratto da un posto all'altro, soffiando, grugnendo e mordendo il troncone dell'asta. Anzi in quella foga, cui la spingeva un improvido istinto di liberarsi da quella puntura, non faceva che inacerbirne gli strazii; e con essi crescevano, se pur era possibile, i furori. — L'asta, abbandonata dalla mano del cavaliere, strisciava a terra dalla parte dell'impugnatura. Ad ogni movimento retrogrado della fiera, essa scorreva indietro radendo il suolo, e ad ogni sua spinta in avanti, trovando nel terreno una resistenza invincibile, si configgeva nelle carni, approfondiva e lacerava la ferita. Imaginate quale strazio; quanto furore!

L'estremità del male sospinse la belva ad un estremo tentativo. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, le membra convulse e palpitanti, le zanne atteggiate a mordere, ed insozzate da una bava cruenta. — Non potendo correre di fronte, per non rinovare le trafitture, spiccò con una agilità felina un salto, e vi impresse tal impeto, che dominò d'un tratto la posizione del suo avversario. — Il peso della sua mole e il movimento impresso dal furore compivano involontariamente l'atto aggressivo.

Il cinghiale si gettò, o meglio cadde come corpo morto, sulla persona del conte, e lo stramazzò. Ma cadendo costui, volle fortuna che il braccio dritto gli restasse libero. Strinse egli allora il pugnale, e vibrandolo di tutta forza, glielo ringuainò fino all'elsa tra te coste. Ben s'avvide quanto gli costasse cara la vittoria; ma non si perdette d'animo. Stretto fra le branche della sua vittima, cui i spasimi dell'agonia davano un vigore fittizio, sentiva lacerarsi a brani il giaco di cuojo, le sottovesti e i lini; gemeva sotto un peso insopportabile che gli toglieva il respiro; soffocava dalla nausea di un alito fetente; sentiva effundersi sulla nuda carne delle spalle e del viso la sanie sanguinosa, che la fiera eruttava: ei vinceva, e moriva ad un tempo d'ansietà, di schifo, di terrore. E non era tutto; l'animale boccheggiante non aveva compiute le sue vendette.

Alla mostruosa ampiezza della sua bocca, la spalla denudata di un uomo era un nonnulla. Egli la coprì delle sue labra, la strinse tra le zanne come in una morsa di ferro; squarciò la pelle, s'addentrò nelle carni, trafisse i muscoli, fino a far scricchiolare le ossa. Dopo ciò, bevve un largo sorso di sangue, diè i tratti, e spirò.

Il conte, che fino allora non aveva abbandonata l'elsa del pugnale, e lo scuoteva per inacerbire la piaga del suo avversario, dovette alla fine cedere agli insopportabili spasimi della sua ferita. Oppresso da un peso enorme, che gli toglieva il respiro, indebolito dalla perdita del sangue e dallo strazio delle carni, si sentì venir meno le forze. Una nube gli velò la mente; un pallore mortale gli si effuse sul volto: tentò invano di chiamare soccorso; chiuse gli occhi, e svenne.

XX.

La donna, riavuto il suo bambino, non mise il cuore in pace, prevedendo che il modo con cui esso le veniva restituito, era il principio, non lo scioglimento della questione.

Non aveva essa armi o forza, nè possedendone, avrebbe saputo impiegarle. Ma la sua mente, poichè ebbe diretto a Dio un atto fervidissimo di ringraziamento, scese alla realtà delle cose che le si paravano dinanzi, e si agitò dolorosamente vedendo il suo liberatore caduto in quello stesso pericolo, dal quale egli aveva poco prima, con tanto coraggio, sottratto un'altra vittima. — Pregava quindi il cielo, che la illuminasse sul modo più acconcio a soccorrerlo.

Con occhio fisso ed attonito aveva assistito a quella scena di calma provocante, che precedeva la lotta. Dalla fermezza del conte aveva tratto buon augurio per lui; quando vide scorrere un rivo di sangue dal petto del cinghiale, credette confermato il suo presagio. — Ma non tardò ad accorgersi dell'inganno. Allorchè la fiera con quel furore, che abbiam tentato descrivere, si scagliò moribonda sul suo avversario e lo stese a terra, la povera donna mise un grido, e, volte le spalle ad uno spettacolo cui non le durava la vista, corse, come disennata, nel bosco chiamando ajuto.

Un branco di que' cavalieri che, come si è detto, errava in traccia del suo padrone, udì quelle grida, ed entrò in sospetto di qualche serio avvenimento. Ognuno di essi, libero di sè o chiamato a dare il suo parere a quattr'occhi, avrebbe deciso di non badare a tanto; ma nessuno osava proporlo: quanto a coraggio, mancava loro fin quello della viltà francamente e publicamente professata. Il perchè, tutti proseguirono la via battuta; attratti, per dir così, dalla voce della sventura; ma silenziosi, col broncio sul viso e colla paura nel cuore.

Quando alla fine, dopo breve corso, comparve dinanzi a loro la donna, l'animo di que' prudenti, scorgendole in volto i tratti di un'angoscia mortale, non si rasserenò. — Una serie di domande piovve su lei; “Che è? che avvenne? a che quelle grida? parlate in nome di Dio...„

La donna, come meglio seppe e come glielo permetteva il turbamento dell'animo, raccontò il fatto. E benchè la sua narrazione fosse talvolta prolissa, tal altra insufficiente ed interrotta, l'essenziale d'un grave pericolo per un cavaliero, apparve come una verità incontrastabile, alla quale non era lecito rispondere in altro modo che coll'accorrere prontamente al soccorso.

Giunti sul luogo del combattimento, videro quello che già sappiamo. È inutile descrivere le impressioni cagionate da quello spettacolo sull'animo di ciascuno. — Il timore non era svanito del tutto; in molti rimaneva il sospetto che la morte del cinghiale fosse apparente. Anche sulla sorte del conte s'arrestava il pensiero de' cortigiani, e si mesceva a un doloroso dubio. La sua disgrazia reclamava il rimpianto di tutti quelli, che credevano impossibile trovar un ozio più beato e più pingue. — Tutti facevano corona al corpo esamine; e ciascuno, affettando un'aria mesta e compunta, voleva farsi credere il più fido ed affezionato de' suoi servitori.

Due canattieri si fecero avanti per liberare il conte dall'enorme peso che lo schiacciava. Vi si avvicinarono cautamente, coi coltelli impugnati, pronti a ferire se la belva avesse dato segno di vita.

Ma non vi fu bisogno d'altro che di braccia vigorose per levare da terra il cinghiale, e sciogliere le strette, con cui s'era avvinghiato alla sua vittima negli ultimi momenti della lotta — Le branche della fiera ancora tiepide, conservavano l'inflessibilità che loro era stata impressa dal furore convulso, che precedette la sua morte.

Sciolto il nodo e gittata in disparte la fiera, i cortigiani, dando ancora più rilievo al loro aspetto pietoso e commosso, si avvicinarono al conte per prestargli soccorso, se pur non era troppo tardi.

Lacero, insanguinato, colla testa cadente all'indietro, giaceva egli in una fanghiglia rosseggiante. Il volto avea livido, l'occhio socchiuso, le guance infossate da una magrezza improvisata dagli spasimi. — Da un ampio straccio praticato nelle vesti, vedevasi a nudo la ferita, contornata da grumi, in mezzo ai quali gemevano stille di sangue ancor rosso e tiepido.

Era quello l'unico sintomo di vita. — Uno de' suoi, inginocchiatoglisi a' fianchi, gli pose una mano sul petto e gli cercò il cuore. I compagni, collo sguardo fisso nel volto dell'esploratore, aspettavano una decisione suprema, e dalla faccia di lui sparuta, mesta, solcata da rughe, che esprimevano nel modo il più solenne la gravezza di quell'istante, s'atteggiavano ad un aspetto di dolore, che forse era troppo uniforme per sembrare del tutto veritiero.

Ad un tratto, il viso di colui si rasserenò, le labra dianzi spenzolate si rialzarono, le profonde rughe della fronte sparirono; il suo aspetto sembrò porre una riserva alla sentenza pronunciata poco prima con una taciturnità troppo eloquente. — Levò lo sguardo, e con ippocratica gravità disse agli astanti. “Il cuore batte: sì leggiermente però, che sembra vicino ad arrestarsi del tutto; presto, togliamolo da questo luogo, ed affrettiamogli i soccorsi dell'arte.„

XXI.

Mezz'ora dopo, un convoglio di cavalieri preceduto da una bara, formata da rami d'albero spiccati di fresco, entrava nella corte del Castello di Campomorto. Era steso su di essa il Conte di Virtù. Dal suo volto era sparito quel lividore cagionato dal peso, sotto cui dianzi soffocava. Una pallidezza trasparente annunciava il ritorno alla vita ed il ravviato corso del sangue.

Un cavaliere gli reggeva la testa; un altro, premendogli leggermente i polsi, li consultava ad ogni tratto, assicurando i compagni, essere ormai rimosso ogni sospetto di morte. — Quanto alla ferita non era lecito pronunciare; certo ella doveva essere gravissima. Le pedate della comitiva erano distinte da continue stille di sangue, che dopo avere inzuppati i lini, in cui era avvolta la ferita, piovevano dalle foglie, onde, era tessuta la bara.

La notizia della dolorosa avventura precedette al castello l'arrivo dell'ospite. — Agnesina, compresa da pietà e da ammirazione verso chi aveva esposta la sua vita con tanto coraggio e con sì prodigioso successo, si chiamò fortunata di potere essere utile ad uomo che soffre. Il cuore della fanciulla era troppo franco e sicuro di sè, perchè, anche in faccia ad un impegno sì nuovo ed improviso, potesse nutrire il più lieve imbarazzo, la più piccola timidezza. — Ella medesima, ajutata da Canziana, allestì con ogni sollecitudine un letto nel migliore appartamento; poi andò incontro al Principe, che, ancora fuori de' sensi, veniva trasportato sulle braccia de' suoi, nell'interno del Castello.

Intanto che lo si poneva a giacere, uomini a cavallo correvano a spron battuto sulla strada di Pavia e di Binasco in cerca di medici e di persone dell'arte — Fra la gente del séguito era un arrabbattarsi continuo, una foga di correre e di chiedere, una gara di servigi, quanto solleciti altretanto inopportuni. — Gli uomini del contado strabiliavano ad udire il fatto; e si dolevano di non essere accorsi in aiuto dell'eroe. — Le comari proponevano rimedj d'ogni specie, erbe, bibite, balsami d'effetto sicuro, il tocca e sana d'ogni male: e ciascuna di esse aveva una serie di prodigi da raccontare a rinforzo della proposta: peccato che in quel parapiglia non si trovasse un orecchio che avesse pazienza d'ascoltarle.

Agnesina e la sua governante (ma più quella che questa) conservavano in mezzo al trambusto un contegno alieno da ogni smargiasseria — Volevano essere operose, e perciò cominciavano dal mostrarsi calme. La nobile presenza della donzella impose silenzio ai garriti delle donne, alle vanterie dei contadini, alle verbose sollecitudini de' cortigiani. Vedendo che costoro s'inchinavano dinanzi alla sua dignitosa bellezza, credette poter giovarsi di quest'atto di riverenza per chiedere loro d'essere introdotta nella camera dell'infermo, proponendosi di vegliarlo fino all'arrivo dei medici.

Agnesina (lo abbiamo detto nel parlare della sua infanzia) era, pe' suoi tempi e fra le donzelle sue pari, un prodigio di sapere e di cultura. — A quei dì l'arte salutare, studiata e praticata in grande nelle scuole e nelle corsìe degli spedali allora nascenti, era ne' luoghi lontani dalla città interamente abbandonata agli empirici, che, con nessun'altra dottrina fuor quella di una pratica grossolana, riescivano non infrequentemente a strappare qualche vittima ad inevitabile morte.

La necessità pertanto di giovare a sè ed a' suoi, quando e dove non era facile l'aver soccorso dagli altri, impegnava ognuno a farsi pratico nella cura de' mali ordinarii e di più facile guarigione. — L'ignoranza ed i pregiudizii del popolo furono sempre favorevoli a questo contrabando della scienza; ed anche in oggi il vulgo, pronto a deridere i serii dettami della dottrina, perchè non v'intende nulla, accoglie di buon grado le più assurde e le non meno misteriose prescrizioni di un cerretano o d'una femminetta; forse perchè l'ignoranza è dote comune fra loro. — E siccome l'empirismo, nella maggior parte de' casi, si giova di sostanze semplici ed innocue, così ogni suo prodigioso successo non è altro che un tributo di lodi alla natura, che, abbandonata alle proprie forze è, soventi volte, medica esperta di sè stessa.

Anche Agnesina aveva studiato i _semplici_, e dalla applicazione di essi otteneva spesso i più felici risultamenti. Vivendo gran parte dell'anno in mezzo ai poveri campagnoli, conosceva quale suol essere la causa principale de' loro malanni; e alcuna volta seppe rimoverla e prevenirne le conseguenze; più spesso giunse ad arrestarne il corso. La carità era il suo sovrano rimedio, la panacea infallibile che rilevando il povero dal suo languore, distruggeva il germe di malattie insanabili e di morti premature.