Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 6

Chapter 63,842 wordsPublic domain

Una parte della comitiva accettò di buon grado la proposta, e si rimase; l'altra, punta dal desiderio di vedere la fine della partita ed animata dall'esempio del principe, mosse con lui alla più vicina escita del parco, e di là si sparse nella campagna. I valletti intanto colla voce rabbonivano i cani; ed i capi della caccia meditavano un nuovo piano di attacco.

Dall'uno all'altro campo, da questa a quella foresta corse la comitiva per molte miglia, lasciando dietro a sè casali, borghi, castella, senza venir a capo di nulla, finchè toccò la terra di Campomorto, nel luogo, ove, come si è detto, fu veduta dalla bella castellana.

La cavalcata, docile da principio ai comandi nella speranza di un incontro, e nell'interesse di un buon esito, percorreva poscia quelle vaste e verdeggianti praterie sciolta, sbandata, divisa per gruppi a due a tre, che ragionavano di tutt'altro, che di caccia. Discorsi leggieri e piccanti, su questo o su quel argomento, tenevano luogo dei frustrati diletti: ma non andò molto che frasi languide e comunali, un dialogare frammezzato da lunghi silenzii, o meglio un silenzio assoluto appena interrotto da parole insignificanti, davano a vedere, che la lena era sfiancata, e che in sua vece andava crescendo la noja del correre senza scopo e senza frutto.

Anche le grida de' canattieri e l'abbajare de' cani, e i lazzi buffoneschi del servidorame, cedevano una seconda volta al generale silenzio: l'unica protesta possibile a quella turba; perocchè nessuno avrebbe in altro modo osato dire al suo signore essere tempo di smettere un'impresa, ormai riconosciuta vana. — Ed anche tale protesta veniva sfruttata dalla momentanea lontananza del conte, che a caso o ad arte, per capriccio o per dimenticanza di sè, errava chi sa dove, lontano da' suoi, in balía de' suoi pensieri e dell'instancabile suo leardo.

“E il conte? dove è il conte?.... è avanti? è rimasto indietro? se n'è ito? ci ha piantato?„. — Tali erano le parole che corsero sulle labra di tutti, appena fu avvertita la mancanza di lui. Era questa per taluni una semplice interrogazione, per altri un logico argomento a conchiudere, non esservi più nulla a tare, e potersene ognuno ritornare pe' fatti proprii.

“Sarebbe bella, prese a dire un tale, a cui la docilità cortigianesca non aveva fatto dimenticare l'abitudine tanto accarezzata degli agi consueti: sarebbe bella che, dopo aver corso invano sulle peste del selvaggiume, ora dovessimo affannarci a cercare i cacciatori.„

“Sua Signoria, soggiunse un altro, ponendo prontamente un correttivo su quelle parole, che racchiudevano un confronto poco rispettoso, non può essere lontana da noi: e la fosse, è dover nostro di stargli ai fianchi.„

“Si suoni a raccolta, interruppe il primo per tagliar la questione; Sua Signoria ritroverà sùbito il cammino smarrito.„

“Che Dio ci guardi da una simile sconvenienza! volete che egli si disturbi a cercare de' suoi servi? tocca a noi ad andargli incontro. Non più indugi, che l'ora è già tarda. — Voi (ed indicava un gruppo di cacciatori) pigliate la destra; voi (e ne accennava un altro) battete a manca: il rimanente pel bosco; animo, messeri, si tratta del principe.„

E la comitiva, scomposta a brigatelle, s'avviò senza aggiungere parola, sulle vie designate.

Il cortigiano poltrone trovò il da fare anche per se: “È necessario, osservò egli, che qualcuno s'arresti sul luogo, _caso mai_, il principe passasse di qua.„ Ed egli e qualche altro fannullone pari suo si tolsero il difficile incarico di rimaner al rezzo, aspettando l'occasione poco probabile d'avere qualcosa a fare.

“Vedete, cavalier mio, soggiunse uno de' cortigiani al suo vicino, correndogli sulle orme e pronunciando a spizzico le parole come lo comandava il sussulto dell'ambiadura, quel messer Santagio se ne sta colle mani in mano; e poi gli udremo dire, che senza di lui...„

“Pur troppo, ripetè l'altro non senza un po' di stizza, sempre il primo a farsi avanti per accattare; sempre l'ultimo quando vien l'ora di snighittirsi...„

“Dio gli perdoni la sua sfacciata poltroneria: quel che mi rode è il vedere come egli giunga a farsi credere il più zelante, il più destro tra noi — egli, che quando ha il corpo satollo, ha l'anima consolata. — Oh vorrei vederlo pentito d'essere rimasto colà! — Spenderei un occhio, perchè mentre noi andiamo in traccia del conte, il cinghiale venisse a cercar di lui.„

“Ah, ah, interruppe l'altro gavazzando, che bel spettacolo il vederlo, messer Santagio, appollajato su un albero!.. „

Ma non appena ebbe dette queste parole, egli si pentì di godere del male altrui. Represse quella risata come una bestemmia escitagli in fallo, e soffermandosi di colpo, fissando in viso il compagno, riprese con un tuono sommesso e piagnoloso:

“Ma se quel brutto incontro toccasse invece a noi: a noi sì scarsi e sì sprovisti....„

“Impossibile....„

“Impossibile! non vi comprendo.„

“Il conte ci precede, n'è vero? state certo che fin dove si spinge il conte non vi è, nè vi può essere nemmanco il più lontano sospetto di un pericolo.„

“Manco male, conchiuse l'altro rasserenandosi. Il conte è uomo prudente „ — ed, appoggiando sulla parola, amiccò il compagno con un fare, che voleva dire: se egli non ha paura la dobbiamo aver noi?

Queste parole insulse scambiate fra due insulsi individui, non dovevano sfuggirci, perchè feconde di una doppia osservazione.

La prima affatto generale ci fa conoscere, che la greggia de' parassiti, cresciuta all'ombra delle sommità sociali, fu, è, e probabilmente sarà in ogni tempo, eguale a sè stessa. — Mansueta fino alla pecoraggine in faccia ad un padrone, ha artigli e zanne per dilaniare un suo pari. — Vile dicontro al pericolo, trova nel fondo dell'anima tutto il coraggio del livore e dell'odio nei momenti di tregua. — Trista ed astiosa, essa fa guerra agli inferiori colla superbia, agli eguali colla maldicenza, a chi le sta al di sopra coll'ingratitudine.

L'altra tutta speciale al caso nostro ci guida a conchiudere che Giangaleazzo era riescito a meraviglia a trarre in inganno sul suo conto coloro che lo spiavano da vicino. Il giudizio sfavorevole pronunciato da quelli stessi, che strisciando nella polvere gli giuravano sul viso ossequio, per poi metterlo in canzone dietro le spalle, varcava indiscretamente le soglie della corte, e addormentava i prìncipi emuli o rivali nella placida confidenza, che nulla avevasi a paventare da lui, tutto da lui si poteva ottenere.

XVI.

Al lato opposto della foresta, lontano dal luogo su cui si separavano que' gentiluomini, il terreno presentava un profondo avvallamento, vecchio lavoro delle acque che, nello imperversare delle stagioni, ivi affluivano copiose ed irrompenti.

Non erano radi in allora gli esempi d'inondazioni parziali e disastrose; perocchè le acque dell'alto piano non defluivano dapertutto, come oggi, con sistemata misura e per numerosi canali; nè si usufruttavano con tanta economia a fecondare le nostre campagne.

Tal fiata in quel burrone travolgevano esse con tremendo rovinío alberi poderosi, frantumi d'abituri o suppellettili; ma, non appena il cielo si faceva sereno, tornavano a correre pure e placide sul fondo dell'alveo. — Ne' tempi calmi non rimaneva altro testimonio della potenza loro, fuorchè la riva scoscesa, dimagrita dalle corrosioni, fin sul vivo della ghiaja, qua e là collegata da una rete di radici, che ne facevano una diga inespugnabile. Contr'esse si sfogava tutta l'ira del torrente squassandole e torcendole talvolta come fuscelli; gli sterpi, invece, ed i fruttici, cresciuti su più dolce pendio, sopravivevano alla burrasca, rilevati quasi ed inorgogliti dalla superata fortuna.

A conti fatti, era quel rigagnolo un gran beneficio per gli abitanti del contado, che perciò solevano chiamarlo la _providenza_. Infatti, dove era rapido, per mezzo di gore, metteva in moto le macine; dove l'alveo era più espanso, serviva ad abbeverare i bestiami, a trarre acque per gli usi domestici, a spurgar lini o masserizie.

Un giorno, quel giorno della caccia, sulla bassa ora scendeva una contadina da un sentiero a scaglioni al guazzatojo per lavarvi le sue misere biancherie. — Camminava essa lentamente, come glielo consentivano il peso del paniere che reggeva da una parte, e l'agitarsi d'una vispa e paffuta creatura, che si portava in collo dall'altra.

La poveretta non aveva altro bene al mondo, che quel suo bambino; nè l'indulgenza materna la rendeva cieca, poichè per verità egli era sì bello e vivace da far superba a buon dritto una donna più di lei fortunata. — Ma quella esistenza parassita e già sì robusta logorava le forze della buona madre. La faccia sbattuta di costei portava nelle rughe premature le tracce non dubie del suo diuturno deperimento; una serietà languida e macilenta teneva quel posto, su cui, solo pochi anni addietro, brillava il franco sorriso della gioventù. Una certa quale avvenenza traspariva sotto quei guasti, come i pregi di un dipinto attraverso le ingiurie del tarlo e dei corrosivi.

Vero è che gli affetti non la rendevano accorta di quegli stenti: vero è che non s'era mai fissata nello specchio, e che l'unico specchio della sua materna felicità era la faccia rubiconda e sorridente del suo bimbo. — Ma il sacrificio non cessa d'aver merito, perchè la virtù sa cangiarlo in diletto — non è meno apprezzabile la forza, quando è sostenuta e raddoppiata dal coraggio.

Povera donna! povere sopratutto le madri del contado!

Avrete ben veduto le cento volte i loro mariti godersi in pace un'ora di requie, e dormire placidamente all'aria e all'ombra? Avrete osservato, che l'opera loro non subisce sindacato o censura; che in seno alla famiglia essi godono ogni preferenza, ed hanno posto d'onore al desco e accanto al fuoco. I dì festivi sono, a rigor di parola, giorni di riposo per essi: anche i più sobrj si danno buon tempo; e l'allegria, o nata spontanea dalle forze ristorate, o nutrita da qualche insolita libazione, non è straniera a' loro crocchj. — Provida spensieratezza in vero, che facendoli per brev'ora liberi di sè e dimentichi degli stenti abituali, prepara alle fatiche del dimani un braccio più vigoroso.

Ma alle donne di solito e alle madri sempre è interdetto ogni ricreamento. Dopo d'aver diviso cogli operai d'altro sesso, non in ragione delle forze, i lavori della campagna, esse ritornano al casolare per ritrovarvi nuove e non men penose fatiche. Il governo di fatto della famiglia è esclusivamente affar loro; esse provedono al nutrimento di tutti; a tutti rattoppano i logori panni; sono le infermiere de' vecchi, le governanti de' bambini, le serve della casa. I lavori dell'ago e del fuso sono ozio e riposo per esse. — Fortunate se non sono costrette a vegliare la notte al giaciglio dell'infermo, ed alla culla del bimbo insonne. — In chiesa soltanto le poverette riposano davvero; perchè ivi la fede ricorda loro, che ogni sofferenza, per quanto grave, è il seme invisibile, che, a suo tempo, le farà ricche di inestimabili frutti.

Eppure (sarò io peritoso nel dire ciò che ho veduto?) non è infrequente il caso che anche quest'unico e supremo conforto del povero venga amareggiato dall'incauta severità di chi ha il mandato da Dio di rialzare i pusilli e di consolare gli afflitti. — Vidi, più di una volta, anime elette, sotto il martello di troppo austere dottrine, smarrire nella ricerca d'una impossibile perfezione la coscienza della propria rettitudine; e dubiose di lasciare i più sacri doveri insodisfatti, e sconfortate nel non avere forza a troppo difficile cómpito, dimenticare ogni affetto, ogni legame domestico e divenire gravi a sè, alla famiglia ed alla società. — Oh se a queste timide creature s'insegnasse che il _giogo del Signore è soave_, rinascerebbero a nuova vita, forti abbastanza per operare miracoli di carità!

La nostra donna non era di questo numero; essa amava la vita, perchè amava il suo caro angioletto. — Giunta che fu al margine del ruscello depose il paniero; poi, colla mano resa libera, accarezzò la testa e le spalle del bimbo, e se lo strinse amorevolmente sul seno, intanto che coll'occhio cercava dove collocarlo vicino a sè, al sicuro d'ogni pericolo.

A due o tre passi da quella sponda, su cui una schiera di pietre bigie fissava il posto ad altretante predelline per le lavatrici, il terreno dolcemente declive era sparso di zolle verdeggianti. Là presso, dove uno spiazzo d'erba ricinto dai polloni recentissimi di un albero apprestava la più morbida cuna, pensò la madre di collocare il suo caro bambolo. Ma prima, lo palleggiò, lo fece sorridere, gli prodigò tutti que' vezzosi peggiorativi, che nel linguaggio della tenerezza materna hanno un sì eloquente significato. — Lo depose poscia, lo coperse de' panni e lo ricoperse, quante volte il bambino con maliziosa insistenza rimoveva da sè ogni cosa ghignazzando: e non sarebbe stata la prima a stancarsi di quel trastullo se la bisogna non l'avesse richiamata al lavatojo. — Gli porse quindi non so qual vezzo, e, dopo averlo ravvolto ben bene ne' lini, se ne andò, senza perderlo di vista. — Il piccolo derelitto fece sulle prime la ciera imbambolata; ma si rasserenò tosto che s'avvide, di poter far rivolta contro la tirannia delle fasce. — Scioltosi da tutti gli impacci, a piacer suo distendeva le picciole membra; e cinguettava in un linguaggio che nemmeno la madre sapeva comprendere. In fine velò l'occhio, e s'addormentò.

La donna intanto, con tutta la solerzia di una esperta massaja, stendeva sulla pietra que' suoi cenci, li diguazzava una o due volte, e, dopo averli ben battuti e contorti, li sommergeva di nuovo; per tornar da capo colle stesse operazioni, finchè ne uscissero non candidi, ma forse un po' meno sudici e certo assai più lisi.

Ad un tratto, scossa da un insolito agitarsi di foglie, senza levare il capo ed interrompere il lavoro, stette in attenzione. “È un soffio di vento, pensò tra sè, che non giunge fin qui al basso. Ma no, soggiunse poi girando lo sguardo, le piante vicine sono immobili; lo sono perfino le foglie delle tremule che mi stanno di faccia.„ — Cessò dal lavoro e si rialzò sui ginocchi, volendo ascoltar meglio, e sperando di ridere del suo inganno. — Quel fruscío tra fratta e fratta durava non solo, ma pareva avvicinarsi. — Fu allora in piedi d'un salto, l'orecchio teso, l'occhio spalancato: e vide che là, donde veniva lo strepito, le cime degli arbusti ondeggiavano, come se alcun che di gagliardo le rimovesse per farsi strada. Colla scorta della ragione, quand'essa fosse sempre l'àrbitra de' nostri sentimenti, era facile trovare più di una causa del tutto innocente a spiegar que' fatti. Ma il cuore, e sopratutto il cuore di una madre, è troppo spesso profeta di malanni; le sue ubbíe sono così subitanee e profonde, che il dominarle d'un tratto, non è piccola vittoria. — Esse non danno tempo a far riscontro tra le opposte probabilità; colgono all'improviso e di fronte, vestono le forme vaghe del presentimento, l'aspetto terribile di un fantasma.

Dire quanti e quali pensieri balenassero ad un istante in quella mente, non è cosa agevole; bisognerebbe sapere dipingere i sogni proteiformi di chi ha la febre, fare la storia di tutte le strane superstizioni di quei poveri tempi.

La troppo fedele memoria colla prestezza del lampo le schierò sotto agli occhi la possibile realtà delle mille ed una fiabe, di cui s'accendono le vive fantasie dei contadini negli oziosi convegni de' presepi; vide spettri, ombre, tregende, fattucchieríe. La ragione faceva capolino tra quella pressa d'errori, come un raggio di sole attraverso a un temporale, e gridava alto alla sua volta finchè il cuore l'intese.

“Non potrebbe essere un uomo, diceva, che passi a caso e pei fatti suoi la foresta? — È di pien giorno; sono queste le terre del Signore di Campomorto. — I malviventi non fanno guerra che alle legna del padrone; e v'hanno de' guardaboschi per loro. Chiunque sia, non vorrà far male a una povera donna, meno ancora ad un bambino.„

Così, banditi per un momento i terrori vaghi e puerili, pareva camminare a gonfie vele e colla scorta della ragione alla scoperta della verità. — Ma la verità, o ciò che ne aveva l'aspetto, le fuggiva dinanzi come il fuoco fatuo sospinto da un'aura incostante.

“Un uomo..., pensava tra sè, insospettita. — Ma se è un uomo dovrà pur rispondere — conviene che io l'interroghi.... Olà, chiunque siate, galantuomo, gridava a tutta voce, cercate la strada maestra?... siete fuor di via. Olà, rispondete....„ — e fece silenzio, attendendo.

Ma non una parola, non un segno di vita.

“Non può essere, continuò ella che il più innocuo animale smarrito da qualche mandriano erri pel bosco? io, io tremerò perchè esso non mi risponde? Pazza che io sono.„ — Ed impadronendosi di questa ipotesi colla ostinata tenacità di chi sommerso nell'acqua abbranca un virgulto, sentì rinascersi in cuore la fiducia, anzi la certezza del proprio salvamento.

Ma il conforto non durò che pochi istanti; quanto ancora durava l'ignoranza della causa vera di quel trambusto. Il cuor suo aveva providamente goduto quel po' di tregua per prepararsi ad una scossa più forte.

Infatti una pedata pesante, un fiatar greve, un rantolo profondo precedevano la comparsa dell'essere misterioso. — Le fronde e gli arbusti s'aprivano al suo passaggio. Già ne esciva un orribile teschio, un grugno nero, lurido, zannuto: il grugno d'Egeone.

La donna a quella vista credette gettare un grido e chiamar soccorso; ma le sue fauci strozzate da uno spasimo convulso non mandarono che un debole lagno. Volle correre, volare su quella china, e le sue gambe irrigidite non marcavano che passi lenti ed incerti. — L'istinto materno la chiamava a proteggere il suo bambino, od a dividere il pericolo con esso lui; ma una mano di ferro la tratteneva inerte al suo posto.

“O Madonna santissima, ajutatemi voi! sclamò la poveretta, giungendo le mani in atto di preghiera — O me tapina! la mia creatura! Gesummaria, Gesummaria!„

La sua situazione divenne ancora più deplorabile, da che le si aggiunse lo sgomento d'essere a un filo di perdere i sensi. Già s'accorgeva che le sue membra non le obbedivano. Mentre la tenerezza materna metteva nell'animo suo quella febre, che centuplica il coraggio, era pur doloroso l'accorgersi, che le forze venivan meno, che essa forse sarebbe stata spettatrice inerte di una scena di sangue.

Pure ne' momenti gravissimi, un estremo comando della volontà può operare prodigi, e vincere anche le leggi della natura. — Il perchè ella giunse a dominare sè stessa, e non svenne; un calore nuovo ravvivò, come per prodigio, il suo sangue aggrumato, e lo diffuse per tutte le membra! — Potè quindi rialzarsi, tentar alcuni passi, correre difilata sul pendio. Già non era lontana dal bambino, che uno stendere delle braccia, quando, ahi poveretta! un passo falso la fece traboccare, nel momento appunto, in cui l'orribile belva s'arrestava a fiutare il corpo del piccolo dormente.

CAPITOLO TERZO

XVII.

Dicesi che la Venere di Cleomene non sia il ritratto di un'unica bellezza, ma il riassunto di quante esistevano a' suoi dì in tutta la Grecia. La natura ci negò dunque un tipo vivente di ciò che lo spirito umano sa concepire di più bello e sublime; ma nell'offrirci all'incontro qualche esemplare di quanto vi può essere di più sozzo e ributtante, eguagliò, se non vinse, le creazioni della più bizzarra fantasia.

La bellezza sta nell'armonia e nell'equilibrio delle parti; cosa più presto detta che compresa, e in ogni caso più facilmente compresa che trovata. L'esclusivo predominio di un'odiosa prerogativa, e l'assoluta mancanza d'ogni buona e bella dote generano quella privilegiata turpitudine, che con parola un po' ardita si potrebbe chiamare la perfezione della deformità.

È questo il momento di porre sott'occhio al lettore uno di questi esemplari; ma c'è d'uopo che la fantasia di lui ci soccorra, perchè, da soli e col solo mezzo delle nostre povere parole, dubitiam forte d'essere da meno all'assunto.

La ferocia tetra e frenetica, che nei bruti non è per solito disgiunta da venustà di proporzioni e da tratti di maschio vigore, in Egeone, come in tutta la sua razza, s'accoppiava ad uno speciale rilassamento di forme, ad una laidezza tanto più mostruosa, quanto meno decisa. Nulla invero di più ributtante che quell'immane corpo in cui tutto il meccanismo del moto e della forza era nascosto da uno strato fluttuante d'adipe senza contorni e senza costrutto — espressione infallibile di cupa ed insaziabile voracità. Dicasi lo stesso del colore; era nè bigio nè bruno, ma fosco ed ambiguo. La pelle cosparsa di macchie e piazzette era qua coperta di setole irte, là spelazzata a segno da mostrare, in tutta la sua stomachevole nudità, una cotenna floscia, da cui gemeva un untume nauseabondo. L'occhio, che nella maggior parte degli animali è tracciato orizzontalmente, in questo, come nella serpe, scendeva lungo la direzione del teschio, segnato da una piccola fessura a fior di pelle, entro le rughe delle palpebre gonfie e molli come i margini fistolosi di una ferita. Uno sguardo bieco, guizzando tratto tratto dalla pupilla injettata di sangue, rassomigliava al corruscare intermittente di un insetto fosforico. La bocca smisurata, composta sovente ad uno sbadiglio ferino, lasciava travedere due curve _difese_ tarlate e giallognole, ma formidabili, dietro cui si schierava un doppio rango di molari che presidiavano le fauci. La lingua bavosa e cosparsa di papille aspre spaziava in quella voragine ora lambendo le zanne, ora lisciando le labra, quasi prelibasse la voluttà di un pasto insanguinato. Un ringhio non alto come il ruggito del leone, ma selvaggio al par di quello, gli usciva dal petto rimbombando cupamente nella cavità di un torace ampio e riquadrato. Il collo era corto e sepolto, ma l'innata voracità e l'istinto di fiutar checchessia, gli facevano sporgere il grugno di modo che il dorso, la cervice, e la nuca descrivevano una linea sola. Più ispidi su quella gli si arruffavano i peli in segno d'impazienza e di furore, e le zampe irrigidite straziavano il suolo, sciupando le erbe e sollevando il polverío dello sterrato.

Ai tempi di cui parliamo, una gran parte del suolo che costituisce la nostra ubertosa pianura era occupata da lande e selve vergini, in mezzo alle quali gli animali selvatici vivevano, e si moltiplicavano al riparo d'ogni offesa. Il cinghiale però, che in altre terre a pari condizione di clima e di terreno cresceva a segno da divenire lo spavento delle popolazioni, non fu mai indigeno di questo paese.

Nelle foreste montane degli Abruzzi ne esistono tuttodì; e sono l'oggetto delle più avide ricerche: ma degeneri dalla natía ferocia, confinati dalla crescente cultura dei terreni in pochi recessi, ed ivi pure perseguitati, costituiscono una preda ghiotta, e nulla più.

Il cinghiale è onnivoro. Famelico, e lo è spesso, gradisce ogni prodotto de' boschi e de' terreni selvaggi. Ma la sua delizia è la carne. — Irritato, si difende contro l'uomo, lo assale, lo lacera, lo uccide. In balía a sè, e sicuro d'ogni molestia, s'accosta di buon grado a chi s'espone inanzi a lui senza difesa, morde le membra di un uomo dormente, ed a preferenza si pasce delle carni tenere e palpitanti dei bambini.

XVIII.

La povera donna, non avendo conoscenza di simili animali, non sapeva render conto a sè degli istinti e nemmanco del nome di quello, che le stava di fronte: ma l'aspetto suo sì strano ed orribile le incuteva un indicibile terrore.

Eppure il coraggio, che aveva poco prima vacillato alla minaccia d'un pericolo, rinacque in lei dinanzi alla certezza di esso. L'amore materno centuplicò le sue forze. Ricomporsi, rialzarsi e stendere il corpo quanto era necessario per raccogliere il suo bambino nelle braccia, fu un atto solo.

Ma il cinghiale vedendo, accostarglisi alcuno, addentò i panni del bambino, e lo sollevò da terra; poi si rivolse indietro, e di buon passo rientrò nella foresta.

Imaginatevi il cuore della infelice contadina[9].