Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 4

Chapter 43,712 wordsPublic domain

Già esistevano la divina commedia, e il canzoniere; ma queste sublimi creazioni, che gittavano le basi tanto solide e benaugurate della nostra letteratura, mancavano di mezzi per diffondersi e rendersi popolari. Le scarse e scorrette copie bastavano ai pochi educati a comprenderle: anzi l'alimento spirituale soverchiava lo svogliato appetito degli intelletti. Tanto è ciò vero, che del poema di Dante, per buon numero d'anni, non si conobbe che la prima parte: il resto aspettava chiosatori, copisti, e, più che altro, menti idonee alla lettura, capaci di interpretarne il senso.

Anche prima di quest'epoca però, la parola, se non esercitava tutto il suo impero sulle menti e sul cuore d'un popolo inselvatichito, lo conservava almanco sui sensi; perocchè dove il cielo è splendido e la natura ridente, l'uomo, anche fuor d'ogni educazione, apprende a gustare il bello, e s'avvia grado grado, quasi per istinto, al culto delle arti. La soavità del provenzale e del rustico romano, l'intercalato ricorrere delle rime; la temprata misura del verso lasciavano freddo il cuore, ma allettavano l'orecchio. Le attonite plebi, adescate da melodie incomprese, accerchiavano volonterose i reduci di Francia o di terra santa, che cantavano nelle _trovate_ gli amori e le imprese de' cavalieri.

I legami sociali, in que' secoli, erano allentati in ragione appunto della poca civiltà; (se pure è vero, che la civiltà giunga sempre al suo scopo di unificare la famiglia umana, stringendone i rapporti ed accomunandone gli interessi). Ben più certo si è che in niun'epoca come in quella, si vide l'arte della parola, divenir l'opera di lavori associati, come avviene delle industrie della mano.

I primi poeti, che creavano una favella ed una letteratura senza pure saperlo, non elaboravano frasi e parole nel secreto del loro telonio, curvi ad uno stipo, col capo nel palmo di una mano, carteggiando coll'altra i codici della lingua; ma sfringuellavano per lo più all'aperto, inspirati dall'aria libera e dal sole, e in mezzo ad una folla di emuli; quasi che gli sforzi de' singoli, raccolti in uno, riuscissero a dare un miglior sviluppo all'impresa.

Questo accomunarsi aveva un'altra ragione. — Quando si vede uno stormo di passeri piombiare all'improviso sul piano, ognuno asserisce, che là vi deve essere l'aja o il seminato. — Per una pari induzione, ne' secoli scorsi, l'assembrarsi de' trovatori lasciava indovinar vicina una corte bandita. Il giullare, se ha fame, canta; ma ben pasciuto gorgheggia a ricisa; egli non è mai avaro di sè. — Infatti, allorchè Raimondo principe di Linguadoca si mostrò liberale verso i trovatori, questi convennero in folla alla sua corte, e lo pagarono a mille doppii della lena, che la regale munificenza loro aveva ridonata. Riuscirono pertanto a fondare presso di lui la prima academia di dotti, ove i discepoli della _gaja scienza_ gareggiarono nell'illustrare con soavissimi canti un eterno paradiso d'amori, di feste, d'imbandigioni.

Farà meraviglia il sapere che le poetiche fole non riescissero a noja dello stesso Federico Barbarossa, allorchè si dava gran pensiero d'assestare, come ognun sa, le cose d'Italia. Poteva allora ripetersi ciò che Orazio disse della Grecia, “che la terra vinta domò il suo feroce vincitore„.

Giovati dalla loro mitezza, e più benemeriti delle lettere italiane, furono i re di Sicilia Federico e Manfredi. Questi incoraggiarono le palestre erudite, e tennero splendide corti d'amore; talora ricreandosi allo sfoggio de' più carezzevoli concettini, tal altra tentando essi pure l'arduo sentiero d'Elicona. Sull'esempio dei grandi principi gli stessi tirannelli si diedero a blandire la genía de' trovatori, per esserne alla loro volta blanditi. Nominiamo fra questi gli Estensi, e per non parlar d'altri, quella fiera insaziabile di Ezzelino, che mentre decimava col patibolo le popolazioni, rinveniva dal suo furore, e sorrideva al patetico canto di Sordello, come Saulle all'udir l'arpa di Davide.

Per tal modo, le aule de' principi erano, se ci è lecito il dirlo, le grandi officine, ove si perfezionava quella lingua perciò detta _aulica o cortigiana_[3] ed i trovatori gli operai, che la elaboravano; mentre i _menestrelli_, più degeneri adepti delle muse, la spacciavano al minuto pel popolo. Il cantar versi era dunque un mestiere; e qual mestiere! giacchè, per dir tutto, scese ad essere non altro che una squallida forma della mendicità. Sulle soglie de' palagi o tutt'al più nel tinello, sui mercati o nel trivio, si vedevano rapsodi cenciosi ed affamati, che strimpellando note sulle tremule corde, cantavano questo o quel brano di poesia, movendo a pietà i passaggeri, e accattando il pane. — Povere lettere, la lira d'Euterpe, in mano a costoro, era divenuta l'ignobile colascione del paltoniere! Ma intanto i primi vagiti della nostra letteratura mercè loro si diffondevano per tutta Italia: e i poveri cultori di essa, che per aggiungere qualcosa del proprio alla merce altrui, s'ingegnavano di spiegarne il senso con chiose e racconti, e d'imprimerli nella memoria degli uditori, sposando la parola al ritmo delle melodie popolari, erano i più solerti propagatori di quella soavissima favella, che allora nasceva a tante splendide glorie. — La fame che aguzza l'ingegno, faceva per tal modo anticipatamente i buoni officii della stampa.

IX.

Agnesina, sempre pietosa verso i poverelli, poteva forse non esserla con questi miseri rivenduglioli di dotte inezie, ogni qual volta, a caso od attirati dalla fama delle sue beneficenze, si presentavano al castello di Campomorto, preludiando qualche canto d'amore? La fanciulla invero li prediligeva; ma la sua pietà non era scevra affatto d'interesse; da loro aveva conosciuto ed appreso molte canzoni provenzali; e, siccome l'ospitalità di Campomorto era passata in proverbio, i menestrelli s'ingegnavano di rendersi sempre più accetti alla bella protettrice, facendo raccolta di cose nuove per poi cantarle al suo cospetto, o traducendo in iscritto le vecchie e più celebri canzoni, ed offrendole, ginocchio a terra, alla nobile castellana.

A questo modo Agnesina aveva conosciuto le poesie di Piero delle Vigne, edite alla corte di Sicilia un secolo avanti quelle dell'Alighieri, e condite di così soave dolcezza, che non sembran primizie, per solito agresti, ma frutti colti a perfetta maturanza. Conosceva per tal mezzo le flebili querimonie di Nina poetessa sicula e di Dante da Majano, che amoreggiarono sconosciuti di persona; quella dimorando in Palermo, questi a Firenze; d'altro non nutrendo i loro affetti, che di rime e d'aspirazioni. Possedeva a memoria i versi di Guido Guinicelli bolognese, che fu padre e maestro di quanti

“Rime d'amore usâr dolci e leggiadre„[4]

e le amorose canzoni di Cino da Pistoja, indirizzate alla bellissima Selvaggia, e quelle più ancora gentili del Petrarca alla tanto celebre Avignonese.

Ma troppo non si dilettava di quella poesia leziosa e ciarliera, che ha soltanto per iscopo di far vibrare le corde sonore di una lingua armonica, non lasciando del resto in fondo al cuore di chi legge, che un senso di mesta vacuità, che toglie ogni nerbo, ed esala in inutili sospiri. — Aveva letto il _Dittamondo_ di Fazio

degli Uberti, non tanto per ammirare l'ingegno dell'autore, quanto per accusarlo di plagio e di fallito scopo; e più ancora per deplorare la bassa adulazione, con che lisciava le nequizie de' grandi, vendendo la sua penna alla vigliacca protezione di un mecenate. Piacevale all'incontro Fra Guittone d'Arezzo, l'inventore della scala diatonica, ancorchè dai critici fosse tassato d'aver fatto uso d'uno stile barbaro, perchè ravvisava in lui l'uom dotto, cui la poesia non è gioco di parole, ma espressione libera ed ardita di nobili sentimenti; e ricordando come egli deponesse il pacifico sajo per imbrandire la spada, ammirava più che altro quelle franche parole, colle quali il frate guerriero commendava una disciplina, che non vuol digiuni, cilicii e povertà, ma impone a' suoi discepoli di “odiare e fuggire il vizio, di amare e seguire la virtù; e di rendersi degno di quella nobiltà nemica del far villania ad alcuno, amica del valore, della verità e della sapienza[5]„.

Le opere di questi eletti ingegni la ricreavano; ma la trilogia dell'Alighieri la riempiva d'una ammirazione e d'un estasi, che a quando a quando assumeva la forza di un terrore grave e religioso. Sollevandosi collo spirito nelle regioni sconosciute, dove si svolge il gran mistero della vita futura, trovava il più gradito alimento alla fantasia ed al cuore: quella ardentissima di cose meravigliose e terribili, questo temprato a' vigorosi sentimenti, a gentili corrispondenze d'affetto, al più nobile sdegno d'ogni vile azione. — In quel mistico pellegrinaggio correva una via d'orrori e di dolcezze sempre ed egualmente sublimi. Fremeva alla terribile vista delle bolge: s'inteneriva alle patetiche note di Francesca, d'Ugolino, di Sordello; e si sentiva inondata da un'ineffabile serenità, levandosi fra i cori delle anime elette, che beveano l'immortale beatitudine in un oceano di luce, fino a vedere il sorriso di Beatrice,

.... che si facea corona Riflettendo da sè gli eterni rai.[6]

Agnesina, non estranea alle dotte chiose de' contemporanei, esperta dei dolori e delle speranze onde fu tessuta la esistenza dell'altissimo poeta, potè in parte penetrare e comprendere il mistico senso delle sue parole. — Sentiva pertanto come fossero nobili e giusti i suoi sdegni, e trovava nella storia della sua vita la ragione evidente d'ogni sua querela. — Porgeva quindi un tributo d'ammirazione al grande poeta italiano; ma non ammirava meno in lui il soldato di Campaldino e di Pisa, l'orrevole ambasciatore di Firenze, e l'esule minacciato del rogo, che, dopo aver provato come sa di sale il pane altrui, muore lontano dalla sua città, ucciso ma non vinto dalle sciagure. Di fanciulle però, che come Agnesina giungessero a tanto, non ve n'erano molte. — Abbiamo noi ragione di credere, che oggidì coll'attuale civiltà, ve ne sia un numero maggiore?

Quale differenza fra l'educazione intellettuale d'allora, e l'odierna? Quella sì arida interdiceva spesso ai meno vulgari ogni famigliarità colle lettere; questa troppo frondosa vorrebbe convertire le più deboli intelligenze in altretante enciclopedie. Eppure (diciamolo, non per cieca ammirazione di quanto è antico, meno ancora per vaghezza di professare opinioni strane), anche il vecchio sistema aveva il suo lato buono. — Tutta la scienza d'allora racchiudevasi in pochi libri; il campo delle ricerche era ristretto; facile riesciva il percorrerlo, e l'acquistarne una meno imperfetta conoscenza. — Oggi la mente di chi studia erra sbalordita fra una miriade di dotti esemplari; li guarda, li sfiora, ma, come l'uomo in mezzo alla folla, di rado giunge a scoprirvi un'amico. Affrettata dalla moltiplicità delle sue operazioni, spesso è costretta a giudicare coi giudizj altrui, accettando le apoteosi dei sommi, come un fatto, senza aggiungervi la convinzione del proprio ossequio. Tacciasi poi di quella falsa cultura de' mezzani ingegni, che spinge i più arditi a far guerra a quello appunto che men si conosce. — L'educazione è pertanto una corsa alla sfuggita. Si può conoscere un paese, poichè se ne attraversarono colla rapidità del fulmine i campi, i fiumi, le terre? Quando si pellegrinava col bordone e colla sporta, si giungeva a vedere poco; ma quel poco era almanco visitato a dovere.

Dio mi scampi dall'accusa di volere con queste parole giustificare l'ignoranza de' nostri buoni padri, e peggio ancora di raccomandarla alla nostra generazione, quasi fonte di moralità, come pretendesi da alcuni. Ancorchè tale argomento sia del tutto estraneo al proposito, poichè vi ci sono ingolfato senza saperlo, dirò che ogni uomo ha il dovere di educare il proprio intelletto, ed il corrispondente diritto di averne i mezzi, e che l'umana famiglia, prescindendo dall'obligo di offrire a tutti i suoi membri un congruo alimento dello spirito, ha il suo più alto interesse di rifrugare fin nell'infimo vulgo, perchè il genio vi può essere nascosto, ed una scoperta fortunata può pagare mille e mille inutili ricerche. L'oro ed il diamante s'occulterebbero eternamente nel suolo, se la mano dell'uomo temesse d'insozzarsi, rimovendo il limo e la terra. — Solo mi pare, che in quest'epoca, in cui le più profonde ricerche dei dotti sono rivolte all'economia d'ogni forza motrice e produttiva, si dovrebbe pure cercar modo d'impedire, che molte belle intelligenze lussureggino di una vana pompa di foglie, a danno de' frutti, che con più savia cultura potrebbero offrire a tempo opportuno ed a vantaggio universale.

X.

La saggezza sparsa nelle parole o negli scritti è simile ad una merce preziosa più o meno gradevolmente messa in mostra, onde altri s'invogli di farla sua. Chi ascolta o legge con profitto la riconosce, l'ammira, la desidera; per possederla fa quindi di buon grado de' sacrificj, e spende per essa, quasi fosse moneta, il corredo delle sue vecchie idee, e dei pregiudizj i più accarezzati. — Ma v'ha un'altra saggezza più solida e vantaggiosa; quella che si svolge spontanea col lungo uso della vita, quando si è attore o testimonio de' suoi guai, delle sue illusioni, delle inevitabili amarezze, che le vanno congiunte. — Questa, che nasce in noi, e resta tutta per noi, chiamasi _esperienza_.

Agnesina possedeva la prima, ma non poteva aver fatto rilevante acquisto dell'altra; perchè giovine troppo, e troppo lontana dal mondo, non vedeva l'umano consorzio che da un lato solo. L'epoca in cui essa nasceva fu tra le più disgraziate della storia nostra. Era un continuo stare in armi per compiacere alle velleità ambiziose della Signoria, mentre l'improntitudine de' capitani, sfruttando ogni valore cittadino, registrava un pari numero di guerre e di sconfitte. Per giunta di mali, Milano entro il periodo di pochi anni veniva più volte travagliata dalla pestilenza; la cui comparsa, dovuta alla rilasciata osservanza delle leggi emanate ne' tempi anteriori, era un _si salvi chi può_ per la parte più agiata della popolazione; un terrore ed una strage pei tanti infelici, che venivano abbandonati ad affrontarla, quasi vittime espiatorie dell'ira divina. Nelle sventure publiche pertanto aveva la nostra fanciulla vieppiù rinvigorita quella tempra robusta che le era innata. Giungeva essa a riconoscere la vera origine di tanti mali; gemeva sulle sorti della sua misera patria, non con una pietà lamentevole ed infeconda, sibbene collo slancio di un'anima ardente, apparecchiata a dar tutto, anche la vita, per ricomprare, almeno in parte, le lacrime di tanti suoi cari.

Ma queste belle disposizioni, questa efficace scuola di sventure, che risvegliavano in lei il santo desiderio di rendersi utile a' suoi simili, posponendo in ogni caso le sue alle pene altrui, non valevano a premunirla contro i pericoli proprii alla sua età, ed al suo sesso. — Anzi quello stesso oblio di sè, quel nobile abbandono, con che imprendeva ogni opera sua, non facevano che moltiplicarli e renderli più gravi. Ella ingenua ed inconsapevole delle arti turpissime, con che il mondo menzognero suole farsi gioco dell'onore muliebre, troppo facilmente attribuiva agli altri quella lealtà e quel candore, che erano privilegio dell'animo suo.

A metterla in guardia contro tali pericoli, le mancava l'egida materna. Tolta alla nutrice, era stata consegnata ad una governante, per nome Canziana, la miglior pasta di donna, che invecchiata nella casa dei Mantegazzi, serbava per ogni individuo di essa una gratitudine ed una devozione senza pari. Quanto costei amasse la sua piccola allieva è impossibile dirlo. — È legge del cuore umano, che la nostra più sviscerata tenerezza ricada di preferenza su coloro, la cui età è, per così dire, il complemento della nostra. Fanciulli amiamo quindi i nostri maggiori; adolescenti i coetanei; adulti i figli; vecchi i figli dei figli. — Canziana, che aveva portato in collo il padre d'Agnesina, ebbe la consolazione di reggere i primi passi della figlia di lui. E non venne meno al suo incarico; nè mai, per quanto fosse grave la custodia del tesoro d'altri, cadde nella solita crudezza delle persone mercenarie. Vegliavala con amore ad ogni ora del giorno; la compiaceva in ogni onesto passatempo, le raccorciava in quanto potesse i piccoli accoramenti naturali all'età sua, e imbietoliva all'udirne commendare la bellezza e l'ingegno; volendo per sè la sua parte di gloria d'averla, come ella diceva, tirata su cotanto vistosa.

Ma chi mai tien luogo della madre? quale cura può supplire alla provida tutela di colei, che ne diede la vita, e ne guida al pieno godimento di essa, scortandola di un'amore vigile, operoso, sapiente? Qual'è il cuore, per quanto dolce ed affettuoso, che abbia l'arte divinatrice di leggere i nostri bisogni e di sodisfarli prima che sieno tradotti in preghiera? Dove è quell'assiduo ed instancabile zelo di far lieta la nostra esistenza, preparandoci da lunga mano, senza misura di sacrificii, tutta la possibile felicità? Dove infine (la più sublime delle prove d'amore) quella saggia severità che ammaestra la madre educatrice a sopportare le nostre lacrime; a provocarle, se fia d'uopo; ad esigerle, onde l'animo nostro s'avvii sul cammino della vita forte de' proprii trionfi, e preparato alla annegazione e al disinganno?...

Agnesina era giunta ad uno di quei momenti più solenni della vita, in cui l'affetto materno può colla sua azione immediata cangiare indirizzo ad un'intiera esistenza. Ma Agnesina era orfana: e tra l'orfana e l'angelo che la vegliava dal cielo, non esisteva che un mistico legame d'amore. Nella derelitta era vivo e santo il culto delle materne virtù, da cui emanavano tante e sì care memorie, ed a cui risalivano altretante benedizioni. — L'amore invece della creatura celeste, sorvolando gli interessi terreni e servendo ai fini imperscrutabili di Dio, permetteva che la povera fanciulla fosse posta a dura prova, onde ne escisse rabbellita dalla più umile e perciò la più sublime delle virtù, la rassegnazione.

XI.

In una bella giornata sul principiar del settembre 1382, Agnesina trovavasi al castello di suo padre, dove le frescure anticipate dell'autunno e la cara libertà della campagna la facevano àrbitra di consacrare tutto il suo tempo alle più gradite occupazioni.

Suo padre in quel giorno era assente. Egli accorreva non di rado a Milano per accudire a' suoi interessi o per vedere e consultare amici. — In tali occasioni, la donzella soleva comandare che non s'aprissero i battenti del castello a chicchessia; e, più per naturale riserbatezza, che per avviso del padre o della indulgente Canziana, non metteva piedi fuori di esso; supplendo il vasto giardino al suo istintivo bisogno di respirar aria libera e di darsi moto.

La più gran parte della mattina aveva ella divisa fra le sue consuete occupazioni; un po' coi libri, il resto coll'ago. — Scendeva poscia a percorrere in lungo e in largo l'ampiezza della sua volontaria clausura, a visitare il colombajo, l'ovile, le arnie, e dopo aver governato ed innaffiato i suoi fiori, pieno il grembiale di una fresca raccolta, si ritirava sulla bassa ora, per tesserne una ghirlanda, nelle sue camere situate nella parte più alta del castello.

Ivi da un terrazzino a poggiuolo assai sporgente godeva ella tutto il largo di un'amena veduta, spingendosi collo sguardo, dove non lo impedivano le macchie d'alberi disseminati nelle vicine campagne, fino all'orizzonte conterminato dalle montagne liguri. — Aveva sott'occhi il suo bel giardino; a prati ed ajuole simmetricamente disposte e assiepate da mortella; i primi lussureggianti di una verdura opaca, le altre screziate di mille colori. — Nel mezzo, ove le viuzze imbianchite da fina arena s'incrocicchiavano, eravi un'ampia vasca, dominata da un gruppo di tritoni e di nereidi assai poveramente scolpiti, e ammantati di musco e d'alghe spontanee, in mezzo alle quali sgorgava un misterioso velo d'acqua, agitando la superficie crassa e verdognola della piscina. Fuori del ricinto, nell'aperta campagna vedeva i contadini affaccendati nello stendere, sovvolgere, ammontare il fien grumereccio; udiva cantare a tutta gola le giovani villanelle, che in un male arnese, proprio a dar rilievo a forme tonde e robuste, s'affaticavano nella ricolta; non belle, non vispe come ci vengono dipinte negli idillj, ma dimentiche di sè e prodighe di una lena che vince gli stenti e la fatica.

Agnesina, a tal vista, faceva anch'essa quel confronto, sì spontaneo a chiunque viva alla campagna, tra l'allegria operosa del povero, che non pensa al dimani, e l'accigliata taciturnità del ricco, che non vive per l'oggi, e si agita e spende ogni sua forza nel tentare di sciogliere il problema dell'avvenire; pensava come sieno felici coloro, cui un lavoro adequato alle forze offre una mercede adequata ai bisogni. — Meditava, come ognuno di noi avrà fatto mille volte, che bene e male, ricchezza e povertà, gioja e dolore non sono sempre cose assolute: onde la casuale strettezza di un ricco sarebbe dovizia sfondolata per chi provò la fame; e infine concludeva, che la vera ricchezza è in noi, se lungi dal voler costringere il destino a piegarsi ai nostri desideri, sappiamo piegar i desideri all'impero di quello. — Cose tutte, che da che è il mondo, sembrano ovvie e piane a chi le dice o le consiglia; e che diventano dure ed incomprensibili per chi ha la mala sorte di doverle ascoltare e mettere in pratica.

Vagando così colla mente da cosa a cosa, da pensiero a pensiero, la fanciulla aveva condotto a termine un'odorosa e leggiadra ghirlanda: stesala sul parapetto del terrazzino, e scossi dal vestito e dal grembiale i ritagli di fogliuzze e di steli, chiamava a sè Canziana, onde que' fiori fossero, come al solito, deposti nella chiesuola sulla lapide venerata; quando in alzar gli occhi un'ultima volta sul bel quadro, che le stava davanti, vide levarsi lontan lontano un denso polverío, in mezzo al quale si agitava una turba indistinta, che sembrava avviata verso il castello. — Per veder meglio si fè visiera colla destra, ed aguzzando lo sguardo ravvisò, che era una numerosa comitiva di cavalieri e di pedoni.

Se Agnesina fosse stata timida, un certo quale sgomento doveva essere il primo e più naturale effetto di una comparsa così strana ed inattesa. — L'aspetto di quella turba era tutto guerriero: sebbene lontana e ravvolta nella polvere, le punte scintillanti delle aste l'attestavano fuor d'ogni dubio. — Nè quelli erano tempi, in cui il passaggio, o l'arrivo d'armati movessero soltanto la tranquilla curiosità della gente. Le milizie serbavano la disciplina finchè erano sotto gli occhi de' loro signori; lungi da questi, fuori delle città o sviate dalle strade principali, esse dimenticavano ogni legge, e quando pure non fossero dirette ad operare in nome de' capi qualche ribalderia, approfittavano d'ogni occasione per scorazzare e far guerra al minuto. — Per ciò le ville de' conti e dei feudatarii, munite di quanto potesse renderle deliziose al di dentro, possedevano il corredo esterno d'agguerrite castella; avevano fosse, ponti, torri, vedette e tutti quegli argomenti che bastassero a togliere il ruzzo del capo alle bande temerarie: ed i vassalli, al martellare della campana feudale, smettevano le marre, e s'armavano di lance e stocchi a difesa del loro padrone.

Senza arrestarci ad esaminare quanto la donzella fosse piacevolmente sorpresa da quella apparizione, e perchè invece Canziana se ne adombrasse a segno da porre in esame l'opportunità di chiudere e sbarrare le porte, effetti opposti procedenti da troppo chiare ragioni, diciamo che fosse quella comitiva, d'onde ed a quale scopo venisse da quelle parti.

XII.