Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 3
Ho fatto cenno dell'origine della nostra legislazione come per incidente, condotto a ciò dalla circostanza che nelle varie fasi di essa ebbe sempre parte alcuno della famiglia, di cui è discorso. — Ne valga un esempio. — Nell'elenco de' più cospicui personaggi di Milano fatto nell'anno 1277 da Marco de' Ciocchi, cancelliere della curia, onde sottoporre alla scelta dell'arcivescovo tutte le persone degne d'essere elette a rivedere e correggere gli statuti, troviamo registrato il nome de' Mantegazzi.
Successivamente, in epoche prossime a quella cui risale la narrazione, parecchi di questo casato ebbero posto distinto nella storia patria. Ne citerò alcuni a compimento delle poche notizie, che ho raccolto intorno ad esso.
Antoniolo Mantegazza fu tra i dodici questori l'anno 1409. Bertone congiurò coi Baggi e coi Del-Maino contro il duca Giovanni Maria Visconti, e lo ferì mentre attraversava i suoi appartamenti per recarsi alla chiesa di S. Gottardo il giorno 16 maggio 1412. Giovanni fu difensore della libertà del popolo l'anno 1447, durante la breve e fortunosa republica ambrosiana. Nel 1518 quando Isidoro Isolani pronunciò innanzi al Senato, agli ambasciatori ed al Lautrecht, legato di Francesco I, un ampolloso discorso intorno alle vicende del ducato di Milano, e ne portò alle stelle le glorie e gli eroi, nominò tra questi i Mantegazzi. Altri di tal nome spettarono più tardi a quell'insigne collegio di sapienti, di cui disse il Crescenzi. “Non uscirono dalle academie d'Atene tanti filosofi legislatori, quanti dal milanese collegio eminenti dottori; che se non hanno dato legge agli imperi, hanno almen dato legge co' loro sensi alle leggi degli imperatori[1]„.
Si dirà che queste notizie ci fanno deviar troppo dall'argomento. — È vero; ma, nel chiederne scusa a chi legge, l'avvisiamo fin d'ora, che quante volte ci verrà dato di scordare le private e minute vicende per risalire alle publiche e più importanti, non mancheremo di farlo; persuasi che il benevolo lettore, invece di accusarci d'aver violate le leggi dell'arte, ci saprà grado d'avere per un momento posposto l'accessorio al principale, il racconto alla storia.
VI.
Quando nacque Agnesina, la famiglia sua viveva affatto privatamente in Milano. Tale abbandono delle publiche cure durava spontaneo da più anni; dall'epoca, in cui l'avo della fanciulla (Boschino egli pure di nome) aveva colle armi alla mano spento un resto di vitalità della fazione torriana, suggellando col sangue de' suoi concittadini e col suo il termine delle discordie intestine. — Questo fatto gli ebbe aggiunto tale autorità, che incontrando egli un dì le soldatesche imperiali ostilmente atteggiate presso la curia (Cordusio) le costrinse a ringuainare le spade, già pronte a ferire gli inermi, colla sola sua presenza e al patriotico grido di viva Galeazzo Visconti.
Ma dato giù il bollore di quella vittoria, alla stretta dei conti, ben s'avvide che il frutto di essa era scarso ed amaro. — Pungevalo anzi tutto il pensiero d'avere coll'opera sua cresciuta di troppo la potenza dei Visconti a danno della libertà, e più ancora s'inaspriva all'idea che gli amici cangiati in padroni erangli divenuti ingrati. — E in cuor suo la sconoscenza di coloro, pe' quali aveva speso il sangue de' suoi fratelli, era una piaga, che non aveva rimedio.
Ripose le armi, e abbandonò la città, giurando che egli e il figlio suo non le avrebbero mai più imbrandite. Ritiratosi nella sua terra di Campomorto, pose ogni studio a rassodarne il suolo, da lunga mano intristito e selvatico; e, colla scorta delle dottrine agricole, edite appunto allora ne' dodici libri di Piero de' Crescenzi bolognese, fece rifiorire i campi, migliorò lo stato de' suoi coloni, e risvegliò l'emulazione de' vicini. — Spedì il figlio Maffiolo all'Università di Bologna, che allora era già in fiore; poi a Firenze; indi a Pisa, dove erasi inaugurata una cattedra di commenti alla divina Comedia; lo richiamò infine a Pavia, quando i dotti d'Insubria ivi convenuti preconizzavano le glorie di quell'Università, che pochi anni dopo veniva fondata ed arricchita dal secondo Galeazzo.
Maffiolo entrò nei disegni del padre, e li assecondò religiosamente. Consacrandosi allo studio delle lettere e cooperando al loro risorgimento, riescì utile alla patria, anche senza pigliar parte alle troppo frequenti sue lotte. — Cercò ed ebbe cara l'amicizia dei dotti; e, fissatosi di nuovo in Milano dopo la morte del padre, usò famigliarmente col Petrarca, che alternava la sua dimora fra la città ed il suburbano Linterno. Guidato da sì grande maestro, ripigliò con maggior calore lo studio de' classici. Per avviso di lui, e colla sua scorta, frugò nelle polverose pergamene de' chiostri, lesse, decifrò gli antichi codici, e se non ebbe la fortuna di diseppellir tesori, potè almeno vantarsi d'aver avuto parte nell'illustrare un brano delle _questioni tusculane_, le quali, al dire del maestro, erano state sì maltrattate dagli scrivani, da credere che riescirebbero cosa nuova allo stesso loro autore. Fra i cinquanta copisti, che esistevano a' suoi tempi in Milano, ei potè a buon dritto vantarsi d'essere il principe, e ne diede prova riproducendo il Tesoro di Brunetto Latini su candidi fogli usciti dalla cartiera di Pace da Fabiano, che poco prima aveva tratto dalla Germania l'arte di fabricar carta di lini. Il suo lavoro fu condotto a tal grado di correttezza e di perfezione da svergognarne il Crotto da Bergamo, l'Aldo de' suoi tempi.
Maffiolo possedeva quanto può rendere felice un uomo. — In quel secolo di continue violenze, di gare e di lotte incessanti, egli, tra i pochi privilegiati, godeva la vera pace del cuore; non la pace noncurante ed egoistica, che vive di sè, e si fa scudo co' proprj interessi alla pietà de' mali altrui; ma quella vigile ed operosa, che scongiura il male prevenendolo, che fa ravvisare le cose di quaggiù dal lato meno tristo, che guida ad accomodarvisi senza pompa di rassegnazione. — Egli era ricco: e, per la sobrietà de' suoi costumi più ricco de' suoi pari, tesoreggiava su quanto altri chiamano necessità della vita, per essere largo coi bisognosi. — La sua stessa dottrina riesciva tanto più atta a crescergli stima, in quanto che era una potenza nuova e superiore: e il vulgo ammira e venera ciò appunto che meno comprende. — Nè il suo elevarsi fra i pochi dotati di una più vasta cultura di spirito, lo rendeva schivo e difficile colla folla degli ignoranti; anzi, rifuggendo dalle vuote dottrine, che evaporano in cavilli e scilomi, cercava quella, che ha una pratica applicazione, e che lo rendeva utile di consigli e d'opera a coloro, che ricorrevano a lui. — Lo studio dei classici era la parte più riposata della sua esistenza; il nerbo di essa consacrava a definire private querele, a comporle, a ravviare le imprese più ardue, a proteggere gli oppressi ed i pusilli. — E, cosa rara, seminando beneficii a piene mani, non si doleva (come avviene per solito) di raccogliere ingratitudine; forse perchè soleva trattare con tal classe che non isdegna riconoscere l'altrui superiorità; e, senza forse, perchè, condotta a termine una buona azione, si gittava tosto e tutto cuore in un'altra, senza aspettare o pretendere mercede qualunque delle compiute.
Il cielo lo aveva giustamente premiato accordandogli la più bella, la più saggia compagna in Gabriella degli Omodei, fanciulla milanese, che accoppiava alla più squisita leggiadria del corpo quell'eletto profumo di virtù, che si rassoda cogli anni, e prepara un largo compenso alle fuggevoli attrattive della giovinezza. Troppo lungo e difficile sarebbe il porgere un ritratto fedele di questa duplice beltà; quando essa raggiunge l'ideale della perfezione, meglio è lasciarla indovinare, che tentare di descriverla. — La virtù modesta non vuol troppa luce; e l'inestimabile tesoro di dolcezze, che una sposa bella e virtuosa reca in mezzo alla sua famiglia, è cosa che, se è ben compresa dagli animi gentili, riesce sempre, a dispetto di ogni magistero di parole, un enigma per chi incrudì il suo cuore nell'attrito delle passioni vulgari, ed apprese a dubitare di ogni cosa, e sopra tutto d'ogni cosa buona.
La prima fase di così felice unione fu, come l'aprile dei poeti, fiori e speranze. — Entrambi facevano mille progetti per l'avvenire: discutevano intorno alla sorte de' loro figli, come se ne avessero già un subbisso: facevano i più dorati sogni sull'ineffabile felicità di vedere ringiovinito e perpetuato il loro amore nell'amore della prole. Ma ogni anno traeva seco una speranza delusa; e, benchè la privazione non rallentasse menomamente i legami d'amore, il dubio fatale della solitudine lasciava loro nel fondo del cuore un vuoto, che niun altro affetto poteva riempire.
Passarono due lustri senza alcun mutamento. Maffiolo, nella speranza di rendersi più propizio il cielo, ritrattò il voto, forse troppo severo, di suo padre, e promise solennemente, che se avesse avuto un figlio maschio, lo consacrerebbe alle armi. — Passato il governo di Milano nella signoria de' Visconti, giurò di scordare gli antichi livori, e di difendere la patria nella potenza de' suoi signori con quanto avrebbe di più caro, la vita del proprio figliuolo. — E Gabriella?... Stempravasi, poverina, in preci, in pie offerte, in ardere ceri benedetti; nè tralasciava di consultare empirici ed indovini, per aver rimedi e scongiuri contro la fatale sua sterilità.
Correva l'undecimo anno di matrimonio. Gabriella non era più la giovane donna, dalle gote color di rosa, dalle labra sempre sorridenti, dalle forme esili e pieghevoli. La leggiadria della sposa cedeva alla bellezza della matrona; bellezza più maestosa e severa, quantunque alcun poco sbattuta dal languore proprio alle donne defraudate delle gioje materne. — Maffiolo non aveva contratto dall'assueta convivenza la fatale freddezza sì facile in chi gode, di pieno diritto e senz'ombre, un tesoro. — Egli trovava nella sua sposa gli stessi pregi; anzi parevagli che la mansueta rassegnazione, a cui da qualche tempo era composto il suo viso, gli crescesse soavità ed avvenenza.
Sedeva egli un giorno nel suo studio davanti ad uno stipo, e tutto curvo sullo scannello, s'occupava a colorire il frontispizio di un elegante libro liturgico ad imitazione di quelli, che aveva ammirato presso i frati minori di Firenze, insigni in quest'arte. Era un ricchissimo esemplare di caratteri gotici estremamente smilzi, dipinti a varii colori e ripartiti con elegante artificio sur un lucido foglio di cartapecora. La riga superiore, più majuscola e quadrata, era colorita di vivacissimo minio, ed ogni contorno chiudevasi da minute pagliette d'oro. Le altre variavano di tinte e di forma; l'una pavonazza e d'argento, l'altra di schietto oltremare, l'ultima tutta d'oro. A legare insieme quel quadro correvano in ogni senso i più bizzarri ghirigori, che parevano gittati giù a caso; alcuni di essi, appena visibili, legavano l'una lettera all'altra, altri gonfii e sfogliati lasciavano sbucciare qua e là fiori e frutta di squisitissimo lavoro. Una cornice, miniata alla stessa foggia, correva in giro alla pagina; e ciascuno de' suoi membretti rinchiudeva differenti meandri coloriti con pari vivezza ed armonia. Solo ai quattro angoli v'erano spazii liberi, entro cui bamboleggiavano puttini, e svolazzavano bende di vario colore in campo dorato. — Tutti questi ornamenti segnati con alquanta aridezza mancavano di rotondità e rilievo; ma in cambio brillavano per la soavità del disegno: scopo unico, a cui miravano a que' giorni i ristoratori dell'arte.
Maffiolo, tutto occupato nell'imprimere un sorriso sul volto di uno di quegli angioletti, e nello staccare l'oro arsiccio delle chiome da quello del fondo, non s'accorse di una sorpresa, che gli veniva preparata dietro le spalle. Gabriella a passi misurati e leggieri entrava inavvertita nel gabinetto; e giunta fin presso allo stipo, tendendo le braccia sopra la spalliera della sedia, imponeva leggermente le mani sugli omeri dello sposo, mentre si curvava su di lui, tanto che il suo volto gli giungesse all'orecchio, e gli impedisse di volgersi e ravvisarla. — In questa postura gli sussurrava intanto con voce sommessa alcune parole, che, per un tratto squisito di pudore, non soffriva gli fossero lette in viso.
“Oh mille volte benedetto il Signore, sclamò Maffiolo, levandosi da sedere, e sciogliendosi da quella stretta, per abbracciare alla sua volta chi le annunciava la buona novella. Sposa mia, mia dolcissima Gabriella, soggiungeva, compendiando in questo affettuoso vocativo tutta la piena della sua tenerezza: tu dici il vero? il cielo ci ha dunque esauditi? Non saremo più soli: non morrà il nostro nome con noi?„ Poi staccandosi alcun poco da lei, e ponendole una mano sotto il mento, tentava di fissarla negli occhi. Ma con ingenua ritrosìa Gabriella facevagli violenza, evitando di incontrare i suoi sguardi, vergognosa forse di non sapere esprimere la propria commozione altrimenti che colle lacrime: quindi ella pure esclamava: “Oh benedetto, mille volte benedetto il Signore.„
Il manoscritto, imaginatelo, non riescì a quella perfezione, cui pareva avviato. Da quel dì, e per una lunga serie di giorni, invano si sforzò Maffiolo di incatenare la sua mente sui consueti lavori. — La fantasia correva sfrenata in un campo d'ipotesi l'una più ridente dell'altra; il dabben uomo aveva obliato ogni sua diletta abitudine, fuor una: — quella di far del bene quanto e a quanti poteva.
CAPITOLO SECONDO
VII.
Vuoi tu scoprire la virtù vera, ed imparare a conoscerne le gradazioni infinite? Studia l'uomo colpito dalla sventura: il campo, fatalmente, non sarà sterile alle tue ricerche. — La sventura rassomiglia al crogiuolo sottoposto all'azione del fuoco: questo scompone la materia, respinge le particelle vili o superflue, ritiene le nobili: quella, scuotendo ogni fibra, ed elaborando i più nascosi sentimenti, fa che brilli in piena evidenza, libero e scevro da pregiudizj, ogni riposto àtomo di tolleranza, di generosità, di rassegnazione. — Dietro un tale procedimento, quante volte la più gretta esistenza si rialza bella di un sublime eroismo? quant'altre volte per esso troviamo l'orpello in cambio dell'oro, e la virtù dei tempi felici ridotta a ciurmeria da scena? — Il dolore è quaggiù l'aureola del giusto; e, mercè la sua proprietà depuratrice, diviene spesso la redenzione dell'uomo colpevole.
Maffiolo subì una terribile prova; più terribile per lui, perocchè la sventura si versava sul suo capo, mentre sognava allegrezze. — Pure ne uscì degno della sua antica virtù; quel dì, in cui esultò al dolcissimo annunzio che era divenuto padre, segnava l'ultimo periodo di vita dell'amata sua donna. Un malore violento ed indomabile la riduceva in pochi giorni alla tomba.
Dipingere gli spasimi di Maffiolo sarebbe impresa più che ardua, temeraria. — Non creder sempre a quel dolore, che erompe in istrida e contorcimenti. La ferita da cui geme il sangue in abbondanza non è di solito la più dolorosa; quella invece, che non mostra nè cicatrice nè grumo, sanguina nelle cavità, e cagiona strazii senza misura. — Maffiolo, dopo un primo istante di gioja, previde a qual patto il cielo aveva appagato le sue brame. L'avvenire era oscuro; la speranza in vero vi mesceva qualche conforto; ma colla speranza era il dubio, col dubio l'angoscia.
Lo stato di Gabriella si fece tosto assai grave; e l'infelice sposo, che non l'ignorava, sapeva mostrarsi calmo e confidente in faccia all'inferma, per non aggravarla del suo dolore. — Preparato ad una probabile separazione, fece tesoro di quegli ultimi giorni; non si staccò mai dal letto dell'ammalata; e le prodigò cure e conforti coll'intelligente solerzia delle donne, che hanno il privilegio della pietà operosa verso chi soffre. Le ore passavano lente; ma i progressi del male erano rapidissimi. — Al quindicesimo giorno Gabriella era in fin di vita. — Consapevole del doloroso sacrificio ma rassegnata al volere di Dio, ella invocava, spirando, ogni benedizione sul capo delle amate creature, che era costretta ad abbandonare.
Un cupo e disperato dolore pingevasi sul volto di quanti le stavano intorno; quello della morta era calmo e sorridente. Il pallore diafano delle sue carni e le candide pieghe dei lini circostanti la rassomigliavano ad una statua di marmo coricata leggiadramente sopra un sarcofago.
Maffiolo non abbandonò la spoglia della sua cara donna alla pietà venale dei piagnoni. Egli volle ornarla degli abiti di sposa e cingerla sulle tempia di una corona di sempiterni; egli stesso la depose nella bara; poi la seguì alla chiesa, e l'accompagnò alla terra di Campomorto, dove scese con lei a visitare la stanza mortuaria de' suoi maggiori. Muto, affranto, privo del conforto di una lacrima, volle compiere fino all'ultimo il doloroso officio: e gli bastarono le forze. — Quando vide scendere il feretro allato a quello di suo padre, ruppe il silenzio per comandare, che fra le due bare si lasciasse uno spazio capace di una terza. Poveretto! egli sperava di raggiunger presto i suoi cari.
Ma non appena rivide la sua diletta creatura, ripudiò ogni idea funesta, e si pentì d'aver disamata la vita. Le sembianze della bambina, per una privilegiata intuizione dell'amore, gli ricordavano quelle della perduta compagna. Davanti ad esse il suo dolore aveva finalmente ottenuto uno sfogo; per vederla bisognava vivere: egli tornò ad amare la vita.
L'infanzia d'Agnesina (tale era il nome della fanciulla) fu, come spesso, una serie di giorni sereni colle rade vicende di lievi rabbuffi, inseparabili da una educazione amorosa e severa ad un tempo. — Suo padre, benchè inclinato all'indulgenza, non spingeva la tenerezza fino al punto di divenir cieco sui difetti della bambina. Egli poneva tutto il suo amore a svolgere nel cuore e nella mente di lei le virtù materne.
Agnesina era bellissima; guardandola pel minuto rassomigliava molto alla madre; gli occhi avevano la stessa forma, la stessa tinta; era simile il contorno del volto, pari la soavità del sorriso. — Ma la bellezza di costei aveva qualcosa d'essenzialmente proprio. — Le gote assai colorite e lo sguardo sicuro e penetrante le davano un'aria alcun poco maschile. Un non so che d'avventato e di fiero rivelava un carattere forte ed una volontà decisa. — Non mentivano gli amici di Maffiolo quando gli dicevano, che Agnese riuniva in sè i pregi dei due sessi. E infatti il presagio s'andava ogni anno confermando. La fanciulla aggiungeva ad una beltà sempre crescente una prontezza di spirito ed una vigoria di membra non comuni al suo sesso. Sfuggiva volontieri alla vigilanza della sua governante: ne' giochi non isdegnava associarsi ai fanciulli coetanei; onde, spregiate le bambole, sovente pigliava spasso alle infantili finzioni di opere vigorose ed ardite. In ogni esercizio del corpo, essa non era meno snella nè meno audace de' suoi compagni. Le gonne non le davano impaccio a correre ed a saltare; seguiva sempre i più audaci, e faceva coraggio ai più timidi. Se qualche volta la sua storditaggine le fruttava una caduta, oppure qualche graffiatura o ferita, sapeva nascondere a tutti l'inconsideratezza e il castigo, e dissimulava il dolore ed il sangue con una forza d'animo superiore alla sua età.
Quando poi era sola o rifinita di forze, piuttosto che rimettersi in balía della governante, amava introdursi nello studio del padre ed assistere alle sue letture. Ci è lecito dubitare che ne comprendesse per intero il senso: forse le bastava di connetterlo a modo suo dietro qualche frase o parola meglio intesa; forse anche si compiaceva soltanto di gustare la tuonante magniloquenza de' dialettici, o l'armonia dei poeti provenzali.
Ma quando poi udiva ripetere in iscorrevole vulgare le storie di magnanime gesta, d'imprese generose, oh con quant'anima ella vi pigliava parte! Come era commossa al sentir narrare le sciagure della gente virtuosa; come s'irritava alla consueta tirannia de' potenti; con quanta sospensione d'animo attendeva lo scioglimento del racconto; e se vedeva premiato il buono, e punito il malvagio, oh come le sgorgavano libere e soavi le lacrime!..
Questo ritorno alla squisitezza de' sentimenti muliebri non era frutto soltanto di una fantasia fervida e subitanea. — Le impressioni ricevute dalla lettura o dai racconti duravano in lei il tempo necessario a toglierle il riposo, ad interdirle le solite ricreazioni, a renderla, lunghe ore, intieri giorni, impensierita e silenziosa. Gli accessi di sensibilità non si restringevano ad un cruccio intimo ed infecondo di buone opere; poichè a temprare lo strazio, cagionatole dal male altrui, usava dell'unico ed infallibile rimedio: quello d'alleviarli con quanti mezzi fossero in poter suo. E siccome non sempre giungeva a recar consolazione a chi le aveva cagionato dolore, pagava il suo debito di carità verso la sventura ovunque ella fosse, dove prima l'incontrasse. — La fanciulletta aveva, nell'ingenuo suo linguaggio, parole di conforto per tutti: la sua era l'eloquenza, che conosce le vie del cuore; quella che tempera i mali altrui col dar certezza d'averli almanco compresi, col ridestare la speranza in chi soffre; alla peggio, coll'associarsi a lui nella preghiera e nel pianto. Alla miseria positiva e materiale soleva offrire più facile ed adequato soccorso; si spogliava con spensierata prodigalità di quanto era suo proprio, per fino de' più cari oggetti, de' più vagheggiati giojelli; taciamo delle molte volte, che divideva col povero, non veduta da alcuno, la refezione ed il pane.
Queste erano le sue gioje delle ore tranquille. — La solita pompa di trastulli, d'ornamenti, di vezzi, le tante inezie, sì care all'età sua ed al suo sesso, non erano cose per lei. — Ristorato l'animo con una buona azione, Agnesina tornava ad essere la storditella di prima.
Poco o nulla aveva ad operare l'educazione sul suo cuore, poichè esso era ottimo; ed ogni studio doveva riporsi a conservarlo tale. Quanto a domare alcun poco l'inconsideratezza del suo carattere, meglio ch'altro, valeva il crescere nell'età. Sui dieci anni, infatti, ella aveva perduto pressochè interamente quel fare baldo ed irrequieto, sì disdicevole ad una fanciulla; ai dodici, era divenuta tanto composta e riservata da essere modello alle compagne. — Ma il suo cuore era sempre lo stesso: anzi quell'imbrigliare ogni sua libera manifestazione, non faceva che infervorarne vieppiù i sentimenti, e renderne più validi e durevoli gli slanci.
Meno facilmente essa giungeva a contenere, entro gli angusti confini della feminile cultura di que' poveri tempi, la sua sete di cognizioni; la quale era in lei fatta più imperiosa dal non comune accoppiamento di un intelletto maschio, e di una fantasia vaporosa ed effrenata. — La smania di vivere fuori del mondo reale, nelle vicende vere o sognate degli eroi e de' cavalieri, aveva fino ad una certa età trovato pascolo nelle narrative delle fantesche; ma ben presto il loro corredo di panzane s'era esaurito, ed i racconti riescivano stucchevoli e scolorate ripetizioni.
Per servire al suo ardente desiderio, con una rara prontezza si fece esperta nel leggere, dote rara a que' tempi, nelle donne sopratutto; l'intelletto suo, senza gravi studj, le aperse la via a comprendere le fatte letture, e la feminile astuzia le insegnò l'arte di procurarsi un pascolo allo spirito, anche fuor di quello che il padre con rigida parsimonia, dopo aver scelto e vagliato, le concedeva per passatempo.
VIII.
Fra i libri (per non parlar de' classici greci e latini, che s'andavano moltiplicando nelle biblioteche de' monasteri, e tacendo de' pochi che per ridonar vita alle scienze, raccoglievano i briccioli sconnessi dell'antica filosofia) fra i libri, dico, non v'era gran cosa a scegliere: ancorchè la lingua vulgare avesse già raggiunto la pienezza della sua vita, e fosse divenuta, come ne dice l'Alighieri, la favella “non esclusiva d'alcun paese, propria di tutti i dotti d'Italia„[2].