Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 28
“Ingrata, interruppe amorosamente il conte, tu dunque dubiti dell'amor mio?„
“V'ha qualcosa al disopra di noi. Il destino è legge per tutti. Il mio signore può inalzarmi fino al trono e coprirmi colla stessa sua porpora, ma niuno potrà mai colmare l'abisso che divide la vassalla dal principe. — Lasciate ch'io vi dica tutto: il mio pianto, dopo essere stato la confessione d'un dubio, divenne una preghiera. Oh non deridere, o amico, la stranezza de' miei voti! Quella preghiera, fervida e pietosa quanto la parola di una madre che implora dal cielo la salute del suo bambolo, era vuota ed insensata.„
“Ma perchè parli con un linguaggio che io non comprendo? Perchè ti compiaci di mescere l'amaro nel calice di felicità che la providenza ci porge?„
“O Giovanni, perchè voi non nasceste tra il popolo, come io nacqui? Allora il mio amore, correndo sur una carriera piana, di pari passo col vostro, giungerebbe pieno ed integro sino a voi. — All'altezza di un trono gli affetti di una povera fanciulla arrivano assottigliati e dispersi, come salgono alle nubi i profumi dei fiori.„
“No, mia Agnese, non dir così. — Tu non devi esser confusa fra le donne a cui Dio affidò soltanto l'ignorato governo di una famiglia e il cuore d'uno sposo. Tu sarai, come la Beatrice del Poeta, il mio genio tutelare che, dopo avermi sollevato dagli immondi gironi, mi condurrà nel soggiorno beato della verità e della giustizia. Non rimpianger la fortuna altrui; non scongiurare il destino. — Ricorda le parole di tuo padre; pensa che la felicità compagna d'amore non deve essere la nostra meta, ma il luogo di riposo in cui riavremo lena per correre a più nobile scopo. — Ci si farà guerra: ebbene, prepariamoci ad essa colle alleanze; associamo le forze, e la vittoria sarà nostra. Io ebbi in te la virtù di Maffiolo; in me avrai tu il suo braccio. Quando avrò errato inutilmente cercando uno sguardo leale, un labro sincero, io mi specchierò nei tuoi occhi, o Agnese, interrogherò la tua voce, e tornerò a credere che la virtù non sia bandita dal mondo. Stanco talora, perduto d'animo, nauseato da tante ribalderie, non appena avrò posato la fronte sul tuo seno, troverò ristoro; e alle incalzanti pulsazioni di un cuor muliebre, rinascerò alla vita operosa e alla fiducia nella mia stella.„
Dire che le parole del conte fossero tanto efficaci da convincere lo spirito il più renitente, e offrirne a prova il fatto che esse calmarono le apprensioni di Agnese, sarebbe tradire la storica verità, e dar corpo ad ombre fuggevoli. L'ardore di chi voleva convincere era molto al disotto della docilità di chi bramava essere convinta. Le voglie imperiose, le fervide aspirazioni, i desiderj che hanno la forza di necessità, spesso si vestono ad arte di una diffidenza affatto superficiale, che dimanda spiegazioni per udirsi ripetere una cara verità; che crea degli ostacoli pel piacere di abbatterli. Con questo mezzo si ritorna a quelle usate parole, che tra gli amanti hanno sempre il prestigio di una novella improvisa e gradita. Così sott'altra forma si rischiarano i patti, si rinfrancano le promesse, si ripetono i giuramenti.
Ma quei giorni felici non sfuggivano alla inevitabile legge d'ogni cosa terrena: erano essi fugaci come, e più che il decorrere di una vita placida e consueta. Invano i due amanti, che vedevano con dolore abbreviarsi la misura del tempo accordato a tanta e sì dolce intimità, si studiavano di suddividerlo in ore e minuti per goderlo a bricioli, per bevere a sorsi la felicità. — Ma guai se ci sforziamo di trattenere il tempo che fugge! esso è, o ci sembra immobile, solo quando il desiderio, più rapido di esso, gli vola davanti.
Venne il dì, in cui il conte dovette partire per Pavia: quel dì già designato da lungo tempo, e che, finchè era lontano, pareva non dovesse arrivar mai. Ciascuno avrebbe voluto indugiare ad un dimani indefinito. — Ma pur troppo, spuntò l'oggi inesorabile, e bisognò dividersi: con quante promesse del conte, con quante lacrime d'Agnese, lo imagini il lettore.
Poveretta! ella rimaneva tutta sola; il desiderio di rivedere Canziana si faceva allora assai più urgente; e la delusa aspettativa più dolorosa.
Ma appena il conte fu di ritorno in città, provide a che gli addobbi del casolare, destinato alla dimora della fanciulla, fossero attivamente accelerati. I motivi di un tal mistero non hanno bisogno di spiegazione. Il Conte di Virtù non era uomo da soffrire che il nome della sua amata fosse confuso con quello d'altre, che attraversavano il peristilio del castello, occhieggiando questo o quel cavaliere, e che entrate povere e spoglie, escivano talvolta colla imponente rigidezza delle dame, gareggiando con esse pel lusso delle vesti o per l'arroganza del portamento. — Agnese non dimandò il motivo di questo allontanamento; lo comprese, e l'approvò; perchè anch'ella, sebbene ignara dei costumi della corte, sentiva il peso degli sguardi altrui e paventava i giudizj del mondo, ingegnoso troppo nel cercar pretesti a' suoi severi giudizj, credulo sempre, quando si tratta di prestare fede ad ogni meno onesta apparenza.
La scelta di una casa remota e abbandonata riesciva oltremodo opportuna. A coltivare le superstiziose credenze del vulgo, ordinò il conte che l'esterno dell'edificio conservasse il suo primiero squallore. — Intanto ferveano i lavori all'interno; e gli operai, che attendevano ad assettarla, erano chiamati da paesi lontani, perchè, estranei all'influenza delle superstizioni popolari, alla lor volta non tradissero il secreto dell'incumbenza.
Che fosse quella casipola, come distribuita, ed ornata, l'abbiamo già veduto nelle prime pagine. — Ma perchè fosse meglio allestita, il conte, malfidando ne' suoi gusti e bramando di prevenire quelli d'Agnese, volle rimettere la direzione degli apparecchi a persona amica della fanciulla. Quest'idea gli aperse la via a prepararle una sorpresa. Pensò di proposito a Canziana, spedì in traccia di lei, e la fece venire a Pavia annunciandole che vi avrebbe trovato l'amica sua.
LXXX.
Dopo la catastrofe, l'infelice governante era ritornata a Campomorto. Non v'è parola che valga a dipingere convenientemente il dolore in che era immersa. La sua pietà però non era sterile: alla preghiera e al pianto cedeva quelle ore che le sopravanzavano ad una continua operosità; nè questa, fino ad un certo punto, fu scompagnata dalla fiducia di salvare la sommersa. Ma ogni ora ed ogni minuto seppellivano una speranza. I primi tentativi erano stati vani. Più tardi, ancorchè ormai si disperasse della vita d'Agnese, continuarono le indagini, consigliate da una pietà non del tutto scevra di conforto. A quest'effetto, Canziana prometteva un generoso premio a chi scoprisse la salma della sventurata. — I contadini di Campomorto, che s'ingegnavano di fare il possibile pel meglio della amata padrona e della sua amica, ramingarono più giorni nelle terre che fiancheggiano l'Olona, frugando ogni bosco ed ogni cespuglio, interrogando i mandriani e i boscajuoli, battendo alla porta delle case e delle capanne. — Ma ogni ricerca era sempre vana; gli interrogati si stringevano nelle spalle, e gli esploratori se ne ritornavano la sera, più che stanchi, scorati; e presentandosi a chi li aveva spediti, rispondevano con un crollar del capo, che non aveva bisogno di spiegazioni.
Alla povera donna non rimanevano più nè consolazioni nè speranze. — Piangeva dirottamente pensando che l'amata fanciulla era morta, e morta a quel modo, abbandonata da tutti; senza che alcuno de' suoi cari le fosse vicino a raccoglierne l'estremo respiro. — Dolevasi di non averle prodigato le ultime cure, e spingeva il dolore alla disperazione, pensando che tutti questi fatti erano stati in sua mano; e che ella stessa, co' suoi consigli, aveva data occasione ed impulso a tanta sventura. Scorreva con impazienza il campo delle ipotesi per scegliere la meno crudele, e la più acconcia, a giustificare il misterioso smarrimento. — Forse la sommersa era sepolta nel fondo di un gorgo; e in questo caso non era sperabile il ritrovarla che al ritorno della magra estiva. Forse, giunta fino alla foce dell'Olona, era travolta nel Po e trascinata, Dio sa dove. Forse, gittata sur una riva deserta, era divenuta preda di qualche belva. — Il pensiero che quella, cara spoglia fosse insepolta ed oltraggiata, era peggio che un coltello nel cuore per la desolatissima donna. Nelle ore interminabili dell'aspettativa, nelle due notti vegliate per istudiare nuove pratiche ed intavolare altre ricerche, oh come l'infelice si rammaricava al pensiero, che le sue stesse parole erano state la causa, o l'occasione, di sì grande disgrazia! E intanto, mentre si facevano languide le ricerche, divenivano più pungenti le cure; il cessare delle speranze non la guidava punto alla rassegnazione. — In due soli giorni la povera Canziana si era fatta sparuta, scarna, tabida, come l'infermo che si rialza dal letto, non guarito ma stanco di un disperare inerte. E al par di costui, in preda ad una inquietudine febrile, correva le deserte sale del castello, evocando da ogni oggetto le memorie del passato, per rendere ancor più tetro e spaventevole la realtà del momento. Pareva che si compiacesse di porre la mano sulla piaga, non per difenderla, ma per istraziarla sempre più. I mezzi consigliati dalla ragione erano tutti esauriti: ad una ad una le speranze erano tornate vane; e la povera donna s'infliggeva intanto l'inutile martirio di riandare il passato, per maledire ciò che ella aveva fatto inscientemente, per deplorare quello che avrebbe potuto fare, e non fece. La mente, logorata nelle ricerche, sembrava riposare in questa crudele tortura, come se l'accusare sè stessa di complicità col destino, fosse ormai l'ultimo e l'unico affare che le rimanesse.
In questa sublimazione del dolore, le lacrime dell'infelice s'asciugarono; gli occhi divennero arsi e sgranati come quelli d'un delirante: la febre le prestava una forza fittizia e bugiarda; e, condensando nel suo cervello una vitalità anormale, minacciava di toglierle il senno. — Dopo d'avere errato con tanta incertezza fra mille pensieri, e non aver raccolto che delusioni, ricorse alle più vaghe idee; e, scelta a caso la meno saggia, fissò in essa la mente, e affaticò su di essa quel poco di ragione che il dolore le aveva lasciato. — Povera donna! un giorno ancora simile ai due precedenti, ed avrebbe impazzito.
Noi sappiamo già che Agnese, in mezzo alla sua felicità, non aveva scordato la buona governante. Non imaginando per certo che il suo dolore potesse farsi tanto minaccioso, pensò nondimeno ad affrettarle la consolazione di saperla viva e salva. — Fortuite circostanze obligarono il messo a ritardare la sua spedizione. Ma per buona sorte ei giunse ancora in tempo. — Canziana, sentendo che la sua diletta Agnese era salva, e ricevendo un secreto avviso del conte che le ingiungeva di apparecchiarsi a rivederla fra pochi giorni, fu ad un punto di morir dalla gioja.
Quei dì, che passarono come un lampo per Agnese, furono una vera eternità per Canziana. — A questa però riescirono utili per ristorare alquanto le forze, le quali, al cessar del delirio, erano scomparse del tutto. Ella abbandonò Campomorto con una gioja che non si può descrivere. Giunta a Pavia, s'installò nell'abitazione destinata ad Agnese; e, assecondando le istruzioni del conte, attese a che fosse proveduta di quanto potesse renderla più gradita alla sua nuova abitatrice.
Pensi il lettore come dovesse riescire l'incontro delle due donne. Per verità, ciò che fu ascoltato o detto da ciascuna di essa, a confronto di tanto amore e di tanta ansietà, potè in quel momento sembrar languido e freddo. — Le frasi sonore, le smanie e le strida, soverchiano quasi sempre la passione; ma quando questa è, come nel caso presente, sì valida e sublime da essere àrbitra della vita di chi la nutre, non v'ha parola od atto che sappia esserne interprete fedele. — Perciò appunto le due amiche, al primo rivedersi, rimasero mute; soltanto dopo uno scoppio di pianto, interrotto da abbracciamenti e da esclamazioni, escì libera la parola a chiedere ed a raccontare, a benedir Dio e gli uomini. Canziana narrò le sue pene, Agnese le sue gioje. Le parole dell'una facevano sèguito alla storia dell'altra.
Alle narrazioni tennero dietro i commenti; e in ciò, l'età e l'affezione accordavano a Canziana il diritto d'essere la prima ad interrogare, e di spingere le sue dimande fin dove avrebbe potuto giungere una madre. — La buona donna fu discreta; e con un tuono, che prometteva amorevole indulgenza, toccò i più scabrosi argomenti di modo, che la fanciulla potè rispondere senz'essere tradita dall'infido linguaggio del rossore. Agnese narrò come e quanto fosse amata dal conte; e non nascose di riamarlo con tutte le forze dell'animo. Ma ciò ella diceva con quel candore che, accennando alla gravità del pericolo, offre certa testimonianza della salvezza. Canziana se ne rallegrava di tutto cuore; e benediceva dentro di sè alla providenza, che aveva vegliato sull'innocente. — La inconsapevolezza del male, caparra di una virtù illibata, era per lei una severa ammonizione sul grave cómpito che le spettava da quel momento in poi. Accoglieva però di buon grado l'incarico di vegliare sulla sua cara fanciulla; e si proponeva di trovare in una prima occasione il momento e il coraggio per indurre il conte a porre la virtù di Agnese sotto la salvaguardia di un legame benedetto.
Dall'arrivo di Canziana al momento in cui lasciammo Agnese alquanto melanconica ed abbattuta, trascorsero sei mesi, epoca che vorremmo saltar di piè pari, non perchè sia vuota d'interesse, ma perchè una storia d'amore sarà meglio indovinata da un cuore sensibile, che non esposta dal più diligente raccontatore. Preveniamo soltanto una doppia dimanda, che ci pare inevitabile. — Agnese era dessa ancora la pura donzella di Campomorto? Canziana aveva mantenute le sue promesse, e poteva andar superba della sua vigilanza?
Nella storia s'incontrano inevitabilmente delle scene assai poco maneggevoli. Esse ne ricordano certe vedute pittoresche a cui l'artista s'avvicina coll'occhio appassionato, e davanti alle quali spiega tutto l'apparato dell'arte sua col proposito di trarne un magnifico quadro; ma che poscia, sottoposte a più minuto esame, diventano nelle singole parti meno belle e meno attraenti; onde il primo entusiasmo scema, e nasce la tentazione d'abbandonare o di correggere l'opera della natura, sostituendovi qualcosa del proprio, a rischio di sembrare infedele ed ammanierato. — Anche il novellatore, quando la storia tace, o non giova a' suoi fini, può lanciarsi liberamente nel vasto campo del verosimile, ed ivi raccogliere a discrezione imaginose avventure, che allettano e commovono come i fatti veri e naturali. — Ma il cronista ha la via e la meta segnata; nè può escirne per questa scappatoja. Sincero espositore dei fatti, egli deve narrarli quali sono: tutt'al più, imitando chi copia, potrà lasciar nell'ombra, come obliati, quegli accessorii, che per interessi ben più urgenti di quelli dell'arte, meglio è nascondere. Il disegno generale della scena apparirà, malgrado ciò, nella sua interezza; e per chi vuole aver nozioni sui particolari di essa, rimarrà aperto l'adito ad interpretare ciò appunto che, a bella posta, si è solo leggermente accennato.
LXXXI.
Dopo sei mesi di soggiorno a Pavia, Agnese, benchè costretta a condurre una vita da prigioniera, si era fatta ancora più avvenente: ma la bellezza florida, gioviale, che brillava un dì sul volto della giovinetta, cresciuta all'aria aperta e libera d'ogni pensiero, cedeva il posto all'espressione più eloquente di un'anima che ha raggiunto il suo sviluppo, e si è, per così dire, perfezionata nel dolore. — Fra la vispa donzella di Campomorto e la pensosa Agnese di Pavia, passava la differenza che suol essere fra la fanciulla e la donna, fra chi sogna un avvenire tutto rose e speranze, e chi confonde colle sue gioje pur vive e dolcissime, l'invidiato ricordo di un bene, che non tornerà più.
Il suo aspetto aveva subito un mutamento, soverchio pel breve tempo trascorso, anche fatta ragione al rapido progresso di una esistenza giovanile e piena di vigore. — Volendo dar conto di questo prodigio, nulla di più opportuno che rassomigliarlo allo sviluppo repentino e straordinario proprio a chi si rileva da una malattia mortale felicemente superata. Pareva che la sua statura fosse assai più alta, tant'era divenuto maestoso e severo il suo portamento. Tutta la persona aveva acquistato quel lusso di forme, quella copia di grazie, che in una donzella di precoce sviluppo sono doti annunciate, ma non raggiunte; onde si dice essere il bottone di un fiore ancora più bello pel profumo e pei colori che promette, non appena sarà sbucciato. Chi cercasse ora nel suo sguardo la franchezza e la serenità di pochi mesi prima, giurerebbe che quelli non erano gli occhi d'Agnesina; sì grandi, sì neri, e sempre tanto avidi di luce. Ora, sotto il velo delle ciglia ancora più folte, vibravano essi, a quando a quando coll'usata sicurezza, un fuoco vivo del pari e penetrante; ma poi si chinavano a terra languidamente, come se avessero speso una soverchia vitalità, e bramassero riposate nell'ombra. Il viso, non più florido come in passato, si abbelliva di un pallore diafano, che lascia travedere la morbidezza dei tessuti e il decorrere dell'onda vitale. Sotto il doppio arco delle sopraciglia fortemente tracciate, scendeva il naso di attica perfezione; ma alla irreprensibile bellezza delle linee, gli si aggiungeva la mobilità delle rosee narici, che accompagnavano la concitata cardiopalmia. La bocca, disegnata da labra alquanto tumide e colorite da un incarnato simile a quello del corallo smunto, talvolta era socchiusa ed atteggiata a nobile sdegno; tal'altra semiaperta sembrava implorare un'aria più libera od accentare una parola, che esciva dall'anima per correre ad un lontano ascoltatore.
In addietro, la terra di Campomorto era angusta alle sue corse. Da che si trovava in Pavia, le mura della sua volontaria prigione le bastavano; anzi, al fuggir dell'inverno, invece di rifarsi della lunga immobilità cui erasi condannata, restringeva ancor più la cerchia de' suoi passi, e stava le intere giornate chiusa nella sua camera, leggendo davanti allo scrigno, e lavorando all'ago ed al trapunto presso la finestra, che le offriva il più largo campo di cielo, e da cui spiava più da lungi chi si avvicinasse alla sua dimora.
Chi oserà dire che Agnese è felice, se ella è tanto pensosa, se la vediamo ripudiare ad una ad una le dilette abitudini della giovinezza, e trascorrere le ore e i giorni come una derelitta, dimenticando il liuto e le ballate dei trovatori? Ma come potremo convincerci che Agnese è sventurata, se ella giura a Dio ed agli uomini d'essere felice fra i felici della terra!
La era infatti: e lo mostrava in modo da non lasciarne dubio, ogni dì, verso il cader del giorno, quando presentiva il rinnovarsi di un caro convegno, e ne affrettava la gioja cogli ansiosi desiderii. Allora non si doleva che della lentezza del tempo; pigro sempre a confronto della foga de' suoi palpiti. Le sue gote ripigliavano il roseo d'altri tempi; le labra si tingevano del più vivo incarnato; e gli occhi sprigionavano dalle folte palpebre due pupille ancor più nere e brillanti del consueto, cupide di aria e di luce, sempre le prime a ravvisare chi spuntava da lungi sull'estremo della bastía, ferme e sicure nel sostenere l'incontro di un altro sguardo lungamente desiderato. Ma prima che l'occhio facesse questa scoperta, prima che l'udito riconoscesse, fra i varii strepiti, lo strepito noto d'una pedata, il cuore salutava il benvenuto con un battere sì vivo e concitato, che le toglieva il respiro. Oh allora Agnese non mentiva! ella era veramente felice: felice a segno, da credere che un solo istante di quel benessere fosse guadagnato a buon patto con una intera vita di squallore.
Quando la persona aspettata era giunta, dopo un minuto di silenzio e di raccoglimento, ella risurgeva più vivace che mai. La contentezza traboccante dal cuore, angusto alla piena di troppi affetti, effundevasi su tutta la persona e traducevasi in sguardi sereni, in facili sorrisi, in motti arguti, in lacrime di tenerezza. — Ma se fosse possibile analizzare quelle lacrime, le troveremmo composte di ben diversi elementi; poichè tutto ciò che noi chiamiamo dolore e piacere, non è sì nettamente spartito, che l'uno non contenga in sè qualche particella dell'altro. Scopriremmo, che le lacrime dei primi dì non erano simili in tutto a quelle dei giorni susseguenti: un tempo esse erano vaporose, e sottili come l'etere; ora s'erano fatte più dense, e forse già un poco amare.
Da quando un tal mutamento?
LXXXII.
Era un giorno d'inverno. — Una bruma spessa e grigiastra pesava sull'aria e copriva il sole; il quale, apparendo a quando a quando attraverso i vortici della nebbia, sembrava la forbita rotella di un eroe d'Omero. Il suolo era coperto di una copiosa fiorita di neve, qua pesta e ridotta a fango, là intatta e pura come un letto di gigli. Da lontano il bianco velo, perduto nella tinta turchiniccia dell'aria, stendevasi in un orizzonte indefinito fino a toccare le nubi, senza che uno screzio meno fosco rallegrasse in alcuna parte il funereo lenzuolo, entro cui dormivano abbracciati il cielo e la terra.
Agnese, di tempra squisita e facile alle emozioni, non potè essere straniera a quella scena di mestizia universale. Ella, per cui la vista del sole e dei monti, gli sconvolgimenti, fossero pur terribili, della natura, erano vita e gaudio, ritorceva stanca e nojata lo sguardo dalla finestra, entro la quale s'incorniciava la monotona nevicata. Pure, mentre il giorno correva pigro e sconsolato, si confortava pensando alle immancabili dolcezze della sera. — Sotto la volta azzurra della sua stanza, alla luce artificiale dei doppieri, calate le cortine del verrone, e chiusa al di fuori ogni men lieta apparenza, ella creava nella sua mente una primavera d'amorose parole e di fervidi affetti.
Canziana, la buona e fedele amica, aveva dal canto suo fatto ogni sforzo per rallegrare quel tetro soggiorno. Quando la padrona taceva, persuasa che quel silenzio fosse doloroso, tentava scuoterla colla memoria delle andate cose; e passava in rassegna le glorie della famiglia dei Mantegazzi e le avventure tante volte udite dall'ottimo messer Maffiolo. Commendava la sapienza di suo padre e la bellezza della madre sua; poi alle lodi del casato innestava con fino accorgimento quelle del Conte di Virtù, celebrandone la generosità e la domestichezza, e facendo i più onorevoli raffronti tra lui ed i tiranni che reggevano altre contrade. Chiudeva, infine, pigliando un acconto sul futuro, ed effondendosi in augurj e voti i più lieti. Ma quando s'accorgeva che le sue parole non erano ascoltate dalla compagna, visibilmente assorta in altre considerazioni, ella (privilegiata fra le femine di buon cuore, che d'ordinario peccano di loquacità) sapeva imporsi la legge d'essere discreta e tacere. In quei momenti non sentivasi altro strepito, fuorchè lo spunto dell'ago, che forava il sciamito teso sul telajo d'Agnese, e il trottolare del fuso, scosso dalle mani di Canziana; oppure, se tali operazioni si allentavano, il respiro affannoso della fanciulla.
Nell'infrequente ricorrere di simili casi, Canziana soleva essere ancora più assidua e più affettuosa verso la sua padrona; e, scambiando pietà per pietà, ometteva perfino le solite sue pratiche nella vicina chiesuola, sostituendo ad esse una più devota e più amorosa sollecitudine per la figlia sua.