Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 27

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L'interrogato, che era ebro cotto d'abitudine, come l'indicava il suo nome, alzò il capo sonnacchioso, e con una faccia da tulipano sbucciato mormorò tra i denti: — “Io? non so nulla, io. Messere ne diè in consegna il castello, coll'appendice della cantina. Carta bianca a tutti, purchè si mettesse a soqquadro. Io nuotai nella vernaccia come un papero finchè n'ebbi alla gola; di là chiusi un occhiolino, e non l'ho riaperto che a sole alto, in questo pollajo. — Ci deve esser stato di mezzo qualche affar grosso: ma che fu...? indovinalo grillo.„ — Dopo tali parole accosciatosi di nuovo e rimesso il capo tra le mani, e le mani sulle ginocchia, ripigliò il filo de' suoi sogni dorati, russando come un mantice fesso.

Un altro si pigliò il carico di riferire la cosa a Medicina; e se egli no'l fece con ordine, e con parole acconcie, diede almeno indizio al suo capo d'essere perfettamente in cervello.

“Ecco, — prese egli a dire; — voi ci avete lasciato a Campomorto coll'ordine di spogliare il castello, d'ammucchiare il meglio che vi si trovasse, e di tenere in soggezione quei pochi sornioni che ci facevano il viso accigliato. Noi abbiamo eseguito appuntino i vostri ordini; ed eravamo così contenti dei fatti nostri, che trovammo tempo e cuore per far baldoria a spese dei signori e del comune. — Dirò di più che quei visi lunghi si spianarono a segno, che ci avrebbero dato dei fichi fiori per renderci sodisfatti. Nel pian terreno del castello surgevano mucchii di bellissime robe raccolte per voi e per noi, che v'aspettavamo da un momento all'altro. Dopo il lavoro vien pe' suoi piedi il bisogno di alzare il fianco, per poi mettersi al riposo. La giornata era stata greve: cominciando da quella corsa per arrivar qui, che abbiam fatto di volo, cariche le spalle e colla pancia asciutta. — Un sacco vuoto, lo sapete anche voi, non sa stare ritto. — Fu dunque convenuto di fare un sontuoso pasto. Ogni massaro del villaggio ci pagò un tributo di polli e d'oche; due enormi pentole sostenute da pali bollivano in mezzo alla corte, mentre vi scoppiettava sotto una fiamma allegra, nutrita collo sfasciume di questa gran topaja. A suo tempo ognuno di noi s'unse il mostaccio in quel sugo. Circolavano nel campo scodelle di zuppa cogli occhioni dorati, che avrebbero fatto gola a un frate: poi ebbimo pollame e carni salse, cacio pecorino e frutta; infine più che il bisognevole per immollare il becco. Oltre i fiaschetti di vernaccia e di vin santo, che ciascuno aveva conquistato per sè, e cui faceva l'amore in disparte, v'erano tre grandi tinozze, alle quali s'andava a spillar del buono, per ammorzar l'incendio della sete e delle parole. Era di quello che schizza agli occhi, e caccia all'aria i fastidj: un vinello, che a Milano non si beverebbe per una manata di terzuoli al sorso. — Da principio eravamo tutti muti, come in un refettorio: poi si sciolsero i scilinguagnoli, e toccò via una parlantina generale, che pareva un mercato. Era una gara a chi le diceva più marchiane: sempre però col dovuto rispetto al signor Barnabò ed a voi, alla cui salute abbiam trincato non so quante volte. — Così dalle parole alle grida, da queste alle canzoni, ci tenemmo desti fino alla tarda ora. La corte pareva un campo di battaglia; ossa, carcami, reliquie d'ogni commestibile, e il suolo molle anch'esso da rivi di vino; poichè i beoni, credendo di aver proveduto alla sete d'un mese, non si curavano di turar gli spilli. — In mezzo a quella baldoria, io non tralasciai di predicare a' miei compagni: stiamo in gamba, figliuoli: non è casa nostra codesta: non per lo spreco; che m'importa a me della roba altrui? ma non vorrei che ci andasse di mezzo l'affar nostro: giudizio, che può capitar ancora un serra serra. — Ma era voce al deserto: eccezion fatta di alcuni pochi, tutti erano come colui là (e additava Golasecca) ebri più che una monna. Intanto s'era fatto bujo del tutto; spirava un'aria fresca, e s'aveva bisogno di dormire. Levate le mense, quelli che avevano gambe a reggersi entrarono nei vestiboli del castello, e cercavano riposo sulla fresca paglia che s'era distribuita in doppia fila lungo i muri degli androni. Mezz'ora più tardi, un russare generale attestava che tutti erano addormentati.

“Siate buono, o messere, e non ridete di quel che sto per narrarvi. Dite che la è cosa strana, prodigiosa, e che pare incredíbile: ma credetela, affè di Dio, perchè essa è vera. De' miei compagni ve n'è qui ancora un buon numero; essi aggiungeranno fede alle mie parole. I fatti sono fatti, e senza una ben grave cagione non saremmo col muso alla grata; chè il sangue l'abbiamo anche noi nelle vene, e...„

“Avanti, avanti„ — interruppe Medicina, cui quelle proteste sì discordi dalle opere gli mettevano un razzolio interno tutt'altro che piacevole.

“Scusate, messere, torno alla pesta. Io non so quanto tempo durasse la calma tra noi; ma non erro asserendo che doveva esser molto inoltrata la notte, quando il silenzio fu turbato da uno strido di uno dei nostri, che riposava nel fondo dell'androne, presso una finestra rivolta alla corte. — Non fu però il grido che destò gli altri; la stessa causa che operò sul primo diffuse, colla rapidità del lampo, lo sgomento in tutti quanti. E lo sgomento, ve lo giuro, fu orribile; tanto che il tranquillo dormitorio parve divenuto uno di quei gironi d'inferno descritti da quel messer di Firenze, che deve esservi andato per saper raccontar tante paure. — Chi gridava a piena gola, chi gemeva sommesso, chi sospirava. V'erano di quelli a cui la voce, era tolta in un col respiro; e che per riaverla spalancavano le fauci, e contorcevano la bocca, senz'altro sprigionar che un rantolo simile a quello d'uno che affoga. Era un'oppressura, un affanno, un morir d'ogni istante. Alcuni pochi avevano potuto levarsi in piedi di colpo; altri, raccogliendo tutte le forze, erano riesciti a balzare a mezza vita dal loro strame. I più o giacevano inerti, o lottavano cogli spasimi di una convulsione e parevano indemoniati... — Ah messere, non era e non poteva essere altro che il demonio la funesta cagione di quel malanno! Dite che io sono un pazzo, ma interrogate tutti quanti i miei compagni; questi che son qui, quelli altri che incontrerete dappoi: tutti ad una voce vi ripeteranno quel che ora io vi narro.

“La finestra posta in fondo all'androne si era spalancata, come scossa da un soffio di vento gagliardo. I cardini delle imposte mandarono uno stridío acuto; e le muraglie e la volta tremavano. Sulla soglia della finestra comparve un grosso animale col pelo irto e bruno, gli occhi di fuoco, la golaccia svivagnata, guernita di zanne candide ed orribili. — Tutto quanto il camerone era immerso nelle tenebre le più fitte; intorno a quel fantasma splendeva una luce fosca, che si moveva con lui, e pareva uscire da' suoi peli. Io non so dirvi a quale specie appartenesse quella laida creatura; era qual cosa come un mastino od un lupo. — Il certo si è che il primo grido si levò quand'esso, balzando dalla soglia, si gittò d'un salto sul petto di colui che gli era sdrajato più vicino. Lo strido fu acuto ed evidentemente involontario. Il mostro non si arrestò: corse dall'uno all'altro giaciglio pestando e soffocando allo stesso modo, l'un dopo l'altro, quanti v'erano distesi. Ma il più strano si è, che la sorpresa e il soffocamento, i gemiti e le strida si manifestarono in un sol punto per tutto il camerotto. L'orribile spauracchio era dapertutto; scorreva da cima in fondo, per assidersi sul petto d'ogni uomo. Uno d'aspetto, ei si moltiplicava quante erano le vittime, per tormentarle tutte ad un modo e in un'istante.

“I miei compagni erano scompigliati: i capi avevano perduto la scrima. Tutti volevano e tentavano sottrarsi fuggendo. — Oh l'orribile tormento il volere e non poter fuggire! le membra aggranchite non obedivano alla volontà; l'ansia della fuga andava crescendo quanto erano scemate le forze necessarie per togliersi dal posto. Finalmente, il riescirvi di alcuni pochi più pronti e meno oppressi, fu d'esempio ai più. Quelli si precipitarono alla porta; questi si rialzarono; i peggio conciati cominciarono a dimenarsi con minor spasimo. Alla porta era uno stivamento indescrivibile: nessuno pensava alla roba, tutti a mettere in salvo la vita. Si obliarono armi, mantelli, bisacce: — Fuori, fuori, gridavano taluni a cui era concesso pronunciar parola — largo, largo, un po' d'aria, ahimè, io affogo, io crepo, — sclamavano gli altri, cercando farsi strada tra la pressa colle pugna e coi gomiti.

“Una parte dei nostri era già fuori, e sentiva ristorarsi all'aria fresca. Io e quei poveretti che erano meco, collocati nella parte più lontana dall'uscita, eravamo gli ultimi a trovar salvezza. L'orrendo spettro vagolava ancora dinanzi ai nostri occhi; ma le sue forme s'andavano leggermente scomponendo, come certi nuvoloni neri travagliati dal vento. — Intanto bisognava vedere come la davano a gambe i fuggitivi. Invano tentò rattenerli la guardia della porta; si sarebbero gittati sulla punta dell'aste piuttosto che dar indietro. E alle spalle di costoro, gli altri, che non avevano albergato con noi, ed ignoravano d'onde nascesse lo sgomento, cedevano alla spinta nascosta, e senza interrogare nè i compagni nè sè stessi, fuggivano, senza sapere dove o perchè.

“Ecco come fu abbandonato il campo. Rimproverate, se vi basta l'animo, a quei pochi, rimasi soli e senza mezzi di difesa, sfiniti dallo spavento e dal male, il non aver ripreso l'armi, e conservata la posizione. I terrieri, che forse conoscevano quel brutto gioco del demonio, che assai probabilmente fidavano in lui, non appena videro le nostre file scompaginate, cominciarono a imporla tropp'alto e a far da padroni. — D'armi non avevano difetto: v'erano le nostre. Noi eravamo sì pochi, e quei pochi erano stremi di forze a segno, che donne e bimbi avrebbero potuto compire la nostra disfatta. — Eccovi, messer Capitano, la brutta storia dei casi nostri. Abbiamo perduto un bel bottino e offuscata la nostra riputazione; ma la colpa, credete, non è nostra. Ove ci mette mano il demonio, sfido tutte le armi della Signoria a tener sodo[26]„.

Medicina, pel solito incredulo di tutto, piegò la fronte davanti all'ineluttabile potenza dell'inferno, ed assolse i suoi soldati da ogni imputazione, preparandosi a dividere con essi la mala fortuna del carcere. Ma di dentro arrovellava al pensiero di tornarsene a casa a mani vuote, dopo d'aver avute in pugno un tesero, “Tornare? — ei chiedeva a sè medesimo — quando e come tornerò? come finirà questo negozio? che penseranno fare i soldati del Conte di Virtù? che dirà il signor di Milano?„ Così da un dubio passava all'altro, da questo a quel cruccio, e si sentiva rimescolare la bile, e se la pigliava con tutto il mondo, non osando e non potendo pigliarsela coll'invincibile autore di quella ciurmeria. — Il solo tesoro che portò seco da Campomorto, quando il giorno dopo venne posto in libertà, fu un cumulo d'ire, che nutrì e coltivò perchè portasse frutto a suo tempo.

CAPITOLO UNDECIMO

LXXVIII.

Fra il punto in cui ci troviamo, e quello in cui risaluteremo Agnese nella casipola di Pavia, v'ha di mezzo un intervallo non insignificante di giorni felici. Questo spazio rassomiglia ad una strada comoda e piana, alberata sui fianchi, rallegrata da frescure e da delizie, ma così dritta e simmetrica che, quando si è ad un capo, è impossibile il non vederla fino in fondo. È cosa strana invero che la felicità riprodotta col linguaggio dell'arte perda la vivezza de' suoi colori, e riesca sempre sbiadita e monotona nella sua realtà. Gli è perciò, che il pittore non chiede inspirazioni al cielo in pien meriggio, o all'albero carico di fiori e dì frutta, o al volto eternamente composto al sorriso: ma ritrae più volontieri un mesto tramonto, un'aria nubilosa, od una lacrima, che fa velo a due grand'occhi neri. — Il dolore è, o pare, cosa più eletta che la gioja.

Il tratto di storia, che ci sta davanti, è appunto una di quelle epoche di completo ben essere, che meglio vuolsi raccomandare alla fantasia dei lettori, che non tentare di riprodurre colle parole. — L'uomo nulla meglio sa imaginare che la felicità, quantunque non siavi cosa di cui egli faccia più scarsa prova.

Quel giorno, e quei giorni, passarono pei nostri amanti in un'intimità pura ed ingenua; quale si conviene a due creature che, dopo aver con eroica fermezza serbato un secreto di vita o di morte, vengono ad un tratto prosciolte dal voto, e fatte libere di svelarsi gli arcani affetti. — Entrambi ritornavano addietro colla memoria per rifare passo passo la strada che li aveva guidati al compimento dei loro desiderj. Non vi fu nulla che tacessero; perchè non eravi cosa di cui dovevano arrossire. Correva la loro esistenza come un fiume ingrossato dalla piena; ma le onde di esso, benchè copiose e frementi, non erano meno limpide che la fonte da cui scaturivano. Ciascuno ebbe una lunga storia a raccontare; ciascuno ne ebbe una ad udire. Era essa per entrambi una successione di speranze e di disinganni, di buoni e di tristi presentimenti: era una lotta continua tra la mente ed il cuore, in cui la prima esciva sempre vincitrice, portando lacrime e schianto nel suo stesso trionfo.

Agnese, l'ingenua e pura fanciulla, non fu meno schietta; perocchè dal canto suo credeva di avere smesso le armi, solo quando erano divenute inutili. — Narrò ella, come nascesse il suo amore da una severa pietà, diritto e dovere d'ogni anima gentile. Già in lei ardeva la fiamma di una passione indomabile, che ancora sognava d'essere libera e padrona di sè. Narrò quale fu la sua emozione all'accorgersi di avere ricevuto il battesimo della maturità, accogliendo nel suo cuore il più nobile e gagliardo affetto. Ma quell'emozione era dessa gioja o dolore? Lo chiese mille volte a sè stessa, e il cuore non le seppe rispondere. L'ebrezza dell'amore era combattuta dal dubio di non essere amata; e quando pure lo fosse, altri dubj nascevano in lei dal pensiero, che un uomo potente cede, per solito, alle consentite affezioni il superfluo della sua esistenza affaticata da continui trionfi. Nulla tacque la schietta donzella: nè i contrassegni di una preferenza privilegiata, cui ella dava il nome d'ossequio, ed era amore; nè le sollecite cure a lui prodigate, che ella chiamava pietà, ed era di bel nuovo amore. — Svelò come le ardite sue manifestazioni fossero spesso scontate col rimprovero e col fuggevole pentimento; e come le timide reticenze erano alla loro volta aspreggiate dall'accusa di pusillanimità. Ahi quante volte, avvicinandosi a lui colla speranza di trovare conforto, indietreggiò desolata, leggendo nei suoi sguardi una peritanza fatale ad un cuore già divenuto geloso! Non di rado, sentendosi forte ed apparecchiata, erasi decisa d'affrontare il pericolo di combatterlo, di superarlo; ma poi, non appena ella metteva in gioco le sue armi, cedeva, più affranta e più schiava di prima, all'insuperabile fatalità. Una stessa parola, un atto istesso di che jeri esultava, era oggi la sua tortura: desiderava di parlare e di svelare il cuor suo, e temeva ad un tempo d'essere udita e compresa. — Chi non provò amore, non conosce queste dure battaglie. Un affetto, nato e cresciuto sotto il durevole influsso di circostanze propizie, avrà le sue gioje; ma, com'esso giunge troppo presto all'apogeo della sua esistenza, riescirà insipido e passaggero, al pari d'ogni frutto precoce.

In quelle ingenue confidenze tutta l'anima d'Agnese sgorgava schietta e faconda dalle sue labra, senza quelle lusinghe sfrenate che cangiano l'amore in delirio. La sua virtù, come il velo trasparente in cui s'avvolge la mistica bellezza degli eletti, teneva in rispetto gli sguardi. Sarebbe stato più pericoloso per lei il mostrarsi meno sicura di sè, e più agguerrita; giacchè le armi diventano una provocazione quando sono scarse ed inopportune. — Per le anime generose, l'inscienza del male è un'egida invulnerabile contro la quale si spezzano le più ardite volontà, i più baldi propositi. — E infatti Agnesina, resasi a discrezione del suo signore, ebbe in lui l'amante che brama e, ad un tempo, il fratello che difende.

Per un pezzo, quel soggiorno fu pei nostri innamorati un paradiso di continue delizie, una palestra di nobili virtù, un tempio di amor casto ed illibato. — Vegliate, o angeli, sull'innocente: fatele schermo ai pericoli colle candide vostre ali, affinchè quel fiore non sbucci anzi tempo sotto i torridi raggi della passione. L'eroismo di un momento non è caparra di queta e perseverante virtù. — Vegliate, vegliate.

Fra tanta gioia però non erano infrequenti i sospiri; e non ultima cagione di essi era per Agnese la lontananza dalla sua buona governante. Più e più volte ella ne aveva chiesto conto; instava con amorosa sollecitudine perchè venisse prontamente richiamata; la attendeva ogni dì, ogni ora; sentiva d'avere troppe e grandi cose a dirle; e, in mezzo a tanta festa, aspettava pur da lei qualche conforto. Ad ogni improviso rumore si levava, come per moverle incontro; e al riconoscere l'inganno ritornava al suo posto, non osiam dire mesta, ma per un momento alquanto men lieta.

Il conte aveva la più deliberata intenzione d'aderire alle preghiere d'Agnese; ma l'incarico voleva essere affidato a persona di fiducia ch'ei non potè trovare sì presto. L'invio di costui e l'arrivo di Canziana dovevano essere un mistero, come lo era la presenza di Agnese. Ond'è, che la donzella per molti giorni non potè essere sodisfatta; e che, pur sussistendo la felicità dei primi istanti, i sospiri divennero più frequenti, ed il suo occhio si coperse di qualche lacrima passaggera.

La donna è spesso fatta scherno del mondo perchè pronta al pianto ed al riso. — Ma è legge forse che il riso ed il pianto sieno invariabilmente l'espressione della gioia e del dolore? V'hanno, è vero, lacrime di tristezza, molli ed infeconde come la pioggia d'inverno; lacrime d'ira, improvise e fatali come la gragnuola. Queste e quelle però sono d'ordinario generate da una costituzione morbosa; e quando sembrano sgorgare dall'anima, gli è che questa subisce l'influenza della materia inferma. Ma v'hanno altresì le lacrime del pentimento, ben più belle e soavi che le prime. — Oh benedetta la donna che, avendo errato, sa piangere! — Quel lavacro depura il suo animo, come il corso di un ruscello deterge le pietruzze dell'alveo, dianzi nascoste nel limo. — Che diremo infine delle lacrime d'amore? Un cuore vuoto d'affetto forse le chiamerà insipide. Ma chiedete a chi amò s'egli ebbe mai in altro modo dalla sua donna una più eloquente protesta d'affetto? Quel pianto non è nè gioia nè duolo; è amore tradotto nel più fedele ed efficace suo linguaggio. — Esso rivela che nel cuore di lei si agita un ultimo dubio; che la volontà, non ancor doma del tutto, fa un ultimo sforzo. Ma, non temete, l'estrema lotta non farà che dare maggior rilievo al vostro trionfo. — Il labro è impotente a tradurre il soverchio affetto; il pianto è il complemento della parola. — Non rammentate alla donna le sue promesse; rammentate le lacrime ch'ella versò, cedendo la fronte al vostro primo bacio. A quella memoria si ritempreranno gli affetti omai stanchi ed assueti; voi sentirete il cuore di lei, muto poco prima, rispondere al vostro con un battere fervido e giovanile.

LXXIX.

Ad un angolo del castello, la bruna muraglia sopportava un'alta torre coronata di merli e guernita di bertesche e vedette, com'era la moda di quel secolo, in cui anche una cosa di puro spasso doveva portare l'impronta della prepotenza che era nell'indole degli uomini.

Sul terrazzo eminente da cui si godeva una magnifica vista, e dove non arrivava sguardo indiscreto, solevano i due amanti recarsi ogni dì, e passare qualche ora, ricreandosi alla vista del cielo, dei monti lontani e dell'infinita pianura racchiusa tra quelli. Le parole loro erano il soverchio di quella interna commozione che il cuore non può capire. E benchè il senso di esse fosse già noto ad entrambi da lunga mano, pure il ripeterle e il riudirle era sempre una dolcezza nuova. Intanto il superfluo di quei gentili pleonasmi era portato via dall'aria, e si levava al cielo in un coi profumi del suolo e colle preci degli uomini. — In quel mare di felicità, il Visconti ricordava talvolta l'esser suo, ed additava alla sua amica le terre, i colli e le città che obedivano a lui; ma non insuperbiva della sua grandezza, bensì gustava la gioia di un padre che guarda i numerosi suoi figli. — Una volta, parodiando leggiadramente la crudele sentenza dell'imperatore romano, sclamò: “Oh perchè l'umanità non ha un sol capo, chè io vorrei baciarla in fronte, e coronarla di fiori come le antiche baccanti, perchè tutta fosse felice, come io lo sono.„ — E Agnese, la tenera, l'appassionata fanciulla, s'imparadisava a quegli accessi di carità come fossero opera sua; e rinvigoriva, se pur era possibile, il proposito d'amar sempre e sempre più quell'uomo, che doveva render felice e grande la sua patria.

Un dì, al tramonto, stavano entrambi sul terrazzo contemplando e ragionando come di consueto. Mano mano che la luce del giorno scemava, le parole si facevano più rade e più solenni; e gli sguardi, quasi avessero bevuto fino alla sazietà l'ebrezza dei mutui incontri, correvano dagli oggetti circostanti al lontano orizzonte, cercando il primo apparire d'una stella per darle un addio. La luna, pallida come una nuvoletta perduta negli immensi spazii, a poco a poco ripigliava il suo mite splendore, sì funesto ai tristi, sì caro ai buoni. — L'aspetto del mondo era mesto: ma la mestizia, che pioveva da quel cielo sì sgombro e da una natura sì calma, era dolce come il suono di un nome amato ripetuto dall'eco. — Seduti sullo stesso muricciuolo, col dorso appoggiato ad una comune spalliera, i due amanti tenevano le destre congiunte in una stretta piena di affetto e larga di promesse. Così, mentre il labro era muto, l'anima, con un linguaggio ancora più eloquente, parlava d'amore.

Ad un tratto, il conte fissò Agnese negli occhi, e s'accorse che la fanciulla tentava di nascondergli una lacrima.

“Perchè piangi?„ — disse il conte, stringendo con maggior tenerezza la mano della sua amante.

“Piango io forse? — rispose Agnese fingendo meraviglia, e sforzandosi di eludere l'inchiesta con un sorriso. — Ah no....; ma se ciò fosse, vicino a voi, io non piangerei che di gioia.„

“La menzogna è pietosa; ma è menzogna. Una lacrima posava poco fa sulle tue ciglia, come una goccia di rugiada sugli stami di un fiore. Una mia parola, un mio sguardo la scossero; io la vidi scorrere sulle tue vesti, io la sentii scendere sulle mie mani. — Le lacrime di gioia non abbruciano come la tua.„

“Perdonate, e non mi chiedete di più. Neghereste voi che il cielo è sereno, perchè un vapore diafano intorbidò in quest'istante il lume di una stella?„

“Se il cielo fosse mio, come tu la sei, vorrei chiedergli perchè quella nube osa intercettarmi il debole raggio che pur mi è dovuto. — Io sono avaro della mia felicità. Non cederei a un morente il più tiepido de' tuoi sguardi, fosse egli bastante a ridonargli la vita. — Rispondimi dunque, o Agnese, perchè quella lacrima?„

“Perdonate alla miseria del nostro sesso. — Quando noi vagheggiamo da lontano la felicità, abbiamo fede nel destino, e ci abbandoniamo ad esso con spensierata sicurezza. Ma quando la mente riposa nella piena sodisfazione de' suoi desiderii, oh allora incominciano nuovi dolori! Noi diventiamo gelose del bene che possediamo, noi preleviamo sul futuro una trista anticipazione di mali possibili. — Giovanni, quella lacrima che voi scopriste non è un'accusa, è una confessione. — Io sono felice, troppo felice, e piango talora perchè temo e sento di non essere degna di tanto. Alcuna volta la vostra nobile grandezza mi fa terrore. Quando il mio occhio si perde sulla ricca pianura che ne circonda, e dico tra me: questo suolo obedisce a colui che mi ama, la mia mente si perde, e la timida ancella vorrebbe tornare nella polvere, per non scontare col rossore la sua temerità.„