Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 26
LXXIII.
Piegato un ginocchio accanto a lei, coll'altro le fece spalliera; e, levatala dal suo giacitojo, senza nuocere al suo casto abbandono, la accostò a se, appoggiando il dorso di lei al proprio petto, e raccogliendo il capo cadente sulla sua spalla; intanto che, serrandola tra le braccia, gustava senza rimorso la dolcezza di un amplesso. Ogni suo atto era sollecito, pietoso, ingenuo come quello di una madre che regge il proprio bambino dormente. La strinse più volte, e la baciò in fronte; e, postale una mano sul capo, le stropicciava le tempia per incalorirle; poi, staccandosi alcun poco da lei, si deliziava nel contemplarla, sempre più convinto che quel volto pallidissimo era il sembiante di chi dorme d'un sonno profondo, e si deve svegliare tra poco.
Se è vero che un fluido misterioso, elemento della vita, può, col rituale di una nuova scienza, esser trasfuso dall'una all'altra creatura, di modo che due esistenze, due volontà, due menti si confondano in una, e questa divenga padrona di quella; chi porrà in dubio che questo spirito vivificatore, di cui è lecito dar ad altri la nostra parte esuberante, non operi il più ovvio prodigio di ravviare un'esistenza momentaneamente sospesa, di scuotere i sensi ottusi, di riaccendere una mente assopita? — Che se alcuno dei nostri lettori non vuol accomodarsi a questa ipotesi, pensi, che intorno ad un corpo vivo ed infervorato da una forte passione, aleggia un'aura tiepida e ravvivante, che deve essere avidamente bevuta da un corpo spossato, in ragione appunto della sua momentanea debolezza. Ad ogni modo, senz'altro occuparci della cagione, attestiamo il fatto che Agnesina tornava alla vita, che il suo cuore batteva abbastanza libero e spedito, e che un lieve incarnato le si effundeva già sulle labra e sulle guance.
Ma la vita fisiologica era in lei completa, e l'anima ancora dormiva. Le sensazioni che la fanciulla provò tornando in sè, erano varie e degradate all'infinito. — Da principio credette avvolgersi in una densa nebbia, entro cui brillavano screzii di luce serpeggianti o fissi, più spesso tremuli e pronti ad estinguersi ed a riaccendersi. Poi le parve ascoltare dei suoni, varii anch'essi ed indeterminati: uno scroscio od un sibilo simigliante a quello d'una cascata d'acqua; e da quel ritmo monotono si destavano note armoniche, che, ritessute insieme, componevano melodie e ritornelli. Poi, alla frescura dell'aria che le accarezzava il volto, al calore ravvivante che sospingeva per le sue arterie un sangue nuovo e rigoglioso, sognò d'essere a Campomorto, seduta tra il padre e l'amante, beata di destare e di sentire affetti soavi, ignara solo nella scelta di colui al quale dovesse render prima il suo amplesso, o di chi gradir meglio le carezze, o con chi vivere più felice. Ma nulla andava perduto per lei in quella dolce visione. Stendeva la mano ad un cavaliere, bello, nobile, e d'aspetto fiero; colui, già terrore de' suoi nemici, smesso il piglio del comando, sembrava aspettare un cenno della sua donna per obedire. L'occhio ella volgeva a suo padre, e sulla fronte di lui, abbellita da una canizie prematura, leggeva la gioia che assente e che applaude. Stese la mano con affetto, ed incontrò quella del cavaliere, che l'accolse e la strinse amorosamente. Il padre li comprese entrambi, e li benedisse.
Quella stretta appassionata non era un'illusione; il fascino di uno sguardo affettuoso non era sogno. In tutto ciò che riguardava il suo affetto, lo spirito di Agnesina, precorrendo il giudizio dei sensi, era desto, vivo, completo. — Dietro al velo dell'allucinazione si svolgeva un dramma veritiero: a poco a poco le larve sparivano; e al vacuo lasciato da esse si andava sostituendo un'idea giusta, un fatto certo; e dietro questi altri fatti, altre idee.
Vivere è pensare e ricordare. La mente crea ed elabora senza riposo; la memoria riordina; la ragione vaglia, pondera, sceglie. Spesso nel sogno e nel delirio v'ha più vita che non nella veglia; perchè il pensiero, libero di sè, può percorrere tutto l'universo senza che una virtù moderatrice gli tarpi le ali. Ma se il lavoro della mente in quel mezzo fu troppo attivo, divien tosto languido e s'arresta del tutto, quando è scomposto da un improviso risvegliarsi. Chi corre a precipizio su di una via, non può escire tosto dalla sua carriera, e tentarne un'altra di pari passo. È necessario ch'egli prima si arresti. — Ma talvolta lo svegliarsi è simile al ricomporsi lento e graduato di una macchina che ripiglia il suo moto: allora le fantastiche creazioni della nostra mente non crollano del tutto; l'abbaglio è messo in fuga, il vero rimane.
Il cielo che Agnesina mirava, durante il suo letargo, era quello che le si stendeva sopra il capo: il fremito armonioso, che ella ascoltava, era il rumore della piena. Le strette, gli sguardi, le intelligenze amorose avevano un riscontro in ciò che le stava intorno. Le parole del conte, ancorchè non fossero comprese dal suo orecchio, lo erano dal cuore; il quale, prima inerte e muto, apprendeva a palpitare sotto la foga dei palpiti altrui.
Un tal corso di allucinazioni ebbe due stadj ben distinti. Il primo fu quello di un sonno profondo, in cui l'ideale pe' suoi contorni decisi assumeva l'aspetto di cosa vera: la dormiente allora credette essere desta, e sognava. L'altro era uno stato di dormiveglia, in cui, sparite le ombre, restavano gli oggetti materiali; allora la languente credeva e voleva sognare, ed era sveglia. Perciò, quand'ella udì la voce del suo amante, e lo vide, e ne sentì l'amplesso, volle continuare nel sogno, e temette lo svegliarsi.
Tutto era ridente intorno a lei, tutto incantevole; ma quello stesso incanto lasciavale travedere probabile ed imminente il mutar scena. Soltanto dopo una successione di fatti e di prove, lo spirito, tornato alla sua lucidità ordinaria, pose il suggello della evidenza a quel miragio. — Dir se e quanto Agnesina ne andasse lieta, è ardua cosa: il bene e il male, la certezza ed il dubio, la fiducia e lo scoraggiamento si avvicendavano rapidamente, e producevano in lei un'anarchia di sensazioni. — Intanto il disordine delle idee e la stessa esitanza la lasciavano in tale inerzia, che equivaleva alla esplicita accettazione dei fatti di cui era involontaria attrice. Ciò che ella vagheggiava in sogno, desta non respingeva. Tranquillando la sua coscienza col pensiero che nulla aveva fatto per preparare ed affrettare simile vicenda, ella subiva con facile rassegnazione la legge del destino. Ora, in quel punto, il non aver voluto era poco, bisognava volere ricisamente ed efficacemente il contrario. Ma dove mai avrebbe trovato le forze per lottare contro gli interessi del suo cuore? come fuggire? chi poteva recarle soccorso? In qual modo ed a qual fine avrebbe agguerrita la sua virtù per respingere colui che ella amava appassionatamente? In balía al delirio che l'aveva tratta ad un incolpevole abbandono, ella non correva ma si lasciava trascinare sul pendío, dove rizzarsi e ritornare sui proprii passi era cosa impossibile.
LXXIV.
Il rivivere dei sensi fu sul volto d'Agnesina annunciato da un corrugar della fronte che accennava dolore o sbigottimento. Il conte, che chiedeva al cielo null'altro che la vita di lei, gradì quel sintomo, ancorchè non gli fosse propizio. — Finalmente il suo occhio si schiuse; e il labro, con un tuono languido ed interrotto, articolò alcune parole.
“Dove sono? — disse ella, tentando di sollevare il capo, — chi mi condusse qui? Voi forse? Ma chi siete voi? Fatemi sentire la vostra voce.„
“Agnese, soggiunse il conte, non temere, io sono l'ospite di Campomorto. Io ho benedetto la mano, che medicò la mia ferita; deh, per pietà non maledire, o fanciulla, quella che osò giungere a te, per arrestare una vita che fuggiva!„
“Ma come mai io mi trovo qui vicino a voi? Spiegatemi questo mistero. Ditemi, se io sogno: parlate.„
“Quando due cuori si ricercano, invano si pone tra loro l'universo; tempo verrà che si incontreranno. — L'addio scambiato a Campomorto, voleva dire: ci rivedremo.„
“Questa era dunque la posta?„ — chiese Agnesina con un'aria meravigliata.
Il conte narrò nel modo il più semplice le avventure della fanciulla per quella parte, che gli erano note. Disse di sè non più del vero; e diede alla providenza ogni merito del buon successo.
“Iddio vuol dunque che io ami in voi il mio liberatore„ — sclamò Agnese con voce alquanto rinvigorita, gettando sul conte uno di quegli sguardi che hanno più valore della parola.
“Amami, Agnese, come io t'amo — soggiunse il conte, che con una franca dichiarazione rispondeva alla franca inchiesta di quello sguardo. — Tuo padre benedirà dal cielo il nostro affetto. Io non mi sento indegno di possedere il tuo cuore.„
“Mio padre? povero padre! perchè non mi ripete egli quelle soavi parole, che io intesi poc'anzi dal suo labro? La mia mano era nella vostra, come ora; e il buon vecchio pronunciava per me una solenne promessa, e sorrideva chiamandovi figlio.„
“O mia Agnese! — rispose il conte, abbracciandola con trasporto. — Iddio ci ha riuniti, nessuna forza umana ci potrà separare.... Sappi, amor mio, che mentre io ti credeva estinta, ti giurai fede di sposo, e promisi che avrei assunto per te il lutto della vedovanza. — Ora dovrei forse chiamarti straniera, perchè torni alla vita?„
“Fui dunque creduta morta?„
“Sì: ma se la morte era sì dolce, come il sogno che ti faceva veder tuo padre, avresti tu forse desiderato di non risvegliarti mai più?„
“No, mio signore, — sclamò Agnese rizzandosi alquanto e gittandogli le braccia al collo, — no; perchè la veglia d'ora non è che la continuazione di quel lietissimo sogno.„
“Mille volte cara!„ — interruppe il conte baciandola un'altra volta.
Agnese in quel punto, e per qualche momento ancora, accostò il labro ad un calice di voluttà. Ne bevve il fumo, ma non l'ebrezza. Fiutò avidamente le rose che surgevano in quell'eden d'affetti; ma la sua mente non si offuscò nè provò puntura, fuor quella del cuore, che pure le era dolcissima, perchè l'assicurava di vivere.
Mentre correvano fra i due amanti le più dolci proteste (che non riferiremo perchè le parole degli innamorati ritornano come meandri all'origine loro per ripetersi sullo stesso stampo) scese Ranuccio col battello. La bara fu convertita in un letto: il conte stese sopra il capecchio del fondo il suo mantello, e vi adagiò la fanciulla, e ne la ricoperse coi lembi. Poi diè mano ad un remo di scorta, e vogò a tutt'uomo, non già per ispingere il burchiello, che correva sul filo maestro del fiume come una buccia, ma per tenerlo dritto, lontano dai banchi e dai gorghi, e guidarlo in sicuro.
Il ponte di legno che congiungeva la strada di Corte Olona era stato abbattuto dalla piena: però sulla riva destra un mucchio di pali, di tronconi e di tavole, avanzo della ruina, teneva in rispetto l'acqua, che stendendosi in un ampio stagno, poteva servire ai nostri rematori come porto di scarico. Di là, il conte spedì Ranuccio al borgo vicino per avere un altro mezzo di trasporto. Ranuccio, che pure non sapeva nè cercava di sapere chi fosse colui che gli impartiva i suoi comandi, corse o meglio volò, e con una prestezza meravigliosa fece ritorno al suo posto, conducendo seco una lettiga a due muli. — Il buon uomo soleva dire che anche i signori sono prossimo, e che bisogna far loro del bene, ancorchè essi non ne facciano sempre e sufficentemente ai poverelli. — Del resto, il giovare a tutti era il suo gusto; e, nella varietà dei gusti umani, questo non è per certo il più comune, nè il meno pregevole.
Quando il convoglio giunse al castello, il sole era alto. I cortigiani, informati della mattutina partenza del loro signore, erano in volta cercando, interrogando, discutendo con quell'aria sollecita che può essere figlia tanto del più tenero affetto, come della meno pietosa curiosità. I messi spediti su diverse strade per esplorare e riferire, erano tornati, più o men presto, ma tutti scarichi di notizie. Alla fine arrivò la lettiga; e a fianco ad essa il conte. Ma il fatto non bastò a calmare gli spiriti della ciarliera bruzzaglia. Gettando gli occhi su quelle cortine abbassate, ognuno avrebbe voluto possedere una magica visione per attraversarle. — Ma dove non giungevano i sensi, correva di galoppo la fantasia. Chi credette trovarvi una vittima posta in salvo; chi il trofeo di una vittoria recente. Taluno assicurò che era una fanciulla rapita altri un fuggiasco raccolto. In somma tutti avevano un commento ed un'ipotesi e molti vagavano dall'una all'altra, quasi cercassero la più stolida per attaccarvi le fila della abituale maldicenza.
LXXV.
È bene, o lettore, prevenire un'osservazione che di leggieri potrebbe cangiarsi in accusa.
L'accidente che guidò il Conte di Virtù a Campomorto è molto, è troppo simile a quello che condusse Agnese Mantegazza al castello dei Visconti.
Il primo, perduto in una foresta, fu raccolto semivivo da una mano pietosa, che gli diede ospitalità, e lo richiamò alla vita. L'altra in uno stato non meno grave, in un luogo non meno deserto, è messa in salvo dal suo amante, e gli divien ospite nel suo castello. I due fatti si rassomigliano non solo, ma l'uno tien dietro all'altro sulla stessa carriera, come una linea prolungata col regolo. Il caso non si compiace di architettate simmetrie. Le creazioni della natura hanno un'impronta di varietà, che rifugge dalle linee combinate e regolari.
Tutto ciò è vero; e se l'autore della cronaca fosse poeta, o romanziere, avrebbe dovuto evitare un avvicinamento di fatti simili che tolgono al racconto la ingenua vaghezza della verità.
Non tacerò quindi che, in vista di tale inconveniente, fui tentato di pigliarmi una licenza, sostituendo ima pagina di mia invenzione al foglio sbiadito e polveroso della cronaca. Ma la tentazione non escì dal novero dei peccati di pensiero. — Dopo aver accompagnato il nostro vecchio narratore per un buon tratto di strada con una docilità pedissequa, mi parve scortesia lo sciogliermi da lui, e tentare un'altra via, per quanto mi potesse sembrare meno aspra. Pensai oltracciò che il proposito di vestire la roba altrui di forme più dilettevoli m'imponeva degli oblighi, che Dio sa se avrei saputo mantenere. — Dubitando di poter far meglio colla scorta della fantasia, ho dunque preferito di lasciare tutta la responsabilità della storia all'obliato cronista, cui quattro secoli di silenzio devono aver meritato un po' di rispetto. Nè ora nè poi, per essere dilettevole, vorrò divenire meno veritiero. Posto ciò, il lettore, che forse ci aveva preso entrambi in sospetto nel vederci condurre i due nostri protagonisti sur una sola via di sventure, si riconcilierà con noi, pensando che la natura, sempre varia e nuova nelle sue opere, si compiace talora, in via di eccezione, di sembrar piccola, stentata, simmetrica. Chiedete al pittore se non osservò mai il cielo posseduto da due nubi foggiate e colorite ad un sol modo; dimandategli se, gittando a caso un drappo sul suo modello di legno, non vide escirne pieghe appajate e simiglianti?
LXXVI.
Sulla bassa ora di quello stesso giorno capitò al castello un altro individuo di nostra conoscenza, e cadde in mezzo a quella turba di volti imbronciati come un tizzone acceso fra le stoppie secche. Era costui Medicina, partito da Milano per avviare un'impresa ordinata da Barnabò Visconti, e giunto al castello del signor di Pavia per compierne un'altra di suo privato interesse. In un giorno quel furfante aveva vestito tre assise, e militato sotto altretante bandiere. Lasciò la città quale sgherro dei Visconti, giunse a Campomorto come un avventuriero che piglia a cóttimo le vendette di un potente, ed ora toccava l'ultima meta in questo castello, quale umile servo di un altro padrone.
Quel uomo, per solito odioso ai famigliari del conte, quasi fosse un parassita che faceva cotenna a spese loro, ebbe questa volta un'accoglienza festosa; perchè la brigata, che dimagrava dalla curiosità, credette d'avere in lui il mezzo a toglier un émbrice, come si suol dire, e veder chiaro nelle stanze secrete del conte.
Medicina, condotto súbito al cospetto del suo signore, ripetè quello che costui già in parte sapeva dalla stessa fanciulla: colla sola differenza che il sospetto di una violenza diveniva, nella bocca del ciurmatore e con data più recente, la certezza di una vendetta compiuta.
Il conte non volle udir altro; impose silenzio al suo esploratore, che stava spacciando notizie sul conto de' suoi nemici; e, postosi a sedere, si mise a scrivere, per ordinare al castellano di Pavia che venissero, nel più breve termine possibile, allestite una mano di fanti e più barbute, da spedirsi a Campomorto onde tenere in rispetto le armi del signor di Milano, che avevano violato i confini.
Il ciurmatore, entrando nelle stanze del conte, guardando sottocchi attraverso la folta siepe delle sue ciglia, aveva veduto quanto bastasse per conoscere che l'ospite misterioso era una donna; da altre circostanze comprese, o meglio indovinò, chi ella fosse.
L'avido servidorame, che aspettava ritorno dì Medicina per scapricciarsi, dovette ancora tener chiusa in cuore la sua matta voglia; poichè il ciurmatore, riposto lo scritto del conte, escì inosservato per una porta secreta. Egli non era uomo da vendere le cose sue a chi non sapesse pagarle a lira e soldo, Consegnato l'ordine al castellano di Pavia, tornava alle sue tende, ridendo in cuor suo del tardo provedimento, da lui suscitato pel solo motivo di crescer fede al suo zelo. Pensava che i compagni carichi di bottino dovevano essere già in ordine di partenza, e che i soldati del conte non avrebbero nemmanco il tempo di portar acqua alla casa arsa. Certo del fatto proprio, egli divorava la via colle sue lunghe gambe, e lasciava errare la mente fra un mondo di liete follíe. Ei si chiamava l'uomo a cui nulla è impossibile: amico di tutti per trarne denaro e protezione, a tutti nemico per combattere, vincere e far bottino.
Ma quale fu la sua sorpresa allorchè, vicino al conquiso villaggio, invece di trovarvi i suoi, vide un mascalzone del contado, che armato di picca simile a quella de' suoi bravacci, stava facendo la sentinella a capo della via? La meraviglia diventò stupore all'accorgersi, che colui l'ammiccava, aspettandolo al varco per far cadere su lui il rigore della consegna. Infine credette sognare, quando una voce alta e franca, prova indubia di una risolutezza che non scende a patti, gli intimò volgesse a dritta per la strada maestra, senza metter piede nel villaggio.
Alla prima ingiunzione, rispose egli col far spallucce e con una bestemmia: e tirò avanti. — Ad una seconda, più viva ed imperiosa, credette opporre una di quelle risposte che non ammettono replica; snudò la spada, e fece arco di tutto il suo corpo, per spingersi avanti e dare una lezione a quel marrano.
Era costui di quelli che sanno mostrare il viso all'occasione, e che volentieri cercano un pretesto per torsi il prurito dalle mani; per cui, senza dire all'arrivato “sta in guardia„ capovolse la picca, gli misurò il troncone sulle spalle e sul capo fuor d'ogni regola di buona guerra, e si arrestò solo quando lo vide in tale posizione da essergli impossibile il cader più al basso. Urlò Medicina all'insulto; egli avrebbe in quel momento venduta l'anima, per avere un mezzo qualunque a ripigliare la lotta. — Ma l'astuto combattente, che leggeva il progetto sulla fronte illividita del rivale, lo teneva d'occhi, e gli appuntava il ferro alle coste, facendo árbitro della vita o della morte di lui il suo più lieve atto d'insubordinazione.
Medicina si credè spacciato; girò lo sguardo bieco intorno a sè per vedere se mai vi fosse uno scampo, o se alcuno arrivasse. — Trovandosi solo, e sperando di poter seppellire nel secreto la sua viltà, chiese per grazia la vita; e si mise a discrezione del vincitore.
“T'abbiamo conciato noi per le feste, — sclamò il villano, — non temere, gigante di stoppa; non voglio dar sì tristo arnese al diavolo.„
“Grazia,„ — ripetè il vinto con un rantolo, che più sapeva di disperazione che d'obedienza.
“Vuoi grazia?... ebbene sappi meritarla. Ti conosco al fiuto; tu sei un ladro. Quando un tuo pari vuol metter giudizio, prima d'altro restituisce ciò che non è suo. Fuori dunque quei sonajuoli che hai sgraffignato al castello de' Mantegazzi. Fuori!...„ e accompagnò la parola con tal gesto che gli faceva sentire il freddo dell'arma sulla nuda pelle.
Medicina, che avrebbe speso volontieri de' suoi per trarsi da quell'impaccio, sentì un grande accoramento all'atto di staccarsi da quei ducati, frutto delle sue fatiche, che gli avevano fatto buona compagnia nella lunga corsa. — Pronunciò quindi qualche parola per ingannare l'inchiesta; ma vedendo, o meglio sentendo sul suo corpo, che l'altro non se ne mostrava pago, rinversò le tasche delle brache sul terreno, e fe' piover fuori gli spiccioli che v'erano celati.
“Alzati adesso, riprese il vincitore; e quando sarai a Milano fa dir del bene a' tuoi morti; che è merito loro se non ti mando a piè di Dio.„
Surse Medicina più snello, e credette potersene andare. Ma le leggi di difesa, improvisate da quei contadini dopo la patita violenza, non gli permettevano di sbiettare senza aver dato conto di sè ad un consesso di padri, che faceva l'officio di direttorio in quella republica improvisata. Gli fu d'uopo pertanto entrare nel villaggio come prigioniero di guerra, e scendere nel fondo di un sotterraneo del castello, ov'era raccolta una dozzina de' suoi, colti e puniti alla stessa maniera.
Ivi potè finalmente conoscere la storia della sua sconfitta; e questa ci pare sì strana e bisbetica, che vogliamo lasciare a chi v'ebbe parte il carico di raccontarla.
LXXVII.
Al rumore prodotto dallo stridere dei chiavacci e dalle pedate di chi s'avvicinava, si scossero i prigionieri, e levarono la testa greve per guardare chi fosse: incerti, se dovessero rallegrarsi di quella comparsa o dolersene, essendo egualmente lecito sperare l'arrivo di un liberatore, e temere quello dell'aguzzino, o peggio.
Quando poniamo la sorte capricciosa tra le morse di un dilemma, non è infrequente il caso, che essa uccida la logica dei nostri ragionamenti, svignando per una scappatoja secreta. Così avvenne questa volta. — L'arrivato non era nè il liberatore, nè il bargello; ma l'ospite il meno aspettato.
“Oh ve'! — disse uno di quei bravacci inarcando le ciglia dalla sorpresa, — Medicina, il nostro capitano, egli pure alle bujose!„
“Oh oh! per dinci!.. lui!.. qui!.. con noi!.. cosa strana, singolare!..„ risposero in coro i compagni, squadrando da capo a piedi il nuovo arrivato.
Chiusa la porta dietro lui, egli andò a pigliare il posto, che i suoi gli avevano fatto serrandosi rispettosamente. — Tutti tacevano; egli il primo ruppe il silenzio.
“Così avete voi eseguito i miei ordini? Vi ho messi qui padroni assoluti del castello, e voi vi lasciaste aggratigliare da quattro tangheri? Vigliacconi! Che avete voi fatto? Perchè portate una spada al fianco ed una picca tra le mani? Codardi, soldati da chiocciole! Tanto vale per voi il pregar Dio che vi faccia morir qui, poichè v'attenderebbe a Milano il maestro delle cavezze; mi capite?..„ e, con un gesto assai significativo, rischiarò la frase.
“Davvero!.. per pietà!.. misericordia!.. Ho moglie e figli!.. Dio ci scampi....„ soggiunsero ad una voce i disgraziati.
“Parli uno alla volta, — interruppe Medicina, che in quella ondata d'interjezioni non comprendeva una parola. — Voglio sentire le vostre discolpe. Parli Golasecca, e ci racconti l'accaduto.„