Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 25

Chapter 253,933 wordsPublic domain

“Dritto dunque fino a quella cascina, — rispose l'altro, accennandola colla mano, — poi a destra pel bosco; fuor d'esso a manca sulla costa alberata, finchè vedrete una torre.... La conoscete la torre di Genzone?... No!... Essa porta bandiera guelfa: non c'è pencolo d'ingannarsi... Un momento, — ripigliò dopo breve pausa, mentre stava per chinarsi di nuovo sul suo arnese. — Avrete a passar l'Olona, ed oggi e per qualche giorno non è possibile sfiorarla sul colmo di ciottoli, come facciam noi nella state. V'ha una piena furiosa, che fece gran danno all'alto. Fate di trovare un batello; l'avrete mezzo miglio al di sopra, camminando sull'argine ove il terreno è sodo. Cercate conto di Ranuccio; egli è nato pel servigio del prossimo, e si chiamerà contento di condurvi dove piaccia a voi.„

“Come va l'annata?„ — interruppe il conte, che più di quegli inutili indizii desiderava scoprire il secreto di accoppiare la miseria alla contentezza.

“Come Dio vuole, — rispose il contadino, velando sotto la frase rassegnata la sua poca sodisfazione. — Se avremo pane per quattro mesi sarà un miracolo. Ma che volete? un carro di fastidj non paga un terzuolino di debito.„

“E il restante dell'anno?„

“Eh... al resto ci penserà quel di lassù...„

“Non vi accorate per ciò?... Le vostre donne e i figli cantano allegramente, come se il granajo sfondasse sotto il peso della messe.„

“Ah Messere, questi canti sono la nostra preghiera del mattino. — È già un gran dono del Signore se possiam vederci qui tutti riuniti al travaglio, e s'abbiam braccia a durarla. Quando non si merita nulla, anche il poco è un di più. Eh, Messer mio... v'ha dei più poveri di noi. Se noi dubitiamo del nostro avvenire al di là di quattro mesi, taluni dubitano d'aver pane pel dimani; e v'ha pur troppo di quelli che hanno la disperata certezza di non aver oggi di che sfamare i loro bimbi. Io sono per costoro quello che voi, Messere, siete per me. Del resto, il pensar tanto all'avvenire non sta bene a noi poveri villani; perchè troppo spesso avremmo fatto il conto senza l'oste. Quando il solco ci piglia la semente, non ci promette mai di restituircela. Talvolta la madre terra ce la fa vedere moltiplicata, e noi facciam conto d'aver cambiato i pugni di grano in staja colme: e poi?.... e poi una nuvoletta, in pochi minuti, ci affonda le moggia nel terreno, come fossero erbaccia di scioverso.„

Da tali parole il conte imparò, meglio che dai libri, alcune importanti verità. Apprese che costoro, la cui sorte meschina desta il nostro compianto, tante volte a più buon dritto meriterebbero la nostra invidia, perchè sanno opporre agli insulti della fortuna un'incrollabile fermezza ed una fiducia non meno soda. — Apprese ancora, che la felicità, o ciò che vi assomiglia, come la più comune delle piante, attecchisce meglio all'aria libera e nei bassi ordini sociali: chi ne vuol forzare il rigoglio col rinchiuderla nei serragli, riscaldati dal fermento artificiale dei desiderii, delle passioni, delle fittizie necessità, corre rischio di soffocarla in quel medesimo elemento da cui, a suo credere, dovrebbe trarre vita e sviluppo. Ma non concluse per ciò che si debba abbandonare chi lotta contro l'avversa fortuna alle sagge lezioni della innata sua filosofia. — Trovò che una bella parte era serbata anche a lui: la parte della providenza, cui il poverello affida le sorti del suo avvenire.

Si fece perciò dichiarare il nome di quei meschini, e volle sapere quello del suo interlocutore, per dare ai primi un pronto soccorso, per non lasciar mancare pane a quest'ultimo dopo i quattro mesi assicurati dal magro ricolto.

Lieto di una tale risoluzione, che lo faceva certo di non avere speso male i suoi passi, fu ad un punto di retrocedere; ma il cuore, senza additargli una nuova meta, le invitava a continuare nel suo cammino, e il conte, docile agli avvisi del suo consigliero che fin qui lo aveva guidato a bene, andò avanti.

Poco oltre, succedeva alla campagna ben coltivata, una landa sterile e selvaggia; lavoro delle acque, che avevano roso il glutine fecondo del suolo, mettendo a nudo l'argilla. Ivi, non più traccia di solchi. In alcune parti il terreno sembrava il letto di un'antica alluvione; in altre, dove le acque avevano trascinato la terra sativa, sorgevano mucchi deformi, sui lati dei quali verdeggiavano copiose ceppate d'erbe grasse.

Un vecchio mandriano, pratico di quella grillaja, spingeva davanti a sè col bastone una greggia scarsa e macilenta che, dopo d'avere errato lungamente, sembrava protestare belando contro l'intolerabile fastidio di un nutrimento, a cui il pecorajo avrebbe voluto accomodarla. — E infatti, dove era raccolta la terra atta alla vegetazione, stagnavano pure i rigagnoli; e dal fondo paludoso sorgevano verdure acri e nauseabonde, anche pel più sobrio palato.

S'invogliò il conte di conoscere se quell'improviso mutamento era dovuto alla natura perversa del suolo, oppure all'abbandono degli uomini. Chiamò quindi a sè il pecorajo, e lo interrogò.

“Trent'anni fa, soggiunse costui, quando io scendeva dai monti d'Oltrepò per trovar foraggi alla mia mandra, che era tutt'altra cosa da quello che vedete qui, queste erano le più belle, le più fertili campagne del contado. Se ne vantava il massaro di Genzone, e, sprezzando i suoi vicini e la lor roba, soleva dire che nessuno al mondo sapeva condurre un aratro, nè concimare un solco, nè tampoco distinguere il loglio dalla biada. — Egli andava tronfio e pettoruto come se tutti dovessero chinarglisi dinanzi. E infatti pareva che la messe d'ogni anno si pigliasse carico di farlo divenire ancor più superbo. — Il suo granajo era sempre colmo. — Ma venne il disgraziato anno della pestilenza; e la famiglia del massaro per giustizia divina fu la prima ad esserne colpita. — In questi solchi, di cui menava gran vanto, il superbo, che Dio gli perdoni, riposa con quattro figliuoli ed altretante nuore. Da quell'epoca la sua terra rimase deserta e maledetta: non v'ha chi osi seminarvi un sol granello d'erba fienaruola. È roba di tutti, e perciò nessun la vuole. — Io solo visito ogni anno questa povera campagna, e dico requie a' suoi antichi coltivatori. Ma anche le mie pecore par che sentano il malanno ogni volta che sono costrette a piegar il muso su questi magri brùscoli.„

Anche di ciò prese nota il conte; e stabilì dentro sè di provedere con miglior agio a ridonare a quella terra l'antica sua floridezza; poichè, se a quella mancavano le braccia, v'erano delle braccia cui veniva meno il lavoro.

CAPITOLO DECIMO

LXXI.

Passato il deserto, entrò in un bosco, poi valicò una costiera; percorse nuovi campi, ed altre boscaglie, saltò ruscelli e gore, finchè giunse alla località designatagli, da cui vide sorgere la torre guelfa di Genzone. Di là alla riva del fiume vi erano pochi passi. Egli non vedeva ancora l'acque dell'Olona, mascherate dalla sponda alta ed ingombra di piante, ma ne sentiva il fremito; poichè in quel tratto, a cagione della insuperabile arginatura, essa defluiva più violenta e spumosa. Dietro gli argini e nei naturali avvallamenti del suolo si vedevano ad ogni tratto acque morte e pozzanghere, abbandonate dal rigurgito dei ruscelli, che non avevano libero deflusso.

Il sentiero, su cui camminava il conte, si rendeva ancora più tortuoso ed ineguale. Mano mano che esso s'avvicinava all'Olona, crescevano gl'ingombri, e si facevano più fitti i rovi e gli sterpi; finchè, varcato l'argine maestro, scendevasi per una china insensibile alla riva del fiume. Ivi le acque ingrossate salivano ad occupare la sponda declive e l'argine, ingolfandosi in ogni seno e rodendo la viuzza e la riva.

Questa doveva essere la meta del nostro viandante; e qui difatti egli stava per voltare indietro e rifare la strada, rinunciando a Genzone ed alle cortesie del batelliere. — Ma non v'ha chi giunga in capo ad una via e, al momento di retrocedere, non si arresti un istante per fissare lo scopo, qualunque esso sia, del suo cammino. — Così fece anche il conte. Cessato il rumore dei passi intese meglio quello delle acque correnti; e, volgendo l'occhio intorno a sè, contemplò con animo conturbato la natura selvaggia del bosco, che aveva percorso. Gli parve allora che la scena, su cui prima il suo occhio aveva vagato con indifferenza, assumesse un aspetto sinistro; che quel sentiero diventasse più angusto; ch'entro il bosco l'aria fosse scarsa e pesante. Anche le forze non erano più valide e complete. La sosta, rendendogli gradita una momentanea inerzia, gli faceva provare un primo sintomo di stanchezza. Per fino il frastuono della corrente gli recava, o sembrava recargli, all'orecchio qual cosa di nuovo e d'infausto.

Egli non era però tal uomo da cedere alla stanchezza. Avrebbe riso d'ogni tentazione superstiziosa: avrebbe arrossito di un atto di paura. — Ma, mentre era pronto a respingere ogni codarda esitanza, non voleva o non poteva chiuder l'animo ad un presentimento mesto e indefinito. Il fastidio della solitudine lo spingeva ad escire dal bosco; un sentimento d'opposta natura ve lo tratteneva, come se dovesse attendervi una decisione, una sentenza, la fine di un dubio. — Ritto sui due piedi, con una mano sul petto e l'altra appoggiata al pomo della spada, levando la testa fuor del cappuccio arrovesciato, percorse con rapido sguardo gli oggetti circostanti. — Nulla vide di nuovo o di strano: allora condannò sè stesso a scontare la pena della sua colpevole apprensione, arrestandosi quant'era d'uopo per indagare quale ne fosse stata la causa. A quell'esame ogni malaugurio svanì: tutto rientrò nel corso ordinario delle apparenze di niun conto: tutto, fuorchè una cosa. Allo strepito delle acque s'accoppiava, senza confondersi con esso, un suono più lieve e più strano. Tese l'orecchio, ed arrestò il respiro per ascoltar meglio; quel suono simigliava ad un lamento. Gli intervalli di silenzio che separavano l'uno dall'altro s'andavano allargando; il lagno si faceva più sommesso, più fievole; quasi che il punto da cui partiva s'allontanasse, o come se languissero le forze di chi l'emetteva.

Guidato da quella debolissima scorta, ormai non più sensibile di un sospiro, ritornò verso il fiume, vincendo con raddoppiata gagliardía gli ostacoli che gli ingombravano il cammino. — Toccata la riva, scese quanto era possibile sul pendio di essa, e raccolse i sensi per ascoltar meglio; non si udiva che lo strepito dell'Olona. Non contento di ciò, abbrancando i rami di un albero, si prostese inanzi, lanciandosi a corpo perduto sul ciglio della riva: non udì nulla. Si ritrasse di nuovo, e fece ala colla mano all'uno e all'altro orecchio, per rubare all'aria i suoi secreti: ancora nulla. Si sdrajò finalmente, e pose l'orecchio sul terreno, sperando che il suolo gli recasse qualche vibrazione sonora: sempre nulla. Allora rialzandosi, disse tra sè. — “Stolto, chi soffre sono io.„ — Ma non appena ebbe compita la frase, vide al lato opposto del guado un oggetto candido, leggiero, fluttuante, scosso dalla corrente e trattenuto dalle radici di un albero. Benchè gli fosse vicino, non potè rilevarne le forme, perchè intercettate dallo spessore della macchia. Pur vide tanto da mettere da parte il dubio che fosse arredo, od involto, o schiuma d'acqua condotta giù per la corrente. Con quanta ansietà egli movesse a quella volta, non è facile il dirlo. — Convulso, tremante, scuotendo lungi da sè ogni impaccio, aprendosi colla spada la via in mezzo ad una rete di frondi, si trascinò alla riva del guado. Là comprese di che si trattava, e benedisse Iddio che gli aveva mandata una buona inspirazione, ed il suo cuore che non l'aveva respinta. Quell'oggetto fradicio e bruttato di fanghiglia era la gonna di una femina. La tinta di quel lino aveva perduto l'originaria purezza, ma il bruno terso di una ricca capigliatura disciolta ne rilevava in alcuna parte il candore. L'infelice era stesa boccone sur alcune tavole mal connesse, che si tuffavano nell'acqua, o salivano a galla, sospinte dall'urto della corrente che tentava trascinarle seco, o trattenute dalle radici che glielo impedivano. Le vesti, benchè lacere, conservavano l'impronta di una certa quale eleganza; i capelli le nascondevano il volto, il seno e gli omeri, ma ne lasciavano indovinare la gioventù e la bellezza. Più rassicurante caparra di sì preziose doti erano i contorni di tutto il corpo, che, sotto le pieghe della veste inzuppata, si disegnavano puri e squisiti come quelli d'una statua antica, ed a cui l'abbandono fortuito della posa aggiungeva quella compostezza, che comanda il rispetto. Il braccio manco era ripiegato sotto la testa, e fuor dall'onda dei capelli esciva una mano alla quale nè il contatto di tante sozzure, nè il lungo oltraggio, avevano tolto o scemato il naturale candore. Il dorso di essa, leggermente screziato da vene turchine, era pallido e trasparente come la cera; le dita snelle ed affusate si facevano alquanto livide all'estremità. Solo il pugno conservava ancora un avanzo di vita, per stringere alcun che di ignoto.

Tutto ciò vide il conte in un sol colpo d'occhio; e comprese, o per dir meglio indovinò, la sorte dell'infelice. Ma quando chiese a sè stesso: “Chi sarà mai quella donna?...„ senti trafiggersi il cuore da un coltello, come se fosse certo che la sventura era toccata alla più cara persona, ch'egli aveva al mondo. — Ogni conforto della ragione, ogni artificio della mente, che in altro istante e in divers'uomo avrebbero trovato più di un argomento per condannare una temeraria certezza, o per eludere un dubio fondato, non ebbero alcun potere sur lui. Pure il dolore, già divenuto estremo e disperato, non lo rese inerte. Mosse, o meglio volò al soccorso. Si sciolse da quell'ingombro, superò il guado, raggiunse l'altra riva, senza sapere, nè allora nè poi, come arrivasse a tanto.

LXXII.

Non appena sceso in riva al gorgo, si lanciò nell'acqua, senza consultarne la profondità, non curando il pericolo al quale si esponeva. A grave stento, e con uno sforzo che solo un amore appassionato rende possibile, giunse ad afferrare una delle radici che arrestavano le tavole. Stretto ad essa, spinse l'altra mano a toccare il margine dell'oggetto galleggiante. Fu incerta la prova, ed alla prima parve disperata, perocchè la corrente gli rubava le forze, ed il nerbo di esse bastava appena a farlo star ritto sopra un terreno sdrucciolevole e chino. Oltrecciò, un urto inopportuno poteva staccar la tavola, rimetterla in balía delle acque, e farla perduta per sempre. Ma il coraggio, che lo faceva trionfare d'ogni difficoltà, andava cauto ne' suoi procedimenti. Non spese egli perciò maggiori forze di quelle che fossero d'uopo a ben riescire; e riesci infatti a ghermire la tavola, a sbarazzarla dalle barbe cui era impigliata, e a trarla intatta alla riva. Escì egli pure dal gorgo tutto molle e lacero; ma non s'accorse dell'esser suo; non vide tampoco da uno squarcio dell'abito la ferita che egli aveva riportata al braccio destro, nè il sangue che feceva rossa l'acqua sottoposta.

Ridotto in salvo il corpo della sommersa, non ebbe bisogno di mirarla in volto per assicurarsi che la sua sventura era certa e completa.

“Morta, morta! — sclamò egli con tuono desolato, pronunciando chiaramente le parole come se alcuno l'udisse — morta, qui a me vicino; perchè l'ultimo gemito dell'agonizzante fosse la sola eredità del nostro amore. Ed io, io che accorreva a salvarti, diletta Agnese, che avrei dato cento volte la mia vita per far lieta la tua, io giunsi troppo tardi; come fossi vile o spietato.... Non vedrò dunque più quegli occhi, la cui luce sedava d'un tratto ogni tempesta dell'animo mio; non udrò più la tua voce, il cui suono era temperato e soave come il secreto avviso del nostro buon angelo. — O Agnese, Agnese, tu non dovevi vivere meco; tu venisti presso di me a morire.„

Nel pronunciare tali parole, stese la mano con pietosa riverenza sulla salma, e le sgombrò il volto dai capelli umidi e disciolti; sperando, forse, che un soffio d'aria e un raggio di sole potessero rianimarla.

“Oh come sei leggiadra Agnese mia, — continuava il conte, fissandola in faccia. — La vista di un cadavere genera ribrezzo; ed io non mi sazio di contemplarti, come se in te fissassi il sembiante di un bambino che dorme. Lo spirito, fuggendo dal suo carcere, vi ha lasciato un raggio di quella bellezza, che non si estingue. — Ma che? soggiunse egli animandosi, perchè il tuo labro tace, perchè l'occhio è velato e il petto non traduce a' miei sensi i battiti del cuore, dirò che ogni speranza è perduta? Non tenterò io di riscaldare la tua fronte agghiacciata?„

Appena ebbe dette queste parole, si curvò sulla spoglia e, con uno slancio temperato dalla carità, pose la mano sulle mani di lei, e tentò sollevarle. — La destra, benchè rigida ed aggranchita, lasciò cadere in quel moto un rotolo di pergamena, che il conte raccolse, spiegò, riconobbe. Erano versi: quei versi che egli scriveva ed obliava a Campomorto, perchè raccontassero ad Agnesina, nell'unico modo possibile, la storia de' suoi affetti: quei versi che, attagliandosi alla ignota corrispondenza della donna cui erano diretti, contenevano una protesta d'amore, od un puro atto di cortesia, a piacere di chi leggeva. Lanciati a caso, come un dardo nella oscurità, potevano ferire un cuore inerme e sensibile; ma cadevano ottusi ai piedi di chi non li gradisse, o non li volesse comprendere. — Chi avrebbe mai pensato che quello scritto doveva tornare così presto al suo autore e servir di risposta a sè medesimo? Se Agnesina viva, desta, conscia di sè, si fosse presentata al conte, tenendo in pugno il suo foglio, bisognava dire che ella voleva renderglielo con un crudele rimbrotto, o con un sorriso di pietà ancor più crudele; perchè, se ella fosse stata tocca nel cuore da quelle parole, avrebbe con ogni cura celato al mondo intero, e sopratutto agli occhi di un uomo, e di quell'uomo, il possesso del tesoro che la faceva arrossire. Sperare che ella raccontasse all'amante di aver letto i suoi carmi, di ritenerli per sè, di gradirli come cosa a lei dovuta, era follía. — Questo amore doveva essere un mistero; bisognava sorprenderlo, indovinarlo. Il bivio adunque non offriva un'escita felice: in capo ad esso s'incontrava o il silenzio di Agnesina, che equivaleva ad una ripulsa; o una lieta risposta, ma a patto di riceverla dalla mano gelida di un'estinta.

Agnese aveva confessato a sè, nel secreto delle sue aspirazioni, in ossequio ai suoi sentimenti, fuor d'ogni rapporto col mondo, il suo amore: il caso fece il resto. — Il conte si dolse, e si rallegrò ad un tempo; benedisse ed imprecò al destino; salutò il nuovo affetto, e pianse la sorte che lo annullava di colpo.

Quella scena non era meno lugubre del sepolcreto, in cui un dì Romeo scendeva a visitare l'assopita Giulietta: la situazione dei nostri attori rassomigliava assai a quella dei due fidanzati. — Ma il Conte di Virtù non disperò, come il focoso figlio dei Montecchi, di rivedere l'amata donna; il cuore suo mandava sangue, ma non si rinchiudeva per ingojare il veleno della disperazione. — Non cercò egli un'arma per cadere vicino all'amante: ma pregò il cielo fervidissimamente che la risvegliasse dal suo letargo, e la rendesse ai suoi amplessi.

“O Agnese, davanti a Dio che mi vede, e per l'amore di tuo padre, io giuro, che non amerò altra donna che te. Se tu non ritorni alla vita, io ospiterò la tua spoglia nelle tombe de' miei maggiori. Santo ed onorato sarà il tuo asilo. — Ma se i tuoi occhi si riapriranno, deh! che essi riflettano su me, ancora una volta, il raggio vivificatore delle tue virtù, onde per esso siano ritemprate le mie forze, e si compia il gran disegno di tuo padre. Viva o estinta, pur m'appartieni, o Agnese. Ho giurato a me stesso di vivere per te. Aspettai nel silenzio la tua risposta. — Oggi, mentre il tuo labro si chiuse forse per sempre, oggi mi hai parlato d'amore. Tu dunque sei mia sposa.„

Allora, con uno slancio, di cui non fu certo consigliera la ragione, impresse un bacio sui capelli e sulla fronte di Agnesina. Nè si pentì di quella licenza; anzi fu scosso fin nel più profondo dell'animo da una dolcezza tutta nuova. Gli parve che la fronte d'Agnesina non fosse fredda. Incoraggiato da questa prova, e trovandosi solo, inetto quindi a prestarle validi soccorsi, od a chiederne agli uomini colle preghiere e colle grida, non dubitò che gli fosse lecito consultare le fonti della vita su quel corpo esanime, stendendo la mano sul suo cuore, per carpirgli il secreto de' suoi intimi moti. Il solo mettere in questione un tal disegno, sarebbe stato come giudicarlo un atto profano e respingerlo. Fu l'affetto il più puro che lo guidò: la mano, inconscia della propria temerità, penetrò sotto il velo della veste sparata sul seno, e si posò non timida nè ardita sul corpetto di lino. — Quella mano altro non rilevò fuorchè un tiepido ancora più sensibile. Quell'aura di vita, più intensa alla regione del cuore, sembrava espandersi e temperare alquanto il mollore dei lini circostanti. Ma il cuore era muto. Ben sentiva l'interrogatore pulsare il proprio con un aumento di vita febrile e doloroso. Gli risuonavano all'orecchio i battiti concitati delle tempia; e le vibrazioni dell'onda sanguigna imprimevano un moto involontario alle sue braccia, nello stesso punto bramose e renitenti, timide ed ardite.

Ma finchè egli stava inclinato su quella specie di bara struggendosi in consultazioni, in preghiere, in desiderii, era nulla l'opera sua. — E forse un pronto soccorso poteva essere seguito da felice risultato. Per la qual cosa, sospinto da una carità vogliosa d'operare, si levò dal suo posto, corse in un attimo sulla riva, girò lo sguardo, chiamò aiuto colla voce, e stette un momento tutt'occhi ed orecchio a spiare se alcuno accorreva alla chiamata. — Il caso gli fu propizio. Non andò guari che vide scendere, lungo il margine del fiume, un garzoncello di tristo arnese, che gettava uncini nell'acqua per rubare al ladro, com'ei diceva: cioè per pescare legna od arredi trascinati giù dalla corrente. Lo chiamò a sè; egli accorse. Postogli sotto gli occhi un bel ducato nuovo, lo inviò da Ranuccio per invitarlo a scendere col batello in aiuto di una creatura in pericolo della vita.

Tornato il conte al suo posto, trovò ogni cosa come prima; ma dopo qualche tempo, e dietro un esame più minuto, gli parve che il volto della languente fosse meno livido: le pose di nuovo la mano sul precordio sinistro, e non osò dire di sentirlo battere, ma gli sembrò che nella parte più profonda di esso, assai lungi dalla mano, si risvegliasse un tremito, simile ad una successione inceppata, ma rapida, di battiti impercettibili. La scoperta accolta con gran diffidenza, poi respinta come un'illusione, entrò poco dopo nel novero dei lieti presagi, finchè, avvalorata da altre prove, cessò d'essere una vaga speranza per divenire un fatto certo ed incontrastabile. — E fu provida cosa, ch'egli arrivasse per gradi a sì bella scoperta. Una súbita gioia è per solito più perniciosa che un'improvisa sventura; perchè noi, poveri mortali, per natura e per uso, siamo meglio preparati alle ire che non alle carezze della fortuna.

Levatosi allora dalla posizione a cui lo costringeva il suo incarico, fermo però sulle ginocchia, volse lo sguardo e tutta la persona al cielo, e con uno slanciò di pietà, che non può essere tradotto a parole, porse grazie vivissime a Dio, sclamando con enfasi indescrivibile: “Grazie, o Signore; voi avete esaudito le mie preghiere.„

Ma perchè questo sintomo di lieto augurio, che pur lasciava sussistere ancora gravissima angoscia, non andasse perduto, era necessario favorirne lo sviluppo cogli argomenti dell'arte. Non cercò il conte se avesse seco farmaci o cordiali; non sperò ottenerne dalla carità di Ranuccio; non chiese a Dio che operasse un miracolo per mutar le pietruzze del fiume in celidonie, o gli sterpi in adianti e panacee, ma si diede, con tutto zelo e fuor d'ogni riserbo, a quelle cure che riputava più atte a richiamare il calore e le forze vitali dell'assopita.