Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 24

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Curvo presso il parapetto del balcone, col capo appoggiato alla mano, e il braccio steso sul davanzale, stette egli lungamente contemplando quella scena. — L'aria, flagellandogli il viso, temperava il ribollimento interno, cagione della febre e dell'insonnia. La vista della natura placida e serena gl'infundeva nell'animo una dolcezza così nuova ed arcana, che mai non provò l'eguale. L'armonia di un caro nome si mesceva al queto alitare della brezza; e i due suoni concordi si confondevano in uno solo. Due begli occhi neri evocati dall'accesa fantasia, brillavano come le stelle; e le stelle, e quegli occhi, avevano di comune un fuoco vivo ma casto e temperato, che giunto al cuore l'inondava di delizie e di speranze.

A quella vista, la sua mente andava spaziando più libera e padrona di sè. — Il cuore, prima angustiato ed inerte, pulsò con un ritmo celere ed eguale. Non era febre, ma raddoppiamento di vita. Di pensiero in pensiero, egli varcò i gradi di un immensa scala piantata nel fango delle cose terrene e diretta al cielo. Le idee non seguivano un corso ambiguo, e sconnesso, ma fluivano placide ed ordinate, sicchè per esse ei percorreva a rimorchio con impulso propizio la corrente dei fatti, e dagli effetti ascendeva a riconoscere le cause, fino a scoprire la cagione delle cagioni.

Toccata quell'altezza, oh, come gli parve piccolo il mondo! Con quanta pietà guardò egli l'angusta cerchia de' suoi dominii! Con quanto dolore ravvisò le interminabili gare degli emuli, che per usurpare il patrimonio della patria antica, ne facevano a brani gli avanzi! Una scena di desolazione gli si aperse sotto agli occhi. — Qua vide province e città, crudelmente separate da confini arbitrarii, non voluti nè difesi dalla natura, ma assiepati d'armi venali e straniere. Là, campagne bianche d'ossa insepolte, che nel silenzio della notte si cercavano e si riunivano per sorgere, spettri vaganti e terribili, ad imprecare contro i fratricidi. — Erano quelli gli avanzi dei seguaci d'una fazione che, nel bollore delle ire di parte o nell'accecamento dell'ambizione, vennero, trucidati come nemici, mentre erano fratelli, figli di una madre comune. — Le tante vittorie cui aveva assistito gli parvero allora più inonorate delle sconfitte; l'ebrezza passaggera del vincitore ben più deplorabile che il silenzio e la vergogna del vinto.

“Quel veleno che rode le radici, diceva egli, attossica i frutti. La discordia dei prìncipi, non si arresta fra i prìncipi: scesa negli ordini minori fino all'ultima plebe, rompe i legami di sangue, di gratitudine, d'amicizia. Ogni cittadino ha davanti a sè un tiranno; accanto ed alle spalle, nei fratelli d'altra fazione, altretanti nemici.„

Agitato da queste amare rimembranze, il conte teneva la testa bassa e l'occhio errante nelle tenebre della terra. Ma quando surse a contemplare una seconda volta il magnifico spettacolo, un palpito nuovo, e soavemente mesto, lo richiamò a più dolci pensieri. — “Al cospetto del cielo, proruppe egli, le glorie di quaggiù sono fuochi fatui, che s'inalzano dal suolo fradicio, per sprigionare i miasmi della terra, e far più gravi le tenebre circostanti; ma la carità, oh la carità è la scintilla vergine e pura, è la luce del sole che offusca quella degli astri!„ — Quel palpito o quelle parole erano consacrate alla sua patria; alla madre tapina ed infelicissima, che invano mostrava le piaghe e chiedeva soccorso agli ingrati suoi figli. Allora sprezzò la vacua grandezza de' suoi rivali. La virtù di Maffiolo, ignorata come il diamante nelle viscere della terra, gli apparve più luminosa; il suolo in cui quel tesoro era nascosto, doveva essere fecondo d'altre nobili produzioni. Si propose di scuotere il fango delle passioni per diseppellirvi l'arcana virtù. Giurò per l'anima del generoso cittadino, ch'ei non chiuderebbe gli occhi in pace, finchè l'alto suo pensiero non fosse condotto a compimento.

“Sì — proruppe egli, a voce alta e con entusiasmo — imiterò il povero che lavora dì e notte per sfamare la madre. Guai a noi se osiamo abbandonare colei, che ne diede la vita. — Ambizioso, snuderò le armi dell'indomita passione a suo profitto: diverrò grande, affinchè la mia offerta sia degna di lei; diverrò ricco, affinchè la madre nostra non gema nella povertà. So che ricchezza e potenza susciteranno contro me turbe d'invidiosi. Ma che monta?... Forse che l'approvazione o il silenzio di costoro può essere mai lo scopo della mia vita? Il cammino è lungo: gridino a loro modo i codardi o i rivali, io non mi arresterò a render conto de' miei passi. — Avanti, avanti, lo spirito di Maffiolo mi rischiara la via. Mentre i faziosi affilano le armi per le guerre fraterne, io li sorpasserò. Quando la patria avrà ricuperato il suo nome glorioso e l'antica sua grandezza, il mio cómpito sarà finito; e m'arresterò. Intanto la mente e il cuore anelano a quella meta: ivi è la posta dove lo spirito di Maffiolo mi attende; colà l'amore d'Agnesina sarà la mia corona.„

Al pronunciare questo nome, il viso del conte si fece raggiante, come se riflettesse la calma serenità del firmamento. Pensava alla fanciulla di Campomorto coll'animo confidente e pio con cui l'Alighieri cantò Beatrice; e, richiamando la sua donna cogli occhi del pensiero, gli parve udire dal suo labro quei due versi:

Le mie bellezze sono al mondo nuove Però che di lassù mi son venute[25].

I sensi furono debellati; l'affetto, che gli ferveva nel cuore, divenne sì puro che, davanti alla severa testimonianza del cielo, non arrossì di confessare la propria esistenza. Non era la donna che egli vagheggiava; ma la carità verso la patria tradotta nelle incorporee sembianze di un angelo.

LXVIII.

Si dice essere la notte l'amica dei ladri. È infatti nell'ombra e nella quiete di essa che si medita e compie la più gran parte dei misfatti. — La notte promette silenzio ed impunità; e spesso tien la promessa, disperdendo l'opera dei malvagi nella bolgia delle turpitudini anonime. Essa genera in tutti un aumento di forze, il quale, se non abbisogna al saggio per serbarsi onesto, basta al malvagio per rinvigorire i suoi pravi istinti. — Perciò, se si vuole rappresentare uno scelerato, lo si circonda di tenebre. La cella delle sue inique meditazioni si finge scarsa di luce; l'ora del delitto è il colmo della notte; la scena un ritrovo solitario. A nessuno cadrà mai in pensiero d'imaginarlo franco col viso alto e la fronte rivolta al cielo. Che se egli osa talvolta gettar sguardi procaci, i suoi occhi non soverchieranno mai il capo della vittima; e se la vittima saprà affrontarne la luce sinistra con altretanta imperturbabilità, è assai probabile che l'oppressore subisca la legge dell'oppresso.

Ma è la notte della terra che offusca lo spirito, ed agghiaccia il cuore, non quella del firmamento, sempre consigliera del bene. La scarsa luce che piove dal cielo stellato è splendore vivo e smagliante che illumina la coscienza, che sprona l'inferma volontà, che rassoda i retti giudizii. — Oh se il malvagio levasse un solo momento lo sguardo al disopra delle cose terrene, egli vedrebbe sciogliersi tosto gli ingannevoli fantasmi che lo trascinano al delitto!

Più mite, ma non meno efficace, è il turbamento che essa produce sulle anime gentili, le quali professano alla virtù un culto profondo, e non aspettano che l'occasione per darne prova. Il chiaror delle stelle parla d'amore alle anime schiettamente innamorate; ma non consiglia affetti vili. Esso rinfranca i propositi dei timorosi, perocchè l'uomo sente di non esser solo, mentre Dio gli è testimonio e consigliero. È maestro d'azioni generose, giacchè quella luce che gli fa parer bello l'erto sentiero della virtù, gli mostra l'inganno e la caducità del bene comprato con un rimorso.

Null'altro adunque che la vista di quella magnifica notte commoveva l'animo del conte. Invano aveva egli cercato la calma all'assopimento ed al riposo; invano l'avrebbe chiesta alle memorie del passato od alla sapienza dei libri.

E che era mai quello spettacolo, se non una delle mille e mille notti, che scorrono placide ed obliate su tutta la terra, senza essere privilegio di clima o di stagione? — Non brillava la luna. La volta celeste libera d'ogni nube poteva paragonarsi ad un immenso velo bruno e trasparente, attraverso il quale si diffundeva una luce scarsa, uniforme, mestissima. Gli astri di maggiore grandezza gettavano sprazzi di fuoco a vario colore. Intorno ad essi una grande aureola d'aria bruna sembrava tenere in rispetto l'innumerevole corteggio delle stelle minori. — Ma quello spazio di cielo, in cui a prima giunta non si vedevano che tenebre, a poco a poco si popolava di uno, di due, di cento scintille, che apparivano e sparivano, con tale incertezza e in sì gran copia, che difficile, per non dire impossibile, era lo scoprire un punto, dove esse non fossero. Nel mezzo e longitudinalmente la volta celeste era partita da una zona albicante, a contorni incerti e sfumati, che a prima vista poteva confondersi con una nuvoletta, ma che, meglio guardata da chi tenesse conto de' suoi movimenti, insegnava anche all'occhio profano non essere emanazione della terra, ma sostanza eterea mossa da una sola legge col resto dell'universo.

L'osservatore, non più sapiente che i sapienti della sua corte, di cui abbiamo già conosciuto un esemplare veritiero, respingeva in sua mente le pagane credenze, che spiegavano quella notturna apparizione. — Ma mentre rideva di chi la chiamò una stilla sfuggita dal seno di Giunone, o la strada rovinosa di Fetonte disseminata di cenere, o il sentiero degli eroi avviati al tempio della immortalità, inclinava con Teofrasto e Macrobio ad abbracciare l'ipotesi tornata in voga, che essa non fosse altro che la saldatura dei due emisferi celesti. — La più sana delle congetture era, come avviene pur troppo e sempre, la meno accetta. Nessuno pensava a quei tempi a Democrito d'Abdera che, quattro secoli prima dell'era nostra, sospettava essere la via lattea quello che è per noi al dì d'oggi, miriadi di stelle.

Risalendo il corso della storia, ad ogni piè sospinto ci avviene d'incappare in traviamenti dell'intelletto umano. Chi provasse soverchio fastidio nel percorrere una strada seminata di errori, abbandoni il proposito di frugare nelle vecchie carte. Probabilmente i nostri posteri diranno lo stesso di noi. Ma non ci deve esser lecito sperare che verrà un tempo, in cui l'uomo, compiuta la conquista del possibile, rimarrà pago e tranquillo a fruirne i vantaggi? Diremmo di sì, se una dolorosa esperienza non ci avvertisse che questa immobilità fondata sul possesso del meglio, (tacciamo dell'ottimo) non ebbe mai una durata significante. Quando l'uomo cessa dall'edificare, incomincia il rude lavoro della distruzione. Più volte egli fu vicino a toccare il colmo della civiltà; ma giunto a meravigliosa altezza, non vi si arrestò: scese di nuovo, disconobbe l'opera sua, abiurò le verità conquistate, morì sotto il raggio del sole, per rinascere dalle sue ceneri, come l'uccello della favola.

Il nostro osservatore cadeva in un altro e più madornale inganno. Egli (e tutto il mondo con lui) pensava, che la volta celeste scorresse al di sopra del suo capo, con quel moto uniforme di traslazione, che appare all'occhio di chiunque guarda il cielo in ore differenti, con illusione simile a quella di chi, solcando l'acqua, crede che la riva gli fugga lontano — Quest'errore era rafforzato da grandi autorità; l'Almagesto di Tolomeo lo convalidò, lo ribadì, lo fece essere il perno di tutte le dottrine celesti per sedici secoli. Su di esso si fondò la deplorabile congerie delle assurdità, d'onde è tessuta l'astrologia. Di fatti, posta l'ipotesi che tutto l'universo sia creato pei bisogni ed a diletto di quest'atomo che si chiama terra, ogni uomo non è troppo ardito se crede aver nel cielo almanco una stella per sè, ivi posta a sua guardia e tutela. Eppure Pitagora e Filolao, trecent'anni prima di Tolomeo, avevano scoperta la dottrina sul doppio moto della terra. Una teoria sì semplice e chiara spiegava tutti i fenomeni della natura, ed appagava la mente ed il cuore degli uomini, imaginando un universo più degno della potenza infinita che lo aveva creato. Ma la verità, forse perchè troppo bella ed evidente, non ebbe proseliti. Ci vollero secoli e secoli prima che si disseppellisse l'ignorata dottrina dei Pitagorici; e quando Galileo la scoperse, la comprese, e la corredò di prove irrefragabili, vide levarsi contro di sè, non solo la dispettosa incredulità del vulgo, ma un'ignavia togata e tonsurata, che tentò strozzare la verità rediviva sotto la pressura de' suoi strampalati sillogismi, rafforzandoli con quegli argomenti, che tutto il mondo conosce dalla storia delle inquisizioni.

LXIX.

Le dottrine cosmiche, che noi abbiamo attribuito al nostro eroe, erano sue applicazioni: non però del momento, a cui è rivolta la nostra attenzione. Il conte non vide per minuto quanto qui venne toccato di volo; meno ancora s'arrestò a farne oggetto di studii o considerazioni. Quella scena scosse i suoi sensi, e li attraversò per giungere al cuore e sollevarlo in un nuovo mondo, che gli apparecchiava un delizioso delirio. Fu verso il mattino che egli riprese la conoscenza dell'esser suo; e allora si trovò stanco, sbattuto, aggranchito dal freddo e dall'insonnia.

All'escire da quel paradiso di belle inspirazioni, ripigliò i sensi, che ve lo avevano sospinto, e li trovò guariti da ogni ebrezza, anzi calmi e torpidi, come nei momenti meno poetici della sua vita. Gli occhi, vogliosi ormai di riposare nell'ombra delle cose prossime, si compiacevano di fissarsi nei vapori mattutini; poi scendevano a mirare le creste dei boschi disegnate sull'orizzonte, e i casolari e gli alberi che escivano a poco a poco dal caos notturno, assumendo forma e colore. L'orecchio, sordo dianzi ad ogni chiamata terrena, cominciò ad udire distintamente il sibilo armonioso della brezza, cui faceva eco il rombo lontano dei rigagnoli e dei fiumi ingrossati dalle piogge; indi l'abbaiare dei cani, lo strido sinistro dei gufi che rientravano nei loro nidi, e il passo misurato delle scolte.

Ma, tornando egli dalla sua corsa fantastica, non doveva perderne tutti i vantaggi e tornar l'uomo di prima. Di quell'incanto portava le tracce profondamente scolpite nell'animo, a quel modo che ci restano nella memoria le sembianze e le parole di persona cara dopo esserci congedati da lei. Anzi, se prima i pensieri erravano senza freno in balía della mente agitata, ora, sottoposti al giudizio della ragione, ne divenivano il linguaggio. Quei pensieri adunque andavano guadagnando ordine, consistenza, efficacia appunto perchè avevano perduto il brioso colore d'un sogno. Da quell'istante non sentì altro bisogno fuor quello di lasciare corso agli effetti della misteriosa lezione, che il cielo gli aveva dato. Abbandonò il balcone e rientrò nella camera; diè un'occhiata di pietà al suo letto, e risolse di non spendere l'ultima ora della notte dove aveva sì infelicemente passate le prime. — Un brivido invincibile gli correva per le ossa e gli faceva battere i denti. Staccò dalla parete uno spadone, e s'accinse a manovrarlo a due braccia. Ma quell'esercizio gli interrompeva il filo delle idee. Rimise l'arma; e, pensando che l'aurora doveva essere vicina, si propose d'escire a vederla, e di correre un buon tratto di strada per dar corso al sangue e cacciare il freddo. — Sodisfatto di questo pensiero, si dispose a mandarlo ad effetto; indossò abiti più convenienti, cinse la spada, si coperse di un mantello bruno, e ravvolse la testa in un capuccio cremisino; poi escì dalle sue stanze e, attraversati gli androni del vasto palazzo, scese inosservato nella corte d'onore. Quivi si arrestò un momento, per assicurarsi che regnava intorno a lui la più profonda quiete. Tutti gli abitatori del castello dormivano. Dormiva anche Esculapio che, dopo avere interrogato le stelle e il codice di Guido Bonatto, credette di doverne attendere la risposta in sogno. — S'addormentò il valentuomo col libro fatidico stretto al cuore; ed ebbe infatti più assai che non s'aspettava, spettri ed apparizioni in folla. Peccato che la mattina seguente, nel tentare di rinvergare il bandolo a tanta copia di rivelazioni, non venne a capo di trovar altro fuorchè il ricordo della sua matta paura.

Escire dal castello senza essere veduto, non era cosa possibile. Le mura ai quattro lati erano cinte da una fossa, in quel dì torbida e colma dalle continue pioggie. Le porte erano munite di un ponte levatoio, che sulla sera veniva alzato; ed a ciascuna porta vegliava un alabardiere con ordini precisi di non dare entrata a persona, e di non permettere l'escita se non a chi ne giustificasse il motivo. — Il principe questa volta si trovò impacciato in quella stessa rete di precauzioni, che erano scrupolosamente mantenute per la sicurezza e il decoro della sua persona.

“Impossibile fare un passo senza aver cent'occhi a dosso, sclamò egli tra sè con dispetto; dimani cotesti oziosi non parleranno che della mia escita mattutina; e Dio sa, quante e quali spiegazioni sull'insolito avvenimento!„

Egli era tornato l'uomo cauto e circospetto di prima. Nondimeno s'avviò di buon passo verso la porta di levante, che era la principale del castello. Per buon tratto marciò ravvolto nella penombra di un alabardiere che passeggiava in su e in giù pel vestibolo, coprendo la lampada appesa alla imposta interna del portone. — Ma quando il soldato s'accorse d'alcuno che gli si avvicinava, fe' un passo di fianco, e lasciò che i raggi dianzi interrotti arrivassero all'incognito. Ma non avendolo ancora riconosciuto, gli diresse a voce alta e in modo deciso un _chi va là?_ Il conte non si arrestò, nè rispose: con una mano rovesciò alquanto il capuccio che gli scendeva sulla fronte; coll'altra fe' cenno di tacere, ponendosi l'indice attraverso alle labra. Dietro quest'atto udì tosto lo scricchiolare delle catene, che scorrevano sulle puleggie onde abbassare il ponte, e vide aprirsi la porta di soccorso. Passato oltre e giunto a mezzo del ponte, girò lo sguardo indietro, ed ammiccò la guardia con un'aria ancora più solenne che voleva dire: “guai a te se parli„. Il soldato ritto al suo posto, appoggiando verticalmente l'alabarda allato della persona, accennò d'aver inteso, e ripetè in cuore suo “silenzio ora e sempre„. Chiuse indi la porta, e ritornò a misurare il lastrico co' suoi passi lenti e sonori.

LXX.

Varcato il rivellino e le poche opere che fronteggiavano il castello, costrutto a delizia non a difesa dei signori Visconti, escì sulla spianata che in allora non meritava nome di piazza, giacchè scarse ed irregolarmente collocate erano le casipole, che la circondavano. Dicontro alla porta principale si apriva la strada maestra diretta a Corte Olona: via serpeggiante, ineguale, vallicosa, come lo erano tutte a quei dì. Per breve tratto essa soverchiava la campagna, poi correva sepolta fra immense siepi, protette da piante, che sembravano aver comandato per un secolo al passaggero le più stravaganti deviazioni. L'intemperie dei giorni antecedenti l'aveva malconcia ancor più del solito: in certi punti, profondi avvallamenti ricolmi d'acqua la cangiavano in uno stagno impraticabile: ivi le pedate dei viandanti, pel ricorrente bisogno d'aprirsi un cammino fuori della pozzánghera, tracciavano sul ciglio della siepe una viuzza alta e sgombra, che si ricongiungeva alla strada maestra, appena questa tornava meno disagiata.

Il conte entrò di buon passo per quella strada e, mano mano che s'avanzava, si sentì crescere la voglia d'andare. — Senza che l'animo suo rientrasse in quell'ordine di idee che nella notte l'avevano inondato di tanta dolcezza, ne provava i benefici effetti in una calma dello spirito ed in un crescente ben essere del corpo, come se giungesse dall'aver fatto un'opera buona, e s'avviasse a riceverne la ricompensa. Camminò sulla strada superandone tutte le difficoltà, e seguendone i giri capricciosi, fin quando vide sulla siepe a manca aprirsi l'ingresso ad un sentiero, che immetteva nei campi. V'entrò a caso; e, postosi sur un arginello elevato ed asciutto, ripigliò il passo colla sua solita lena.

Ma fin qui egli non mirava ad alcuno scopo. Un incompreso desiderio l'aveva tratto fuori dal suo soggiorno, facendogli superare la tirannica legge delle consuetudini; ora, trovatosi all'aperto, rivolse gli occhi a quella parte del cielo, da cui si effundevano i primi albori del giorno.

Le stelle erano scomparse: solo una brillava a levante di una luce tremula e vivissima sur un fondo d'aria leggermente cerulea, davanti alla quale si diradavano le tenebre, ed a cui succedevano zone degradate di una tinta simile al color della perla, poi un leggiero incarnato, e un roseo intenso; infine un color d'oro ed un croceo vivacissimo, temperato da screzii porporini coll'orlo di fuoco.

Sotto l'influenza di quella luce ancora debole e sparsa, già tutto il creato ripigliava vita e calore. — Le piante cominciavano a verdeggiare; le frondi acquistavano varietà e rilievo. Qua la campagna si tingeva del verde scuro dei prati; là dell'arso colore delle stoppie: dove appariva inculta e grigiastra, dove bruna e solcata di fresco. — Tugurj e capanne, disseminate con apparente capriccio, mostravano da lungi la loro pittoresca miseria. Sporgevano fra pianta e pianta i tetti acuminati delle ville lontane, coperti di paglia. o di tegoli, ricoperti da una muffa rinverdita dalle piogge recenti.

Il sole non era comparso; e già da un'ora il braccio dell'uomo svolgeva la terra onde prepararla a ravvivarsi sotto i suoi raggi. — La tridua procella, interrompendo i lavori della campagna, aveva costretto il contadino alla più ingrata delle sue fatiche: l'ozio. In quel dì, per riguadagnare in parte il tempo perduto, usufruttavasi perfino la luce delle stelle. Prima dell'alba erano aggiogati i buoi, allestiti gli utensili, divisi i lavori. Uomini, donne e fanciulli, erano inoltrati nel lavoro, quando apparve il sole. I primi raggi non ebbero a riscaldare le membra di quelle creature già trafelate dalla fatica.

Il conte poneva a confronto il rude travaglio e il tenue compenso del contadino; e da quell'esame sentiva muoversi il cuore a pietà. Ma quei buoni lavoratori, ignari che un'anima compassionevole pensasse a loro in quel momento, gli diedero inavvertitamente una solenne smentita; perchè da varj punti della campagna risposero con allegre canzoni alla tacita inchiesta di quel pietoso, che in fondo al cuore esclamava — “oh poveretti, come devono essere infelici!„

Accostandosi ad un gruppo di contadini, e costringendoli colla sua improvisa apparizione a levar gli occhi dalla gleba ed a rialzare il dorso curvo sulla marra, lesse loro sulla faccia le ingiurie della povertà, non l'abbattimento degli spiriti. Su quei tratti arsi dal sole, invecchiati dagli stenti, emaciati da una temperanza eccessiva, brillava ancora un non so che d'ilare e di vivace, che non offendeva la severa precocità delle rughe. — I cenci e le canzoni, il lavoro e le celie, la miseria e la contentezza, costituivano la più nuova, la più meravigliosa antitesi. — Per avere il diritto di contemplar meglio quella scena, e di studiarne l'importanza, il conte, che andava in traccia di emozioni, s'arrestò: e, per giustificare la sua fermata, si rivolse ad uno dei più vicini col pretesto di chiedergli dove conducesse il sentiero su cui egli camminava.

Gli fu risposto con parole acconce e con un lusso di gesti atti a chiarire nel miglior modo le varie località, cui quella strada metteva capo.

“Messere, va forse a Genzone? — chiese il villano con ingenua curiosità.

“Sì„ — rispose il conte, cui quel nome e quel luogo eran noti, ma che finse di non conoscer bene per avere argomento d'interrogare.