Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 23

Chapter 233,712 wordsPublic domain

“Ahimè, insensato ch'io sono! — sclamò Medicina percotendosi la fronte — ahimè! che stolido pensiero m'è passato pel capo.„ E taceva di nuovo; dando al viso e alla persona un'aria di umiltà e d'ipocrisia, che ingannava lo stesso Barnabò. Teneva il viso chino, e gli occhi a terra, appoggiava il mento tra il pollice e l'indice della destra, e il gomito al braccio sinistro stretto al seno. Tutto ciò era una pantomima studiata; il silenzio doveva essere l'eloquente proemio di quanto egli stava per dire.

“Campomorto! — susurrò tra sè, ma in modo d'essere inteso — è fuori del nostro territorio!... Sì certo. Esso è in quel di Pavia... dominio del Conte di Virtù... Ed io... ah mille volte pazzo!... La grandezza e la gloria del mio padrone m'inebriano a segno da farmi scordare la gloria e la grandezza del suo nobile congiunto... E...„ — Mentre ruminava altre parole di questo colore, osò levare un istante lo sguardo, per vederne l'effetto. La sua occhiata, benchè rapidissima, afferrò quanto bastasse per fargli ripigliare la bugiarda umiltà che gli assicurava il trionfo.

Infatti, il volto di Barnabò tradiva l'interna compiacenza, quasi avesse fatto una grande scoperta. Il rispetto che Medicina aveva mostrato pei diritti del Conte di Virtù, era l'unico modo di invitare il principe a violarli. Egli, che avrebbe sprezzato un consiglio o punito il temerario che osasse darne uno al suo signore, accolse le parole del ciurmatore come una inspirazione. Quel viso, prima sì cupo e taciturno, si aperse alcun poco; un sorriso minaccioso e terribile sfiorò quelle labra, dianzi diversamente spaventevoli nel silenzio. Medicina, che aveva compreso essere quella minaccia indirizzata a tutt'altro, che a sè, fece cuore, e cantò vittoria in secreto.

“Campomorto è feudo dei Mantegazzi, e dominio del Conte di Virtù? — urlò il principe. — Tanto basta... Doppia ragione perchè quella terra sia posta a soqquadro. Se esistesse un solo Mantegazza, e quello fosse ancora celato nelle viscere di sua madre, il pugnale del mio più fido servo spenga d'un colpo la razza scelerata! E che? mi si minaccia forse perchè il covo dei ribelli è sul territorio di mio nipote? Date a lui un bordone ed una sporta; non cerca di meglio, quel collotorto! Bravo Medicina! tu m'hai predetto la buona ventura questa volta. A te l'onore dell'impresa. Tu stesso devi essere il primo a mettere piede, in mio nome, sulla terra dei ribelli; tu precederai cento, duecento, mille delle mie alabarde, e porterai in quel castello la ruina e l'incendio. — Tutto sarà tuo: le carte solo e la fanciulla prenderai per mio conto. — Io, che ho sfidato l'ira del papa, che ingrasso nelle sue scomuniche, dovrò tremare della stizza impotente del mio diletto nipote..? Ah ah! Una sfida... vedremo... Parti, parti: fra tre giorni la risposta.„

Medicina, tutto mogio in apparenza ma assai sodisfatto nell'interno dell'animo, offerse al suo signore la più ampia protesta d'obedienza, curvandosi dinanzi a lui fino a terra; poi uscì. Non era ancor fuori della sala, che la gioja sprizzava dalle mille rughe della sua faccia da ipocrito. Raccolse un momento i suoi pensieri; scelse poscia i compagni, li ordinò, li istrusse; e prima che fosse notte, sprezzando l'intemperie, partì per Campomorto, da cui sognava di ritornar fra tre giorni ricco sfondolato.

LXIV.

Il disagio del cammino, cresciuto dal bujo della notte e dall'imperversare della procella, spense alcun poco gli spiriti del ciurmatore. Non già che gli sembrasse d'aver fatto un magro negozio; scopriva soltanto che la via era meno piana di quello che aveva sognato. — Quanto alla noja del viaggio, egli, che faceva pagar caro ogni suo atto di servitù, pensava rifarsi, aggiungendo nuovi titoli alla benevolenza del suo padrone e prelevando un lauto acconto sugli infelici abitatori di Campomorto. — Finchè agiva in nome del signor di Milano, non temeva di essere defraudato nei suoi guadagni. Ma in quest'intrigo arrischiava egli ancora qualche interesse tutto suo; onde, per non veder sfruttato il doppio e pericoloso traffico, chiamava a consulta le vecchie astuzie.

Medicina, lo sgherro di Barnabò, era anche il confidente di Giangaleazzo. — Chi dei due lo pagasse meglio, egli non curava indagarlo; ottima cosa era il farsi pagar bene da entrambi. Condurre una mano di sgherri a Campomorto, senza darne avviso al Conte di Virtù, era mettere in pericolo la protezione di costui. Imprigionare la figlia di Maffiolo, e consegnarla al signor di Milano, non era cosa scevra di pericolo: la prigioniera avrebbe potuto farsi accusatrice delle sue pratiche col signore di Pavia. — V'era di che pensar seriamente. Ed ecco perchè gli pareva meno lunga quella strada, che gli dava tempo a riflettere.

Non uno, ma cento progetti accolse coll'animo lieto di chi risolve un problema difficile: ma il conforto era passeggero; quelle soluzioni tanto vagheggiate erano poscia respinte col disgusto di trovarle sempre fallaci. Sotto il peso di quelle difficoltà, il bottino di Campomorto andava perdendo ad una ad una le sue attrattive. Pensava alla terribile probabilità d'essere scoperto; e lo poteva essere; e se lo fosse? A che le sue ricchezze? Più non gli rimaneva che il dubio sul luogo, in cui egli avrebbe espiata la pena dei traditori. — Questo pensiero lo faceva rabbrividire.

Dopo lunghe ed inutili torture, finalmente scoperse l'unica ed infallibile scappatoja. — “Si vada a Campomorto, disse egli fra sè, poscia a Pavia. Nella prima fermata raccoglierò di fretta quanto più m'importa; nella seconda farò, con più zelo del solito, il mio officio presso il Conte di Virtù; e, ridestando i suoi sdegni contro lo zio, gli offrirò l'occasione di battere le milizie che invadono il suo dominio, e di spogliarle di quanto avranno predato. Ma questa occasione non verrà mai, perchè io pel primo andrò di volo a Milano a denunciare alla signoria i procedimenti del Conte di Virtù. Per tal modo darò ad ognuno il buono e il tristo del mio mestiere.„ — Credeva il ribaldo, che ciò fosse giustizia.

Quella mattina i poveri abitatori di Campomorto si risvegliarono soprafatti da una doppia disgrazia; la partenza misteriosa della castellana e la comparsa di ima masnada, che pur troppo non faceva mistero dei suoi intenti. Quale terribile angoscia dovesse produrre la minaccia di una scorreria, ben lo si può imaginare, pensando all'istinto rapace di quei soldati di ventura, alla insaziabile avidità di chi li guidava, e al genio feroce del principe che li aveva sguinzagliati. I terrazzani, colpiti all'improviso, non ebbero tempo di raccogliersi e di pigliar l'armi. Se alcuno, spiando dall'alto il pericolo, spolverò lo stocco e diè mano agli arnesi guerreschi, non appena s'accorse con chi aveva a fare, rallentò l'opera, e depose le armi. — La difesa era inutile; l'ira grande ma impotente. Gli infelici non avevano altro modo di scongiurare la mala fortuna che farsi incontro ad essa con piglio mansueto.

Medicina non era l'uomo dalle vendette inutili. — Una sola volta ei l'aveva gustata nella morte del povero taverniere di Pavia; la lezione gli rimase impressa nella mente per tutta la vita. Autorizzato a far man bassa sugli infelici terrieri, pensò che meglio fosse limitarsi alle minacce, per avere da loro, o per loro mezzo, la più gran copia di roba e la migliore. Mentre la sbirraglia si sbandava nella cantina, e nel tinello, preludiando un'orgia, il capo di essa, seguíto da un suo fido compagno, visitò i luoghi più nascosti del castello, raccolse quanto vi trovò di più prezioso, e ne fece un mucchio, che consegnò all'amico, promettendogli a suo tempo una vistosa quota nel riparto. — Poscia, annunciandogli che doveva partir sùbito, lo nominò suo luogotenente, investendolo di pieni poteri, non senza consiglio d'usarne con quella discrezione, che meglio giovasse ad ingrossare il bottino. — Fatto ciò, riempì le tasche di grossi ducati fin dove le forze potevano sopportarne, e scomparve.

LXV.

Il Conte di Virtù, reduce a Pavia e alle sue abitudini, non vi trovò la desiderata calma. Sperava che il ravviare le vecchie pratiche sì care un tempo, dovesse porgere pascolo gradito al suo spirito irrequieto. — Frugò nelle carte per rintracciarvi il secreto delle sue ambizioni; interrogò ogni angolo della reggia, perchè gli ricordasse quante volte e con quanta compiacenza aveva in essa mentito agli sguardi scrutatori de' suoi avversarj. — Si trovò deluso: quel mistero che circondava la sua esistenza, e che soleva diradarsi soltanto per spargere l'errore dove prima era incertezza, gli cagionava fastidio, come fosse rimorso, come se la coscienza gli dimandasse imperiosamente pel futuro un procedere più schietto.

La memoria della fanciulla di Campomorto era la viva apparizione della bellezza accoppiata alla virtù. I sensi di lui s'imparadisavano nell'evocare le sue angeliche forme; ma l'animo, nel penoso esame di sè e nella coscienza della propria inferiorità, lottava fra le sbiadite memorie del passato e le dolorose incertezze dell'avvenire. Se alcuna volta rivendicava la stima dovuta a sè stesso pensando alla lettera di Maffiolo, quelle parole, ancorchè incoraggianti, avevano un valore soltanto come un patto condizionato pel futuro: e quel patto era grave, arrischievole, pericoloso. Egli giocava un gioco formidabile, di cui ignorava perfino la posta: sapeva soltanto che poneva a risico il suo avvenire, la gloria, la speranza di tutta la vita: e che, toccata una sconfitta, gli riescirebbe impossibile la rivincita. — Il secreto che lo legava a quel patto era l'amore: un amor forte come la sua ambizione e meno paziente di quella. — Usciva egli dunque da una carriera arcana e difficile, per gettarsi in un'altra egualmente e più scabrosa. Con qual diritto avrebbe egli tentato di ravvicinarsi alla donna ch'egli amava? Spettava a lui il discendere onde eguagliare il principe alla vassalla o non doveva piuttosto tentar di salire, perchè il nome di un Visconte fosse degno della virtù dei Mantegazzi? Finchè durava questo dubio, entrambi avrebbero proceduto l'uno discosto dall'altro, come viandanti che battono due strade vicine, e non s'incontrano mai.

Pensando allo scritto di Maffiolo, e alla confidenza ch'egli si era meritato, concludeva che se la felicità di Agnesina gli era cara, la sua virtù doveva essergli sacra. Tornava col pensiero alle sollecite cure che gli erano state prodigate nella casa di lei; si gloriava delle prove d'affetto ottenute; ma concludeva: “guai a chi abusa dell'ospitalità!„ — Nello stesso ricordo si mescevano la rapida serenità dei giorni passati a Campomorto, il severo giudizio di Maffiolo, e il sacro debito dell'ospite. — Amava inebriarsi del primo pensiero, ma non appena vi si accostava gli altri ponevano nella coppa delle sue delizie tanta parte di ragione, che bastasse a distruggere ogni incanto, ogni ebrezza.

Alcuna volta gli parve che i suoi scrupoli fossero soverchii, e s'accusò di pusillanimità. Volle convincersi che una condotta meno cauta dal canto suo non sarebbe stata sconvenevole. Giunse perfino a vagheggiare con diletto il suo posto eminente, pensando ch'esso gli dava il diritto di chiamar legge ogni suo desiderio. Se a confortarlo in questo disegno richiedevasi l'esempio d'altri, egli non aveva che a volgere lo sguardo intorno a sè, e cercare in qual conto i signori suoi pari tenessero la virtù delle loro vassalle. L'elastica moralità della corte gli susurrava nel cuore, che l'infamia non era generata dalla natura di un fatto, ma dalla condizione della persona che lo commetteva. Ciò che era delitto in un popolano, diveniva affabile compiacenza in un principe. Le lacrime del povero erano tosto rasciugate da un sorriso di lui: dinanzi a lui, l'onestà famelica era men bella che la docile sommissione.

Ma il diletto, se pure poteva chiamarsi con questo nome un'allucinazione passaggera, gli metteva nel cuore una nausea, un fastidio, come se ingolasse un dolciume, in cui l'acre del veleno è mal mascherato; quindi respingeva tosto quei pensieri, come si respinge la coppa che è conosciuta infida. Allora tornava saggio come prima; anzi, più di prima severo con sè, quasi volesse rinvigorire colla vergogna di una colpa meditata la sua virtù vacillante.

LXVI.

Nella proverbiale ferocia del suo secolo, Giangaleazzo era una individualità privilegiata. — Diciamo privilegiata non unica; perocchè Azzone e l'arcivescovo Giovanni l'avevano preceduto col buon esempio. — Nelle cose di stato egli non seguiva l'esempio dei prìncipi del suo tempo, soliti a marciar dritto colla spada alla mano. Senza che egli apprendesse l'arte di governare, che poi divenne scienza, ed ebbe scuole, dottrine, e maestri, anzi prima ancora che esistesse la parola per qualificare l'uomo di stato, egli lo era, direm quasi, per istinto. Il suo carattere calmo, riflessivo, perseverante, lo premuniva dalle facili improntitudini dei suoi pari, sì gradite quando il cuore vi si abbandona, sì gravi di pentimento, quando ne ricerca il frutto. La cortigianeria, pronta a magnificare le virtù dei grandi ed a palliarne i difetti, non aveva valore sull'animo suo, che come mezzo di conoscere negli sviscerati piaggiatori i più incauti avversarii della sua fortuna. Inflessibile davanti alle smodate piacenterie di costoro, sopportava con animo egualmente imperturbato lo sguardo sinistro di coloro, fossero grandi o meschini, che lo disapprovavano. — Anzi, nei primi temeva a buon dritto la menzogna: in questi, no; il loro odio egli gradiva, perchè almanco sincero.

Anche nella vita domestica apprese di buon'ora a far violenza alle proprie inclinazioni. Ciò che nella prima età, sotto il dominio di un genitore tiranno, era dura necessità, a lungo andare, coll'uso della vita, diventò un abitudine. — Che se è temerario il dire che la sua studiata mitezza era solo un omaggio alla virtù, bisognerà per lo meno convenire, che egli possedeva l'arte fortunata di giungere felicemente ad uno scopo, senza calpestare con apparente violenza gli ostacoli, che gli attraversavano la via.

Il suo carattere ritraeva in parte le virtù della madre, Bianca di Savoja. Nell'animo di lui non cadevano in fallo i semi della educazione materna e i primi rudimenti di una cultura, rispetto ai tempi, vasta e gentile. Galeazzo II, dopo avere inventato la terribile quaresima di tormenti, fondò l'Università di Pavia. — Strano accoppiamento di barbarie e di civiltà, che sembrerebbe irreconciliabile, se non si pensasse che quel principe, ben lungi dal promovere negli studj la cultura e lo sviluppo intellettuale de' suoi sudditi, volle soltanto circondarsi di un'eletta schiera di sapienti, onde rifar credito alla scaduta cortigianeria. Egli gustava nelle parole dei dotti il sapore di una dialettica severa e piacevole, ma l'animo indurito non cangiava tempra a sì modico calore: nè il coraggio dei neofiti della scienza giungeva a tanto da mettere in pericolo la protezione del potente, pel fuggevole diletto di apostrofarlo con una acerba parola. — Il fondatore dell'Università non raccolse che i fiori dell'opera sua; i frutti vennero più tardi; ed il primo a gustarli fu probabilmente il figlio, cresciuto fra le dispute dei sapienti, nutrito dalle balde armonie dei provenzali, educato dalle meste note del Petrarca.

Un buon terreno, cui venga affidato buon seme, tosto o tardi, produrrà qualche frutto, a dispetto dei nembi passaggeri e dell'influsso malefico dei paduli circostanti. — Il giovine principe, in mezzo ad una corte corrotta, potè sfuggire al contagio propagato dall'adulazione: apprese anzi ad odiarla, come la causa precipua degli errori del suo genitore. Devoto al nome ed all'autorità di lui, dissimulò le secrete accuse, che il cuore moveva spontaneamente contro la sua brutale crudeltà; comprese, fino da fanciullo, quanto fossero fatali le esorbitanze del suo governo: riconobbe la menzogna dei cortigiani e la giustezza del publico malcontento: e nell'esempio della madre, maestra di toleranza e sua compagna nel martirio domestico, apprese ad odiare l'ingloriosa grandezza dei tiranni. — Una natura così nuova e privilegiata parve un enigma a tutti coloro pei quali il despotismo era allettamento od interesse. Il perchè, il signor di Milano e i suoi addetti, non sapendo come meglio spiegare questo fenomeno, chiamavano Giangaleazzo un _uomo da nulla_.

LXVII.

Per verità, dopo il ritorno da Campomorto, il Conte di Virtù accusava sè stesso di dapocaggine quante volte, tentando di combattere una preoccupazione creduta puerile, ricorreva scoraggiato e nauseato alle vecchie pratiche della corte. — Dolevasi che uno stolto pensiero, malgrado gli avvisi della ragione, divenisse il tiranno della sua volontà; dolevasi di arrischiare per esso i frutti di un lungo esercizio di virtù politiche. — Ma l'accorgersi del pericolo è già mettersi sulla via di scamparne. Chi crede che il tempo sia un rimedio, confessa il male, e desidera di guarire. Ora, in mali di simil genere non vi ha sintomo migliore di questo.

Le persone che lo avvicinavano, fatti accorti del mutamento, pensavano che il principe non fosse ben guarito; e l'uomo della scienza, chiamato dal suo dovere ad interrogarlo, credette aver penetrato il secreto de' suoi mali; ma s'affrettò a spiegarlo con un tale sfoggio di dottrine astrologiche, che valeva quanto il confessare schiettamente di non avere compreso nulla: del che il principe fu assai contento.

Fatta a suo modo la diagnosi, entrò a proporre il rimedio. E non si mostrò pago d'un solo; consigliò al suo cliente l'uso di più sostanze stillate insieme, le cui virtù occulte elidevano l'occulta potenza dei sortilegi, suprema ed indubia cagione di tutti i mali d'origine ignota. Poi consigliò al principe di mutar aria, di togliersi dalle cure, e di cercare nel perfetto riposo il ritorno delle forze e l'uso completo delle facoltà. — Il conte accettò il consiglio; finse di sottomettersi docilmente al regime dei filtri, che il medico stesso ammaniva, e ch'egli, quand'era tutto solo, buttava dalla finestra. Di più buon grado poi seguì l'altra proposta; e fissò di partire l'indimani pel suo castello di Belgiojoso, facendosi seguire da un piccolo numero di servi e dallo stesso medico; onde accreditare meglio la notizia ch'egli fosse malato; e poter vivere solo.

Che alla scelta della nuova dimora contribuisse il pensiero di avvicinarsi a Campomorto, non si può asserirlo con franchezza; ma non è lecito nemmanco il negarlo. — Fatto è ch'ei partì, che volle andarsene malgrado il tempo burrascoso, e che giunto colà non apparve nè più sereno nè meno sofferente di prima.

Dal piccolo corredo che ei portava seco, avrebbe voluto escludere tutto ciò che gli ricordava la sua infelice passione: ma cercò invano d'ingannare la memoria: essa si risvegliava ad ogni istante, al più sommesso appello di frivoli oggetti, come si ridesta la vampa fra sostanze incendevoli, se vi è celata una sola favilla.

Le cose procedettero a questo modo per due giorni. Il conte non si doleva; ma il suo volto, più che d'abitudine pensieroso, confermava le durevoli sofferenze. — La corte non fu mai così mesta come allora. Se ne dolevano i pochi servi, defraudati delle solite baldorie; e il peso dei loro rimbrotti cadeva sul medico, come se la noja di tutti fosse sua colpa; mentr'egli invece nella secreta sua cella non ristava un momento dal cuocere, spremere, stillare erbe ed aromi.

Finalmente, al cadere del secondo giorno, il sole riapparve, e salutò il creato con un raggio di buon augurio. Nel corso della sera il cielo s'andò a poco a poco sbarazzando dai vapori, che lo coprivano: a mezza notte non era più visibile una sola nuvoletta. Allora, l'instancabile scienziato abbandonò l'officina, e i suoi matracci, e, salito sopra l'altana del castello, si diede a percorrere coll'occhio i quattro lati della volta celeste, sperando di rubare agli astri il secreto, che l'inferma natura della terra sembrava negargli.

Ma aveva un bel fare a spingere lo sguardo in ogni parte di quel vastissimo orizzonte; egli strisciava sempre a terra, condannato a portare la catena dei suoi pregiudizj. — Accostava all'occhio la doppia lente, novella meraviglia inventata da Alessandro Spina, pisano; e credeva veder più da lungi e più distinto; ma l'intelletto, in mezzo a tanti oggetti, provava l'imbarazzo d'un malpratico, che si trova in un paese nuovo, in mezzo ad un crocicchio di moltissime vie, e non conosce quale sia la buona, e non sa come e da chi prender lingua. Ei girava in su e in giù, dall'uno e dall'altro lato, come se volesse interrogare il cielo intorno a ciò che doveva chiedergli. Ma non pertanto egli era uomo da confessare che quella immensità lo confondeva. La sua ignoranza lo rendeva imperterrito. E quando i delirii della sua mente non gli servivano di sgabello a salire alcun poco, non faceva che storpiare le leggi della natura per impicciolirle, per accommodarle a' suoi pregiudizj, e farle complici dei suoi errori.

Lasciamo che egli erri a libito negli spazii, cercando il nesso dei tre mondi, l'elementare, il celeste e lo spirituale: lasciamo ch'egli studii gl'influssi prodromi e conseguenti degli astri, deducendoli dalle loro apparizioni, congiunzioni ed occultazioni, ch'ei discenda infine a combattere la malvagia _goezia_, e a cercar l'alleanza della _teurgia_ benefica; la storia degli errori umani è troppo ricca perchè ci sia il tornaconto d'occuparci ad illustrarla con una parola di più.

Un altr'uomo in quel castello e in quel punto vegliava come lui. Dopo di avere tentato inutilmente di abituarsi alle coltri divenute insopportabili, balzò dal letto, si coperse alla meglio e, schiuso un balcone che guardava a levante, vi si affacciò, avido di bevere l'aria fresca della notte e di specchiarsi nella vista del cielo. — Costui era il Conte di Virtù. — Se con quell'aspetto e in quell'arnese avesse percorso gli androni del castello ed incontrato anima viva, da quel dì certamente avrebbe dato credito alla favola che ivi errasse uno spettro; tanto egli era pallido e contrafatto.

Escito sul balcone, levò gli occhi al cielo; non per voglia d'interrogarlo, ma attratto dalla sua bellezza e dal bisogno di rivolgere ad esso la muta preghiera degli infelici. — Giammai in sua vita gli parve d'avere assistito ad uno spettacolo più sublime. Allora gli corsero alla memoria ed al labro quei versi dell'Alighieri:

O gloriose stelle, o lume pregno Di gran virtù . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . A voi devotamente ora sospira l'anima mia . . . . . . . . .[24]

Poi disse fra se — “Ogni istante il cielo ne schiude il tesoro de' suoi prodigi, e i nostri occhi fissi e invetrati non sanno levarsi da questa terrena bassura per contemplarli? Quante volte _il pio terror della notte_ si dileguò sopra il nostro capo senza avervi destato un sol pensiero? Quante volte la natura operò meraviglie dinanzi alla cieca umanità? — Toglietevi dalle piume, o voi cui il dolore non concede riposo: trascinatevi ad uno spiraglio, da cui si veda la notte; e lo splendore degli astri vi solleverà da questa terra, dove le vostre lacrime hanno fecondato le spine, e su cui vi trascinate come i vermi. L'origliere non dà alla vostr'anima trambasciata che la breve tregua del sonno; men calmo forse della morte, poichè turbato da fantastiche paure.... Qui ogni miseria vostra svanirà: qui vedrete Iddio nell'infinita bellezza dell'opera sua. Stolti! per aver pace, interrogate le strane inezie del caso; vi commovete al crepitar della fiamma, al cader d'una foglia, all'apparire di un insetto: e non stupite davanti alle meraviglie del cielo!...„