Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 22

Chapter 223,759 wordsPublic domain

Giunto a mezzo del suo tragitto, quel frastuono cessò inaspettatamente. Farinello levò il remo e stette ascoltando. Già un largo respiro aveva trovato l'escita dal suo petto; egli era per accusare sè stesso di una visione, quando s'accorse che il fremito della corrente era esso pure più forte dell'ordinario, “Checchè avvenga nel fiume, — disse egli tra sè — non può essere nulla di nuovo o d'impreveduto. È un nemico cotesto, le cui arti mi sono note da un pezzo.„

Non appena la ragione dileguò le paure, riprese l'esame delle cause di quello straordinario fremere delle acque. Di possibili ne trovò parecchie; di probabili una sola: e fu la vera.

Un enorme tronco, scosso dalla procella, colpito dal fulmine, sbarbato alle radici dalla forza corrosiva delle acque, scendeva giù pel fiume, colla velocità della corrente e coll'impeto impresso dal suo peso, abbattendo quanto gli faceva ostacolo. Condotto talora su filoni secondarii, veniva momentaneamente arrestato, ovvero andava ad urtare nelle sponde soverchianti, e ad avvilupparsi nelle macchie della riva. Ma ben tosto la corrente lo accerchiava, lo traeva dagli imbarazzi e, ricondottolo nel filone maestro, ve lo sospingeva di nuovo con maggior violenza.

Ciò era accaduto qualche miglio al di sopra del mulino; e già l'enorme trave aveva recato dei guanti a un meschino casolare percosso di fianco. Fu lo schiamazzo degli abitatori, che Farinello udì in quel rumore lontano e prolungato che gli destò tanta paura. La povera gente, senz'altro mezzo per rendere concordi gli sforzi in quella oscurità fuorchè le grida, riescì a furia di braccia, armate di pali o di puntoni, a rimovere il tronco, che arietava contro le mura della capanna, e la sfasciava come fosse una zolla; ma nel liberarsene, non faceva essa che spingerlo a recar nuovi e forse più gravi danni su quello d'altri.

Poco al di sopra del mulino andò di nuovo in secco, e allora, al cessare dello strepito, il mugnajo venne in chiaro della cosa. Rimaneva però a sapersi se il tronco si fosse così bene fitto nel terreno da non esser smosso più, o se poteva staccarsi di nuovo, e riprendere il malefico suo corso.

LXI.

La Nena e Canziana, ignare di quanto succedeva, già dimenticavano i timori provati nell'affabile intrinsichezza dei discorsi. Una serie d'angustie le aveva private dell'occasione di cedere alla istintiva e cordiale loro loquacità. Schiette ambedue, sentivano ora il bisogno di aprire il cuore e di parlare liberamente. — Per regola, chi parla spende la parola allo scopo di essere ascoltato. Fra le due donne non era precisamente così: il mezzo veniva scambiato col fine; ognuna di esse alla sua volta ascoltava, affinchè l'altra avesse il bene di metter fuori ciò che l'animo non poteva più capire. I discorsi erano di una tempra e d'un tono diverso; ma gli uni erano il complemento degli altri; ricuciti insieme, gli uni e gli altri conducevano alle stesse conclusioni. La Nena faceva il panegirico della sua povertà operosa, dicendo che quando alla Providenza non si chiede che un po' di pane, è difficile che essa non lo conceda. Canziana rammentava le assidue cure dei ricchi; e lo provava coi fatti, e faceva trasalire e sospirare la pietosa ascoltatrice.

Agnesina, ritirata nella cameretta, viveva da sè e con sè. Non partecipando al terrore delle sue compagne, ella era come uno straniero, che vive in mezzo a gente di cui non conosce il linguaggio. Ma l'isolamento non le era grave; non deplorava le notti insonni. Nelle memorie del passato, sebbene dolorosissime, trovava di che alimentare qualche speranza per l'avvenire. Nel rammentare ciò che aveva perduto e ciò che poteva riguadagnare, le lacrime sgorgavano facili, pietose, non del tutto scevre di qualche dolcezza.

In questo momento, dopo lunghi travagli dello spirito, tornava ella dalle sue pellegrinazioni, più esausta di forze che sazia. Aveva visitato ad uno ad uno i sacri pegni, tolti seco da Campomorto. Aveva letto e riletto quel foglio su cui il Conte di Virtù, trascrivendo alcuni versi del Petrarca, confessava nel modo il più gentile il suo amore. Seduta accanto al letticciuolo, appoggiò il capo ai guanciali, si strinse quello scritto sul cuore, e chiuse gli occhi, quasi volesse evocare nella fantastica oscurità la forma di colui, che l'occhio invano cercava in mezzo alla luce.

Una calma nuova, insperata, le scese lentamente nell'animo, e togliendo alle idee la durezza dei contorni materiali, confuse rimpianti e speranze in un tutto che non era nè la solita veglia troppo veritiera, nè una nuova e bugiarda visione.

Fu in quello stesso punto che Farinello entrò colla sua voce stentorea a turbare l'istante di quiete di che godevano le tre donne.

“Ohe! la Nena, — gridò egli dalla sua barchetta mentre ancora trovavasi al largo; — ohe! fate uscire madonna dallo stanzino, e tosto, che non v'è tempo da perdere.„

La donna, sorpresa da quelle parole, a cui un tono di voce speciale imprimeva l'autorità del comando, ne avrebbe volentieri chiesto il perchè; ma la battisoffiola tornava a metterle il veto alla parola.

“Ohe! — ripetè il mugnaio levando più forte la voce, e picchiando col remo nel finestrino, sotto cui aveva spinto il battello. — Fate presto per l'amor di Dio.... Dite a madonna che esca dallo stanzino; e fatela scendere con voi nel mio burchio.„

Nessuna delle tre donne poteva indovinare di che si trattasse; ma la paura è credula, e i creduli sono docili.

La Nena, che ne aveva la dose necessaria per far tacere la curiosità e per divenir lesta come a venti anni, entrò di volo nella cameretta, dove Agnesina si era placidamente addormentata.

L'altra, che non aveva inteso le parole del mugnajo, pensava indovinarne il senso, seguendo i passi della Nena; e non andò molto infatti che comprese trattarsi di una fuga. Non faceva bisogno di chiedere di più: la fuga supponeva il pericolo. — “Oh perchè non ce ne siamo andati prima,„ mormorava ella sospirando!..

Agnesina, scossa bruscamente dalle parole delle due donne, balzò in piedi d'un tratto, e si dispose a seguirle. L'angustia dello stanzino, cresciuta dalla moltitudine degli oggetti che l'ingombravano, non permetteva di scambiar l'ordine d'escita delle tre donne. Precedeva Canziana, poi la Nena, dietro loro la fanciulla. Farinello intanto era entrato in casa, e salito sui primi gradini della scaletta, correva ad incontrarle. Quando le vide apparire tutte dalla porta d'ingresso dello stanzino, respirò; e, credendo averle ormai poste al sicuro, spiegò loro in due parole il motivo di quella misura di prudenza; assicurandole che tra breve le avrebbe ricondotte, e che allora potrebbero rimanere a tutto loro agio, perfettamente tranquille.

Il buon uomo, dopo aver pensato seriamente ai casi probabili, aveva perduto ogni fede nei sostegni che reggevano la cameretta; quanto al resto della casa, lo riteneva abbastanza solido, e fuor di pericolo. Si rallegrò, pertanto, accorgendosi che l'insidiosa topaja era vuota.

“Una, due, tre, e sia benedetto il Signore„ — disse egli, numerando le teste feminili che degradavano dagli scaglioni superiori, e sulle quali aveva lanciato col cavo della mano un raggio del suo lampione. — Poi si rivolgeva per scendere pochi gradini, ed avviavasi verso la porta ov'era legata la barca che doveva condurre in salvo la comitiva.

Uscito all'aria libera, udì più gagliardo il fremito delle acque, ma ormai credeva di poterne sfidare i furori: dimentico d'ogni suo interesse in quel momento, non sentiva altro che l'immensa gioja d'essere giunto in tempo a salvare le donne.

Già l'una era al basso; l'altra le stava alle spalle, quando entrambe, colpite all'improviso da uno strano frastuono e da uno scrollo che pareva mettere a soqquadro tutta la casa, si volsero indietro, cercando di Agnesina.

La fanciulla non le seguiva.

“Madonna, — sclamava Canziana colla voce tremante dal raccapriccio, — dove siete? Oh Vergine santissima, ella è tornata indietro!„; e tentava di salire di nuovo la scala per andarne in traccia.

Il rovinío cresceva; non era più il solito rumore d'acque e di vento; era uno schianto d'oggetti vicini, lo stridere dei legnami, lo sgretolarsi delle muraglie; pareva che tutta la casa andasse in ruina. Giunta alla porta della cameretta, un soffio impetuoso e gelido le spense la piccola lampada che teneva fra le mani.

“Ajuto, ajuto, un lume per carità.... presto.... in nome di Dio.... accorrete....„

Al crescente frastuono udiva aggiungersi più vicino e più distinto il bollire del fiume, e ad ogni istante il tonfo d'oggetti, che parevano esservi scagliati di tutta forza. Un urto subitaneo aperse la porta, e ne staccò un'imposta; la vide precipitare; e, dal punto ov'era caduta, mirò gli sprazzi fosforici delle onde, che l'avevano ingojata.

Accorse Farinello sollecitamente; ma a far che?... a vedere il risultato di una tremenda ed irreparabile sventura.

Quando Agnesina fu scossa dal suo letargo ed avvisata della necessità di una fuga, di tutto buon animo s'accingeva ad obedire. Non chiese dove la conducessero; ma non volle partir sola.

Quel foglio, che posato sul suo cuore vi recò finalmente un po' di pace, doveva essere l'indivisibile suo compagno. Ora quel foglio, nella fretta della chiamata, le era escito di mano; ella retrocedette per farne ricerca.

In questo mentre, l'ira del fiume si versava tutta sul povero casolare. Gli ordigni del mulino venivano abbattuti; i deboli sostegni della cameretta erano fatti in pezzi. L'impalcatura del pavimento, sfasciata dalle pareti, precipitava nei vortici del torrente;... ed Agnesina con essa!

CAPITOLO NONO

LXII.

Se, al momento di riaprire questo libro dopo aver fatto una sosta, non vi sentite, o lettori, il prurito di muovermi un'accusa perchè mi sono arrestato a mezzo della via, quando appunto l'ordine e la natura degli avvenimenti sembravano chiedere pochi passi ancora onde arrivare alla giusta fermata; o, per parlar più chiaramente, se dopo aver fatto conoscenza colla nostra eroina, non provate un po' di pietà e d'affezione per essa, tanto che vi paja in regola che la prima parola non sia per dirvi che ella è salva, e come lo fu, dovrò confessare, d'essermi ingannato a partito. Con tale ipotesi, il titolo d'increscioso mi è già toccato, o mi toccherà ben presto: e a questo sùbito e formidabile dubio, per salvarmi almanco la fama di seccatore onesto, renderò conto di tutto, fin anco delle intenzioni; fra le quali non v'è per certo quella di volervi ingannare.

Uno storico famoso poneva in capo ad un bel racconto, scritto nel momento più avventuroso della sua vita letteraria, queste parole: — _Lettore mio, hai tu spasimàto? No! Questo libro non è per te._ — I patti sono chiari e franchi fino a parere un po' scortesi. — Dubito però che un sol bonaccio chiudesse il libro a quell'avviso per non stimarsene degno. Pochi avranno creduto di avere il cuore sì duro; e quei pochi avranno affrontato gli spasimi della lettura, appunto perchè sapevano di poterlo fare impunemente.

Un altro autore invece, dopo averci allettato colle più evidenti pitture, dopo averci commosso col racconto di tante avventure o virtuose o ribalde, ma sempre veritiere, si congeda dal suo lettore (che non vorrebbe sì presto congedarsi da lui) mostrandosi pronto a chiedergli scusa, se mai l'avesse nojato, assicurandolo _di non averlo fatto a posta_.

Il primo, non cercando che la compagnia dei martoriati e degli spasimanti, vorrebbe, a quanto pare, stringersi attorno un uditorio apposito, ed accaparrarsi l'attenzione e l'applauso. L'altro, con quelle modestissime parole, fa ancor meglio; spinge involontariamente il lettore a dare una gentile mentíta a' suoi scrupoli, e lo fa tornar di slancio alla prefazione, per rileggere da capo quel libro incomparabile, che lo diletta e lo commove come, e forse ancor più, della prima volta.

Ora, la franca premessa dell'uno e il modesto riserbo dell'altro, mi pajono simili a quegli schifi che stanno appesi al bordo di un vascello: quei mezzi di scampo accennano alla possibilità del naufragio.

Tenendomi alla dovuta distanza da quegli scrittori sì diversamente illustri, e credendomi al riparo della critica profonda e severa, la quale non trae le armi se non per combattere chi ne è degno, sento anch'io, nella mia piccola cerchia e in un mondo minore, il bisogno di vedermi attorno delle facce spianate e degli amici indulgenti. Giudicai inutile l'apostrofare il lettore in sul bel principio, non sapendo fin dove le forze mi concedessero di promettere; ma mi pare ora dovere e cortesia lo scongiurarlo a dir schietto se egli si è fin qui annojato.

La noja, sorella del sonno e lontana parente della morte, annacqua ogni sapore, taglia i nervi ad ogni proposito, ammazza la stessa critica; ma è più grave e capitale di essa. Contro una censura v'è luogo a reclamo: contro lo sbadiglio, no.

Soprafatto da tali pensieri, sentendo farsi minore la lena di proseguire, mi tornò in capo l'idea di venire ora a patti con voi, supplendo a quanto avrei dovuto fare in fronte al libro con poche righe di prefazione. — È tardi; ma meglio tardi che mai.

La nostra eroina non è una invenzione. Tutte le storie parlano di Agnese Mantegazza; solo che nelle storie e nelle cronache dei tempi le sue avventure sono sgranate ed incomplete; sovente esposte come frivoli episodii; sempre poi narrate colla fretta di chi ha un lungo cammino a percorrere, e non ha tempo di divagare in minuti racconti.

Malgrado ciò, una volta fissato il personaggio di Agnese, mi pare difficile il dimenticarlo. I brani della sua storia perduti su molte carte, riferiti variamente da storici diversi, in diverso linguaggio, si vanno, direm quasi per virtù propria, stringendo in un tutto, che a poco a poco assume l'importanza di una narrazione piena di evidenza e d'affetti. — Quegli affetti e quell'evidenza mi sembrarono cosa degna di farne parte agli amici. Non osando richiedere da essi quel po' di proposito e quella preventiva simpatia, che furono lo sprone alle mie ricerche, tentai di raccogliere quei brani, di ordinarli e ricucirli insieme, perchè avessero forma di un racconto, se non completo, almeno chiaro ed ordinato.

Non è necessario cercar soltanto l'oro, che troppo scarseggia: si fa buon'opera anche quando si raccoglie una sostanza meno preziosa, purchè la si depuri, e la si spacci per quella che è. Fu questo il mio unico scopo.

Ora la pausa, che ci siamo imposti, invece di rendermi pago della strada abbastanza lunga che abbiamo percorsa insieme, mi fa riflettere seriamente a quella che ci rimane a percorrere; non per me, che la conosco, ma per chi mi usa la cortesia di tenermi dietro. Simile alla guida montana, che al piede dell'erta più scabrosa interroga un'altra volta il suo seguace, per consultarne le forze e la volontà, io chiederò a chi legge: “Hai tu pazienza ancora?..„ E se egli risponde affermativamente, gli prometto che, dopo avergli fatto superare questi passi meno significanti in cui non vede che vicende private ed oscure, lo guiderò in una regione d'aria libera e d'orizzonte assai vasto, da cui godrà una delle più belle vedute della nostra storia passata. — La vita d'Agnese Mantegazza, come chè interessante, non è la meta; è il sentiero meno disagiato che ad essa conduce.

Se l'avervi taciuto, o lettori, il mio pensiero, se l'aver cercato di caparrare un po' della vostra affezione per un'infelice, vi farà durare nel proposito di vederne la fine, non mi pentirò della fatta omissione. Anzi, la confidenza accresciuta dal vedervi accogliere bene le mie simpatie, mi dà coraggio di farvi anticipatamente una rivelazione. Se da principio avessi dimostrato la pretensione di ragionarvi di storia patria, voi, che sapete dove e da chi meglio apprenderla, avreste voltato le spalle al petulante, che si arroga un officio di cui non è degno. — Ma se da questo povero volume avrete tratto occasione di fissare con ispeciale interesse un'epoca storica importantissima; e se, in grazia sua, vi accingerete ad aprire qualche buon libro di storia, non fosse altro per vedere se fui veritiero, avremmo, io e voi, raggiunto il nostro scopo: questo racconto sarà la più acconcia prefazione alle vostre studiose letture.

LXIII.

È inutile affrettarci a dire che Agnesina fu salva da quella catastrofe. Chi l'ha un po' nel cuore, ricorda d'averla lasciata in una casipola di Pavia, e attende di rivederla colà, sana e salva, benchè immersa in un profondo dolore. — Torniamo piuttosto a Campomorto, e prima ancora alla corte dei due Visconti, per vedere quali diversi effetti ivi producesse l'infelice destino dei Mantegazzi.

Barnabò, occupato a quest'epoca di guerre e di rappresaglie, non curava troppo le ribalderie minute. I soprusi però, le crudeltà, le prepotenze, non venivano meno per questo: ma costituivano il piccolo commercio, di cui il signore di Milano cedeva il vanto ed i frutti a' suoi cortigiani. — Questi, gareggiando d'operosità e d'astuzia, si proponevano un doppio scopo; avvantaggiare la borsa, ed aumentare il credito presso il loro signore. Quanto al primo, v'era sempre di che accendere l'appetito dei più: meno facile a conseguirsi era il secondo, poichè il favore del principe non poteva ripartirsi esattamente su tutti; e il suo beniamino non doveva essere che uno solo.

Per fortuna, in quella gara, funestissima ai poveri governati, non tutti spiegavano un egual valore. — V'erano degli illusi, a cui ogni blandizia, ogni sguardo meno cupo sfuggito a caso dal cipiglio del tiranno ed a caso raccolto, sembrava un pegno di favore, un privilegio unico ed esclusivo. Costoro s'addormentavano nella certezza della propria inviolabilità, e sognavano grandezze ed onori, finchè a suo tempo venivano risvegliati bruscamente dalla dolorosa scossa della caduta.

Altri invece, dotati di più lunga vista, s'andavano arrabbattando non paghi d'essere i cortigiani del padrone, ma ansiosi di diventare il primo ed il più caro suo favorito. Costoro, per arrivare alla meta, creavano fra il principe ed il popolo una serie di sognate difficoltà, che poi superavano per dar prova di devozione e di bravura. Quindi denunzie, persecuzioni, oltraggi da una parte; dall'altra immunità iniquamente accordate, favori e privilegi dispensati a capriccio dalla stolta prodigalità del principe. Ma nè l'inerte mansuetudine degli uni, nè lo zelo istancabile degli altri, guidava alla meta sognata. Barnabò poteva bene essere amato dai tristi suoi pari: egli non amava alcuno.

Medicina, entrato in corte col semplice titolo di servo, godendo il vantaggio della domesticità, e volgendolo a' suoi fini con un accorgimento, che non è scienza ma istinto, ebbe campo di studiare da vicino il carattere di quell'uomo tetro ed inflessibile. Nell'abituale cupezza che siedeva sul suo viso, impenetrabile a tutti, egli pur sapeva scorgere varie gradazioni; quella davanti cui bisognava rassegnarsi prostrato nella polvere, scongiurando la procella nel silenzio; e quell'altra, che faceva lecito l'aggiungere una parola per deplorare, incoraggiare o far plauso a seconda dei momenti: ben inteso che, in ogni caso, non bisognava movergli incontro di fronte, ma stargli a fianco ed a rispettosa distanza.

Nella sua privilegiata posizione, avrebbe potuto fare o tentare qualcosa di onesto. Ma il suo animo perverso si compiaceva invece di aggiungere all'ira traboccata del padrone una goccia del suo fiele, per deciderlo ad un atto di ferocia, quando l'animo di colui non vi fosse ancora determinato. — Per tal modo egli, servo e strumento del principe, poteva vantarsi d'essere stato, qualche rara volta, il padrone della sua volontà.

Che se gli era sfuggita una parola in mal punto, mentre ogni altro sarebbe stato un uomo perduto, egli sapeva neutralizzarne l'effetto, con lazzi buffoneschi e colle piacenterie a lui solo concesse. E se nemmen ciò bastava, egli aveva il mezzo estremo di riguadagnare il perduto, chiedendo ad imprestito dalle scienze occulte quelle ragioni superiori, davanti alle quali perfino lo scettico Barnabò, suo malgrado, piegava il capo. Su questo campo lo stesso principe non era per nulla al di sopra dei pregiudizii dell'infimo vulgo. Sprezzava la vera scienza professata sodamente e di buona fede; ma non osava combattere le menzogne spacciate dai ciurmatori.

Per tal modo Medicina, simile talvolta al cagnuolo della casa cui è permesso qualche atto di famigliarità, tal altra reso autorevole da una dottrina gremita d'assurdi e quindi piena d'incanto, godeva dell'impunità anche quando osasse levarsi dalla umile sua condizione per esaminare, dirigere, sindacare le azioni del padrone. Ma prosperò le sue sorti, e seppe conciliare interessi lontani ed opposti, perchè, più sagace dei suoi pari, seppe farlo con arte, e non trasmodò mai cogli abusi. Camminando sul ciglio dell'abisso, vi si trascinava carpone; e non fu mai colto dalla vertigine. Che se alcuna fiata credette di essere in procinto di perdere l'equilibrio, prevenne il pericolo arrestandosi, e scontò la lieve imprudenza con una lunga inerzia, e col silenzio.

Nelle cose d'alta importanza non soleva immischiarsi che quanto era necessario per raccoglierne qualche frutto. Non pose mano perciò all'affare di Reggio, nè spronò il suo signore a fare quello che fece. La cosa camminava bene da sè: Barnabò era troppo accorto, troppo risoluto e crudele, per dimenticare l'offesa, e rinunciare alla vendetta.

A suo tempo, anzi prima del tempo preveduto, scoppiò la procella; e Medicina, che pretendeva d'indovinare il futuro, si lasciò sorprendere dall'avvenimento, mentre si trovava fuor di città per riferire, come si è detto, al Conte di Virtù i procedimenti della signoria di Milano. — Venuto in chiaro della cosa, non gettò il tempo a dolersi dell'occasione perduta; ma prese a studiare il modo di ricattarsi. La sua gita a Campomorto, dianzi deplorata, gli aperse l'animo a sognare nuovi e più grandi progetti di buttino. E i sogni di rado mentivano a quell'anima scelerata.

Poche ore dopo il suo ritorno, egli vide il principe e lo trovò più tetro del solito. La morte violenta di Maffiolo Mantegazza gli aveva fatto perdere la traccia di un branco di congiurati, sui quali poteva sfogare le sue ire, senza nemmanco affaticarsi a giustificarle con qualche pretesto.

Medicina lesse il secreto sulle grinze di quella fronte torbida; studiò il male, scoperse il rimedio, e stabilì il momento opportuno per amministrarlo. Ma non impiegò il linguaggio della passione, e meno ancora la franca parola di chi indovina e consiglia; perocchè quello zelo avrebbe destato sospetto: rammentò soltanto con ingenua sbadataggine, che, a poche miglia da Milano nel castello di Campomorto, viveva ritirata la figliuola del proscritto, e che là era probabile aver lume intorno all'intrigo, o per mezzo di documenti ivi celati, o dalla bocca stessa dell'orfana, più o meno spontaneamente facile a confessare la colpa di suo padre.

Barnabò non sembrava dar retta a tali proposte, e Medicina non osava insistere. — Forse, in quel punto, l'avido ciurmatore si pentì d'aver consegnato al Conte di Virtù la lettera di Maffiolo, perchè ora l'avrebbe venduta a prezzo doppio. — Ma il male non aveva rimedio; parlarne era come accusarsi d'infedeltà. Solo gli restava aperto l'adito alla rivincita, in una più ardita e profittevole impresa: quella, cioè, di riavere per forza lo scritto o la persona cui era diretto.

Barnabò durava ostinato nel suo silenzio poco incoraggiante. Tutt'altr'uomo si sarebbe perduto d'animo; Medicina al contrario, per iscuotere la languida volontà di colui, non aveva che ad accennare le difficoltà dell'impresa ed a creare ostacoli; certo che Barnabò non avrebbe resistito alla tentazione di rovesciarli.