Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 21
L'interno mostravasi in perfetto accordo coll'aspetto esteriore. Passata la soglia, che era una vecchia pietra da macina fuor d'uso, si discendeva per due scaglioni sul suolo umido e bruno di un camerotto, vasto come tutta la parte principale dell'edificio. Riesciva impossibile comprendere ad un tratto la forma, l'ampiezza, il colore di quel ridotto, tanto era l'ingombro degli oggetti che l'occupavano. Le mura guaste, le tavole della soffitta mal fidate a travicelli irregolari, il pavimento, di poco più sodo del pattume esterno, si smarrivano sotto il crasso e raddoppiato intonaco di polvere e di fumo. Nel mezzo della camera, sur un rialzo di arenaria, mucchietti di cenere e di carboni attestavano il fuoco del giorno prima; gli uncini pendenti e le catene di ferro coperte di fuligine, servivano a portare l'unica caldaja, ed a sorreggere chi s'avvicinava al fuoco per riscaldarvi, uno ad uno, gli arti assiderati. All'ingiro e presso al muro erano schierati l'un presso l'altro, o questo su quello, sacchi di varia misura; quali colmi, quali vuoti per metà; alcuni sorretti, altri rovesciati a terra: e, dove appena fosse uno spazio, si vedevano ammucchiati, come vien viene, gli utensili della professione, vagli di vimini, stacci di varia forma, coli pel grano; e negli angoli pali, leve, rastri, marre, stanghe, cucchiaje, badili affastellati come le armi di un fortilizio pronto a sostenere l'assalto. — Ed infatti quello non era tempo di pace; e se quel buon uomo di Farinello potè velar l'occhio un'ora in quella notte, gli è che, per assicurarsi un armistizio col suo torbido vicino, aveva pigliato ogni savia misura, aprendo le cateratte, vuotando le gore, e facendo ir l'acqua nei rifiuti per dar sfogo alla piena.
Le nostre donne trovarono negli ospiti quella sollecitudine che s'aspettavano. Farinello davasi gran movimento per fornire ad esse ciò che credeva più atto a confortarle, e accompagnava le sue offerte con una cordialità, quanto sincera, altretanto e forse troppo insistente.
Anzitutto attizzò un buon fuoco; offerse poscia rinfreschi di latte e burro a madonna e a Canziana, che rifiutarono ringraziando con bella maniera; apprestò infine pane, cacio e un non so che di simile al vino pei lettighieri, che fecero onore alla sobria imbandigione.
Intanto la Nena metteva sossopra lo stanzino, e colla più buona voglia del mondo dava lo sfratto alle sue robe, per allestire un letticiuolo, che inspirasse fiducia alla delicata castellana. Non faccia meraviglia che delle molte cose offerte da quella buona gente, questa fosse l'unica che Agnesina accettasse con vero trasporto di gioja. Ella non era donna da far dello schifo nel vedersi costretta ad usare della roba casalinga. La pulitezza è una di quelle doti, che saltano sùbito all'occhio, e su cui è difficile ingannarsi. E intorno ciò la Nena prevenne l'esigenza della donna la più schifiltosa: il bucato è l'infallibile riabilitazione dei cenci.
Agnesina non era stanca, che del suo lungo riposo. Desiderava essere sola per vegliare liberamente co' suoi dolori; giacchè durante quel tragitto, e fra lo stordimento di tante sollecitudini, essa aveva perduto perfino la traccia de' suoi pensieri; e tutto il passato le si addensava nella mente come le tenebre di quella notte spaventosa. — Nella calma dell'isolamento, credeva di veder meglio; forse sperava di scoprir qualche escita dal fatale labirinto; in cui il destino l'aveva cacciata. — Ad ogni modo poi; e qualunque fosse la sua sorte, quegli strazii erano tali, che meglio era vivere con essi, che non obliarli.
Oh come pianse, la poveretta, quando si trovò sola! Al primo bagliore del nuovo giorno, che fu più del solito tardo a comparire, oh quanto le parve ancora più trista e desolata la sua situazione! E se alcuna volta, in mezzo a tanto bujo, le corse alla mente il pensiero di una valida protezione, che ella di certo non avrebbe invocato inutilmente, quella gioja era fugace come la luce del lampo; e il cuore si sentiva più addolorato dopo le crudeli smentite della ragione. — Tener dietro ad ogni suo passo su questa via, dove un lungo errare non conduce mai avanti, sarebbe difficile assunto per chi narra; e per chi ascolta troppo grave carico di pazienza. — Onde lasceremo per un momento la nostra eroina, che quel dì e il dì seguente non fece altro che vivere del passato, e terremo nota delle circostanze, che apparecchiavano a lei nuove vicende e più gravi sciagure.
LVIII.
Dopo una procella straordinaria per violenza e per durata, era lecito sperare che il cielo avesse esaurite le sue ire, e tornasse all'ordinaria mitezza della stagione. Il buon pronostico andò fallito. Al vento impetuoso e vario, seguì un greco tiepido, foriero di nuova intemperie: al diluvio una pioggia queta, ma fitta e costante. L'uragano era stato un eccesso di collera della natura; quel sèguito sembrava esserne la vendetta.
Farinello, per tutto il giorno seguente, conservò il suo perfetto buon umore, occupandosi di colei che egli con tenerezza chiamava un occhio di sole, e superbo di potere ospitare sotto il proprio tetto la figlia del suo benefattore. Di mezzi onde far fronte alle ingiurie del suo vicino ne aveva, o gli sembrava averne più del bisogno. Il vento alla fine calmerebbe, — pensava tra sè, — più e più volte v'erano stati indizii di ciò, e si racconsolava. Ma verso sera, guardando in alto, mise, senza volerlo, un gran sospiro. — Grosse nubi correvano verso Ticino, cacciate dal vento ancora più gagliardo; e le oche, sparnazzando, mettevano incessantemente uno strido di pessimo augurio. — Visitò la riva del fiume su varii punti; tutto gli parve in regola. Le gore del mulino erano vuote; gli scaricatoj ricolmi, ma saldi. E pioveva ancora, e dirottamente; nè v'era alcun sintomo di miglior tempo.
“Benedetto rigagnolo — diceva tra sè, temperando coll'epiteto l'insulto dell'appellativo — soli due mesi fa non bastavi a far umido il becco di dieci passere, e la tua miseria aveva posto la ruggine al pernio del mulino. Ora hai tanto ruzzo!„
Quel rigagnolo era il nobile acquedotto, come lo chiama il Giulini, e la regale Olona, come la battezza un poeta del nostro secolo,[20] che bagna le mura di Milano. — Non famosa come l'Arno ed il Tevere, essa ha la virtù modesta di rendersi utile fino all'ultima goccia. I forastieri non la conoscono; e molti pretti ambrosiani vivono e muojono senz'altro saperne che il nome.
Chi esce da Milano, per la porta che guarda a ponente, la trova sulla strada a pochi passi dalle mura: e se vuol seguirne il corso per breve tratto, vede che essa, rinunciando fino al nome di fiume, mette in comune le sue sorti con quelle dei rivi artificiali; e che non torna a riaver nome e vita, se non quando le sue acque diventano un di più, e il suo letto un provido canale per portarle al loro destino.
L'Olona, anticamente Oleunda, geme in vicinanza di Varese dalle propaggini occidentali delle prealpi camonie, che dalla riva sinistra del Verbano si stendono fino alla destra del Benaco, chiudendo entro una bastita speciale la grande convalle lombarda, conterminata agli altri lati dal Ticino, dal Mincio e dal Po. — L'Olona, il più piccolo dei fiumi che segnano la longitudine della nostra pianura, è comparativamente il più utile di tutti; perocchè il suo alveo, serpeggiando a fior di terra non defrauda neppure una stilla del suo tiepido umore ai campi che la fiancheggiano. — Non parliamo dei nostri tempi, in cui l'arte di rendere produttivo queste elemento fecondatore, è la più ovvia applicazione delle scienze esatte. — Fin prima del mille, secondo lo storico Galvano Fiamma, l'Olona era per opera degli agricoltori milanesi, uno dei più utili ordigni della gran macchina agricola; onde il suolo lombardo, da sterile e paludoso che ora, divenne un modello di feracità.
In vicinanza di Milano, l'Olona pigliava il nome di Vepra (Vedra) ed introdotta in città presso la pusterla Fabrica (ponte dei Fabri) ingrossata dalle acque del Nirone e del Seveso, costituiva quel canale detto Vitabile (Vecchiabbia) che è tutto dì il più sucoso alimento dei nostri campi suburbani; e che a quei tempi (se crediamo allo storico Landolfo) era un corpo di acqua tanto considerevole, da essere atto alla navigazione.
Poco più di un secolo prima dell'epoca, di cui favelliamo, l'acqua dell'Olona fu partita in due rami, uno dei quali si lasciò come prima venire in Milano, l'altro fu condotto a scaricarsi pel naviglio grande nel Tesinello. — Fu allora che il podestà Beno dei Gozadini, promotore di quest'opera grandiosa, subì per mano dei milanesi, irritati dalle conseguenti gravezze, uno di quei giudizj, che ci insegnano ad essere cauti nell'accettare come voce di Dio il grido d'ogni turba. Il Gozadini venne crudelmente massacrato dalla plebe, che egli aveva beneficato; e fu ignominiosamente sepolto in quel rivo, che doveva essere la sua gloria.
Quasi tre secoli dopo questo fatto, quando don Ferrante Gonzaga cinse Milano delle mura che oggi esistono, l'Olona fu del tutto esclusa dalla città ed avviata per intero al Tesinello.
Al disotto di Milano, la storia dell'Olona si confonde con quella dei canali, in cui essa si scarica. Fin oltre a Binasco, ha vita comune col Tesinello, più al basso riprende il suo nome e la sua importanza, finchè, poco lungi dalla sua foce nei Po, lambe una grossa borgata, che per essa è nominata Corte Olona. — Una parola anche su questo villaggio, poichè fu desso antichissima villa dei Re d'Italia, quando Pavia era la reggia d'Insubria. Lotario reduce da Roma, ov'era sceso a farsi coronare, soggiornò lungamente in Corte Olona, e nell'anno 823 ivi emanò una delle più rimarchevoli sue leggi. Deplora egli l'ignoranza e l'abbandono dei buoni studj; e a porvi rimedio istituisce cattedre di sapienza, e chiama i più culti lettori del tempo a dispensare agli allievi i compendii delle obliate dottrine. — Il primo che dietro ciò aprisse scuola in Pavia fu un certo Dungalo. Non è temerario il dire, che per lui si gittasse la prima base della celebre Università ticinese[21].
LIX.
Se le piene di questo fiume anche oggidì, relativamente alla sua importanza, sono gravi, a più forte ragione lo dovevano essere allora che il necessario declivio dei campi, artificiosamente compiuto nelle regioni medie della pianura, lasciava sussistere nelle inferiori un ostacolo al libero deflusso delle acque. E, infatti, più volte la storia ci parla di disastri cagionati da questo modesto fiume. Nel 1285, a modo d'esempio, un'inondazione straordinaria di esso arrestò le vittorie dei milanesi reduci da Castel Seprio ed avviati a Fagnano[22].
La città nostra, appena sorta dalle sue ruine, si circondava di ubertose campagne; ma, nel chiamare a sè la maggior copia d'acqua, pensava a trarne profitto, non a moderarne il corso mano mano che essa si scostava dal centro della sua influenza fecondatrice. Ond'è, che quando le terre di Milano ne provavano sazietà, i campi sottoposti ne subivano una perniciosa esuberanza. Ciascuno dei terrieri faceva schermo coi mezzi suoi proprj a quelle irruzioni; e, nel difendere momentaneamente i margini dei suoi possessi, invece di disarmare il nemico, lo allontanava, spingendolo più terribile sul fondo altrui.
Il nostro Farinello, per la posizione del suo mulino, era appunto uno di coloro che raccoglievano il troppo degli altri, e che ne sopportavano le terribili conseguenze. Pratico della malignità del suo torbido vicino, egli sapeva mandarne a vuoto le piccole vendette. — Ma poco poteva contro le gravi; quando egli cominciava a temere, ne aveva di solito più d'una ragione.
Durante la notte che precedette il terzo giorno, non spiovve mai. L'Olona, quel piccolo e placido fiume, che d'ordinario era la dovizia di chi ne abitava le rive, correva gonfia, vorticosa, spaventevole; ormai non v'erano margini a contenerne i furori. Superiormente al mulino, le sponde in tutto il loro sviluppo erano già soverchiate. Le tracce serpeggianti dell'antico letto venivano distinte dagli alberi piantati sulle rive; i teneri arbusti s'incurvavano sotto il flagello della fiumana; e i tronchi, dissimulando l'urto, non si piegavano che una volta sola quando il torrente li schiantava. Il filone della riviera, segnato da un corso più rapido, ora vorticoso, or piano, trascinava seco grosse bolle di schiuma, che a quando a quando sparivano nei gorghi, per venire a gala poco dopo ingrossate. Dove l'alveo era più largo e le sponde più espanse, aprivansi immensi guadi, in cui l'elemento devastatore sembrava calmarsi alcun poco. Ivi, infatti, aveva sfogo sulle circostanti campagne; entrava pei fossatelli, rompeva i ciglioni, e scorreva libero e padrone fin dove trovava un argine maestro. Povere campagne!
“Van giù le messi e illusi piange i voti “L'egro cultor.[23]„
Colle recenti seminagioni andavano perdute non soltanto le fatiche di una stagione, e l'anticipato tributo delle sementi, ma il lavoro di anni; poichè quei solchi, poco prima ben governati e saturi di sostanze produttive, rimanevano poscia insteriliti da uno strato di arena silicea.
L'acqua, ritornando al suo letto pregna di argilla e di fimo, più impura del biondo Tevere d'Orazio, diveniva densa, torbida, quasi del color di rame; ma l'aumentata densità non scemava l'impeto e la violenza del suo corso. Dove i margini più ristretti e meglio muniti opponevano nuova resistenza, incalzava sempre con crescente furore. A tratto a tratto, ampie zone di terra accerchiate da rigagnoli si tramutavano in isole, che a poco a poco erano corrose e di colpo inghiottite. Alberi robusti, che avevano scampato alle inondazioni di un secolo, venivano scossi dalle radici, sbarbicati e travolti con orribile rovinío. — A ridosso di quei tronchi, s'arrestavano minori piante, virgulti e felci; e tra gli uni e gli altri si stipavano rami fronzuti, manipoli d'erbe, e bruscoli, prodotto delle devastazioni superiori. Tali imbarazzi, crescevano sempre più il ribollimento delle acque, e ne raddoppiavano il furore e la vendetta sui terreni vicini.
Il disastro, nel suo procedere, assumeva proporzioni ancora più imponenti. Ormai le campagne sommerse s'erano spogliate di quanto possedevano di più prezioso. Tremavano i poveri abitatori dei casolari costrutti sulla riva; perchè quasi tutti indifesi o mal protetti da piccoli argini. Già in qualcuno di essi l'acqua si era fatta strada per le porte, per le finestre, o filtrava attraverso le fessure delle muraglie. Dove era facile il varco, soleva fare minor danno; dove incontrava resistenza, irrumpeva: e, dopo aver tramestato ogni cosa, esciva vincitrice dalle porte scassinate, trasportando seco, come trofei, le masserizie, gli attrezzi rurali, i cenci dei miseri contadini.
Alla vista delle tavole, dei panconi, degli staggi, che correvano giù pel fiume, Farinello apprendeva la dolorosa storia dei suoi vicini. — Quei rottami non erano abbastanza guasti per nascondere la loro origine. Talora erano intere suppellettili, che dalla nota forma accusavano donde venissero, ed a chi dianzi appartenessero. Più tardi si videro degli animali domestici; alcuni ancora vivi si sforzavano di vincere la corrente; altri, esinaniti o fatti cadaveri, scendevano in balía di essa.
Se il ribollimento delle acque e lo scroscio della pioggia avessero sospeso un momento il rombo assordante, si sarebbero udite da lontano le grida degli inondati, che accorrevano ad ajutarsi scambievolmente, o per mettere in salvo la roba ancora intatta, o per tentare di riprendere quella che era già stata rapita. Il lavoro era incessante; ma dove non si trattasse di apprestamenti alla fuga, ogni fatica tornava presso che infruttuosa.
Dapertutto era una scena di desolazione: dapertutto gemiti e misericordie che n'andavano a cielo. Intere famiglie attendevano a spogliare la loro abitazione coll'ansia e col sospetto dei ladri, che mettono a ruba la casa altrui; e raccolto il meglio, pensavano a metterlo in salvo colla vita. I vecchi spingevano avanti la piccola mandra, o l'unica giovenca; gli uomini robusti reggevano sulle spalle involti, fastelli, o suppellettili. Le donne portavano in braccio i loro bimbi, le cui strida erano una ben mesta aggiunta alla somma delle comuni querimonie. I fanciulli, secondo l'età, fatti dalla comune disgrazia solerti e giudiziosi, prestavano mano alle domestiche bisogne. Alcune famiglie avevano scampo percorrendo la cima degli argini ancora rispettati; altre uscivano per le finestre, spingendosi sui batelli, o navigando nelle tinozze, fino a trovar terra soda.
In mezzo però a sì gravi mali, fra tanti gemiti, non si udiva un accento disperato od una bestemmia. Tutti erano invasi da un religioso terrore dell'ira celeste, cui meglio era placare coll'opera e colla pazienza, anzi che provocare colle insulse imprecazioni. Pure, il comune sgomento non era rappresentato meno al vivo da quel silenzio. Tutti avevano scritto sul volto l'ansia, il terrore; a tutti balenava al pensiero il terribile sospetto: — “chi sa se torneremo al nostro povero casolare.„
Farinello, uomo d'ottimo cuore, sarebbe stato il primo ad accorrere in ajuto dei suoi vicini, se non avesse pensato che l'opera sua era indispensabile a sè ed a' suoi ospiti. — Egli non si allontanò quindi dal suo abituro, se non quanto bastasse a sottrarre qualche arredo, che pensava rendere al suo padrone. Fuor di ciò, simile al pilota, che non abbandona il governale del suo vascello anche quando la burrasca lo rende inutile, dopo aver meditato e messo in pratica tutte le misure di prudenza, non cessava dall'operare, dal dirigere, dal sorvegliare.
Non così la Nena: non così Canziana. — La prima gemeva, e avvicendava coi lunghi sospiri una filastrocca di preghiere infervorate dalla paura. L'altra non sapeva staccarsi dalla sua padrona, cui di quando in quando susurrava all'orecchio il consiglio di cercar scampo altrove, rafforzando l'avviso coi proverbi e colle istanze. Ma Agnesina non aveva nulla che le importasse di mettere in salvo; nemmeno la vita.
Era vicina la notte del terzo dì, quando finalmente cessò di piovere. Una brezza fresca e sincera spirante da maestro faceva presagire buon tempo pel giorno venturo. — S'accorse di questo mutamento la stessa Canziana, badando alle foglie spiccate dai rami, che pigliavano il volo verso la parte opposta alla consueta. Farinello accorreva a confermare la buona nuova; e, pigliando per mano Agnesina con cordiale domestichezza, la conduceva al finestrino rivolto a ponente, per farle osservare una striscia di cielo spazzato, entro cui imporporavano gli ultimi raggi del tramonto.
Tornarono gli spiriti alla Nena e a Canziana, così pronte alla confidenza, come lo erano state al terrore. — Anche Agnesina si rallegrò; e rese alle sue compagne un sorriso di buon augurio, il primo che ella sprigionasse dalle sue labra dopo la partenza da Campomorto. — Farinello però era ancor l'uomo pensoso di prima; e volontieri avrebbe rampognata la sua donna troppo presto imbaldanzita; ma non lo fece, per non intorbidare l'angelico sorriso dell'ospite. Lasciò che le donne godessero di quelle apparenze; egli non se ne fidava punto. Scese quindi di bel nuovo nella sua barchetta, percorse ancora una volta le rive del fiume, e visitò i luoghi dove credeva esservi il maggior pericolo. Quel cambiamento d'aria, quella promessa di un migliore dimani, non rendevano meno grave il presente. Il livello dell'acqua non decresceva, nè era stazionario; andava ancora lentamente aumentando. Simile sempre al nocchiero che dall'alto mare scopre il porto, si consolava nel vedersi vicino al luogo di salvamento, sperava d'arrivarvi sano e salvo, ma non osava cantar vittoria.
Il cielo era ancora coperto di nubi; ma queste non erano più sì compatte come prima. Dove esse apparivano un po' slegate e quasi trasparenti, brillava qualche stella, e, verso ponente, alla luce del crepuscolo s'associava il pallido splendore di un lievissimo segmento lunare.
“Quattro ore così, ed ogni pericolo sarà passato„ — diceva tra sè Farinello, godendo al pensiero d'aver vicino il termine delle sue apprensioni — ma in queste poche ore, soggiungeva, non bisognerà dormire sulla cavezza. La fiera rugge ancora„ — e vogava intanto verso la parte settentrionale dell'isola, divenuta uno stagno.
Dall'alto di un piccolo promontorio formato da un gruppo di pedali d'alberi intrecciati, e ricolmi di terra, spiava l'accorto mugnajo i procedimenti del fiume. E nella calma del far guardia, numerava i suoi danni, e già studiava il modo di porvi rimedio. All'orto ed alla vigna prometteva qualche settimana d'indefesso lavoro ed, oltre alle sue, un pajo di buone braccia prese ad opera. Ai sacchi di grano confidatigli dai suoi avventori consacrava le sue condoglianze, caritatevoli sì, ma diverse di quelle che teneva in serbo per sè. — A chi era stato sempre largo con lui, proponevasi di far sentir meno la perdita; pei frustamattoni teneva in pronto il — _res perit domino_ — che aveva appreso a suo danno in casi consimili. Pensava infine alla condizione del suo mulino, al miracolo di vederlo ancora in piedi, e faceva voto di proveder sùbito ai ristauri, se il cielo glielo faceva escire intatto da quella prova.
Così passò un'ora: intanto erasi abbujato del tutto. La luna, scesa sull'orizonte, non mandava più alcun splendore dal suo disco fatto più grande e più rosseggiante.
Allora Farinello trasse fuoco dalla selce, ed accese un lampione per riconoscere l'altezza dell'acqua. La trovò stazionaria: sperava di vederla tra poco decrescere. Poichè l'aria favoriva il corso dei fiumi inferiori, era lecito sperare, che il decremento dell'Olona si renderebbe tosto sensibile.
LX.
A mezzo di questi pensieri, mentre l'anima travagliata si riposava alquanto dalle sofferte angosce, fu egli scosso all'improviso da un non so che di nuovo e di strano. Gli parve udire un rumore forte e prolungato, che scendeva lungo il fiume; ben diverso dal solito mormorío della corrente, dallo scrosciare delle foglie agitate dal vento, o dal continuo grido delle veglie. Stette in ascolto: il frastuono durava ed andava crescendo. La mente schierò ben tosto davanti a sè le congetture, più atte a spiegare il fenomeno: ma, esaurito prontamente l'esame ed escendone ignara come prima, provava un'incertezza che lo faceva profeta d'altre sciagure.
Farinello non aveva mai provato il terribile raccapriccio che accompagna lo scuotimento della terra, ma rammentavasi d'averne inteso parlare più volte; la pittura spaventevole di chi ne aveva fatta la prova, gli si ridestò tosto alla mente più viva che mai, e lo fece gelare di terrore. Corse col pensiero alla sua casa, alla sua donna, a' suoi ospiti; ed aguzzò lo sguardo per discernere le mura del suo casolare. Agitato dal delirio dello spavento, Dio sa cosa egli vide: gli sembrò scorgere da lontano un mucchio di ruderi, ne udì forse il rovinío: credette che il terreno della piccola isoletta si squarciasse sotto a' suoi piedi. — Ormai quello strepito spaventevole, di cui poco prima poteva indicare la direzione e la distanza, riempiva lo spazio intorno a lui, e scoteva da vicino quell'aria, che gli sembrava divenuta arsa e greve al respiro. Se il pericolo fosse stato imminente solo per lui, forse non avrebbe trovato il coraggio di porsi in salvo. Ma il pensiero della sua famiglia, della sua roba, dei suoi ospiti gli tornò alla mente, e lo ravvivò. Scese d'un salto nel battello, lo staccò dalla riva, e prese il largo sullo stagno, battendo il remo col metro concitato di chi fugge. Non aveva progetti nè per sè, nè per gli altri: l'istante lo traeva ad avvicinarsi a chi e a quanto gli stava più a cuore.