Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 20

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“Io non ho parenti o conoscenze da queste parti, e poi se ne avessi.... dar loro degli impicci, e trarli nella corrente delle mie disgrazie: me ne guarderei bene.„ — E in dir ciò la povera fanciulla aveva ancora il suo secondo fine: chè, a forza d'esclusioni, pensava di trarre la consigliera nel suo avviso. Ma Canziana era o pareva essere di una ingenuità incorreggibile; perchè pensava sul serio al ripiego, e non aveva pel capo altro cruccio che quello d'arrivare a mettere la sua padrona in salvo da' pericoli di qualunque genere.

Agnesina era fanciulla a forti passioni, a volontà deliberata, a fermi propositi; accarezzando il progetto che la ravvicinava al Conte di Virtù, non faceva che obedire ad un moto imperioso del cuore: ma essa non era meno docile agli avvisi altrui, e facile a dubitare di sè stessa. Impiegò pertanto ogni astuzia feminile, onde mettere innanzi agli occhi di chi la consigliava ciò che ella avrebbe bramato di sentirsi proporre; ma non volle dir tanto, che altri potesse indovinare il suo secreto; anzi, malcontenta d'aver troppo osato, preferì di rimettersi per intero ai consigli di Canziana, fidando interamente nell'affetto e nella consumata esperienza della buona donna.

Forse Canziana indovinò tutto; ed ebbe il gentile pensiero di tener lontana ogni discussione, onde non spingere la fanciulla a dir ciò che ella poi avrebbe dovuto combattere. — Non permise quindi che Agnesina errasse più a lungo nell'incertezza; e, posto in campo un ripiego, lo sottomise alla decisione della fanciulla, colla schietta serenità di chi fa una scoperta, più unica che bella.

“Oh to'! una felice idea, — sclamò ella, percuotendosi leggermente la fronte, da cui stava per uscire una bella trovata. — A due miglia più abbasso da Campomorto, prima d'arrivare a Vallombrosa, non conoscete voi il casolare di Farinello il mugnajo?„

“Sì„ — disse meravigliata Agnesina, fingendo non comprendere a che mirasse l'interrogazione.

“Quella stamberga è fuor di tiro d'ogni curioso.„

“È certo — ripigliò l'altra forzandosi a trovar bello un progetto che distruggeva di colpo il suo. — È forse là, che tu pensi di condurmi?

“Mi pare impossibile, all'ora in cui parliamo e al tempo che fa, trovar di meglio. Quel casolare, chiuso fra due rami dell'Olona, è fuor di strada: chi diamine oserà dubitare che in esso stia rinchiusa la castellana di Campomorto?„

“Hai ragione; non è possibile trovare un luogo più opportuno e più sicuro di questo.„

“V'arriviamo in meno di un'ora: sapete?„

“Lo credi tu?... tanto meglio.„

“Di là potremo, quando ne aggrada, spedire gente a vedere che avviene a Campomorto; e staremo sulle guardie.„

“È vero.„

“Un altro vantaggio..... Non avremo a dir grazie a nessuno....„

“Perchè tutto sarà generosamente pagato, aggiunse la donzella.„

“Troppo giusto. Ma nell'additarvi l'abitazione di un poverello, non ho scelto a casaccio. È bene che lo sappiate. Il vecchio mugnajo è una nostra conoscenza fin da prima che voi veniste al mondo. Vedrete che buona cera ei farà alla figlia di messer Maffiolo, di santa memoria; perchè, se il dabben uomo macina pane pei suoi figli, gli è pel merito del vostro genitore, che Dio abbia con sè. Senza lui, Farinello sarebbe morto di fame, sapete. Vi conterò tutto durante il tragitto; intanto non più indugi. Fatevi coraggio, madonna; vo a dire a Gianni che appresti la lettiga a due, e torno subito.„

Canziana garriva contro voglia; come suol cantare il fanciullo quando è al bujo, ed ha paura. Per ingannare Agnesina, avrebbe voluto cominciar dal trarre in inganno sè stessa. Faceva la disinvolta perchè quella scossa riescisse meno aspra alla sua diletta. Ma come poteva infundere ad altri la calma, che non aveva per sè? Non appena infatti escì da quella stanza, tornò di nuovo la creatura dubiosa e sgomentita di prima; e non fece mistero alla gente di casa, come quella facenda le pesasse sull'animo.

Le strettezze del tempo, l'ansia e l'urgenza del momento, contribuirono a restaurare quanto bastava le forze di Agnesina. — Completamente abbigliata, come richiedeva quel tragitto, avvicinossi un istante alla finestra e tentò di far capolino per giudicare del tempo. Un colpo furioso di vento diede un crollo spaventevole alle imposte, ed una spruzzaglia d'acqua le flagellò il viso con tale impeto, che per poco non ne fu gittata a terra. In quel mentre, al chiarore prolungato di un lampo vide Canziana, che faceva crocchio coi famigli, e probabilmente dava loro degli ordini. Comprese dai gesti, che tutti gli abitanti del castello erano commossi da quelle notizie: vide che la lettiga era già collocata sotto il vestibolo dell'uscita; e che un servo s'affrettava ad allestirla.

Agnesina, ritirandosi dalla finestra poichè tutto era rientrato nel bujo, pensò far tesoro di quel poco tempo per raccogliere quanto possedeva di più prezioso, onde sottrarlo alla profanazione degli invasori. — Enumerò nella mente quali oggetti avrebbe potuto portar via con sè, quali altri conveniva nascondere o consegnare in deposito a persona discreta e fuor del castello. Pose tra le prime lo scrignetto degli ornamenti feminili, prezioso pel valore degli ori e delle gemme che conteneva, e più ancora per le care memorie che v'erano raccomandate. Spettavano quei giojelli a sua madre; e le ricordavano le parole di Maffiolo che, dipingendo le splendide corti d'Azzone e di Luchino, soleva rammentarle i trionfi della pudica bellezza della sua sposa, le gare gelose e le invidiuzze delle rivali. E in portar l'occhio a quel tesoretto le tornava sempre alla mente l'atto cortese, con che suo padre lo ripose nelle sue mani, dicendo: “òrnati, o fanciulla, di queste gemme, condannate sempre ad essere meno belle di chi le porta.„

Unitamente ai monili, alle collane e ad altri vezzi, riponeva alcune carte, cui ella dava un valore ancor più grande. Erano lettere di sua madre, canzoni da lei copiate e postillate sul margine, fiori diseccati, farfalle, miniature e nastrini; inezie, insomma, già guaste dal tempo, ma preziose sempre per le vive memorie, che ridestavano. — Solo esitò un momento se dovesse riporre fra quelle sacre reliquie un rotoletto di pergamena che, dalla freschezza del colore e dalla consistenza, appariva essere cosa recente. Dubitava Agnesina, e perchè? Quel foglio conteneva alcuni versi del Petrarca squisitamente, se non correttamente, copiati dal Conte di Virtù negli ozj della sua convalescenza, e da lui dimenticati (dimenticati?) nelle sue stanze prima di partire. Era quel ben noto sonetto del canzoniere di messer Francesco che comincia così — “pace non trovo ecc.„ — e del quale il conte aveva trascelto le due seguenti terzine, perchè s'attagliavano perfettamente al caso suo:

“Veggio senz'occhi, e non ho lingua e grido, E bramo di perir, e chieggio aíta, Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui. Pascomi di dolor, piangendo rido; Egualmente mi spiace e morte e vita, In questo stato son, Donna, per vui.„

Tale scritto era stato trovato, come si è detto, sullo stipo del conte; e chi l'aveva scoperto, non sapendo leggere, lo rimise nelle mani di Agnesina. Questa con appassionata indulgenza accolse di buon grado la dichiarazione pel modo onesto con cui le veniva fatta; e ripose quei versi tra gli altri ricordi, giustificando il privilegio, col dire che anche quello era per lei ricordo di persona morta.

Accorreva finalmente Canziana a questa bisogna; e, persuasa pure della necessità di sottrarre ogni cosa preziosa all'avidità dei saccheggiatori, raccoglieva nel mezzo della camera quanto giudicava più meritevole di essere riguardato. Ma la sua scelta, come è naturale, era fondata sur un diverso calcolo; secondo lei avrebbesi dovuto portar via tutte le suppellettili, anzi tutto il castello, perchè non trovava briciolo che meritasse d'essere abbandonato alle mani sacrileghe degli uccisori di Maffiolo.

LV.

Tutto era in ordine: bisognava partire. Le due donne discesero per una scala secreta, avendo cura di non far rumore; giacchè la dolorosa partenza era nota soltanto alle persone strettamente necessarie a mandarla ad effetto. I lettighieri attendevano coperti e incappucciati da grosse carpite per difendersi dalla pioggia. Un ciuffetto di paglia proteggeva la testa dei muli, ed una falda di ciperoidi il tetto della lettiga. L'interno di questa riboccava di fardelletti, di balle, di involti a varia forma e misura; tanto che pareva non capirvi più nulla. Pure, Agnesina trovò modo di collocarvisi alla meglio. L'altra stette nè seduta nè in piedi, ma non accusò disagio; chè, più del fastidio di sentirsi affogare fra tante robe, provava il rodimento per quelle lasciate addietro.

Quando la lettiga esci dal castello, l'uragano, ben lungi dall'essere sedato, parve ripigliare con maggior forza. Le tenebre, scarsamente diradate sul passo dai lampioni dei lettighieri, erano a quando a quando bruscamente rimosse dal subitaneo splendore dei lampi. Un rumore vario, prolungato, composto di molti suoni, sembrava un'artistica trovata per tradurre in un armonia lamentevole le convulsioni della natura. Sul muto e monotono scrosciar della pioggia degradavano, in una scala di toni varii e mestamente modulati, i fischii del vento, ora alti ed assordanti, ora cupi e prolungati, secondo che i buffi radevano il piano, o s'imprigionavano nelle fratte, o erravano in mezzo agli alti fusti delle selve. Serviva di ripieno allo spaventevole concento lo scoppiar dei tuoni, quando subitanei e fragorosi, quando lungamente trascinati come un urlo lontano ripetuto più volte dall'eco.

Ciò che l'occhio non giungeva ad iscorgere, veniva dimostrato in modo più evidente dagli stessi disagi del cammino. La strada percorsa dai nostri fuggiaschi erasi a rigor di parola cangiata in un letto di torrente. Al passo ineguale ed interrotto dei muli, al suono delle pedate che sguazzavano nella mota, all'improviso arrestarsi, quasi che venisse meno la lena delle bestie, ai sussulti che dai bruschi movimenti di queste si propagavano alla lettiga, era facile l'indovinare in quale stato fosse ridotta. Ad ogni tratto era prudente il far alto, per scandagliare il terreno, e scegliere il sentiero meno pericoloso: altra volta l'arrestarsi era necessità, per lasciare pigliar fiato ai muli. A rimetterli poscia in cammino la voce consueta dei lettighieri era vana; ci volevano minacce, grida e flagellature. Spesso i lettighieri erano costretti a salire in groppa, onde attraversare un rigagnolo; e alcuna volta il fondo della lettiga pescò tanto nella fanghiglia, che i piedi delle viaggiatrici ne furono imbrattati.

Agnesina non era impaurita, ma commossa: un brivido le correva per le membra, e le faceva battere i denti. Canziana, meno sensibile ai disagi, era in vece in preda ad un deciso terrore. Solo le avanzava quanta lena bastasse per recitare delle orazioni, e per smuovere alla meglio gli oggetti sul fondo della lettiga, onde sottrarli al contatto del pattume.

Il tragitto durò il doppio del tempo preveduto. Per buona sorte, i conduttori e le bestie non smarrirono la via, e, quando fu necessario abbandonarla e deviare sui campi per evitare qualche difficoltà, seppero rimettervisi tosto.

Presso la meta, la strada era attraversata da quel ramo dell'Olona che, come si è detto, formava del podere di Farinello un'isoletta. Un ponte di legno, costrutto come poteva e sapeva fare il nostro mugnajo, apriva le comunicazioni tra il mulino e la strada di Campomorto.

Quella costruzione, la più semplice e meschina che mai si fosse veduta in simil genere, consisteva in una grama impalcatura gittata a cavallo del rivo e sostenuta nel mezzo da un rozzo congegno di spranghe e pontoni. — Questo povero lavoro del nostro povero artefice aveva però il carattere delle cose di gran lusso. Farinello mutava più spesso di ponte che non di scarpe o cappuccio; ad ogni piena del fiume, cavalletti, spranghe e pontoni calavano nella corrente; ed era grazia s'ei giungeva a ripescare il materiale travolto qualche miglio lontano. Tale disastro s'era verificato anche questa volta; i lettighieri, o meglio le bestie, se ne avvidero in tempo, e s'arrestarono sulla riva. — Dopo aver tentato invano di farsi udir dal mugnajo, assordato dal rumore dell'uragano e dalla cataratta della gora, i conduttori dovettero staccare un mulo; ed uno di essi, attraversato sulla groppa il ruscello, corse alla porta del mulino a cercare soccorso.

Farinello era troppo povero per chiedere due volte “chi è„ a chiunque picchiasse alla sua porta. La miseria era il suo scudo contro ogni mal volere di briganti o di ladri; la mansuetudine del suo carattere lo faceva star d'amore e d'accordo con tutto il genere umano. Egli, che avrebbe aperto ad uno sconosciuto ancorchè gli chiedesse ciò ch'ei non possedeva, qualcosa non doveva fare se il chiedente era la figlia del suo benefattore, e la cosa richiesta stava in sua mano?

L'avvicinarsi del lettighiere alla porta del casolare era stato annunciato dal piccolo cane, sentinella avanzata dell'isola; ma, in quella notte burrascosa, la povera bestia, costretta a vegliare dal canile, non aveva mai concesso un minuto di riposo alle sue fauci; il perchè, quei suoi latrati, anche quando non erano lo sfogo d'un vano malumore, furono accolti presso a poco come una bella e buona verità detta da un ciarliero. Fu la mugnaja che distinse i passi d'un uomo, ed invitò il marito a stare in attenzione. Questi udì, comprese, balzò dal letto, e pose il capo fuori di un finestruolo per vedere o almanco per ascoltar meglio che fosse. Non lasciò tempo al lettighiero di compire la relazione, che già era corso al giaciglio di un suo garzone, per risvegliarlo e condurlo seco all'opera. — Intanto, conoscendo all'ingrosso di che era questione, rifrugava nella mente come potrebbe più presto e meglio trarre in salvo i fuggiaschi. Abbandonò il pensiero di far passare la lettiga e le viaggiatrici dal luogo ov'era il ponte, dubitando che le sue ruine ingombrassero il guado, e che il guado dopo quel diluvio si fosse cangiato in un gorgo. Corse quindi alla parte più nascosta dell'isola, dove in un piccolo stagno cinto di palafitte era custodito un burchiello, lo staccò e, manovrando colla maestría di un pilota locatiere, lo guidò alla riva ov'era atteso dai viaggiatori. Traghettò prima le due donne, poi ad uno ad uno i muli col conduttore; infine la lettiga con quanto era in essa rinchiuso.

Condotte a tetto le due ospiti, chiamò la sua compagna, e le disse: “Ve li consegno a voi, Nena, questi buoni signori: mandate quel disutilaccio del garzone a prender una bracciata di legna per accendere un buon fuoco: io intanto scenderò a legare il burchiello, onde non vada giù per la gora, o sulla riva d'altri; chè in questi frangenti il tutto è di tutti.„ — E se ne andava.

Sembrava che il cielo si fosse mosso a compassione delle nostre fuggitive, perchè, durante il loro tragitto nell'isola, la pioggia erasi alquanto calmata. Farinello, a conferma de' suoi sospetti, udì da un lettighiero che madonna Agnese non partiva da Campomorto, ma che era costretta a fuggirne, per scampare alle ribalderie di un potente. V'era più di quanto abbisognava per renderlo zelante, discreto, operosissimo. Non chiese altro; fece ingoiare alla sua donna quante inchieste curiose ella sentivasi il prurito di fare su questo proposito; e s'adoprò a tutt'uomo per aumentare il credito della sua riputazione: lieto di rendere un po' di bene, a chi ne aveva fatto tanto a lui, ed inorgoglito non poco dal vedere che anche la sua catapecchia valesse in certe occasioni quanto e meglio che un castello agguerrito.

LVI.

Il casolare del mugnajo era... ma che vale descrivere un ridotto della più squallida povertà? Il superfluo, gli agi, gli ornamenti variano secondo le epoche ed i luoghi; la miseria, la nuda e pretta miseria è sempre eguale a sè medesima; essa rassomiglia allo scheletro umano che, in ogni epoca del mondo e presso ogni razza, ha all'incirca un sol tipo. Anche oggi, mentre la crescente civiltà chiama necessarie tante cose vane, se ci avviene d'entrare nelle abitazioni, dove vivono ammucchiate le famiglie dei contadini, vi riscontriamo spesso tale e tanto squallore, che ne pare impossibile il trovar di peggio. Nel mettervi il piede ci facciamo meraviglia al vedere come quelle mura fesse, sgretolate, fuor d'a piombo possano reggersi in piedi. E, dopo la meraviglia, proviamo una stretta di compassione, pensando, che una famiglia non condannata, ma libera, che non vende sè stessa, ma loca l'opera sua liberamente in forza di un patto, vegeta in quel covo, e ne paga una pigione. Quante volte nel visitare quelle camere uliginose, buje, mal sicure, abbiam dovuto dire: i carcerati stanno meglio di questa buona gente! E come spesso l'infermo trova nei publici ricoveri, dove pure la più stretta economia è la prima legge, tanta copia d'agi, da rendergli meno cara ed invidiata quella sanità, che per lui è sinonimo di durezze e di stenti!

Senza fare appello a sentimenti di giustizia e di umanità, che con tuono severo reclamano provedimenti per questa classe di operai tanto benemerita della società, mi pare che il nostro interesse, quando spinga le sue viste oltre il profitto giornaliero e minuto, dovrebbe guidarci a generosa conclusione. — L'artefice ha cura dei suoi stromenti, l'industriale tiene in assetto le sue macchine, l'affittajuolo nutre ed alberga convenientemente la sua mandra. E perchè non si avrà la stessa cura di quello strumento, di quella macchina, di quella creatura che si chiama uomo? non è egli vero che se ne otterrebbero braccia più robuste, forze più perseveranti, intelligenze più svegliate?

Ma, a proposito d'intelligenza, l'educazione del povero mette a taluno il batticuore, come al vedere una fiammella vicina al pagliajo. E perchè? Tutto sta in non arrestarsi a mezzo del cómpito: non bisogna spegnere la face finchè non si è giunto ad una meta onesta. Avete a fare con gente miope, e che dà in uno scapuccio ad ogni piè sospinto? Ebbene, invece di condurli per mano, ad uno ad uno, come ciechi, rischiarate alquanto la via, e ognuno si guiderà da sè. Quel lume gli mostrerà i diritti e, in riscontro ai diritti, i doveri che spettano ad ogni individuo; vedrà per esso che l'operar bene non è soltanto un merito quando si guardi in su, ma è profitto pronto, giornaliero, materiale. Amerà la fatica, prima perchè onesta, poi perchè produttiva. Non proverà infine quel rodimento continuo che lo sprona a levarsi al disopra della propria condizione, perchè questa non gli sembrerà più nè grave, nè spregevole, quand'è onorata.

In quanto al primo richiamo, per verità, bisogna confessare che, in alcuna parte delle nostre campagne, gli squallidi abituri dei contadini furono già cangiate in belle e salubri cascine. La cosa procede lentamente in ragione dei bisogni; ma procede. — Non insuperbiscano però gli amici dell'umanità nell'idea che tale miglioramento sia una conquista delle loro dottrine. Essi sanno bene, che il flebile umanitarismo è presso alcuni tolto in sospetto; e che quella antica carità, che ci fa chiamare tutti fratelli, è per essi una bella cosa finchè non giunge a disturbar loro le beate noje. Non parliam dunque di fratelli a costoro; l'uomo per essi stia sempre in seconda linea. — Alla fine, quando avranno proveduto alla mandra, ed al bombice, qualcosa per forza si dovrà fare anche per lui....!

LVII.

Non inviterò dunque il lettore a gittare uno sguardo alla catapecchia di Farinello, quando gli avessi a mostrare soltanto un tipo di miseria vuoto d'ogni decoro. Ma quelle cadenti muraglie, cui s'attaccano ora le sorti di Agnese, non possono, a mio avviso, essere del tutto indifferenti a coloro che hanno preso a benvolere la nostra eroina. D'altronde, la miseria la più squallida, appunto perchè tale, offre talvolta all'arte quelle attrattive, che le cose nuove e sfoggiate non hanno. — Il casolare, di cui è parola, era, come il pastrano del mendico, un ricucimento di più e più cose, di vario gusto e d'epoca diversa, accozzate ed eguagliate dalla comune ruina. Se esistesse ancora al dì d'oggi, il paesista, che preferisce le scene vere alle finzioni degli idillj e delle arcadie, l'avrebbe copiato e ricopiato, chi sa quante volte, e da tutti i punti e in tutte le fasi della luce e della stagione.

Esso era collocato sur un piano leggermente declive e affatto inculto, qua e là rinverdito da cespi di cárici e di triboli aquatici. Il suo lato posteriore andava a tuffarsi nell'Olona; la fronte guardava sulla spianata; e i fianchi giacevano in un terreno molle e fangoso, mascherato da ceppate d'erbe selvatiche. Dapertutto il suolo dell'isola offriva tracce della sua natura aquitrinosa. Le recenti alluvioni vi erano attestate da strisce di fina arena e di ciottoli grigi; le antiche dai prodotti palustri e dalla muffa che coloriva di un verde melanconico ogni cosa fissa.

Il casolare, comunque meschinissimo, poteva dirsi l'aggregato di due distinte costruzioni, l'una murata di mattoni e di loto, l'altra di legno: vera baracca quest'ultima, provisoria da un secolo, legata al resto dell'edificio pei travicelli della gronda e protetta dalla comune ala del tetto. Questo ballatojo coperto sporgeva sopra la macina, sostenuta da due magri piloni e da un impalcatura sconnessa, che era ad un tempo la soffitta del mulino e il pavimento della camera di Farinello.

L'insieme del fabricato rappresentava la storia delle ingiurie di un secolo: ma la grande varietà di oltraggi era velata da quella tinta indefinita di vecchiume, che è la tenerezza dei pennelli alla moda. — Guardato da lungi, sembrava esso ravvolto in una rete di screpolature artificiosamente intrecciate; da vicino, dove poteva esservi attrito di oggetti o lavoro delle acque, vedevasi a nudo il mattone arso. L'arco superiore delle finestre era invaso da una tinta bruna e trasparente sparsa dalla colonna di fumo, che esciva costantemente dalle aperture, ogni volta s'accendesse fuoco nella casa; ed al disotto del davanzale un lavacro di tinta bianca segnava il rigo dell'acqua, fissandovi la polvere volatile del mulino.

Delle finestre era varia la forma come la grandezza. L'una alta e stretta rassomigliava ad una feritoja; l'altra ampia e squarciata col parapetto a cornice e lo stipite fregiato di membra ed ornatini in terra cotta, pareva avere appartenuto a meno umile edificio. S'aprivano poi, fuor d'ogni legge, alcuni fori, dove il muro sconnesso aveva reso più facile l'improvisare un finestrino.

Il tetto, coperto di paglia e a doppio pendío, soverchiava coll'ampie tese le mura sottoposte. Esso, e tutta la parte dell'edificio costrutta in legno, aveva quel colore indeciso, che sta fra il verde e il turchino, o meglio che è un misto dell'uno e dell'altro; e che i pittori, con voce assai significativa, chiamano tinta neutra.