Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 2

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Ora quest'indimani, sulla scorta del passato, le appariva ancor più tempestoso. Essa, già d'animo proclive alla mestizia, vieppiù contristata dai presentimenti e da un insolito rampognare della coscienza, ricadeva in una più cupa desolazione, e “Vergine Santa, sclamava tra sè, l'ora è varcata: il sole ormai scomparso dall'orizzonte segna il termine di questa giornata di aspettazione. Che mai sarà, accaduto? Tu non conosci, amor mio, come sia lungo un dì, quando ogni ora, ogni minuto porta seco una speranza delusa? Un palpito di gelosia schianta il cuore; e tu potesti protrarre tanto il mio martirio? Mio Dio, non mi punite dimani con un altro giorno simile a questo; fatemi piuttosto morire... Oh deve essere stata grave la mia colpa, se tanta e sì grave è la pena!„

Rimaneva poscia silenziosa e come assopita; il pensiero di espiare con que' dolori il suo fallo, faceva momentaneamente tacere le angosce della passione gelosa, e la guidava ad altr'ordine di idee. Ciò pareva racconsolarla alcun poco. — La speranza di ottenere il perdono di sua madre era l'unico rimedio contro quel veleno, che le rodeva il cuore. Ne beveva quindi a larghi sorsi. In quel momento avrebbe gradita la morte come il più provido dono della mano di Dio — E già nella mentale aspirazione con cui chiedeva al cielo di riavere l'amore di sua madre, stava racchiusa la tacita preghiera d'essere tolta all'indefinibile imbarazzo di un'esistenza avviata così sinistramente.

“Che avanza alla tradita colpevole? continuava ella fra se. Come ottenere l'oblío degli uomini? come far rifluire alla sua sorgente quel sangue che i battiti di un cuore colpevole espandono sulla mia fronte, imprimendovi il marchio della vergogna? Vivrò lontana da tutti; fuggirò la luce del giorno; e poi? Nell'eterna notte che mi circonda, la mia colpa brillerà di una luce ancor più spaventosa. Se io chiudo gli occhi per non vederla, una voce me ne parlerà all'orecchio; se ogni senso langue, quella voce avrà sempre eco nel cuore — reo e giudice ad una.„

Quest'idea, ancorchè fosse feconda di dolori, non era più il coltello di prima. — Da che il cuore aveva consacrato un palpito alla memoria della madre, da che le sue labra avevano pronunciato quel santo nome, la sua mestizia s'era fatta più placida, e la mente riposava alquanto nella fiducia che la pia protettrice le avrebbe di lassù scoperta ed inspirata la via dello scampo.

A rinfrancarla, a toglierla alla tortura di tante dubiezze, contribuì non poco una circostanza del tutto fortuita. — Al magnifico tramonto, che abbiamo raccomandato alla imaginazione de' nostri lettori, era succeduto il più mite, il più sereno crepuscolo. Era quell'ora, in cui cessano le fatiche del giorno, e l'uomo e la natura si riposano per ritornare alla vita più gagliardi; quell'ora, in cui le anime degli infelici, stanche da lunga battaglia, possono alfin gustare qualche istante di tregua, e lo spirito umano, se straniero alla febre fittizia de' sociali consorzii, si chiude e s'addormenta inconsapevole d'ogni cosa che gli sta intorno, certo soltanto che tutto di quaggiù ha un termine — il dolore quindi come la gioja.

Il cielo era bruno, a quando a quando rischiarato da qualche stella. Il suolo, ancor più bruno, si confondeva in un sol piano suffuso da un'ombra umida e trasparente, di cui sarebbe impossibile tradurre colle parole la vacuità; l'orizzonte soltanto era avvivato da una zona crocea e lucente. L'aria spirava freschissima e calma; il fiume correva placido e deserto. Le barche imborchiate alla riva, resistendo colle loro prore taglienti al corso delle acque, ne accrescevano lo strepito. — Era cessato il lavorío sul ponte; e non restava che una lieve traccia della vita giornaliera nel brillare di qualche lumicino attraverso le impannate trasparenti dei casolari.

In mezzo a questo generale silenzio giunse all'orecchio di Agnesina il canto del popolo raccolto in una vicina chiesuola — Aperse le imposte, si prostese quanto era possibile sul davanzale della finestra, e potè meglio ascoltare il pietoso metro, con cui venivano celebrate le lodi della Vergine, e le armonie del salterio, che ne tempravano il ritmo. — Altre preci vi successero, poi un inno d'adorazione, infine un augusto silenzio, accompagnato dai rintocchi di una campanella. Dopo breve istante echeggiarono le volte di un canto di ringraziamento; poscia tutto rientrò nel silenzio, e non si udì che il sommesso fruscio della folla, che si dileguava.

Ben di buon grado si vorrebbe far sosta a questo punto; perocchè, se i dolori della donzella valsero a suscitare un primo senso di pietà in chi ci ascolta, assai più gradito dovrebbe essere a lui il vederla tornare vittoriosa dalla prova.

La fanciulla, nel rivolgere il pensiero a sua madre, aveva trovato vicino a lei un asilo. Per essa e con essa eravi la pace del cuore; la pace indefettibile e sicura. — Gli affetti non vedono distanze; l'anima sua, avida in questo momento di pigliar il volo al di sopra degli affetti del mondo, ormai non sentiva il peso della catena, che la stringeva alla terra.

Ma la dolcezza, ch'eragli piovuta nel cuore, provida quanto la rugiada pel campo inaridito, non avrebbe avuto durevoli effetti, se Agnesina, rimettendosi sulla via de' buoni propositi, rimaneva sola a combattere, e non incontrava una voce amica, che le infondesse coraggio.

Quella distanza fra il pentimento ed il perdono, che l'anima ravveduta confonde in un sol punto, racchiudeva una serie di dure ed inevitabili prove. Quale sarebbe, e come lunga e difficile l'espiazione, la fanciulla non sapeva dirlo a sè stessa. — Le religiose armonie avevano appunto dissipato le tenebre, rassodato la volontà, rinfrancato il proponimento. Ne' canti di quei divoti aveva parlato la madre sua. La desolata, sollevandosi alcun poco dalla sua umile posizione, aveva chiesto un ajuto; e la pia protettrice era accorsa a lei.

Agnesina, trasportata in quel punto entro le mura del vicino chiostro, avrebbe supplicato colle lacrime agli occhi di potervi rimanere finchè le durasse la vita. Per quanto gravi fossero i sacrificj, che le venivano chiesti come arra di sua fermezza, ella avrebbe acconsentito a subirli, meglio contenta che rassegnata; a condizione però, che il primo atto di sua volontà fosse accolto come un voto saldo ed immutabile.

La poveretta sapeva con chi avesse a fare; sapeva che il cuore, pronto talvolta a dar tutto sè stesso in un istante, diviene peritoso e malfermo se gli vien concesso tempo di ritornare sopra le sue generose risoluzioni. — E non s'ingannava. Le scosse ricevute la rendevano dubiosa di conservare il dominio di sè. Ogni atto di volontà, ogni virtuoso desiderio, ogni proposito rassomigliava alle orme stampate nell'arena. — Esse attestano, finchè dura la calma, su qual via fosse diretto il passaggero; ma se ferve la tempesta, non appena impresse, si cancellano.

IV.

Prima di narrare come escisse la fanciulla da questo bivio, è necessario dire chi ella fosse; se pure non fu già colpa, tacendolo fino ad ora, l'aver chiuso la via al lettore di sciogliere da sè la questione, e d'indovinarne la fine, coll'ajuto della storia.

Spettava Agnese alla famiglia de' Mantegazzi, nobile casato di Milano, chiaro per sangue e per ricchezze, uno de' più illustri di Lombardia, al tempo che essa si reggeva a popolo, vantando una serie di caldi propugnatori delle patrie franchigie.

Narrano i Cronisti Arnolfo e Fiamma, che nel 983, dopo la morte di Gotofredo, essendo stata conferita la dignità arcivescovile a Landolfo, si destò grave corruccio tra il popolo, per l'insolenza e gli abusi di quel prelato e della sua famiglia.

Benchè il dominio supremo della città e delle terre dipendenti spettasse ai successori di Carlo Magno quali re d'Italia, i vescovi ed i conti, come feudatarj, vi esercitavano un'influenza immediata e quindi assai più efficace. Nel decimo secolo, morto Ottone II a Benevento nella guerra contro Crescenzio e succedutogli a soli tre anni Ottone III, l'arbitrio de' feudatarj e de' conti era giunto a tale misura, che dire si potevano padroni assoluti, anzichè vicarii di un principe lontano.

La giustizia stava pel popolo, sì mal governato da chi doveva essergli modello di pietà e di pace; ma l'interesse (come avvien sempre) creava de' parziali all'autorità ed alla potenza di chi sedeva in alto. Alle parole di sdegno del popolo risposero le più odiose concussioni di chi lo reggeva. — Riuscite vane le rimostranze, i malcontenti ruppero in clamori sediziosi, indi in aperta rivolta.

In quell'epoca i governanti non possedevano tutti que' mezzi, che valgono oggidì a sorreggere il potere contro la volontà di un popolo mal governato. L'uomo valeva l'uomo: il ferro della malconcia sbirraglia, che assiepava la persona del principe, non era meglio temprato del ferro, di che s'armava il popolano. — L'esito d'ogni contesa dipendeva più dal numero, che dall'impeto e dalla sagacia de' combattenti. Si venne alle mani; e dopo vane avvisaglie toccò all'arcivescovo una piena sconfitta, sì che a stento ebbe salva la vita, ritirandosi dalla città co' fratelli e cogli amici, e abbandonando alla discrezione de' vincitori il padre, che vecchio e stremo di forze non si era condotto al campo.

L'arcivescovo Landolfo dopo la rotta si diede con ogni potere a raggranellare forze per riavere la sede perduta. Stipendiò raccogliticci, largheggiò agli avventurieri le rendite della sua chiesa, e con un esercito abbastanza poderoso si fece incontro ai Milanesi nel campo di Carbonaria, sfidandoli a battaglia. Ma anche qui la sorte gli fu avversa; e per la seconda volta dovè ritirarsi davanti all'irrompente foga del popolo.

In questa battaglia, oltre a un gran numero di prodi, periva miseramente un tal Tanzino de' Borri, riputato il fiore de' cavalieri milanesi. Un suo famigliare o scudiero, accecato dal dolore di tal perdita, rientrando in città, corse come forsennato al palazzo dell'arcivescovo, e, non sapendo su chi sfogare la sua vendetta, uccise Bonizone, vecchio capitano, padre dell'arcivescovo. — Questo scudiere chiamavasi Mantegazzo; ed è da lui, dice il Fiamma, che ebbe origine la famiglia di questo nome.

Altri storici, e fra questi il Giulini, non s'accomodano in niun modo a tale racconto dei vecchi cronisti; credendo vituperoso, che una nobile schiatta proceda da sorgente sì impura. — Ma poichè i posteri non hanno merito delle virtù, nè colpa dei delitti degli avi, pare che non si faccia torto alle successive generazioni nel ripetere questa istoria, e nell'ammetterla come probabile, fin tanto almeno che non ci sia dato di trarre in luce qualcosa di più degno o di meno incerto.

Checchè sia dell'origine di questa famiglia, è fuor di dubio, che subito dopo il mille, essa era insigne e potente. Nella storia milanese si fa parola di un Boschino Mantegazza condottiero d'armi del secolo undecimo. Egli fu signore e patrono di una vasta terra, situata sul confine dei contadi di Milano e Pavia, in vicinanza di Vidigulfo, resa celebre da una sanguinosa battaglia seguita nel 1061 fra le popolazioni delle due città: in essa fu tale la strage, che tutto il suolo rimase coperto di cadaveri. — Da questo fatto quella terra, acquistò il nome di Campomorto; e da Boschino ereditò la famiglia sua l'investitura della medesima. — Il capitano milanese fece edificare un tempio votivo sul campo della battaglia; e ad eterna testimonianza di sua vittoria fondò ed arricchì con splendida dote un albergo pei pellegrini.

Giovanni suo figlio combattè giovinetto a Campomorto; e, scampato prodigiosamente all'eccidio di quella giornata, coltivò per lunga serie d'anni le arti della pace, e fu per equità e per senno tenuto in gran conto presso i suoi concittadini. Fregiato del titolo di padre della patria, venne eletto árbitro in varie contese civili, e nel 1123, essendo giunto ad età quasi decrepita, definì e compose le scandalose dissensioni tra le podestà clericali di Milano.

Tra i consoli della città nell'anno 1143 havvi un altro Giovanni Mantegazza, che non sapremmo dire se fosse figlio o nipote del primo.

Tutti i decreti e le sentenze che si promulgarono durante la republica milanese, emanavano dai consoli, che solevano apporre a tali atti nome e suggello. — Ma a rendere meglio accetta la legge, quasi sempre ai nomi de' consoli seguivano quelli di alcuni cospicui cittadini, che ne avevano sorvegliate le deliberazioni, garantendo colla loro adesione l'incolumità della republica. Quest'adunanza, che aveva un officio consultivo e, a proprio dire, costituiva un senato, chiamavasi collegio dei sapienti, o con altro nome _credenza_. Tra i membri di essa riscontriamo nel 1156 un Guglielmo, nel 1170 un Ardicio ed un Algiso, tutti della famiglia Mantegazza.

Un secolo più tardi, quando la libertà de' Milanesi era travagliata dalle ire di parte fra Torriani e Visconti, a frenare la potenza de' primi, che accarezzando le passioni del popolo erano saliti a minacciosa grandezza, surse Ottone Visconti arcivescovo e capitano, egualmente insigne. — Fra le sue imprese più segnalate, dirette ad infiacchire la fazione avversa, è dagli storici singolarmente celebrata la presa del castello di Seprio, dove Guido da Castiglione, parziale de' Torriani, racchiudeva il nerbo della sua forza.

Ottone, raccolti all'uopo i valligiani d'Ossola, li armò di tutto punto, ed inebriatili colla promessa di ricco bottino, li condusse la notte del 28 marzo 1287 sotto le bastie di Seprio; mentre le scolte torriane, infingardite da lunga tregua, s'abbandonavano al riposo.

Il numero e l'impeto degli assalitori e la rilasciata disciplina degli assaliti decisero in brev'ora le sorti di questo fatto d'armi. — Le porte del castello furono súbito abbattute; e le guardie nemiche, calate le armi, rimisero nelle mani del vincitore le chiavi della rocca. — Ottone diè libera uscita agli armati, e assecondando la sospettosa gelosia del popolo milanese, comandò che venisse spianato quel covile della tirannide, e ne proibì in perpetuo la riedificazione.

Questo avvenimento accresceva la potenza de' Visconti di quel tanto, che era stato tolto a' Torriani; ma risvegliava ad un tempo contro Ottone que' sospetti, che prima aveva egli suscitato contro i suoi nemici. Imperocchè presso la maggior parte de' milanesi, a mantenere le apparenze della libertà, aveva contribuito fin allora il fatale equilibrio dei due emuli partiti.

La sorte, concedendo la vittoria ad Ottone, non solo non sciolse la questione, ma non giunse tampoco ad assopirla. Gli amici de' Torriani e de' Visconti parteggiavano per questi o per quelli a seconda degli impulsi momentanei, e pigliando legge dall'interesse; ma il popolo, che in cima ad ogni suo più caldo affetto, poneva quello della libertà, consentaneo a sè, disertava di solito la causa del potente, per accostarsi al partito del debole: giacchè dal vincitore poco poteva sperare, tutto aveva a temere.

La sconfitta de' Torriani a Castel Seprio aveva dunque ristorato il partito dei vinti. Gli sguardi de' popolani cangiavano punto di mira, senza rendersi perciò meno sospettosi. Già si mormorava in Milano contro la fortuna d'Ottone; ed i più ardenti cittadini pronunciavano fuor d'ogni mistero parole sediziose.

Ottone pertanto ricorreva al solito mezzo de' potenti; la forza. Lasciando che una gran parte di popolo arrovellasse in cuor suo, oppose agli sdegni di esso tutto l'apparato delle sue armi. — Allora si vide la città brulicare di sgherri istrutti a sciogliere le capannelle, a frenare le discussioni, ad impedire i tumulti. Ogni porta della città fornì alla signoria un drapello di 50 uomini guidati da un capitano; ed è a quest'epoca, se prestiamo fede a Tristano Calco, ed al Corio, che si instituì col nome di Provisione, una magistratura di dodici individui, eletti ad ogni bimestre e sedenti nel Broletto vecchio, per provedere in un coll'arcivescovo alla sicurezza della republica; magistratura che, snaturata nelle varie fasi storiche di Lombardia, conservò il suo nome fin presso a' nostri giorni.

La vigilanza del Visconti non fu soverchia. Quando la forza materiale soffoca la parola, il pensiero matura in silenzio. — Chi tenta uccidere un'idea, comprimendola in ogni sua spontanea manifestazione, rassomiglia a colui che s'avvisa di togliere la vita ad un arbusto, spiccandone i freschi germogli. Ei spesso non ottiene il suo intento, anzi fa opera da buon cultore; poichè, sotto questo modo di persecuzione, il virgulto rassoda la fibra, e, se nacque debole e mal fermo, cresce poi vegeto e vigoroso.

Le cospirazioni allignano tra le strettezze ed il bujo; Ottone il sapeva. Forzando ad un ingiusto silenzio il suo paese, previde che quel ringojare inesaudite tante giuste aspirazioni avrebbe spinto il popolo a tramare in segreto contro la sua autorità. — Non andò guari infatti, ch'ei scoperse una imponente congiura. Un tal Ruggiero Damiani, preso in sospetto di favorire il ripristinamento della fazione torriana, venne imprigionato. Fermo da principio a respingere ogni accusa, fu posto alla tortura; nè questa fallì al suo tristo scopo, perchè l'infelice svelò tra i tormenti le fila di una vasta cospirazione, e numerò, veri o falsi, i nomi de' suoi complici.

Troviamo ravvolto in quella congiura, anzi fra i principali autori di essa, un Paolo de' Mantegazzi. — Meditò costui con Guido Cusani, con un Cutica, un Maineri e un Bescapè di richiamare i della Torre e di collegarsi col marchese di Monferrato. — Ottone, poichè, ebbe conosciuti i suoi avversarj, cessò dal temerli, ancorchè numerosi e potenti. Sventata la trama, fu pel suo secolo assai mite nel punirla. Fiaccò il nemico col dividerlo ed impoverirlo: lasciò da banda i supplicj che lasciano un postumo di livori e di vendette, e relegato il Mantegazza in Bobbio, i suoi compagni in altre terre, usufruttò i beni de' taglieggiati a pro dello stato.

V.

Anche in mezzo al trambusto delle fazioni e fra l'attrito di una vita civile esercitata in publico ed allo scoperto, il governo del Comune milanese, mite e provido rispetto ai tempi, attendeva all'ordinamento delle sue leggi.

Fino al secolo duodecimo erano leggi le consuetudini patrie sancite dalla sapienza de' nostri maggiori, convalidate dal tempo e dall'uso, ed aventi forza obligatoria per tutti. A questo modo l'autorità della legge era fondata sul vero spirito di essa, potendosi dire, a rigor di parola, essere la volontà dei più l'árbitra della republica.

Legislatori erano i capi di famiglia. — La pratica di un'arte, l'onorato esercizio di un'industria, e financo, quale testimonio di matura esperienza, la sola canizie quand'essa è incontaminata, erano titoli ad eleggere, o ad essere eletti rappresentanti del popolo. La _malliola_, tavola metallica somigliante allo scudo dei Celti, che percosso da un martello rendeva un suono stridente, li chiamava a raccolta; poichè in allora le campane erano un oggetto di lusso, e le lettere d'avviso non sarebbero state comprese da quella buona gente, la più parte illetterata.

La publica piazza, di cui talvolta un lato soleva coltivarsi ad ajuole (come lo attesta il nome di broletto), era il luogo di convegno; ed uno sgabello ricinto da una balaustra costituiva la _parlera_, ossia la tribuna degli oratori.

Ma la legislazione, che emanava da un tale sistema, semplice nel suo concetto come gli uomini d'allora, diveniva nella applicazione farraginosa e poco maneggevole: perocchè mancando le disposizioni generali e sommarie, che provedono al più gran numero di casi, reggevansi i singoli a norma dei tempi e delle circostanze. Erano miste colle buone consuetudini le meno buone; alcune venivano esautorate da un condannevole disuso; altre, perdurando ancorchè inutili, paralizzavano e rendevano inefficaci le necessarie. — Vero è, che quella grande famiglia viveva in una specie di stazionarietà morale; ma questa era più apparente che reale. Il mondo a passi lentissimi, compiva pur sempre nelle indispensabili sue fluttuazioni un piccolo movimento verso la civiltà, la quale, proscrivendo a lungo andare le viete costumanze, creava nuovi bisogni. Infine tutte queste leggi, le necessarie come le superflue, le stabili e le transitorie, le politiche e le economiche erano sparse e confuse; taluna scritta fuor d'ordine, tal altra perfino non registrata in alcun documento publico, e raccomandata soltanto alla memoria di chi doveva farla osservare.

Non è a dire che in quella mole di decreti e di leggi non vi fosse del buono; ve n'era e molto, fatta ragione ai tempi: ma quel tanto andava confuso tra il superfluo e l'improvido, non come il grano prima di essere svestito e vagliato, che pur sempre è grano; ma come l'oro natío ammalgamato col terriccio, che pare materia vile, finchè non è sottoposto agli argomenti dell'assaggiatore.

Il novarese Brunasio Porca, assunto alla podesteria di Milano nel 1216, fu il primo che avvisasse a raccogliere le consuetudini del Comune in un corpo di leggi. Chiamò egli a sè alcuni fra i più discreti personaggi della città, e li invitò ad occuparsi con giurato zelo di tale officio. — La compilazione fu condotta a termine con grande studio: ma solo molti anni più tardi la città nostra ebbe il primo suo codice, diviso in 18 rubriche e riconosciuto sotto il nome di _Statuti_. Per essi fu determinato la spettanza di ciascun magistrato. Il podestà, investito del potere esecutivo, doveva vegliare all'esatto adempimento delle leggi; ma non poteva nè alterarle, nè in caso di dubio applicarle senza l'approvazione delle _credenze_. Stabilivasi di quali membri, e di quanti, doveva comporsi ogni credenza, variandone il numero e l'importanza a seconda della questione cui era chiamata a definire. Affidavasi infine ad una speciale magistratura il sindacato della gestione dei podestà, de' Consigli e degli officiali della republica. — La prima promulgazione degli Statuti fu fatta solennemente dalla loggia degli Osii nel 1251, essendo podestà Giovan Enrico da Ripa.

Ma le leggi non possono essere immutabili in una società, che s'avvia al suo incivilimento. Gli statuti perciò apparvero ben presto incompleti; nuove leggi si dovettero emanare, onde riempirne le lacune; e intanto queste aggiunte, volute dalla necessità, ingrossavano ad ogni istante, e creavano gli antichi imbarazzi.

Solo un secolo dopo, nel 1348, Luchino Visconti affidò ad un collegio di sapienti la nuova compilazione degli statuti. — Componevasi quel collegio di _giurisperiti_ e di _morum periti_: dotti i primi, gli altri gente onesta ed esperta. Appartenevano ai primi, per dir di alcuno, un Leone Dugnani ed un Manfredo Serizoni, personaggi già cospicui per avere onorevolmente trattata la pace fra i milanesi e la corte d'Avignone; gli altri erano cittadini estranei alle cavillazioni del foro, ma in quella vece esperti degli usi del paese e bene accetti ad ogni ordine di persone.

Con poche varianti furono gli statuti riordinati e messi in pieno vigore nel 1396 durante il governo del primo duca, e ressero inalterati il nostro paese finchè divenne provincia di Spagna. — La Spagna, che imprese a civilizzare il nuovo mondo col ferro, riportò da esso, co' tanti milioni in oro ed argento, una tristissima esperienza di governare i soggetti. Ripudiate le antiche violenze, che cangiano i popoli conquistati in altretanti nemici e tengono vive le speranze della rivincita, divisò d'abbatterli, spegnendo in essi ogni sentimento patrio, ogni coscienza de' proprj diritti. Arrivò a questa meta per varie vie, e con diverse arti; nè ultima tra esse fu per noi quella d'infirmare e d'abolire gli statuti patrii, per sostituirvi le sue _nuove costituzioni_, ammasso incóndito di leggi strane ed improvide, che partorirono forse più funesti effetti delle catene e dei supplizj.