Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 19
Erano le cose a questo punto, quando il fortuito indirizzo di un dialogo la collocò rimpetto a Canziana in posizione sì nuova e compassionevole, da farla credere degna di tutta la sua indulgenza. Questa volta non le fu d'uopo d'invocare coraggio; n'ebbe più del bisogno. Le sue parole furono qualcosa meno di una franca confessione; qualcosa più di un vaniloquio involontario, provocato dalla febre, ma veritiero.
LI.
“Quale rumore è mai questo!„ — chiese Agnesina trasalendo ad una forte detonazione.
“Gesummaria! riprese l'altra, deve essere scoppiata la saetta; che Dio ne guardi.„ — E si strinse alle coltri, e fece il segno della croce.
“Una volta anch'io tremava dell'ira degli elementi.... Ora v'ha di peggio al mondo....„
“Figliuola mia, chi ha la coscienza netta come voi, non deve aver paura. Il Signore non vuol far male alle sue buone creature.„
“Canziana, tu parli da quella santa donna, che sei; ma o non mi comprendi, o per pietà di me non mi rispondi a tono — Solo alcuni giorni fa io era innamorata della vita, e tremava d'ogni nonnulla che la minacciasse. Ora il gran male, se Dio mi chiamasse.... Solo mi dorrebbe per te, mia buona amica....„
“Vergogna! alla vostra età... con ogni ben di Dio... Non vi fate sentir più a ripetere di tali spropositi; o ne andrò in collera.„
“No, hai troppo buon cuore per sentirti offesa di quanto ti ho detto — Se fossi padrona di scegliere tra il vivere con te o col mio povero padre, che mi consiglieresti tu di fare?„
“Di far la volontà di vostro padre, stando con me; — rispose francamente Canziana eludendo la dimanda con un bisticcio. — La gioventù non cura la vita: tocca a noi, che sappiamo cosa essa vale, a sconsigliare la colpevole noncuranza di questo dono del cielo. — Se la tempesta ha schiantato l'albero grosso, doppia ragione di tener custodito il rampollo che gli cresce vicino.„
“Dio mi perdonerà se non so apprezzare come si deve questo dono della vita. Comprendo che sono intolerante de' miei dolori, e che non so ricevere la sventura come una prova della predilezione del cielo. Io piango anche su me; perchè non so essere rassegnata: io dispero, o amica, di veder restaurato il culto de' miei domestici affetti. Imploro solo la forza per soffrire; imploro nuove lacrime da versare. — Quando era bambina tu m'hai insegnato che i felici del mondo ignorano quale sarà il dimani. Fatale privilegio degli sventurati! essi lo sanno. Sì; è facile che d'improviso la fortuna ne volga le spalle e cangi le gioje in pianto; è impossibile che ella ci ridoni d'un tratto co' suoi favori il perduto sorriso. — Dimani, diman l'altro, fra un mese od un anno, io sarò sempre l'orfana d'oggi; nessuna cosa al mondo avrà occupato il posto vuoto del mio cuore; nemmeno la potenza celeste mi renderà le carezze di mio padre, il conforto delle sue parole, la guida de' suoi consigli. — Tu già ti prepari a dirmi, che il tempo è rimedio a grandi mali. E che vuol dir questo? forse che il mio male cesserà d'essere grande per ciò? o non piuttosto che le mie forze cadranno esauste sotto il suo peso, e che le fonti delle lacrime saranno inaridite?„
“O Agnesina, proruppe la governante con un accento di angoscia inesprimibile, o figliuola mia, non parlare così. Quel che voi dite sarà vero, perchè l'avrete letto ne' libri; ma, credetelo in nome di Dio, che il vostro dolore è ancora più forte della vostra disgrazia. — Doletevi, piangete, pregate; ma non rinunciate alla speranza. — Io sono una povera donna; ma ho del cuore, e quello che esso mi detta mi pare giusto come le parole scritte nei libri. — O Agnesina, il cuore non dice a voi, come a me, che gli antichi affetti vivono ancora? piangete la morte di vostro padre, perchè non vi è dato di vederlo, di ascoltarlo; ma non sperate voi di sentirlo, o meglio non lo sentite voi già nel fondo dell'anima vostra, come più volte udiste la voce di quell'anima santa di vostra madre? non avete voi fede, o Agnesina? Ebbene: ogni volta che il cuore vi inspirerà una buona azione, voi avrete udita la parola di lui: ogni volta che la manderete a compimento, potrete dire d'aver seguito i suoi consigli. Se i nostri cari ci abbandonano morendo, noi possiamo seguirli colla fede e colla preghiera. V'ha dei santi, non è vero, che vegliano alla salute dell'anima nostra? chi ci ha amato tanto quaggiù, potrà obliarci nel seno di Dio?...„
Questi detti, pronunciati con un accento amorevole, produssero sull'animo di chi li ascoltava il desiderato effetto. Agnesina avrebbe voluto rispondere, ma la commozione le toglieva la parola; levò lo sguardo, e fissò la donna con occhio non fosco ed asciutto come poco prima; una lacrima le spuntava sul ciglio, e la fronte, senza far onta al giusto dolore, s'era alquanto rasserenata. — Canziana, con un trasporto di tenerezza materna, v'impresse un bacio; e, scorgendo che le sue parole erano state efficaci, pensò d'insistere nell'uso del rimedio, associando alla potenza de' suoi affetti, l'autorità dell'altrui dottrina. Interpretò il tacere della fanciulla come un invito a parlare; e si valse di esso per ripeterle un racconto, che aveva udito in altri tempi, e della cui sapienza aveva fatta la prova in simili occasioni.
“Avrò sempre in mente finchè vivo, ripigliò ella, le parole di Fra Paolozzo da Rimini. Quel santo, (ne avrete ben sentito a parlare anche voi?) che passava l'intera quaresima predicando, senza toccar cibo di sorta, e non nutrendosi che d'acqua e di orazioni[19].„
Agnesina fè cenno col capo di sapere di che si trattasse.
“Era il dì dei morti di non so quale anno; io aveva di recente perduto un fratello, al quale volli ogni ben mio; povero Arrigo, egli era una perla. Il caso o, per dir più giusto, la providenza, mi fece capitare in una moltitudine, che cogli occhi rivolti in su e colle labra spenzolate, tutta mesta e compunta, ascoltava la parola del Signore dispensata da Fra Paolozzo salito sul pulpito. — Quelle parole, che allora e poi nei molti travagli della vita furono la mia consolazione, s'attagliano mirabilmente al caso nostro. È una parabola sì chiara, che ognuno la comprende di volo. — Due prigionieri, diceva il frate con un linguaggio più acconcio del mio e avvalorato da testi latini che io non seppi ritenere a memoria, vivevano insieme in un carcere comune. La storia non dice perchè vi si trovassero, dice solo che un bel dì il principe, ricordandosi di quei due infelici, pensò di far grazia ad uno e lo fece porre tosto in libertà. Credereste? il prigioniero scarcerato abbandonò a malincuore le sue catene, dolendosi di lasciarvi il suo compagno. Figuratevi l'altro! — Costui, rimasto solo, sentì raddoppiarsi il peso de' suoi ceppi; la pena gli divenne d'improviso insopportabile; ei piangeva, piangeva giorno e notte, negando a sè ogni conforto ed ogni speranza. Ma la cosa non andò sempre ad un modo; in capo a pochi dì, lo sgraziato s'avvide, che il libero amico non lo aveva posto in oblío, e che la libertà di lui gli tornava assai più utile che la sua compagnia. Infatti per opera sua penetrarono nel carcere i mezzi di menar meno stentata la vita; ebbe per lui di che far schermo ai bisogni, e trarre conforto nella solitudine; finchè venne il dì, e quel dì non fu lontano, che per intercessione dell'amico si vide ridonato alla libertà, e franco da ogni pena. — Ora comprendete voi il significato di quest'esempio? La prigione è la vita umana; il prigioniero scarcerato è l'uomo che muore; quel che rimane e piange, è l'imagine del superstite. I conforti che gli vengono portati in carcere sono le sante ispirazioni e il patrocinio dei poveri morti; e la libertà acquistata per intercessione dell'amico è il dono del cielo di morire nel Signore.„
Per una povera donna come Canziana, che seguiva la corrente dei pregiudizii, e che non sempre era felice nel riconoscere la verità in mezzo al guazzabuglio di errori di quel vulgo e di quell'epoca, uno squarcio sì bene appropriato era una prova di fino accorgimento: molto più che ella non sapeva, come sappiam noi, che il male d'Agnesina non veniva tutto da una sola cagione. Ma siccome avviene talora, che un rimedio impropriamente applicato alla guarigione di male ignoto, pur giova all'infermo, mettendo in evidenza la causa secreta dei suoi dolori e la via più acconcia a calmarli; così quelle parole, benchè rispondessero imperfettamente ai bisogni d'Agnesina, destarono in lei, coll'antica fede, il coraggio tutto nuovo dì essere schietta, e le offrirono l'unico mezzo di riconoscere meglio il suo male e di applicarvi il vero ed efficace rimedio.
LII.
“Io dunque, proruppe Agnesina con uno slancio di devoto affetto, io pregherò il mio santo protettore, che m'ottenga il perdono del passato, e vegli su me per l'avvenire. Farò ciecamente quanto esso mi inspira; nulla mi sembrerà grave, quando mi venga consigliato da lui. In lui troverò i mezzi a raggiungere il più difficile intento.... E quando pure mi si chiedesse d'obliare.... ciò che ora vive ed arde nel mio cuore, io saprò farlo, se egli mi ajuta....„
“Voi parlate di perdono, chiese meravigliata Canziana, ma perdono di che?... Che mai avete voi a fervi perdonare?„
“M'amerai tu ancora e sempre?„ ripigliò Agnese con un accento, ancor più del solito, amorevole.
“Voi mi fate paura... Dubitate forse del mio affetto?„
“No, Canziana, no.... questo è impossibile.„
“Ma in nome di Dio...„
Uno scoppio di pianto aperse il cuore ed il labro di Agnesina ad una schietta rivelazione di tutto ciò che aveva nell'animo. E quanto ella era stata timida nel tentare la prima confidenza, altretanto divenne poi sicura e fiduciosa nel procedere in esse. Il suo cuore non avrebbe mai adottato una mezza misura. — O inghiottir tutta e tacere; o far partecipe di tutto l'amica e parlar schiettamente. Raccontò, come noi e meglio di noi, tutta la storia de' suoi affetti. Dall'istante in cui richiamò i sensi smarriti del conte e ne udì la prima volta la voce, scendendo mano mano a quello in cui ricevette il suo addio, tutto disse, tutto svelò con una purezza di linguaggio, ed un abbandono di cuore, che invano avremmo noi tentato d'infundere nelle nostre parole.
Canziana, nel disporsi ad ascoltarla, provò quel vago terrore, quella penosa incertezza, che risentiamo nell'aprire una lettera suggellata a lutto. L'alta stima che ella nutriva della mente e del cuore d'Agnesina era una valida ragione per consolarsi: ma quell'esordio l'aveva mal disposta. Teneva quindi dietro al racconto col desiderio d'essere presto alla fine, quasi fosse trascinata sur una via malsicura, dove ad ogni piè sospinto temesse agguati ed insidie. E intanto ascoltava; e ad ogni fatto riposto nel novero delle cose innocenti, metteva un respiro più libero. Così, fra il timore e l'incertezza, giunse alla fine, senza incontrarvi alcuno dei sospettati scioglimenti; e come prima aveva moderato le apprensioni, frenò poscia la contentezza; perocchè il mostrarsi troppo lieta del suo inganno era quanto dire: io pensava meno bene di te, figliuola mia.
Il male (se pure v'era male) non si palesava dunque dalla natura dei fatti per sè innocentissimi, ma dal modo di narrarli; poichè le parole d'Agnese tradivano la passione. Canziana il comprese; e nel mentre si rallegrò al veder ridotta in salvo la virtù della fanciulla, dovette deplorare la pace di lei conturbata, e quella consapevolezza del male, che è un primo e lieve offuscamento dell'innocenza. — Ma tenne anche questo pensiero dentro di sè; concludendo che male proprio non c'era; o che se ci fosse, abbondavano i mezzi per guarirlo. E l'unico sovrano rimedio anche per ciò doveva essere, secondo lei, il tempo.
“Comprendi ora la mia situazione, — ripigliò poco dopo Agnesina, — e mi compiangi. Colui che io amo e posso amare mi abbandona; rimane quegli che io debbo cancellar dal mio cuore. Non ho io ragione di pregar il Signore che mi faccia tener dietro a mio padre?„
Canziana ebbe il buon senso di non procedere con zelo soverchio nel suo officio di consolatrice, propinando alla desolata, malgrado suo, il balsamo indigesto delle frasi ordinarie, che si usano in simili occasioni. Il primo, il più gradito conforto che possiam dare a chi soffre, è l'assicurarlo che comprendiamo i suoi mali, e ci associamo a lui nel dolore. Solo quando l'animo è più riposato, riesce opportuno il dar mano a quei rimedj che lo rassodano nella toleranza, e gli crescono forza per lottare contro l'avversità. — Era notte avanzata, e le due donne discutevano ancora su tale argomento. La fanciulla provava un senso di dolore non scevro da qualche diletto. E quel diletto, diciamolo, non nasceva soltanto dallo spontaneo obedire all'impero del cuore, i cui sentimenti per una forza espansiva loro propria cercano l'equilibrio nei cuori omogenei, ma veniva cresciuto dalla necessità di ripetere un nome caro, e di richiamare su di esso il rispetto e l'amore della compagna. Questa, nel concederle tale sfogo, aveva di mira di procurarle un sensibile alleviamento; e più ancora di accaparrare per sè e per l'avvenire l'intera sua fiducia.
La buona donna non rassomigliava a coloro che, nello scorrere un libro, succhiano la sapienza da quel foglio soltanto, che hanno dinanzi agli occhi. Canziana tornava indietro sovente nel leggere quel libro che si chiama la vita; ed evocava la sua stessa gioventù, per ricordarne i piccoli travagli, e con essi le gradite consolazioni delle amiche, e sopratutto l'indulgente pietà della madre. — Nell'amare Agnesina, ella non rinunciava al vanto di meritare questo nome dolcissimo.
LIII.
Se a tener viva la discussione non fosse bastata l'indole del soggetto, v'avrebbe contribuito l'opportunità del momento. L'intemperie, ben lungi dall'essere sedata dopo uno sfogo di molte ore, pareva ripigliare con maggior impeto. E ad ingannare l'insonnia e lo spavento cagionati dalla terribile armonia della bufera, nulla era più conveniente alle donne, che lo star vicine vegliando e conversando. — Era poco lontana la mezzanotte, quando in un istante di silenzio, parve ad Agnesina udir battere al portone del castello.
“Che è?„ — disse ella, stringendosi nelle spalle con un moto di sorpresa, e stendendo in avanti la destra per invitare la compagna a stare in ascolto.
Pochi minuti dopo si fece udire un raddoppiamento di percosse forti e concitate; alle quali risposero i mastini di guardia.
“Chi può essere?„ — sclamarono all'unisono le due donne dando al sùbito terrore la forma di una oziosa interrogazione. Ognuna ricordava la visita fatale di tre notti addietro.
“A quest'ora, e col tempo che fa!...„ — soggiungeva Canziana, facendo una pausa assai significativa: e stava in attenzione per indovinare che avvenisse, ma il ripigliar del vento eludeva ogni ascolto.... “Scommetterei, ripigliava essa, che il portinaio preso dal sonno non avrà udito, e che appena desto sarà più sollecito ad aprire che a domandar chi è. — Che Dio ne guardi.„
In quella penosa aspettativa surse fra le interlocutrici una gara di ragionamenti per rinfrancarsi a vicenda. L'una tentava di combattere i timori dell'altra, provando non già chi potesse essere il misterioso ospite, ma chi per certo non era. Un famiglio? no: un viandante? si sarebbe indirizzato all'ospizio dei pellegrini... Neppure un uomo a cattive intenzioni, poichè non avrebbe posto l'allarme in tutto il castello colle sue chiamate. Quanto a ciò, le ragioni erano buone, ma non sufficenti a calmare del tutto le apprensioni! — “le intenzioni di malvagi, pensava Canziana, sono torbide ed incommensurabili come l'acqua di una pozzánghera.„
“Zitto, — sclamò sommessamente la donzella accompagnando la parola col gesto; — non m'inganno; non odi tu lo strepito leggero di una pedata che monta i gradini della scala interna?„
Canziana faceva cenno di sì; ma forse non udiva altro che il martellare del suo cuore. — E in quella sospensione d'animo, che si propaga fra i timidi e può diventare un delirio come il coraggio, si avvicinava alle coltri della fanciulla, e vi si stringeva; poi cercata una mano di lei, serrandola nelle sue fortemente, pareva volesse dimandare e promettere soccorso.
Ma quando l'incognito penetrò nella camera vicina, ogni sospetto dileguò. Il rumore di quei passi era noto; noto il bussare alla porta, amica la voce che chiedeva il permesso d'entrare.
La donna del portinajo, mentre questi proverbiava l'arrivato tassandolo d'importuno con un brontolare sottovoce, aveva l'incarico di salire alle stanze di madonna, e di riferirle che una persona venuta da Milano mostrava gran premura di parlare a lei, il più presto possibile, di cose d'alta importanza.
Canziana, come è ben naturale, rispose non essere quello nè momento, nè modo di fare ambasciate; chiunque ei fosse, attendesse.
Tale risposta era preveduta, poichè l'intermediaria l'interruppe soggiungendo: “abbiamo parlato dello stesso tenore anche noi; ma l'incognito, che a mio giudizio benchè burbero ha la ciera di un dabben'uomo, prese la parola per dirci: che quando madonna saprà di che si tratta, stimerà essa pure che per riferire di tali cose non si vada negli scrupoli sull'ora e sul commodo di chi deve ascoltare. — Chi ha tempo non aspetti tempo, e chi vuol star meglio pigli i passi innanzi. — Io m'incamminava per riferire tutto ciò, quand'egli mi fece tornare indietro per aggiungermi: che egli non avrebbe incommodato madonna, se altra persona venisse da lei incaricata d'ascoltarlo in sua vece. — Quando fosse certo che le sue parole erano arrivate all'orecchio della figlia di messer Maffiolo, egli si sentirebbe la coscienza scarica, e non avrebbe altro a chiedere.„
“Ma perchè non disse tutto a voi a dirittura? — dimandò Canziana?
“Perchè, rispose la donzella, ei s'aprirà meglio con te. Va sùbito, ascoltalo; e corri poscia a riferirmi che hai inteso. Il cuore mi dice che la previdenza non ci abbandonerà.„
Canziana non si fece dire due volte d'andare. — L'invito di un incognito le era sembrato un comando odioso; il comando d'Agnesina le parve una affettuosa preghiera: ella volò tosto ad esaudirla. Ma giunta al luogo del ritrovo, appena ebbe fissato l'incognito, lo riconobbe per un antico cliente della casa, un protetto di Maffiolo, un di quei pochi che le avevano giovato nella sua corsa recente a Milano. — S'affrettò quindi a porre un termine alle importune sofisticherie del portinajo, salutando cortesemente l'arrivato, e invitandolo ad entrare in un salotto terreno; dove, per essere sola, spedì il portinajo, divenuto più mansueto ma non meno curioso, a cercar legna onde accendere un buon fuoco, ed a provedere checchè si trovasse per una pronta refezione.
Rimasti soli e postisi entrambi a sedere, Canziana gli volse la parola: “Che abbiam di nuovo, Ginotto?„ — Costui girò lo sguardo intorno, quasi temesse d'essere spiato; poi con quella voce sommessa, che è il veicolo dei secreti importanti: — “Dite a madonna, rispose, che prima dell'albeggiare faccia in modo d'essere fuori da questo castello, e lontana da Campomorto quanto è possibile.„
“Perchè?„ — chiese l'altra con spavento,
“Dite a madonna che non metta tempo di mezzo.„
“Ma in nome di Dio, che mistero è questo?„
“Ho fiutato l'aria che spira dai covi della Rocchetta. La cella di messer Maffiolo è vuota; e il signor Barnabò vuol rifarsi dell'ospite fuggiasco. Egli annasa da lontano, il sapete.„
“Ma qui non siamo vassalli del signor di Milano.„
Il popolano sorrise con amarezza, e — “dove sono i confini, ripigliò, dove i soldati e i giudici del Conte di Virtù? È forse la prima volta che il Visconti di Milano comanda in casa del Visconti di Pavia? Colui mena colpi a dritta e a manca, poi dice: il Papa ve li levi da dosso se può. Fa debito coi vicini, li confessa, e li salda a suo modo. Per carità, non mi fate dir altro. Qui non siamo a Milano, ma gli artigli di Barnabò arrivano fin qui, ed oltre, se ei li spiega e li arrota.„
“Voi mi mettete i brividi. E che dobbiam fare dunque?„
“Ve lo dissi. Svignare a tutte gambe, senza dir motto, e tosto.„
“E dove?„
“Dove meglio v'aggrada; purchè nemmen l'aria lo sappia.„
“Ma alla fin fine, che male si oserebbe fare a madonna? Quali sono le sue colpe, i suoi torti?„
“Che Dio vi perdoni la vostra caparbietà. — Ahi, tristo assunto il drizzar le gambe ai cani! Dovrei dirvi: restate e vedrete; ma non ho cuore d'esporvi a subire una lezione troppo severa. Voi dovreste sapere come vanno queste bisogna. — Il signor Barnabò, voi dite, è troppo alto birbone per spendere le sue forze in queste inezie; lo credo anch'io. Ma quando è in vena di far caccia, lascia scapricciare i segugi anche sur un carcame di leprattino, onde apprendano il mestiere. — Egli avrà detto a' suoi sgherri: Campomorto è roba di rubello, fatene quel che v'aggrada, ve lo do a còttimo. — Lasciate la roba a costoro; ma voi fuggite, perchè, se trovassero qui madonna, andrebbero superbi di presentarla al loro padrone, come il pellegrino, che vien da terra santa, una reliquia.„
“Santo Iddio! ripigliò Canziana, quel che mi dite è pur troppo assai probabile. Se vi ho messo avanti qualche difficoltà, non è che dubiti delle vostre parole; è che, per togliere madonna dal letto ove giace indisposta, e metterla sur una via nel fitto della notte e con un tempo sì indiavolato, ci vuole una ragione forte. Questo che voi mi dite lo è fatalmente; lo è, e dà il tratto alla bilancia. Andrò dunque da lei, e le racconterò il tutto. Poveretta!... intanto voi asciugatevi, e pigliate qualche ristoro. — Dio vi ha bene ispirato, ch'egli vi rimuneri della vostra buona azione.„ — Ed avviandosi a fare la dolorosa ambasciata, ripeteva fra sè “oh Signore Iddio che mare di disgrazie! quanti accoramenti! O vergine santa, ajutateci voi...„ e framezzava le invocazioni coi sospiri.
CAPITOLO OTTAVO
LIV.
Quella notizia così inattesa e così grave aveva provocato in Canziana una certa tendenza all'incredulità, che parebbe attestare coraggio: ma in fatto non era essa che l'istinto di mercanteggiare colla ragione qualche appiglio ad illudersi, onde acquetare gli spiriti e provedere. Le cose poi erano condotte a tal punto, che, se anche una più autorevole persona fosse venuta a distrugger le dolorose impressioni di quella notizia, narrandone altre d'indole opposta e più autentiche, ella non avrebbe mai sconsigliato Agnesina dal pigliare il partito sicuro. Restava a porre in discussione la scelta del luogo; ed è appunto questo, che impegnò il più vivo discorso fra le due donne.
Agnesina, all'udire quanto le veniva imposto, sclamò piangendo: — “Mi si vuol togliere anche il conforto di vivere nella casa de' miei maggiori; ebbene, me ne andrò; almen dopo non si avrà più nulla a dimandare a questa sgraziata famiglia.„
“Coraggio, madonna, coraggio, le diceva Canziana che non ne aveva punto. Obediamo all'avviso, e partiamo.„
“Ma dove, e quando?„
“Il quando lo so; perchè mi fu detto. — Partiam tosto.„
“A quest'ora, con nessun'altra guida che quella dei lampi; colle strade quasi impraticabili, con una notte, in cui l'ira del cielo pare scatenata su noi!„
Canziana accompagnava queste parole con un chinar del capo, che voleva dire approvazione; ma ad un tempo si stringeva le spalle con un altr'atto ancora più significativo, che valeva quanto il proverbio: bisogna fare di necessità virtù.
“Tu mi fai coraggio a partire; ebbene si parta — disse risolutamente Agnesina balzando dal letto, ed abbigliandosi. — Sarà quel che Dio vuole, affidiamoci a lui.„
“Rimane a decidere un'altra cosa: dove andrem noi?„ chiese la compagna.
Alla fanciulla venne in mente Pavia; e si arrestò sulla sua idea con qualche compiacenza. Ma non osò tradurla in parole; sperando forse che Canziana potesse da sè e spontaneamente far cadere la scelta sullo stesso luogo. Questa taceva e meditava e, per verità, fra le sue proposte, Pavia sarebbe stata indubiamente l'ultima.
“Più lungi da Milano che sia possibile„, prese a dire Agnesina, volendo indurre la compagna a proporle quanto essa avrebbe preferito.
“Sì, per certo; onde non correr rischio d'incontrare la masnada. — Vengono essi dalla Pieve; noi li precederemo a Pontelungo.„