Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 18
Non aspettò Esculapio che gli si facilitasse la via a discendere; la paura lo aveva reso snello, fuor dell'usato. Prima ancora che ne fosse il momento, balzò da quella trappola con una agilità, che gli ricordava i suoi begli anni; traballò un istante, ma riebbe subito l'equilibrio e con esso la libertà di emettere un sospiro largo e profondo: espressione sincera di un rendimento di grazie. — Non ebbe forse a lodarsi molto della pietà degli astanti; poichè, passato il pericolo e frenate le grida, il primo atto e il più spontaneo in tutti fu un rallegrarsi di cuore, non della sua salvezza, ma del caso che aveva fatto lui in cambio del principe vittima di quell'accidente. — Il buon uomo, è bene saperlo, nelle sue applicazioni filosofiche, cominciava a numerare dalla propria individualità il primo gradino di quegli esseri eletti, a cui è dovuta special riverenza.
I lettighieri, mentre stavano rimettendo il tutto nel primiero assetto, non tralasciavano di dire, parlando tra loro a voce abbastanza alta, quale fosse stata la cagione di quel disordine, e chi la cagione della cagione. Ma Esculapio finse di non intendere, o, sbalordito com'era, realmente non intese; perocchè quando ebbe a parlare di quel fatto (e ne parlò delle migliaja di volte ben più che una) distribuì la ragione e il torto, il merito e la colpa, a modo suo: attribuendo a sè una dose eroica d'antiveggenza e di sanguefreddo, alle bestie una trista natura, ed una più trista ai loro condottieri ignoranti di tutto, fuorchè nel fare il male.
Non è a far meraviglia se poco dopo, invitato a salir di nuovo nella lettiga, che aveva con buon successo dato prova di sè facendo un giro in corte, non accettò l'offerta. Escì dunque dal castello di Campomorto in coda al corteggio, a piedi, come il più umile dei famigliari. E quando ebbe battuto la strada per qualche miglio, spiando il procedere delle bestie; quando, accaldato dalla corsa e dai raggi del sole, ebbe fatto prova, del viaggiare a piedi come un tapino, si rappattumò con qualunque mezzo lo sollevasse da quella noja; quindi anche coi muli e coi loro condottieri. — Ordinò dunque una sosta; ed ascese nella lettiga, dove, se non trovò la dolce beatitudine e la sognata gloria di poco prima, gustò almeno un po' di quiete e di inerzia.
Giunto a Pavia, fece far alto, e discese; dopo due ore di moto passivo, trovò commodo il lastrico delle vie ed opportuno un passeggio per sciogliere le membra indoglite. Bucefalo gli venne ricondotto a casa il giorno seguente. Il padrone, accorrendo a visitarlo nel suo stallino e trovandolo fuor del consueto tondo e lucido di pelo, riconobbe che l'amico non aveva desinato il giorno prima alla solita greppia, e se ne rallegrò di cuore. Ma poco dopo, quando fece appello a' suoi garretti ond'essere condotto per città, s'avvide che ei non poteva servirsi che di tre soli: al quarto pareva che scottasse il terreno. Da quel dì, il vecchio e fido servitore passò allo stato di riposo; conservando lo smilzo onorario di un po' di paglia.
A Campomorto e fra il servidorame del principe l'avventura del medico aveva destato un po' di ilarità. Quella giornata lasciò memoria di sè; e per un pezzo, quando voleva darsi la buona andata a un guastamestieri, gli si diceva — “che tu possa fare il viaggio del medico.„
XLVIII.
Torniamo ancora per poco a Campomorto, dove ci rimangono a compiere due officii; pietosi entrambi, ma di una indole assai diversa. — L'uno ci guiderà ad assistere agli estremi onori resi a Maffiolo, il martire secreto dell'amore di patria. L'altro ci avvicinerà alla sua sventurata figlia, e facendocela vedere sola, piangente, infelice, sveglierà in noi un onesto desiderio di scandagliare quel cuore, per conoscere la profondità della sua ferita. Disponiamoci ad essere compassionevoli, giacchè la sventura ha le sue attrattive e il suo culto. Quando avremo detto l'ultimo vale alla vita che si estingue, consacreremo una parola d'augurio ad una esistenza nuova, che nel dolore rassoda la sua tempra; che per esso attinge un alto grado di maturità e di bellezza.
Quella bufera che sfiorì troppo presto una vita saggia ed operosa, non serbando di essa che il modesto profumo della memoria, quella stessa fè sbucciare anzi tempo un'altra vita, e, nutrendola di dolore, la costrinse a porgere una troppo doviziosa primizia di virtù e di sacrificj: ma ahi pur troppo i frutti precoci annunciano precoce caducità. — Raffrontate per tanto queste due esistenze, l'una che chiude, l'altra che incomincia la sua carriera, dica ognuno se quel ramingo, che, dopo lunghi disagi, rientra nel povero ostello dove attende riposo, non è più invidiabile di colui che n'esce ad un pellegrinaggio pieno di difficoltà, senza guida e consiglio, incerto di tutto, della via fin anco; certo solo d'intraprenderla in un mattino burrascoso?
Il giorno seguente a quello in cui era partito il Conte di Virtù, arrivò Canziana. Tanta era l'ansia d'Agnesina, ch'ella cominciava a divenire ingiusta verso i suoi inviati, tassandoli di lentezza. Ma non appena ebbe notizia del loro arrivo, l'angoscia scemò, o, per dir meglio, cambiò di natura, e fè cessare ogni proposito d'accusa e di malcontento.
La fanciulla corse incontro alla buona donna, e prima di rivolgerle una delle tante dimande che aveva a farle, le gettò le braccia al collo, e vi nascose il volto e le lacrime. — Canziana le rispose dello stesso tenore; e, poichè ebbe lasciato libero sfogo alla commozione, riferì in poche parole l'esito della sua gita, assicurando che tutto, compatibilmente colle circostanze, era riescito bene. A prova di ciò le disse, che ella precedeva di pochi istanti il convoglio funebre: onde Agnesina si dispose a muovergli sùbito incontro.
I terrazzani di Campomorto, conosciuto il pietoso motivo di quell'inatteso apparire della castellana, si univano ad essa, e ingrossavano la schiera della pia processione. — Un religioso silenzio regnava in quella turba; una mestizia profonda, ma non torbida, era scolpita sul volto di tutti. Fino il bisbigliar delle preci era più sommesso del consueto.
Canziana, che nella sua vulgare semplicità possedeva tutte le doti di un'anima gentile, pensò che nessuna cosa avrebbe recato un'opportuna deviazione al cupo dolore dell'orfana, quanto il racconto di ciò che aveva veduto ed operato; racconto non lieto al certo, anzi pieno di acerbe memorie, e, se vogliamo, di dolori, ma sempre più grato del silenzio, che è la pietà degli insensibili e può essere confuso coll'indifferenza. Narrò quindi il disgusto provato al metter piede nella casa dei Mantegazzi; dove, alla santa memoria del giusto, faceva tetro riscontro il sacrilegio degli sgherri di Barnabò, che ne favorivano il saccheggio e la distruzione.
“La casa nostra, — disse ella con quella solita famigliarità onde faceva sue le gioje e le pene dei padroni; — la casa nostra è trattata come roba di rubello; ormai è simile ad un campo mietuto, in cui è lecito a tutti andare alla busca dei rilievi: se vedeste che ruina! le porte sono schiuse, le imposte abbattute, le inferriate storte o svelte.„
Ed era non più del vero: dopo la catastrofe, i birri erano stati i primi ad invaderla, i primi a frugar nei luoghi più riposti, ed a far man bassa su quanto capitò loro alle mani. Intascarono tutto ciò che era, od aveva l'aspetto d'essere di qualche valore: ciascuno trovò il proprio conto; tutti condussero quella maledizione con un accordo degno dell'infame mestiere. Quanto poi avanzò alla loro ingordigia fu abbandonato alla plebaglia che avida, impaziente, inebriata dalla speranza di bottino, si lanciò su quei resti come le belve affamate sopra un ossame.
“Anch'io, ripigliò Canziana, misi il piede in quel luogo di desolazione; e come aveva il cuor gonfio e preparato a un grande accoramento, provai in cambio un più grande conforto nel vedere, che la stanza, in cui giaceva la salma di messer Maffiolo, era stata rispettata. Non già che quelle anime scelerate potessero sentire vergogna o rimorso nel profanare l'asilo di un defunto. — Quando avessero avuto un po' di timor di Dio non avrebbero manomesso la casa e la proprietà di un cittadino. — Sapete voi chi le teneva in rispetto?... Un piccol numero di popolani, armati per verità di tutto punto, ma più autorevoli per la parola, che per la forza. Essi facevano la guardia alla porta della cella mortuaria; a chi chiedeva l'ingresso colla voce, davano buone parole; a chi minacciava, rispondevano colle minacce; ai violenti facevano violenza. — In mezzo a quella buona gente, da cui appresi quanto vi ho narrato, sentii parlare di messere, come del loro benefattore; piangevano essi la sua perdita come voi a un dipresso, o come io; e mi narravano, quasi già non lo sapessi, chi egli era, e come liberale coi poveri e buono con tutti. — Vedete, o madonna, i giudizj del mondo! quei ribaldi del palazzo, perchè hanno una divisa, si chiamano giustizia, anche quando rubano e saccheggiano; mentre quei poveracci che esponevano la vita per quella giustizia, che è la vera perchè non è inventata dagli uomini, sono tenuti in niun conto, e guai a loro, se non s'accontentano dell'interna sodisfazione d'aver operato per bene. Ma io sono certa che anche a voi, come a me, la sollecitudine di quei buoni darà un conforto, che supera la misura del male cagionato dalla perversità altrui. — Qualche volta mi pare (vedete idea strana!) che la persecuzione abbia il suo lato invidiabile; poichè essa ci frutta la benevolenza delle anime oneste....„
Dietro a queste parole della buona donna, poteva la donzella sopportare con minore strazio il doloroso carico che s'era imposto. Il silenzio che ne seguì non era uno di quelli che facevano paura alla timida affezione della governante. Il volto della dolente dava segni non dubii dei buoni effetti delle sue parole.
XLIX.
Su di un carro, parato a nero e condotto da due cavalli colle gualdrappe d'egual colore, si elevava il feretro di Maffiolo ravvolto in un'ampia gramaglia, le cui pieghe erano qua e là rattenute da corone di fiori campestri, improvisate ed appese alla coltre nera lungo la via. Dietro il carro camminava un monaco colla stola bruna, fisso lo sguardo sulle pagine di un libro liturgico. Le sue labra, anche durante qualche momentaneo riposo dal leggere, pronunciavano sommessamente le preci dei morti. Seguivalo una folla copiosa e compatta, ma procedente in buon ordine. La diversità dei tipi che spiccava in essa, attestava che v'erano accorse persone di varie classi. Vi si vedevano dei cittadini in cappa e cappuccio, che avevano vegliato la notte, per non mancare a quell'atto di pietà; giacchè il convoglio staccavasi da Milano un'ora prima dell'albeggiare, onde non dar nell'occhio ai malevoli. Ingrossava la turba nel passare pei borghi e pei casali; dapertutto raccoglieva gente pietosa; benestanti, contadini o poverelli; quali attirati da un sentimento di pietà, quali dalla memoria dei ricevuti beneficii. — Le donne e le fanciulle seguivano a gruppi, e recitavano in comune delle preci, che le prime intuonavano con voce alta, e a cui l'altre rispondevano con un bisbiglio flebile e devoto. I giovinetti si tenevano in coda, onde essere liberi di disperdersi pei campi, a coglier ciclami ed amaranti, e tesserne corone. — Nei paeselli, dove la modesta chiesuola possedeva una o più campane, che era un lusso, al lontano apparire del corteggio, si udivano i tocchi mesti e prolungati del sacro bronzo, che salutavano l'arrivato, e lo seguivano nel suo passaggio; fin quando il villaggio vicino si pigliava alla sua volta l'incarico del funereo annuncio.
Non era la enfatica parola dei pastori, che sollevasse quella gente a tale atto, e nemmanco la tacita opera dei nemici del tiranno che movesse la folla a protestare contro l'iniquo giudizio di lui; era la libera espressione di un sentimento, che trovava eco in ogni cuore, e traboccava spontanea; come spontanei erano il dolore e la riconoscenza. Da quella turba pertanto prorumpeva involontariamente uno di quei giudizj imparziali e solenni, che decretano all'uomo virtuoso l'immortalità del nome ed un tributo eterno d'affetti: ciò che molte volte si chiede invano ai marmi ad alle pompe.
Qui ne cade in acconcio un'osservazione. Le moltitudini di tutti i tempi, (quelle in ispecie dell'epoca di cui favelliamo) sono rese unanimi e compatte dalla stessa ignoranza. Se emerge fra loro uno spirito illuminato, nessuna meraviglia che la parola di uno diventi volontà di tutti. La pretta ignoranza è modesta, docile, riverente; sono le passioni, che la rendono caparbia, presuntuosa, maligna. — Una moltitudine ignorante, ma primitiva, è come un'isola sorta di fresco dal mare, che spetta al primo occupante. Se nessuno la fa sua, essa si matura coi mezzi proprj. E come il suo sviluppo è regolato dalle leggi eterne della natura, che mirano costantemente ad un solo fine, così quella turba, che non subisce dominio d'alcuno, opera e giudica con unanimità di azioni e di giudizj, perchè la ragione spassionata e vergine che regna su di essa è d'egual indole in tutti, ancorchè non sia in tutti valida egualmente. Perciò a conforto dell'uomo troppo presto accusato di una perversità, che non è essenzialmente propria della sua natura, si può asserire, che nei grandi commovimenti le gesta generose sono opera e pensiero di molti; perchè la ragione semplice ed istintiva dei più è buona consigliera: le enormità invece, ancorchè perpetrate da molti, hanno nei colpevoli comune la mano, ma non il concetto, e rimontano ad origine sì meschina ed ignobile, che bene spesso riesce impossibile lo scoprirla. Il bene è operato per slancio e per esempio dei più; il male per macchinazione e per avviso di pochi.
Ciò ne spiega il perchè quella plebe cittadina e campagnuola fosse sì pronta e concorde nel porgere un tributo d'ossequio alla memoria di Maffiolo. In una classe più illuminata d'uomini, presso cui ogni libera espressione dei proprj sentimenti è legata agli interessi di uno stato speciale, prima di gettare una corona sul feretro di quel cittadino, sarebbesi chiesto come egli vivesse non solo, ma come morisse; se in pace o no colle due podestà dominanti; onde il chiamarlo un eroe od un colpevole non doveva dipendere soltanto dal voto libero della coscienza, ma da questa in un coi pregiudizii della casta e dell'educazione; in ossequio quindi al partito cui s'appartiene, ed alle attinenze che torna conto d'accarezzare. È anzi a credere che tutte queste ragioni, deboli ad una ad una, ma potenti se riunite, avrebbero fatto tacere ogni pensiero generoso; sicchè vi fosse più d'uno, che nel cuore lo chiamasse benedetto, mentre col labro lo condannava: perocchè il cuore è tutto nostro, e il labro talvolta crede operare per noi, quando già serve agli altri.
Fra l'infima plebe all'incontro non si levò questione di sorta; non si chiese come finisse la vita di Maffiolo; bastò il ricordare che ella era stata modello di carità e di saviezza. Quel popolo era capace di odio e di disprezzo; ma non sapeva odiare e disprezzare senza una ragione, e meno ancora per forma. Egli non disse: Maffiolo si è tolta la vita; ma pensò ch'ei l'aveva sacrificata per far salvi tanti buoni, come lui; pensò ch'ei non faceva getto di un'esistenza strema ed infelice; ma rinunciava a giorni vegeti e ridenti, all'amore di sua figlia, all'affetto di tutti i buoni....
Se quel popolo avesse torto o ragione non è nostra assunto il ricercarlo. Certo è che ogni anima gentile si sentirà più inclinata a perdonargli questa colpa, se è colpa, che non ad applaudirlo, quando, invaso dalla ferocia degli inquisitori, assisteva con gioja delira allo spettacolo di vedere ardere i paterini e gli scomunicati.
L.
Agnesina si condusse, o meglio si trascinò incontro al corteggio, reggendo gli spiriti colla forza della volontà, e facendo violenza al suo dolore pronto ad erumpere in un pianto convulso. Ma quando vide da lungi la folla, e distinse il carro funebre che la dominava, provò una stretta al cuore sì repentina e dolorosa, che credette morirne. — Una vertigine rapida le attraversò la mente; e, rotto d'un tratto il filo delle idee, vi sparse un bujo improviso. — Non sapeva dire a sè stessa se gli occhi perdevano la facoltà visiva, o se gli oggetti circostanti le si dileguavano dinanzi. Il suolo pareva mal sodo ed oscillante. Mille suoni le ferivano l'orecchio, e vi si confondevano in un tintinnio doloroso. Appena ebbe tempo d'interrogare sè stessa, se il mondo si sfasciava, o se ella moriva. Ma la crisi fu passaggera, tanto che soltanto se ne avvide l'affettuosa compagna, la quale a quel pallore e all'arrestarsi subitaneo, prevedendo che potesse accadere, stese un braccio a sorreggere la dolente, e le disse piano all'orecchio — “coraggio, mia figliuola.„
Agnesina infatti ritrovò sùbito la sua fermezza. Ridonato l'equilibrio ai sensi ed alle facoltà, proseguì il cammino fino ad incontrare il convoglio. Passando vicino al carro, sollevò un lembo del velo che copriva il feretro, lo baciò, e lo inumidì delle sue lacrime; compiendo quest'atto colla sobrietà dignitosa che si addice ai veri e profondi sentimenti. — Quando ebbe raggiunto la folla, volle confondersi con essa; ma la turba riverente le fe' largo; unico atto d'ossequio, che in quel punto poteva essa porgere alla nobiltà della persona e al più nobile prestigio della sventura.
Quando il convoglio giunse a Campomorto, ed entrò nel castello, la corte era stivata di gente come il giorno prima: ma quanto ne era mutato l'aspetto! Quanto è più solenne lo spettacolo del dolore, che non quello del fasto!
Il resto di quella cerimonia seguì così mestamente com'essa era incominciata. Tutto fu decoroso e solenne, perchè tutto era spontaneo; perchè il più bell'apparato consisteva nel numeroso accorrere dei fedeli, nella concorde loro pietà, nell'unanime compianto.
Agnesina, a tante prove d'affetto, sentiva crescersi le forze necessarie per reggere fino all'ultimo. — Vide calar il feretro dal carro e trasportarlo nella chiesuola; assistette alle preci dei sacerdoti e a quelle dei fedeli, vide piovere tre volte sulla bara la rugiada d'acqua benedetta; e coll'occhio e col cuore franco d'ogni umana debolezza, lo accompagnò nell'estremo suo passaggio alla cella mortuaria; davanti alla quale venne per l'ultima volta invocata la requie eterna dei giusti su lui e sulla compagna, che vi riposava da oltre tre lustri.
Ma avviene sovente, che assistendo allo sviluppo di un fatto, di cui è impossibile il non prevedere la fine, ci lasciamo vincere da circostanze, che pure dovevano essere accolte da noi come una conseguenza od un accessorio di quanto già conosciamo. — Così fu questa volta. Agnesina aveva subíto tante e ben difficili prove; e ne era escita trionfante. Da quando ricevette l'ultimo addio di suo padre, tutto in lei e per lei era stato dolore. Eppure superava sè stessa, e al crescere dell'avversità, senza far violenza alla delicata fibra del suo cuore, sapeva rinvigorirlo d'una coraggiosa fermezza. Ma un fatto, a cui doveva necessariamente assistere, il cui carattere speciale era quello d'essere l'ultima parte della mesta cerimonia, le fece perdere il frutto di tanta costanza.
Compiuto il rito, il popolo sfilava dalla chiesuola, e i manuali accorrevano per calare il coperchio dell'avello. Quella operazione produsse sull'animo della fanciulla un effetto non doloroso ma terribile; le parve che una voce spaventevole le annunciasse la inesorabile parola: tutto è finito. — Lo strazio, che ne provò, fu sì acuto e crudele, che non potè sopportarlo: e prima che invocasse un'altra volta l'ajuto delle sue forze, queste l'avevano abbandonata del tutto.
E perchè ciò? Fin tanto che quella spoglia era sotto a' suoi occhi, il pio officio d'accompagnarla, di vegliarla, di pregare per essa era il séguito delle cure affettuose che la figlia prestava al genitore. Quell'avello di marmo chiuso e suggellato dallo stesso suo peso, glielo toglieva per sempre. Da quel punto, ella sentì tutto il dolore d'essere orfana e sola sulla terra. Se nell'estasi delle sue religiose aspirazioni l'aveva per un istante dimenticato, quel fatto glielo rammentò crudelmente. — Questa è cosa che vediamo ogni giorno. Quante persone addolorate, che con pietà pari al coraggio raccolsero l'ultimo respiro di un diletto morente, cadono in un eccesso di dolore disperato, quando l'inerte spoglia vien tolta dalla coltrice, o trasportata dalla casa! Quanti non reggono alla vista di veder buttare su di essa, quasi fosse un oltraggio, la prima palata di terra!
Agnesina fu trasportata priva di sensi nelle sue stanze e deposta sul letto. — Accanto ad essa, coll'amorosa trepidazione di una madre, vegliava la governante; e intanto che faceva prova di cento rimedii, pregava il cielo, e piangeva a calde lacrime, poichè poteva farlo senza essere veduta. — L'ultimo dei farmaci ebbe il merito della riescita; quel merito che a nient'altro era dovuto, fuorchè ad una spontanea crisi indotta dalla robusta costituzione dell'inferma.
Quando Agnesina ricuperò i sensi, il giorno volgeva al tramonto; ma la luce era scemata, non tanto dall'ora tarda quanto da un uragano, che si scatenava improviso e terribile. — Ad un'anima già oppressa da tanti dolori, quello spettacolo era un fatale sopracarico di mestizia. Ma Canziana, nel vedere tornare alla vita la sua diletta padrona, respirò liberamente; e rinviate le lacrime, che da qualche ora trovavano facile corso dal cuore agli occhi, ringraziò il Signore, che aveva esaudito le sue preghiere.
La fanciulla risvegliandosi cercava invano di raccogliere gli sconnessi avanzi delle sue memorie: i sensi, resi più irritabili dal protratto riposo e scossi bruscamente dall'intermittente guizzar del lampo e dal rombo del tuono, non le porgevano alcun ajuto nella ricerca. Colla scorta di quella luce sinistra, vide però chi le stava a fianco, ed alzate le braccia, cercò stenderle verso colei, forzandole ad un amplesso. Lo prevenne la buona donna, e, chinatasi alquanto, raccolse l'affettuosa stretta, dicendo sommessamente e col solito tono di famigliarità:
“Come state, figliuola mia?„
“Ho la testar greve, e confusa: dimmi Canziana, che è avvenuto?„
“I vostri occhi si chiusero.... quando fu chiuso....„ e non soggiunse altro; chè non ebbe cuore di pronunciare la parola.
A questo solo detto, la mente di Agnesina si scosse dal suo letargo; le idee ripigliarono un corso ordinato, sorvolando gli eventi. — In tutta la sua vita Agnesina aveva tenuto in gran conto l'amore della sua governante; operoso e vigile amore, che sapeva trovar sempre il mezzo per conciliare il dovere coll'indulgenza. Ma quanto pronto era il cuore di Canziana a compatire e a perdonare, altretanto il carattere docile e la naturale saviezza della fanciulla lasciavano fin qui inoperosa una sì buona disposizione. A mente scarica, come era Agnese nel seno della sua famiglia, non aveva mai chiesto al cuore di Canziana alcun conforto, come non le aveva mai affidato alcun secreto. — Ora le cose erano mutate d'assai. Quasi non bastasse la terribile sciagura del padre, la fanciulla aveva un'altra spina nel cuore; nè poteva farne tacere il rammarico, nè condannarne le insistenti memorie, poichè quelle due ferite avevano alcun che di comune fra loro; l'una doleva di consenso coll'altra.
Già prima d'ora le cadeva in mente d'aprirsi colla buona compagna. E il prometterlo e l'eseguirlo le parevano la più facile cosa del mondo. Ma all'istante di intonare il discorso, qualche nuovo ostacolo la consigliava a ritardar la confidenza ad altro momento — Tale dubiezza si presentava ad Agnesina come una tacita accusa; invano ella si sforzava di ripigliare la sua ordinaria sincerità; ad ogni istante le sembravano crescere le ragioni per contenerla.