Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 16

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“Perdonate, o Agnesina, egli disse, se ho abusato di questi momenti. Parlare de' miei crucci a voi, straziata da dolore incomparabilmente più grave, fu dal canto mio una improntitudine scortese. Ma vogliate perdonarmi, ve lo ripeto, perchè la mia troppo fervida parola fu consigliata dalla fiducia nuova ed inattesa che provai, entrando in questa casa e vivendo presso di voi. Sì: non vi deve offendere il sentirvi dire, che io ripongo nella figlia di Maffiolo ogni fiducia. Se il mio spirito d'ora inanzi cadrà sfinito, avrò un nobile pensiero da cui ritrarre vita e coraggio. Ma non temete per questo, o fanciulla: io dovrò tutto a voi; voi nulla a me. — Quando sarò lontano e travolto di bel nuovo in quel lezzo, dove tutto è menzogna, io penserò a voi, alle virtù che vi adornano, ai dolori che avete sofferti; e in questi pensieri ritemprerò il coraggio per proseguire il mio cammino, fin dove è la meta segnata da vostro padre.„

“Che Dio assecondi i vostri nobili propositi„ sclamò Agnesina interrompendo quell'ultima frase.

“Dio salvi anzitutto in voi il palladio secreto delle nostre future glorie. Gli amici nostri non avranno inutilmente riposto in me le loro speranze, se alla mia volta anch'io non avrò invano invocato la stella delle vostre inspirazioni. — V'ha de' cavalieri che fanno prodigi ne' tornei, e ne cercano in premio il sorriso della loro dama. Io, per ottenerlo, farò assai più...„

Non bisogna trarre scandalo da tali parole; al dì d'oggi esse suonerebbero come una dichiarazione ardita ed inopportuna. Ma a quei tempi, la cavalleria, piena di generose proteste e di nobili atti di valore fatalmente sprecati in frivole imprese, non era ancora venuta meno nel credito della gente d'alto affare. Il suo linguaggio ossequioso ed audace, cortese e belligero, era proprio di chiunque volesse stare sul fior delle eleganze. Anche una donzella poteva ascoltarlo senza arrossire; molto più, dacchè quei giuramenti di servitù e di devozione cominciavano a prendere il tuono convenzionale d'un complimento.

Agnesina aveva l'animo troppo pieno di emozioni vere ed urgenti per arrestarsi a misurare il peso di queste parole, per solito vuote ed abusate. — Nondimeno le riescivano più del solito gradite, e pel merito di chi le pronunciava, e perchè le porgevano una autorevole conferma di ciò che il cuore aveva già indovinato.

XLIII.

Si parlò quindi di cose indifferenti. — Il conte cercava, fin dove il potesse, di far cadere il discorso su ciò che più gli stava a cuore; la donzella contenevasi alle formole di cortesia. — Operavano come due naviganti che dirigono senza accordo uno schifo su di un placido stagno. L'uno vogava a tutte braccia tentando di volgere la prora ad un punto; l'altro, governando a poppa, con inavvertita manovra lo forzava a tenersi al largo. Ma ciò senza studio e proposito: la nostra fanciulla non era di quelle creature che si adombrano di tutto, e che mettono arte o vanità nel custodire la propria innocenza. Diciam ciò a suo onore: perocchè la vera innocenza non è conscia a sè stessa; e dove sa di esistere, probabilmente non esiste più.

“Io parto — ripigliò il conte dopo un momento di silenzio — ma nel lasciarvi, oltre il dolore della lontananza, di cui vi taccio la misura, sento quello di abbandonarvi qui sola, indifesa, esposta alle prepotenze dei nemici di vostro padre. Non temete voi la vostra solitudine?„

“Credo che nessun soggiorno convenga al mio lutto, meglio di questo, che voi chiamate una solitudine. Qui ho meco le più care memorie. Le memorie sono la prole postuma delle sensazioni spente: esse conservano qualche dolcezza della loro origine. Tra poco una nuova memoria aggiungerò al tesoro delle mie antiche; avrò meco un altr'ospite....

“Un ospite?„ — interruppe il conte con meraviglia.

“Sì, o signore; prima che partiate io volgerò a voi una preghier.„

“Quale?„ — chiese il conte con sollecitudine.

“Quella di voler onorare di una vostra visita le più riposte parti di questo castello. Vi condurrò io stessa nel sacrario delle mie affezioni, là dove dormono da quasi due secoli i miei avi; vedrete l'avello di mia madre, che dimani accoglierà la salma dell'ottimo genitore.„

Il conte non potè, benchè il volesse, frenare un largo respiro, all'udire quelle parole. Che temesse prima, di che poi si rallegrasse, l'indovini il lettore.

“Io sarò con voi — diss'egli — nel porgere un tributo di pietà alle ceneri de' vostri maggiori. — Gli assidui interessi, le passioni compagne di una vita tempestosa, la continua guerra che ferve in me, non mi hanno ancora immiserito del tutto. Io sento vivamente la religione degli affetti; e l'ho più cara appunto perchè un culto libero di essa mi è interdetto. Che io trovi, come voi, dove dirigere il mio cuore, dove aprirlo alla libera effusione dei sentimenti, ed avrò più conforto, che non è d'uopo, per combattere le battaglie della vita. Ma quand'io esca da uno smodato lusso di cose futili, che ormai mi cagiona fastidio, tutto è miseria intorno a me. Cerco inutilmente un volto amico, una mano che stringa con lealtà la mia, un labro meno prodigo di frasi sonanti e più concorde col cuore. Io imploro indarno un palpito, fosse anche di dolore, ma schietto almanco e simile a quello che ora provate voi, rifrugando nelle memorie della vostra vita. Anch'io visito alcuna volta la tomba del mio genitore. Dinanzi alle forme severe di lui superbamente adagiato sul coperchio del suo sarcofago, m'arresto più spaventato che commosso, poichè vedo le sembianze del principe rigido ed inflessibile; non mai quelle del padre amoroso. Vinco la mia ritrosia, e prego, ma non so piangere; vorrei provare pietà, e provo terrore. Quella vista mi ricorda la mia infanzia sfiorata senza gioje, come un piccolo esule sotto lo stesso tetto de' miei parenti. Rammento che le persone mercenarie, a cui venni affidato, s'affrettarono ad indolcire le mie labra infantili col veleno dell'adulazione, ond'io fossi, per opera loro, una primizia di perversità. Rammento che sotto la scorta dei primi maestri appresi i pregiudizii, non le verità della vita; i diritti, non i doveri del principe. — Giovinetto, tutti erano a gara intorno a me per strapparmi una libera confessione di appettiti; e di comandi; bramosi tutti d'essere i primi ad appagarli. — Dolevansi i perfidi di non trovarmi abbastanza imperioso e volubile. Io, infatti, il più delle volte mi mostrai freddo ed inaccessibile alle loro tentazioni; ed è perciò, che fui tacciato d'insipienza. Il mio cuore, che respingeva quell'immondo pascolo, aspirando a gioje più calme, non venne mai interrogato. Seppi d'essere sposo ad Isabella di Francia, quando il rompere o il ritardare quel nodo era cosa impossibile. Da quella principessa ebbi una ricca dote, un illustre parentado; ma affetti e gioje domestiche, non mai. Sontuosissime furono le nozze, come le esequie, quando il cielo a sè la chiamò; ma l'una e l'altra solennità, portò seco ogni traccia di vero e profondo affetto. Povera Isabella! io piansi, vi giuro, la sua sorte, perchè era buona e virtuosa: ma quel pianto è vuoto di memorie; io non vidi nel tristo caso, che la provida fine di una esistenza ancor più infelice della mia. — Ah se il mio dolore avesse potuto, come il vostro, essere accompagnato da qualche cara rimembranza, io sarei felice! — come voi la sarete anche in mezzo alle vostre sventure.... Ma basta o Agnesina; basta: io visiterò la tombe della vostra famiglia, ed invidierò le vostre lacrime....„

Queste parole non cadevano in fallo sull'animo della fanciulla, ancorchè il terreno non fosse preparato ad accoglierle. In faccia a quell'uomo, e dopo quella confessione, ella provò quel tanto di pietà, che è proprio ad ogni animo ben fatto, quando scopre il dolore, là dove credeva trovare una felicità privilegiata. — Più tardi, nella quiete dei giorni successivi, quando nuove disgrazie vennero a scompaginare i suoi progetti, quelle parole ritornarono non ultime nè ingrate alla sua memoria; e a poco a poco pigliarono lo sviluppo proprio al grano di semente, che appunto sotto le brume dell'avversa stagione cestisce, e centuplica i frutti.

XLIV.

Come mai, ci verrà detto, quella fanciulla, riputata un modello di figliale tenerezza, poteva in quel momento associare a tanto e sì recente dolore una pietà d'indole affatto diversa? Come mai il suo cuore, lacerato da una sciagura sacra e solenne, poteva essere pronto ad accogliere una passione nuova e del tutto profana?

Avendo noi dinanzi agli occhi, non un fatto solo, ma tutta intera una vita, ciò che può sembrarci una velleità colpevole, diviene il principio di una passione dominatrice e prepotente, di cui ci è necessario determinare l'origine fin d'ora. Sarebbe stata colpevole Agnesina se, in mezzo al suo lutto, avesse coltivato le trepide speranze di un amore felice; se mentre perdeva il padre, si fosse procurato l'amante. — Ma tale non era il suo pensiero. Ella aggiungeva dolori a dolori. Del suo affetto pel conte, accettava solo quel tanto, che le rammentava essere impossibile ogni legame colla persona diletta. Amava il conte, perchè egli aveva meritato la stima di suo padre. Ma amandolo, si dipartiva da lui per sempre. Non coglieva speranze, ma disinganni; non gioie, ma nuovi dolori.

Noi non accompagneremo il conte ed Agnesina in quell'atto di pietà, che compirono insieme, nel mattino vegnente, come erasi convenuto. — Volendo tener conto di tutti i gradi per cui passarono i sentimenti d'ambedue, ricadremmo in troppe ripetizioni di ciò che si è detto, o non faremmo che dir ciò, che il lettore ha già indovinato.

Agnesina, tutta assorta nel suo mesto officio, pregava genuflessa sui gradini di una tomba. Il conte la sogguardava commosso, e pregava per sè; perocchè credeva, che in quel momento fosse egli il meschino, che avesse maggior bisogno dell'ajuto del cielo.

Era una bellissima giornata, uno di quei dì in cui il creato, mostrandosi in tutta la sua bellezza, infunde una contentezza insolita. Il sole splendeva puro come nel mezzo della state; ma i suoi raggi erano temprati dallo spirare di una brezza autunnale, che ad intervalli scoteva gli alberi, ed inclinava dolcemente le pagliuzze dei prati e i culmi degli arbusti, traendone un armonico mormorio. Il turchino dell'aria non troppo carico, ma diafano e lucente, era screziato a quando a quando da nuvolette, coi bordi dorati, che, ora sciogliendosi, ora cangiando forma, erravano sulla volta celeste quasi a diporto. — Alcuna fiata intercettavano essi i raggi solari, ed immergevano i campi in una vasta penombra, per render loro più magnifico, pochi istanti dopo, il ritorno della luce. — La campagna non aveva esaurito la sua forza produttrice; il verde degli alberi non deciso e smagliante come all'erompere della novella vegetazione, non arido e scolorito come durante l'estate, brillava vivace e vario: dove additando il completo vigore di una madre ancora feconda, dove la languida maturità di quella, che ha dato frutti recenti, e sta ristorando le forze. — In pieno una natura viva ed operosa, quella che meno obedisce all'arte imitativa, e che è più grata al nostro cuore: sopratutto se, dopo aver vissuto lungamente tra le mura di una città, esciamo dall'abitato per contemplare nel cielo, nell'aria, nei campi, l'opera ancora vergine del creatore.

Quella giornata era assai propizia al viaggio del conte; troppo propizia, direm noi; poichè egli avrebbe accolto di buon animo qualche pretesto che gli concedesse l'indugio d'un altro giorno. — Ma con quel sole, con quell'aria tiepida e mite, non v'era scampo; bisognava accogliere l'insolita pompa della stagione come i convenevoli di un amico, che vi saluta per congedarvi.

Verso il mezzodì, la corte del castello era tutta gremita di gente. All'intorno i terrazzani, accorsi a vedere il ricco convoglio del signor di Pavia, si distribuivano in gruppi, favellando sommessamente tra loro, ed additando or questa or quella meraviglia, con quell'aria attonita propria de' contadini, cupidi di assistere al fasto altrui come ad una scena di cui si brama essere spettatori e non attori. — Chi guardava con meraviglia un branco di cavalli impazienti e quasi feroci, tenuti a mano da garzoncelli che, colla voce e con qualche strappata di morso, li rendevano docili e mansueti. Chi ammirava il bagliore delle catenelle, dei fibbiagli, delle lastrine ond'erano cosparsi i fornimenti delle cavalcature, e, pigliando per oro ogni lucicchio, studiava indovinarne il valore raffrontandolo a quanto v'era di più prezioso nella stalla, o sul granajo. Le donne poi stupivano alla bella tenuta dei paggi, che sembravano la viva riproduzione dei cherubini dipinti nella chiesa: e, al vederli così lindi e gentili, pensavano forse che in simili creature tutto fosse perfetto, anche il cuore; e sbagliavano, le poverette; sbagliavano assai più dei loro compagni, che credevano oro ogni cosa che ne avesse il colore. Pei fanciulli poi era una cuccagna, una felicità tutta nuova. Meravigliavano essi, non tanto per l'apparato di quel corteggio, quanto per le mille inezie mai più vedute, di cui ignoravano l'uso e perfino il nome. Coll'occhio fisso e coll'indice teso, le accennavano ai compagni; e mettevano grida di gioja guizzando qua e là fra la gente e fra i cavalli; sordi alle chiamate delle donne, e docili solo alla minaccia di qualche tiratina d'orecchie del tardo, ma inesorabile massajo.

Era bello quel riscontro tra il lusso arrogante di un corteggio da principe, e la miseria succinta di quei poveri contadini; era bello artisticamente, e moralmente fecondo di una salutare lezione; giacchè ogni uomo, senza essere filosofo, avrebbe detto che quelle meravigliose assise pesavano indosso a chi le portava, come le cappe di piombo degli ipocriti nel divino poema; onde quei visi imbronciati, e quell'aria di noja e di stanchezza. Mentre la vispa allegria dei contadini sembrava tenere in credito la povertà; quasi che in loro fosse scarsezza di tutto: di beni, quindi, come di mali.

Nel mezzo della corte, i valletti avevano condotto le cavalcature, schierandole nell'ordine prescritto dal cerimoniale di partenza. — Ad un drappello di soldati venuti da Pavia, seguiva una doppia fila di paggi e di scudieri; e dietro esso la lettiga del principe. — Consisteva questa in una portantina coperta da un cielo di stoffa azzurra, con all'ingiro bandinelle ornate di frange e pendagli. Due stanghe la serravano ai lati, sporgendo davanti e nella parte posteriore quant'era necessario per caricarle sulle groppa di due mule; e s'affibiavano col mezzo di corregge al sellino del fornimento. — Le bestie difilate procedevano l'una sui passi dell'altra; ma la studiata misura dei cignoni e l'elasticità delle stanghe dovevano cangiare l'incommodo ambio in un ondulazione piacevole. La lettiga, addobbata nell'interno di seta turchina, con gli appoggiatoj imbottiti e i cuscini di piuma, era quasi una piccola cameretta, entro cui, tirate le cortine, poteva un uomo star seduto o coricato a suo piacere.

Quando il conte accompagnato da Agnesina si mostrò sulla porta del vestibolo, che metteva agli appartamenti terreni, cessò quel gridío: un bisbiglio generale, un volgere di teste, un trarre di berrette salutò la coppia. — I più avevano gli occhi sul principe, e miravano con curiosità rispettosa quel volto nobile e severo, la cui pallidezza attestava le non vinte sofferenze; e nel cuore dei riguardanti, quell'aria mesta era la più calda raccomandazione alla generale simpatia; perchè la credevano effetto dei pericoli corsi nel salvare la vita ad una povera creaturina. Altri, i più accorti e quindi i meno numerosi, non potevano stancarsi di guardare Agnesina, e dicevano dentro sè: che non era mai sembrata loro così bella come in quel dì. Vi fu taluno che pensò, poi disse: che Agnese colla sua statura svelta, col suo portamento da regina, quando apparve sull'alto della scala, cedendo in modo assai aggraziato la destra mano alla manca del conte, non sembrava la castellana, ma la principessa.

Chi fosse stato vicino alla coppia illustre e avesse voluto tener conto soltanto di ciò che entrambi dicevano, non avrebbe penetrato il misterioso legame. Più facile era l'indovinarlo dall'imbarazzo, dal silenzio, dall'interruzione delle parole, sintomi certi delle forti passioni. — Le frasi che il conte volgeva alla sua ospite, non diverse delle tante che, altre volte, ne' discorsi familiari le aveva dirette, erano improntate sempre di quella cortesia affabile e squisita, che negli ordinarii convegni, soverchia il cuore; ma in questo punto il labro mentiva per difetto; ogni parola era l'eco troppo debole, e quindi men vero, degli intimi sentimenti. Se non che la parola, rattenuta per proposito entro i limiti di una riservatezza quasi austera, era proditoriamente amplificata dal tono con cui veniva emessa; perchè ben di rado, o mai, la più rigida virtù riesce a farci padrona della voce. È possibile il dissimulare, il volgere il discorso a cose frivole e straniere ai nostri interessi; è possibile il tacere o il mentire, ma non lo è il dare alla voce quella tempra di ingenua franchezza, che simula indipendenza o vacuità di cuore. Per la qual cosa, mentre il conte ed Agnese giungevano a nascondere il loro secreto alle investigazioni dei cortigiani, l'uno lo confidava all'altro, in modo più solenne, tacendo: le reticenze, e le studiate parole fecero l'effetto di una sincera confessione, alla quale gli sguardi e qualche sospiro aggiunsero piena testimonianza.

“Mia gentile ospite — aveva detto il conte, nel metter piede fuor degli appartamenti, ed avviandosi al luogo di partenza — eccomi ad un momento doloroso. Un congedo cagiona sempre gran pena al cuore.„

“È vero; ci duole assai alcuna volta il rompere le care abitudini, il tornare allo squallore dei tempi andati.„

“Ciò non accadrà di voi; lo squallore del vostro castello vi deve tornar caro; voi qui avete l'assoluta padronanza di voi stessa.„

“Sì, o Signore, amo la solitudine, ve lo confesso; e forza d'uomo non mi staccherà da questo luogo dove ho tanto amato.... almen qui potrò....„ — le parole furono interrotte da un sospiro.

“Non mi è dunque lecito sperare di vedervi una volta a Pavia?„

“No, mio principe; perchè ciò vorrebbe dire che una nuova sventura mi scaccia dalla mia casa. Voi non lo vorreste.„

“Ma se alcuna volta desiderassi vedervi?„ — soggiunse quasi timidamente il conte.

Agnesina non rispose.

“Io non oserò certo accostarmi più al vostro castello, se dubitassi che la mia presenza fosse discara alla sua nobile abitatrice.„

“Può essermi discaro, o principe, l'onore d'accordarvi ospitalità?„

“O Agnesina!„, sclamò involontariamente il conte con uno di quei vocativi accusatori.

La fanciulla non levò il capo su lui, e pur s'accorse d'essere investita da uno sguardo, che aveva il valore della più libera dichiarazione. Ma il conte ripigliò súbito la parola, quasi volesse rompere l'incanto di un involontario moto dell'anima.

“Quando il principe esce dalla casa di un suo vassallo, da cui ottenne le migliori prove di fedeltà, egli suol dargli licenza di chiedere una grazia. — Tale è il costume della mia corte. — Ora nel momento di abbandonare questo soggiorno, il Conte di Virtù interroga la nobile castellana: avete voi qualcosa a dimandargli?... Qualunque essa sia, si reputerà felice d'assecondare la vostra preghiera.„

“Mio principe — rispose la donzella, alzando questa volta su lui gli occhi senza temere di mostrarli umidi di lacrime — ricordatevi di mio padre e delle sue parole....„

“Vi giuro che non le dimenticherò per tutta la vita„ — soggiunse il conte con franchezza; e intanto stese la mano a cercar quella d'Agnesina, che strinse cortesemente. Fu in questo punto che la coppia si presentò allo sguardo dei curiosi, nella corte d'onore: e fu sotto l'impressione immediata di tali parole, che brillò sul volto d'entrambi quell'espressione di melanconica dolcezza, che non sfuggì nemmanco agli occhi di quei vulgari osservatori.

XLV.

Sull'orlo della gradinata, da cui si dominava quella moltitudine d'uomini e di cavalli, divisa, nel modo che il lettore già conosce, il conte ravvisò la lettiga, che, dietro ordine del medico, era stata spedita da Pavia pel suo trasporto. Accorreva egli stesso l'Esculapio, poichè dove tutto già fosse in ordine, ei pur voleva aggiungere del suo; e, per non starsene colle mani a cintola, s'affannava a disfare ciò gli altri avevano fatto. Perciò in attesa del principe, rimproverava i lettighieri pel modo con cui avevano caricata la portantina; e qua faceva stringere le cigne, là allentar le tirelle, accompagnando ogni atto manuale di coloro con un crollar del capo in aria di compassione; cui i lettighieri rispondevano sotto voce con qualche bestemmia. — Assestato il tutto a modo suo, raccomandò loro la prudenza, e cent'altri riguardi da mettersi in pratica in quella spedizione. — “E guai a voi, disse egli alzando il dito in tono di minaccia, se oserete far levare il trotto alle bestie; chè ne andrebbe in pericolo la salute del principe.„ — Il quale avvertimento era dettato da zelo pel suo padrone, e più ancora da carità verso sè stesso; poichè l'onore di cavalcare al fianco della lettiga principesca voleva questa volta goderselo a tutto agio.

Quando apparve il principe, gli andò incontro; e fu accolto per verità come un mal capitato. Alla vista di colui, che per zelo della sua carica gli offriva il braccio a discendere, il conte balzò con tutta agilità dalla gradinata, e si perdette fra la calca de' suoi scudieri. — Quivi, senza molto riflettere, tolse dalle mani di un paggio le redini di uno de' più focosi giumenti; in un salto lo cavalcò, e stringendolo ai fianchi coi ginocchi, lo spinse corvettando fuori di quella pressa, lasciando dietro a sè una doppia fila di visi attoniti. Dall'alto dell'arcione potò girare l'occhio indietro, vedere Agnesina, fissarla, avere da lei in ricambio uno sguardo, più del solito, fermo e penetrante; indovinarne la sorpresa, l'affetto, la commozione. Lesse sul volto di lei la storia de' suoi secreti; misurò la profondità de' suoi dolori; comprese che in quel mistero di gioje e di lutti egli aveva la sua parte, e non l'ultima. Quello sguardo dava compimento alle frasi interrotte, a tante reticenze inesplicabili, ai molti sospiri.

Anche Agnesina, dal canto suo, pensò e concluse allo stesso modo. — Se il dolore era troppo vivamente scolpito sul suo volto, ella non studiò in quel punto di mascherarlo; la gente, che s'aveva attorno, fosse anche la più maligna, non era autorizzata a crederlo effetto d'altro male, fuorchè di quello recente e gravissimo che ognuno conosceva. — Se poi il conte indovinava, che con esso era confuso qualch'altro sentimento, poteva dolersene Agnesina? Poteva ella accusare sè stessa se la verità si faceva strada da sè in quel momento, a dispetto d'ogni volere e d'ogni proposito?

Quello sguardo fu pertanto il passo più ardito di quanto osassero i due amanti nel tempo della loro vicinanza. Le parole non erano mai uscite dal labro di chi le pronunciava, senza subire la censura della ragione; gli sguardi, da persona a persona e troppo da vicino, solevano essere brevi, interrotti; quindi timidi e di ambiguo valore. Questo solo accolto e ricambiato da lungi, lanciato e sostenuto senza esitanze, era una schietta confessione degli interni sentimenti; era la proposta di un patto che ambedue offrivano ed accettavano con gioja.

Quando il corteggio s'avviò, la folla non potè contenersi più a lungo nel rispettoso silenzio serbato fino allora: e varie grida proruppero dalle diverse parti della corte. Vi facea coro la folla sclamando: “Viva il Conte di Virtù; Dio lo benedica.„