Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 15
“Il Conte di Virtù fonderà la sua potenza sur un falso giudizio del mondo. L'errore giova a noi, come a lui. Lasciamo adunque che si proclami la sua inettitudine, la sua timidezza. Noi ebbimo prove, che egli nutre una nobile ambizione, e che destreggia abilmente le sue e le nostre sorti. — Noi gli cercheremo leggi ed armi; egli gradirà d'essere principe e non tiranno.„
Il conte (convien dirlo) leggeva tali parole con una ingenuità disinvolta, come se si trattasse di persona estranea. Nel cuor suo rallegravasi d'avere degli amici; dolevasi forse d'essere troppo presto conosciuto. Assai più commossa era Agnesina nel comprendere che l'uomo da lei amato era degno della stima di suo padre. Ciò la confortava, come un'indulto ad ogni colpa; se pure poteva esservi colpa nel suo cuore. Il conte continuò la lettura.
“Ora preparati, o Agnese mia, a veder rovesciate tante belle speranze; preparati ad udire la deplorabile fine di così nobili progetti. — Le fiere assalgono ed uccidono per sè; non ve ne ha alcuna che usi della sua forza per offrire ad altra lo spasso di una carneficina. — L'uomo arriva anche a ciò. Egli è crudele non per sè, ma per piacere agli altri.
“Fra gli amici nostri s'introdusse destramente un traditore. Volle fortuna che io lo abbia riconosciuto sùbito, tanto che offrendogli me stesso, potessi salvare i miei compagni. Lo sciagurato fu lieto della scoperta; portò il mio nome al palazzo di Barnabò, ed ivi svelò il nostro secreto. Svolto un filo di esso, riesciva facile il conoscerne il piano, l'estensione, e il nome de' suoi custodi.
“O Agnese mia, che doveva fare l'onest'uomo in sì difficile momento? Egli è vero, che i miei compagni avvisati del tradimento erano scomparsi, e che i nomi loro, dispersi nell'aria dai vortici delle fiamme, sfuggivano alle ricerche de' nostri nemici. Ma una vittima rimaneva nelle mani del traditore, e questa poteva, suo malgrado, consumare il tradimento. — Sai tu che avrebbero fatto i giudici di Maffiolo Mantegazza? Sai che cosa è la tortura? Vi è un secreto che sopraviva al delirio ed alla pazzia?
“Quando, o mia diletta, io t'insegnava che la patria e l'onore ci possono chiedere il sacrificio di ciò che abbiamo di più caro al mondo, io non ti fui maestro di vane dottrine. Erano sacri ed eterni precetti, che l'uomo deve coltivare nascostamente nel suo cuore mentre la vita è calma e severa, perchè s'abbia da essi conforto e coraggio quand'essa diviene procellosa. — Guai a colui che consiglia colla voce, e non ammaestra coll'esempio!... — Ma chi avrebbe detto mai che que' severi insegnamenti dovessero chiederci sì presto un sacrificio?
“La sicurezza de' miei amici e quella della patria nostra dimandavano un eterno silenzio a quell'uomo che tremava di sè sotto il carico di un secreto di sangue. — Io obedirò alla chiamata: i giudici invano tenteranno di interrogare Maffiolo; egli sarà muto.... M'hai tu compreso, o figlia?
“Niuno più di me deplora quel fatale acciecamento che spinge l'uomo ad abbandonare la vita quando i suoi lacci gli diventano troppo gravi. Io lo chiamo codardo colui, come il soldato che depone le armi, e diserta alle file perchè ha il nemico di fronte e la battaglia vicina. Egli manca a Dio, sciupando il più prezioso suo dono; egli manca agli uomini, di cui doveva essere compagno nel pellegrinaggio sulla terra.
“Ma tale accusa non ricadrà mai su tuo padre, poichè egli, raccogliendo in sè l'officio del giudice ed il carattere della vittima, non è più libero. La severità di quello sarà temperata dalla mansuetudine di questa. Simile al guerriero, che, avanti a tutti, corre all'assalto e ad una morte certa, egli potrà dire spirando d'aver salvata la vita di tanti prodi. Se Dio mi chiederà conto della mia prodigalità, io accennerò a mia discolpa i nomi di tanti fratelli, sposi o figli o padri, al par di me adorati e felici, che ancora vivono, perchè io più non esisto. È egli possibile che le loro benedizioni non sieno bene accette al Signore?
“Poni, che tuo padre pensando a te e alle inenarrabili dolcezze che tu gli prepari, vacillasse nel suo proposito. Fra un'ora il carcere, dimani i tormenti, diman l'altro il patibolo spezzerebbero con pari violenza il nostro legame. Ma tu, prima di piangere in te l'orfana derelitta, piangeresti, ed a più calde lacrime, la triste novella, che l'uomo fermo vacillò, che il cittadino libero garrì dall'infame cavalletto a beneplacito de' suoi carnefici; che per lui e per poche ore di vita, cento famiglie sono immerse nel lutto, e riempiono le carceri, o si disperdono nell'esilio. — Tu, degna mia figlia, che sai essere l'onore più prezioso della vita perchè l'uomo disonorato è inerte e fracido come un cadavere, tu non vorresti riavere tuo padre a sì ignominiosa condizione.
“Addio dunque mia dolcissima figliuola: rammemora spesso e con temperato dolore il non del tutto infelice tuo padre: e scolpisci nel cuore queste ultime sue parole. — Abbandona la sventurata nostra città; compiuto il sacro debito di riunire la mia salma a quella di tua madre, ritìrati nel castello di Campomorto, ove un tesoro d'affetti e di memorie ti renderà meno grave la vita. — Ivi sarai l'erede della pietà dei nostri avi; soccorri al povero, e sii ospite generosa a chi fugge l'ira dei tiranni. Non chiedere vendetta, ma persevera nella via della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta. — Se un giorno diverrai madre, possa tu essere felice ne' tuoi figli, come io lo fui in te. Allevali nel timor di Dio e nella carità verso la patria; e quando essi ti chiederanno che avvenne dell'avo, dirai loro egli vi ha abbandonato troppo presto, ma il fece per legare ai suoi figli il più ricco tesoro: il patrimonio dell'onore.
“Addio di nuovo, mio angelo. Io invoco su te la benedizione del Cielo; e m'addormento in un tenero abbraccio che t'invio dal fondo del cuore, per risvegliarmi lassù, dove un giorno ci rivedremo.„
XLI.
Povera Agnese, povera fanciulla!... Ella provava un accoramento straziante, uno spasimo senza tregua, un coltello nel cuore, ma non un dolore disperato. La donzella aveva perfettamente compreso la grande idea di suo padre. — Nella sua morte stava il trionfo della austera virtù del patriota e lo smacco de' suoi nemici. Ella lo piangeva come si piange il soldato morto sul campo. — Perchè questa nobile rassegnazione non sembri nè nuova nè romanzesca, chiedete ai parenti orbati dei figli, alle spose vedovate dalla guerra, se non è consolante il pensiero, che i loro cari perirono pugnando per una nobile causa!
Durante il corso di quella lettura due sentimenti diversi, se non opposti tra loro, si disputavano l'impero sul cuore della fanciulla, e svelavano le vicende di quell'interna lotta sui tratti del suo volto. L'uno era un sentimento egoista e tenace de' proprii interessi che reclamava agli uomini ed a Dio la vita e l'affetto di suo padre: l'altro, il nobile orgoglio di potere col sacrificio e col dolor rassegnato cooperare alla grande impresa del più nobile fra i cittadini. Quello chiedeva lacrime e sospiri; questo si velava sotto le apparenze di un contegno austero, che avrebbe potuto sembrar freddo, se non fosse stato sacro e sublime.
Asserendo che in quella lotta prevalse quest'ultimo sentimento non vorremmo per certo accusare Agnesina di poco amore verso suo padre. — Le strida ed i contorcimenti spesse volte sono come certi acquazzoni che riconducono tosto il bel tempo. Che se al dolore di donna convengono lacrime e singhiozzi, al cuore d'Agnesina non disconveniva in quel punto l'armarsi di una forza virile, per serbare contegno in faccia al conte; libera poi d'erompere nelle più vive manifestazioni del dolore, quando sarebbe sola. Oh allora l'infelice non fu avara di lacrime!
Anche nell'animo del conte quello scritto aveva operato un grande rivolgimento. — Se vi era necessità d'altri fatti per rassodare in lui lo sdegno contro Barnabò, questo sarebbe stato il più grave ed efficace. È impossibile ottenere un equa valutazione delle opere altrui da un giudice che non ha libero il cuore. Egli non sa, o non vuole, o non può, riconoscere le nude intenzioni e le cause prime, che generarono un fatto, per misurare quanto è dovuto di censura e d'indulgenza al suo autore. I risultati, ancorchè impreveduti, temperano od aggravano suo malgrado la colpa. — Il conte pertanto vedeva nella morte di Maffiolo non la salvezza di un secreto importantissimo, ma la perdita di un amico, la sconfitta di un partito, il ritardo delle sue vittorie. Quello scritto gli faceva conoscere l'importanza dell'amicizia di Maffiolo, il numero e la potenza de' suoi seguaci; ma solo per fargliene deplorare la perdita. Considerava infine, e non senza gravissimo rammarico, la desolazione e l'abbandono di Agnesina e la sua vita minacciata dal soverchio dolore: tutto ciò rimpiangeva quale cagione d'altri inevitabili mali. — E come colui, che dopo aver veduto poggi e campi devastati da una fiumana, risalendone il corso fino alla fonte, la maledice ancorchè placida; così, ed a più forte ragione, il conte, rimorchiando le sue ire su quel corso di sventure, ne riconosceva la malefica sorgente in Barnabò, ed imprecava contro di lui.
Però, come altra volta si è detto, la sventura esercita sui cuori gentili un'azione depuratrice. Per essa l'uomo diviene giudice meno parziale dei proprj sentimenti; apprende a farli tacere se meno onesti; a moderarli se intemperanti. — La catastrofe, che abbiamo narrato, produsse appunto tale effetto sull'animo del conte. Se il suo amore per Agnesina, prima di conoscerne la disgrazia, era tale che poteva, in mezzo agli ozii di una beata tranquillità, trarre con sè le funeste conseguenze di una passione; nella sventura si rassodò, si rese puro, assunse il carattere di un affetto sacro e soave, docile alla ragione, cupido solo di giovare, nel senso più saggio della parola, alla persona amata.
Altro effetto produsse sulla buona Canziana. Non aveva ella bisogno d'apprendere ad amare la sua diletta fanciulla. Quando fu chiamata ad ascoltarne la disgrazia, ella accorse co' suoi presentimenti, e pur troppo questa volta li trovò soverchiati dalla realtà. Il racconto la colpì sulle prime come una scarica elettrica, che ottunde la ragione, e genera un'attonitaggine più strana che dolorosa. Udiva le parole del narratore con una fisonomia istolidita dalla sorpresa, e le frammezzava di interjezioni tronche e pietose, ma quasi insulse. Nell'ascoltare la storia di tante ribalderie e di sì grande virtù, ella sclamava inconsapevolmente: — “O Madonna santissima, che sento io mai!... possibile?... o che furfanti!... o che uomo eccellente! Dio abbia pietà di lui, di loro, di noi!...„
Ma quando s'incontrò con Agnesina, e conobbe il suo stato, riebbe tutto il suo senno. Non tentò già di consolarla, poichè la più eloquente parola in quella piena d'affetti sarebbe stata una nullità od un inciampo; ma l'accolse al suo seno, e, tacendo, le infuse quella dolcezza ineffabile, che noi proviamo quando ci è dato piangere tra le braccia di una madre.
XLII.
Era necessario provedere a che nuovi guai non si aggiungessero alle già troppe sventure. — Un lungo tempo speso in parole ed in lacrime poteva far perdere l'occasione di portare qualche lieve rimedio ai mali passati.
A ciò provide il conte. Stabilì che Canziana in quello stesso giorno si recasse a Milano per dare le opportune disposizioni onde fosse rispettata ed obedita l'ultima volontà di Maffiolo. La donna di tutto buon grado accettò l'incarico, senza che la sua istintiva prudenza le facesse scorgere alcun pericolo. Il conte nullameno ordinò che il più fido de' suoi servi l'accompagnasse.
Quanto a sè, pensò di non protrarre il suo soggiorno a Campomorto oltre quel breve spazio di tempo che era richiesto da un giusto rispetto verso il dolore d'Agnesina. — Le sue forze erano abbastanza rifatte: quanto gli rimaneva a desiderare per chiamarsi perfettamente guarito, l'otterrebbe poi: dopo ciò che era accaduto, un'ora d'ozio gli cagionnava un rimorso.
Due giorni dopo, entrato il dolore d'Agnese in una fase più tranquilla, il conte inviò all'appartamento di lei uno scudiero, perchè le chiedesse licenza di visitarla; al che, la donzella rispose affermativamente. Altre volte, pensando che era sola, avrebbe ella forse trovato il mezzo di evitare un ritrovo. Quel dì non le passò per la mente alcun dubio: trattavasi di persona che aveva meritata la fiducia di suo padre. — La sventura d'altro canto eguaglia ogni disparità; quando essa scende improvisa anche fra gente straniera, assai spesso la ravvicina, e la stringe in un nodo che di rado e difficilmente si scioglie.
Il conte non a capriccio o per vana pompa aveva indossato le insegne della sua dignità; un abito cioè di sciamito, ed una sopraveste di velluto soppannato d'ermellino, colla collana d'oro sul petto. Era ben giusto che in quel giorno non l'ospite ma il principe rendesse omaggio alla figlia del suo più fido alleato, e che davanti alle virtù di quella nobile famiglia s'inchinasse la dignità del Sovrano. Pensò, poscia, che quanto recava impaccio alla più libera effusione dei cuori, varrebbe a mantenere fra loro quella giusta distanza, che il conte voleva serbare; non per sè, ma per rispetto alla virtù ed alle sventure della fanciulla. Del resto ogni cautela era soverchia; poichè quegli che sente sfiducia di sè, suole quasi sempre trovarsi nei momenti difficili al di sopra dei proprii timori.
Quando il conte varcò la soglia dell'appartamento di Agnesina, vide che essa accorreva ad incontrarlo. Lo stato di abbattimento, in cui era caduta durante quelle lunghe e fatali giornate di solitudine, le aveva aggiunto nuova bellezza. L'espressione delle sue vive sofferenze, facendosi strada attraverso al languore che segue indispensabilmente una crisi, appariva sul suo volto come testimonio di un cuore forte, ma, più ancora che forte, sensibile. — Non era l'eroina di due giorni addietro; era la donna appassionata che soffre, piange, e cela, per quanto il consentono le forze, l'attrattiva delle sue lacrime. Se è vero che nelle grandi passioni l'anima ci si dipinge sul volto, diremo che, in mirar quello di Agnesina, bisognava esclamare “ecco l'angelo del dolore„.
Il conte, nell'entrare in quell'atmosfera satura di sospiri, non sentì aggravarsi il cuore; ma provò essere cosa dolce il potersi chiamare debitore verso una sì adorabile creatura. — In cima alle visioni di grandezza e di gloria, che erano state l'anima di tutta la sua vita, ei da quel punto collocava Agnese, figlia ed erede di colui che, prevenendo i suoi disegni, ne suggellava l'esordio col sacrificio della vita.
Quando furono vicini, il conte stese la mano alla fanciulla; che le porse la sua timidamente. E poichè le leggi della convenevolezza permettevano ad un cavaliere di non abbandonare la mano della sua dama, finchè non l'avesse condotta a sedere, egli se ne valse, mantenendo però tutto il riserbo della più squisita urbanità.
Postisi a sedere, gli occhi loro aprirono il dialogo, specchiandosi gli uni negli altri, e traducendo in isguardi pieni di pietà e d'affetto quelle frasi, che il cuore suggeriva, e che il labro non sapeva o non osava ripetere. — Si venne poscia alle consuete formole di pulitezza, che dicono troppo e non hanno alcun pregio fra gli indifferenti; ma che fra persone amanti, riacquistano il pretto valore della parola; anche quando servono soltanto a riempire un silenzio, di cui l'occhio abusa per farsi rivelatore dei moti del cuore. — Le prime parole furono spese nel chiedersi conto a vicenda della salute: intorno a che ognuno disse meglio che il vero. — Le tracce di una malattia non del tutto vinta si erano approfondite sul viso del conte in seguito alle emozioni di quei giorni. Agnesina se ne avvide, e se ne dolse; ma finse di accogliere come veritiere le assicurazioni di un completo ben essere che il conte le diede; ed alla sua volta, parlando di sè, non fu più schietta.
Si parlò quindi della vicina partenza del conte; e questi ne addusse i motivi. — “È tempo, disse egli, che io ritorni alle mie cure; vi accerto che ne riporto meco alcune, che mi stanno assai vivamente a cuore„.
“Credete voi, soggiunse Agnesina, d'essere in istato di affrontare il disagio del cammino?„
“Troverò la forza nella certezza di trarre buon partito dalla mia presenza in Pavia.„
“Io non insisto, o signore, nell'offrirvi una più lunga ospitalità. — Tralascio di dirvi: ricordatevi di Campomorto. È impossibile che non conserviate di esso delle rimembranze.„
“Ahi! troppo funeste; ma incancellabili. — Eppure se la sorte mi facesse àrbitro di scegliere, preferirei ancora e sempre il lutto del vostro castello allo splendor della reggia.„
Agnese chinò l'occhio a terra con una modestia sì gentile, che fe' coraggio al conte di aprir meglio il suo cuore.
“Permettetemi, o Agnesina, che io deponga una volta il linguaggio del mondo, per dirvi che qui appresi quello che in un'intera vita consumata tra le spensierataggini della corte, non avrei nemmeno osato sognare. Questo non è il momento delle adulazioni, credetelo. — Un'omaggio alla virtù, tanto più bella quando sventurata, è debito d'ogni uomo; — Avete voi fiducia in me?„
“L'ottimo mio padre mi impose d'aver fede in voi, mio principe.„
“Grave carico ho assunto, da che conobbi la mente del vostro genitore. — Egli insegnò a tutti, come si serve alla patria.„
“Sì, o signore; io sola sono in grado di misurare quanto sia stato grande il suo sacrificio...„
“E il vostro, o Agnese?„
“Non parlate di me; io piansi e piango troppo.„
“Ma quelle lacrime sono per voi l'ultimo atto di carità verso la patria. Voi chiudete la serie delle vostre nobili azioni, quand'io mi dispongo ad incominciarle. — Vostro padre mi designa a grandi cose: egli mi dimanda un miracolo.„
“E voi l'opererete. Mio padre indovinò il vostro pensiero, e lo prevenne. Il nobile coraggio che lo trasse a tanta prova gli venne infuso da voi. In voi sta la speranza dei buoni cittadini, che amano la libertà della nostra patria, e che ne attendono il ritorno„.
“Tutti ripetono questa parola, libertà; tutti l'hanno nel cuore, ed a ragione. Bisogna esser stati servi per conoscerne l'immenso pregio: ma lo sperare vicino il suo ritorno è follía. Il male ha troppe radici perchè possa essere guarito sì presto. Ricordate ciò che disse lo stesso Maffiolo: gli uomini insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda. — Ponete mente a questo nostro paese. Morto il signore di 18 città, i tre nipoti ne fecero a brani il patrimonio, come le fiere affamate lacerano l'unica preda. — Accadrà lo stesso alla morte di Barnabò. I suoi trentadue figli aspettano che egli chiuda gli occhi, per fare a pezzi lo stato, e dividersi tra loro le pecore dell'armento paterno. — Questa suddivisione ripetuta all'infinito ci dovrebbe ricondurre a quei tempi, in cui ogni uomo era sovrano e suddito di sè stesso; ma se ciò avvenisse questo popolo di padroni sarebbe ad un tempo una turba schiava; perchè l'autorità sua, grande o piccola che essa sia, è sempre parte di un potere assoluto e tirannico — Se un oggetto derubato viene diviso fra mille o fra cento mila ladri, il possesso di quel piccolissimo valore non è per questo meno illecito. — Camminando di questo passo noi dunque ci discostiamo sempre più da quell'unica via, che ci può ricondurre a sperare, se non ad ottenere prontamente, la vera libertà. — Bisogna tornare indietro; forse i posteri renderanno grazia a colui, che riassumendo in sè solo le pretensioni di cento tirannelli, farà delle loro usurpazioni un unico patrimonio, de' loro soggetti un unico popolo. — Tale, o Agnesina, è il mio pensiero.„
“Quanti pericoli incontrerete voi nella vostra impresa! Quanti nemici!„
“Qual è quel ladro che non chiami tristo case l'essere derubato? Forse un giorno si dirà lo stesso di me; tutti crederanno che l'anima de' miei disegni sia una sfrenata ambizione, non un ardito concetto, che ha in sè della gloria perchè ha dei pericoli. Ma guai a me se mi arrestassi pel timore d'essere franteso. — Da tempo io sono avvezzo alle ingiuste sentenze di quell'árbitra del mondo, che si chiama voce di popolo. Come tolerai e tolero d'essere creduto ignavo e timoroso, così, quando le mie gesta dissiperanno quest'accusa, saprò tolerare quella di cúpido ed assoluto. — Ma tutto ciò non può essere l'opera di poco tempo. Vostro padre ci additò la via, che dobbiamo seguire; non ci disse d'entrare in essa a corsa precipitosa. Il suo coraggio, avrà destato l'allarme fra i nemici. È necessario che la vecchia dissimulazione allontani da noi ogni sguardo geloso.„
“Sì, ripigliò Agnesina con un tuono pietoso, che non era pura cortesia, non vi esponete ad inutili cimenti. La vostra vita è cara a tutti; a me più che ad ogni altro, da che fui degna di conoscere il secreto delle vostre intenzioni.„
“Io tornerò ad amare la vita se essa può esser buona ad alcuno. — Senza ciò, è egli possibile che io scordi le infinite amarezze di cui finora fu compagna? Invano io tentai nutrirla colle illusioni di uno splendore, che mi è annunciato da mille presentimenti. Essa rimane sempre sterile e vuota. Io non posso dire al mondo — sono infelice. — Ognuno mi deriderebbe, sclamando: e perchè non discendi al livello di chi al disotto di te ride e gode come tu non sei avvezzo a fare?„
“Ma voi potete gustare un po' di quella gioja secreta che è il compenso di chi s'affatica ad un nobile intento. Il popolo dev'essere la vostra famiglia; lo troverete modico nel chiedere, perchè avvezzo a non ottenere; facile all'amore, perchè lungamente forzato ad odiare. Il suo affetto vi compenserà largamente di quelle gravezze che sono compagne inseparabili di una privilegiata esistenza„.
Le parole d'Agnesina erano sagge. Ma il conte, non sapremmo dire se ad arte o per caso, taceva del principe per parlare dell'uomo privato. — Chiamandosi infelice, e provando d'esserlo, egli rendeva in certo modo ossequio alla sventura, che gli era dinanzi; nulla essendo più ingrato agli infelici che la presenza della fatua contentezza degli insensibili.
“Credete voi, o Agnesina, proseguì egli, che si possa essere sempre così forte e padrone di sè da perdurare nei buoni propositi, quando il premio che se ne attende è ancora tanto lontano ed incerto? Credete voi che la costanza sia la virtù d'ogni momento? che basti l'illusione di meritare un giorno il favore del popolo e di arrivare a possederlo, quand'esso non ci sarà più necessario? E intanto chi mi soccorre nel superare i più gravi ostacoli? chi mi fa coraggio a battere una via ingombra di difficoltà, e di pericoli? Interrogate quel popolo, che un giorno mi amerà, come voi dite; gran mercè, se oggi consacra al suo principe un po' di compassione. — I buoni, che come vostro padre amano di cuore colui che può giovare alla patria, fuggono da questo mondo menzognero. — I suoi e i miei amici scompajono. Oh se l'anima generosa di Maffiolo m'inspirasse sempre quel coraggio che provo al vedervi, o Agnesina, io sarei felice; perchè potrei giurare per la vita di lui che i suoi voti saranno esauditi.„
Nel pronunciare queste parole, il conte aveva pigliato un aspetto insolito. Il suo volto si accese; i suoi occhi divennero scintillanti: Agnesina non potè reggere al fuoco de' suoi sguardi. Confusa dall'improviso infervorarsi del conte, chinò il capo ed ammutolì.... Ben se ne avvide costui, e si dolse d'essersi lasciato commovere, mancando alla sua abituale dissimulazione. Volle quindi temperarne l'effetto, ripigliando più freddamente il discorso.