Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 14
“Sì: meglio è, pensava, il chiamare Canziana, raccontar tutto a quella buona donna, ed affidare a lei la lettera e l'incarico d'istruire la fanciulla. Colei l'ama come se fosse suo sangue: non si rifiuterà. — È abbastanza destra per guidarla alla conoscenza del vero, senza precipitarvela di colpo; è donna pia, e saprà adoperare quelle parole che rialzano l'anima, e la rendono valida contro le umane sciagure. Alla peggio le aprirà le braccia per accoglierla nel suo seno e piangerà con lei: mentre al mio cospetto forse farebbe violenza a sè, e sentirebbe aggravarsi il peso della sua disgrazia.„
Non è a far meraviglia che anche su ciò il Conte poco dopo trovasse a ridire. — La passione, che per rendersi più autorevole assumeva l'aspetto di prudenza, lo guidava a dubitare della sagacia di Canziana quasi fosse pericoloso il fidare un tanto incarico all'improvida carità di una donna vulgare. Ma pensando alla fonte sospetta, da cui emanavano le sue paure, vergognavasi tosto d'averle concepite. Un sentimento più nobile e disinteressato le combatteva, e riportava su di esso una completa vittoria. — Promise d'affidare tutto alla governante: certo che la donzella, consapevole un giorno di quell'atto di rispetto, gli saprebbe grado d'averle risparmiato la pena di mostrarsi piangente dinanzi a lui. — La donna ama seppellire nel mistero le proprie lacrime, qualunque ne sia la cagione; è questa la più squisita esigenza del pudore muliebre.
Fra tali ed altri simili riflessi, e nel proposito di non avere altro di mira che il bene di Agnesina, concluse con questa saggia verità: colui che negli interessi del proprio affetto, trae partito delle casuali circostanze per avvantaggiarlo, confessa d'esserne indegno.
Ma accadde questa volta ciò che spesso suol essere, quando avvertiti di una vicina difficoltà, ci facciamo ad incontrarla, studiando tutte le combinazioni possibili, e contraponendo a ciascuna di essa i dettami della più scrupolosa prudenza. L'azzardo si compiace di sventare i nostri preparativi; esso ci affretta quell'incontro dove e quando meno vi si pensa; e noi ci troviamo sprovisti e nuovi in faccia agli eventi, come se fossimo stati improvidi e del tutto non curanti.
XXXVIII.
I disegni del Conte si fondavano sulla certezza, che Agnesina, affatto ignara dell'accaduto, gli si presentasse colla calma dei giorni antecedenti. E chi infatti poteva pensare altrimenti?
Ma Agnesina, per un caso fortuito, aveva avuto sentore dell'arrivo di un messo da Milano, e sapeva che egli era stato accolto con grande sollecitudine, e con non minore secreto. Sapeva di più che il medesimo era stato di nuovo spedito a Milano, di tutta fretta, e che se ne attendeva il ritorno prima dello spuntare del sole. Tutto ciò la conduceva a conchiudere, esservi in aria un gran mistero. Ma come poteva ella dubitare che quel mistero racchiudesse una sventura? e perchè quella sventura doveva essere riserbata a lei?
Nulla invero esisteva di positivo che la trascinasse a così mesti pensieri; ma tante piccole cose, che forse in altre circostanze sarebbero rimaste inosservate, per una speciale disposizione d'animo assumevano, in quel momento, l'importanza di un funesto presagio.
Contribuiva a ciò lo stato d'incertezza nel quale il suo cuore si logorava; ora desioso d'aver consiglio e soccorso, or timoroso di chiederlo. Non sapeva definire qual nome meritasse il sentimento che la legava al suo ospite. Era un dolore; eppure ella lo accarezzava: traeva seco il diletto di una piacevolezza fortuita, e non andava disgiunto da un interno rodimento, quasi fosse una colpa. — Due potenze opposte si disputavano l'impero della sua ragione; l'una la consigliava ad allontanarsi da colui, che le aveva tolta la pace: l'altra la riconduceva quasi involontariamente al suo cospetto, giacchè la lontananza pareva costarle un dolore ancor più acuto. Se alcuna volta mosse rimproveri a sè, perchè non sapesse obedire ai fatti proponimenti, non una, ma mille volte si giustificò colla fatalità, che aveva condotto in sua casa un ospite tanto illustre, e che le imponeva di mostrarsi cortese ed onesta. Però quella lotta, per quanto sembrasse grave, diveniva puerile appena vi si frapponesse la memoria di suo padre. Le sembrava che un solo suo sguardo avrebbe sciolta ogni incertezza e ricondotta la calma al suo cuore. Sentiva che la sua inerzia sarebbe vinta facilmente, quando la leva motrice avesse un appoggio fuori della sua volontà. — Era questa come una barca senza remi, che, scendendo in balía di corrente viva ma sincera, può essere trattenuta dal più fragile sterpo.
Agnesina implorava dunque il ritorno del padre, come il rimedio certo a suoi mali. Ma suo padre non tornava; e quella insolita tardanza cominciava ad infonderle dei sospetti.
“Perchè egli m'abbandona qui, tutta sola, in questo momento? — pensava ella; — perchè non mi dà notizia di sè e del suo ritardo, come altre volte? Forse egli sa, che qui trovasi un ospite, e condanna quanto abbiam fatto per lui? Ma se egli disapprovasse la mia, la nostra condotta, tacerebbe egli forse? no: egli non suol essere avaro di franche parole con chi ha meritato i suoi rimproveri.„
Di questo suo vagare fra dolorose incertezze, non fece parola a Canziana; presentendo che una prima dichiarazione l'avrebbe indubiamente condotta ad altre intime confidenze. Solo non faceva mistero della sua profonda mestizia; e la buona governante, lontana dal farne meraviglia, credeva che la fanciulla fosse al par di lei inquieta soltanto per lo strano ritardo di suo padre. E quando Agnesina per rompere un lungo silenzio prese a parlare di lui, ed a deplorarne l'improvida assenza; allora la governante, che non aveva per natura l'animo inclinato a veder torbido, lieta di potersi far forte di un proverbio per consolarla, le diceva:
“Le cattive nuove, o madonna, hanno le ali, e se fosse accaduto qualcosa di sinistro a messer Maffiolo, state certa che non ne sarebbe mancato a quest'ora il messaggero. — Pare che il mondo ci mámmoli, nelle disgrazie.„
Non aveva finito di pronunciare queste parole quando la fante venne di corsa a riferire l'arrivo di Medicina. — Timida per natura, ma abbastanza accorta, aveva traveduto in quell'inaspettato arrivo non il presagio ma l'esordio di un avvenimento sinistro. Credette ella d'aver scoperto sotto quell'abito da pellegrino la maschera di un ribaldo; non dubitò, non discusse; vide cose nere, e corse di volo a darne parte a Canziana.
Con quali colori ella dipingesse la persona arrivata, i suoi portamenti e le balde parole, non è facile ad imaginarsi. Lo sgomento apre la vena dei poetici concetti agli spiriti più vulgari. Canziana, che pur non aveva l'animo inclinato al sospetto, contrasse, in tutta la sua intensità, il contagio della paura; la donzella non ne andò esente. Questa ritornò a' suoi funesti presagi: quella, sulla fede delle sue stesse parole dette poco prima, ripeteva: “ahimè! le brutte nuove trovano presto il loro messaggero.„
Con tali disposizioni d'animo le due donne si coricarono; ma quale riposo potevano sperare? La governante, a cui l'età matura soleva rendere meno facile il sonno, la passò tutta quanta in sospiri e preghiere. Agnesina, dopo aver per qualche ora sofferta una gravezza che le toglieva il respiro, dopo aver tentato con una smania febrile ogni angolo del letto ed ogni postura, finì per addormentarsi. Ma il sonno non fu visitato dalle solite visioni dell'età sua: nè tampoco rassomigliò al muto sopore delle anime trambasciate, alle quali è supremo conforto il momentaneo oblío dei consueti dolori; fu il delirio e l'incubo dell'infermo, fu la vista di una scena orrenda e indescrivibile, dinanzi a cui sentiva d'essere trascinata a viva forza da una mano di ferro, che la stringeva alla gola, e la soffocava. Provò assai più che l'orrore della morte, lo strazio cioè di chi vuol morire, e non lo può. Chiudeva gli occhi; e, suo malgrado, vedeva una danza oscena di spettri, aggomitolati tra loro come un gruppo di serpi; turava le orecchie, ed udiva il sibilo di quegli animali ed un ghigno di demonj e un eco lontano d'imprecazioni e bestemmie. Presiedeva alla treggenda un ceffo orribile colle guance floscie e pallide, la barba cuprea, due occhi infocati, e le labra atteggiate ad un sorriso beffardo. — Quel fantasma sinistro, dinanzi a cui si piegavano riverenti tutte le impure emanazioni dell'inferno, aveva un aspetto non sconosciuto. La mente dell'assopita vagava cercando su qual viso ella incontrò altra volta quel sogghigno infernale. — “Ah! non v'ha più dubio; proruppe ella: è il ceffo di Barnabò Visconti, il tiranno de' milanesi, il paterino, lo scomunicato.... Ma chi è colui, continuò ella delirando, che è fatto ludibrio di quell'orgia?... egli ha volto sereno e tiene alto e tranquillo lo sguardo.... Chi è egli?...„ — Un grido acuto accompagnò la sua fatale scoperta: ella aveva ravvisato l'imagine di suo padre. Quel grido diede una scossa subitanea alla macchina intorpidita, e sciolse di colpo la catalessía. — Agnesina fu subito sveglia, ma non sì presto guarita dalle conseguenze di quella terribile visione.
XXXIX.
V'ha una specie d'incertezza smaniosa, incredula del bene, nemica d'ogni conforto. Invano la ragione tenta stringerla fra' suoi calcoli: essa ne rifugge, quasi fosse suo officio dispensar sempre il massimo dei dolori probabili, non accordar mai che il minimo delle probabili speranze.
Uscire dalle incertezze, checchè si ottenga, è sempre un bene. Il perchè, la povera Agnesina determinò, non appena fosse in grado di reggersi, di andar dal conte e d'interrogarlo. Ma lo voleva; e non sì presto le forze glielo consentivano. La crisi sofferta nella notte l'aveva affranta; era sparuta come chi risorge da malattia mortale; i suoi occhi brillavano di un fuoco febrile; una striscia livida ne accerchiava le orbite e si effundeva sulle sue guance, jeri soltanto sì fresche e color di rosa.
Canziana soffriva con lei, se non al par di lei; ma quale coraggio poteva infundere alla compagna, se non ne aveva punto per sè? L'unico partito ragionevole era il far credere alla fanciulla che ella fosse fisicamente indisposta, e che i fantasmi della notte erano i sintomi di una malattia. Le tastava quindi ad ogni momento i polsi, e li riscontrava più che mai agitati, intermittenti, febrili. La supplicava colle parole le più affettuose a volere coricarsi di nuovo; e non si allontanò se non quando la vide stesa sul letto, e la seppe desiderosa di riposo.
Ma non ci voleva che la semplicità di Canziana per credere che la fanciulla tentasse di chiuder l'occhio. L'espressione di un tale desiderio servì ad Agnesina di pretesto, per essere sola, per raccogliere le proprie forze e correre, appena il potesse, dal conte.
Ora ci si domanderà: perchè la donzella voleva parlare a lui, senza testimonj?
Dubitava che la presenza di altra persona, quella in ispecie della governante, inducesse il conte ad essere meno veritiero. V'ha nel duro officio di annunciare la sventura una pietà che il cuore preparato al male disconosce e chiama crudele. Quelle reticenze e quelle ambagi, che velano la verità, e ritardano lo sfogo completo del dolore, benchè pietose, riescono intolerabili all'anime travagliate. Così pensava Agnesina. Che se tra gli interessi del suo cuore, e la piena conoscenza dei fatti, esisteva un secreto, e per scoprirlo erano necessarie le preghiere, ella voleva essere sola per pregare con tutte le forze del suo cuore, per smovere la volontà, fosse pur inflessibile, del conte.
Da ciò si comprende come il piano di costui venisse rovesciato. Mentre l'affetto, trionfando della passione, gli imponeva di affidare ad altri il suo secreto, il caso lo rimetteva di nuovo nelle sue mani. Non appena ebbe deciso d'inviare persona per cercar di Canziana e pregarla a recarsi immediatamente da lui, vide entrare nella sua camera una donna pallida come uno spettro, e riconobbe in essa l'infelice Agnesina.
Egli aveva dunque preveduto tutte le combinazioni possibili, meno una; e quell'unica si era verificata. Agnesina infatti non era venuta per udire, sì bene per interrogare.
“Signore, esclamò la donzella, avvicinandosi al conte, che non sapeva staccare l'occhio attonito da lei, vi fa pietà il mio aspetto?„
Il conte levandosi da sedere si fece incontro a lei, e pigliandola con rispettosa cortesia per una mano, la condusse vicino a sè, e la fè sedere rimpetto.
“Non so negarvi, o fanciulla, che mi sembrate abbattuta come se una terribile sventura pesasse già sul vostro capo.„
“Oh se sapeste che notte ho passato! Dicesi che nei sogni ci viene talvolta sollevato il velo, che ricopre il futuro.„
“E che perciò? Che temete?„
“È un mistero il mio terrore. Io temo, e non so di che.„
“Un'allucinazione funesta si fa gioco di voi. Tornate alla vostra incredulità; non prestate fede a larve menzognere.„
“Questa larva non è scomparsa alla luce del giorno. La mia visione continua, e s'innesta coi fatti, che qui succedono. — Non è egli vero, che un messo da Milano vi portò notizie assai gravi della città?„
“Come lo sapete voi?„
“Siate generoso o signore, e promettetemi di rispondere ad una sola inchiesta.„
“Dite.„
“Quando quel messo ritornò da Milano non vi riferì cosa alcuna che riguardasse me o la mia casa?...„
“Fanciulla, soggiunse gravemente il conte, non vi affaticate a frugare in ogni recesso della vostra mente, per trovarvi pascolo a dolorosi sospetti. Credete, che la creatura la più felice non rinviene da tale esame, senza avere trovato in sè il germe di un futuro dolore. Guai se lo scopre: gli è come avviarlo ad uno sviluppo....„
“Dunque dovrò io dire a me stessa: rallegrati o insensata....„
“Povera fanciulla!... pensò il conte, chi oserà attraversare i providi disegni di Dio, che volle prepararti ad una sventura? — Poi soggiunse ad alta voce: — Se quel avviso viene di lassù non sarà menzognero. Io rispetterò il vostro dolore, e sarò dove voi siete, per soffrire con voi o per vendicarvi.„
“Ricordatevi, che non avete ancora tenuta la vostra promessa.„
“Solo io posso ripetervi, che voglio essere con voi. Il mio silenzio non è egli abbastanza eloquente?„
“La sventura è dunque certa, disse Agnesina con un accoramento indescrivibile. — Udite il resto del profetico sogno. L'ira del signore di Milano cadde sull'infelice mio genitore. Travolto forse nelle tenebre di una accusa secreta, il povero padre mio langue in un carcere. O signore, — soggiunse ella, levandosi da sedere, ed avvicinandosi al conte quasi volesse inginocchiarsi dinanzi a lui; — voi potete ancora salvarlo; il nemico di mio padre è vostro zio. Una parola vostra....„
“Non mi pregate di ciò.„
“Voi dunque saprete impedire una sciagura„ — chiese Agnesina con ansia mortale.
Non rispose il conte: ma crollò il capo. — Agnesina comprese il significato di quel cenno, s'ascose il volto tra le mani, ed ammutolì. — L'unico sintomo del suo turbamento era un respiro affannoso e convulso.
“Agnesina, disse il conte avvicinandosi a lei e ponendole leggermente la mano su di una spalla per iscuoterla dal suo letargo; vi è ancora un mistero. Voi, che faceste dell'incertezza il vostro martirio, raccogliete le forze per strapparvi dagli occhi la benda, e veder tutto il vero nella sua dolorosa nudità.„
Agnesina rialzò il capo, e stette in attenzione. Il conte proseguì:
“Tutti e due abbiamo bisogno di coraggio — e in dir ciò si tolse sotto l'abito la lettera, e gliela porse — voi per leggere questo scritto; io per assistere alla vostra lettura e per vedervi soffrire.„
Agnesina, nel ricevere quel foglio dalle mani del conte, forse non ne intese le parole, tanta fu repentina e piacevole la commozione che provò alla vista dei caratteri di suo padre. Si ridestò infatti dal suo cupo letargo; una leggiera tinta incarnata le si diffuse sulle gote; e l'occhio già arido ed acceso si velò di una lacrima.
Lesse la soprascritta, e la baciò: rotto poscia il sigillo, dispiegò il foglio. — Forse nel percorrerlo rapidamente, ravvisandolo vergato in tutta la sua lunghezza dalla mano di suo padre, se ne consolò, pensando che il linguaggio della sventura suol essere più breve. Ma quando, chinata sul foglio, stava per incominciarne la lettura, un improviso singhiozzo le si sprigionò dal petto, e le aperse le vie del pianto. — Le fu impossibile il leggere, perchè l'occhio era acciecato dalle lacrime. Smaniosa di ascoltare la voce di suo padre, più volte comandò a sè stessa d'essere forte e di desistere dal pianto. — Ogni buon volere fu vano.
Il conte avrebbe pur voluto trovare una parola per far coraggio alla desolata; ma v'ha parola che eguagli la consolazione del piangere? Ritto sulla persona, egli le stava dinanzi ammirando quella bellissima testa mollemente inclinata, come il fiore sullo stelo percosso dalla gragnuola. Benchè dominato da una commozione profonda e affatto nuova, egli fruiva del libero uso dei sensi, per ammirare le squisite bellezze di quella creatura. Non sfuggiva a' suoi sguardi il tesoro di due brune e ricchissime treccie, che dalla fronte verginale le piovevano alquanto indisciplinate lungo il collo e sulle spalle; velandone in alcuna parte il candore, in altre aggiungendo rilievo alla morbidezza e trasparenza delle carni. Ammirava quel profilo emulo delle opere d'arte, con che lo scalpello pagano tradusse l'ideale perfezione della divinità. Il dolore non aveva involato alcun pregio a quel volto: il pianto era negli occhi e nell'anima, non nelle fattezze. Ma la pietà cangiava l'estasi dei sensi in culto del cuore. Agnesina non era soltanto per chi la guardava la leggiadra donzella, che sparge intorno a sè il profumo della gioventù e della bellezza; era la donna, che si rialza altera ed imponente, come il simulacro del dolore, dinanzi al quale ogni senso ribelle è soggiogato, e si inchina riverente anche un cuore di marmo. — Quella pietà religiosa, che stringeva vieppiù i legami fra il conte e la sua diletta, non era dunque soltanto l'eco fuggevole di un sentimento compreso e diviso; ma diveniva il proposito d'operare a pro di essa, anche a costo d'esserne disconosciuto. — Unica e vera testimonianza d'amore; ogni altra per quanto grande e solenne, può essere nulla più che larvato egoismo. Chi vuol sapere se ama davvero, s'interroghi così: sarei io pronto a divorarmi in secreto, per tutta la vita, i miei affetti, se la felicità di colei che io amo lo richiedesse?... Quando egli senta di poter rispondere affermativamente, vada superbo del proprio cuore.
Fu difatto dietro consigli di un sì nobile disinteresse, che il conte ebbe coraggio di far violenza al pianto d'Agnesina. Egli le tolse di mano lo scritto ormai inzuppato di lacrime; ed a costo di vederla levarsi indispettita contro di lui, volle egli stesso farsene l'interprete e leggerla al suo cospetto. Ciò parrà troppo ardito e, più che ardito, scortese: lo sia pure; ma era saggia cosa l'affrettarle la conoscenza di quelle parole probabilmente gravissime, intantochè la desolata aveva ancora un conforto nel facile pianto. — Quando il dolore giunge a tal grado d'intensità da produrre il delirio, il piangere può dirsi una crisi salutare.
“Agnesina, le disse poi con accento commosso, chiamatemi crudele, ma siate generosa e mi perdonate. Se voi aveste un fratello, ed ei si trovasse al mio posto, non opererebbe altrimenti. Voi non siete in istato di leggere quello scritto; ma è necessario che le parole di vostro padre, che (ed accentuò la frase) forse sono le ultime a voi indirizzate, sieno da voi intese senza ritardo. — Mi concedete la facoltà di leggere questa lettera?„
Agnesina, singhiozzando, rispose, o meglio accennò di sì.
CAPITOLO SESTO
XL.
“Un tristo annuncio, così prese a leggere, ti parrà meno tristo se esso ti vien dato da tuo padre. Una disgrazia è sempre più tolerabile, quando non siamo soli a soffrire. O mia dolcissima Agnese, confortiamoci a vicenda; gli sventurati siamo noi.
“Era bella la nostra esistenza, troppo bella perchè non destasse l'invidia della bieca fortuna. Tu avevi nel tuo genitore il più affettuoso degli amici, io in te il più bel tesoro di un padre. — Ci si vuol separati: ebbene mostriamo agli uomini che invano si tenta di dividere due cuori. Il nostro affetto è una religione; noi rassegnati e tranquilli ne subiremo il martirio. Cesseranno di ridere i nostri nemici, quando ci sapran calmi; il nostro coraggio sarà per essi la più salutare punizione.
“Sai che si voleva da tuo padre?... Ascoltami: Quando un uomo ode grida di dolore, e vien da esse condotto sul campo di una lotta diseguale, ove il debole è oppresso e la giustizia è conculcata, che fa egli? leva la voce ed arma la mano contro l'oppressore. Che se questi vince, almeno una parola libera ed alta gli assorda la coscienza; un rimorso funesta la sua turpe vittoria. — Or bene; ciò che dinanzi alla natura è istinto e dovere, in faccia agli uomini può essere una colpa.
“Udrai parlare dei cittadini di Reggio venduti al signor di Milano. Udrai che all'annuncio del turpe mercato la città loro si commosse. — Era forse un atto di condannevole rivolta la protesta dell'uomo, che, in ossequio alla propria dignità, impreca contro un patto sì obbrobrioso?„
Facciamo qui una breve pausa per notare, che tali parole suonarono gradite a chi le leggeva; sia che egli in quel punto avesse scordato d'essere principe e nipote del signor di Milano; o sia che, apprezzandone la rettitudine e l'opportunità, fosse tratto ad ammirare colui che le aveva dettate.
“I cittadini di Reggio trovarono molti amici in Milano: tra questi si giurarono i patti di una cospirazione, che doveva procedere sicura a' suoi fini, da che Barnabò era tutt'occhi e braccia per agguantare e colpire da lungi.
“Tu, mia diletta Agnese, che conosci tuo padre, che sai con quanto cuore egli ami la sua patria e ne esecri il tiranno, tu indovinerai sùbito che il centro di quelle pratiche doveva essere la tua casa. Comprendi ora la cagione delle mie lunghe assenze, e perdona se talora, preoccupato da troppo ardenti pensieri, mi mostrai meno amoroso verso te. — Se ti feci un mistero di tutto, non credere già che io diffidassi della tua saggezza: tacendo, fui padre più che cittadino; troppo mi doleva di ravvolgere la tua bella esistenza nei crucci e nei pericoli di sì grave impresa.
“Ma è bene che tu sappia anzitutto, che tuo padre congiurava contro il tiranno, e combatteva ad un tempo i proprii amici, che, ebri di vendetta, ne chiedevano la vita. Abborro dal sangue, fosse pur quello di chi avesse versato il mio ed il tuo.
“Pensai, e meco pensarono i più saggi, di ringuainare i pugnali; noi dovevamo ferire il nemico nello spirito, non nel corpo; uccidere il principe, e lasciare che l'uomo vivesse per vederne e piangerne la caduta.
“Poichè le antiche libertà della lega lombarda sono perdute per sempre, poichè è follia parlare d'eguaglianza tra uomini, che insurgono ad ogni istante per soverchiarsi a vicenda, almeno la patria nostra abbia quella gloria che si fonda sulla forza e sulla legge. — Potremo avere un principe, senza che noi discendiamo ad esserne gli schiavi. — Galeazzo II e Barnabò si liberarono con un veleno del primogenito Matteo, giustificando il fratricidio col pretesto che è grave e dannosa la triplice divisione dello stato; il popolo, giudice questa volta de' proprii interessi, ripeta egli pure le stesse ragioni: questo duplice riparto, egli dica, ci è fatale, sopprimiamo il governo di Barnabò, e tutto lo stato obedisca al figlio del signor di Pavia, poichè esso è per diritto l'erede legittimo della signoria dei Visconti.
“Giangaleazzo, affatto ignaro dei nostri progetti, ci giovava senza addarsene. — Era un alleato potente, e secreto; poichè egli stesso ignorava di esserlo. — Quando noi gli avremmo offerto lo scettro di Barnabò, non aveva che a stringere la mano e tenervelo fortemente. Quello scettro gli veniva affidato dal popolo, egli lo poteva custodire e difendere di tutto buon diritto.