Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 13
A questo punto il narratore fece una breve pausa, dubitando che non gli fosse prestata attenzione: perocchè il conte, appoggiata la testa nel cavo della mano dritta, sembrava assorto nei proprj pensieri. Ma quell'istantaneo silenzio lo scosse, e gli fe' levare lo sguardo con tale espressione, che non lasciava dubio che egli provava grande interesse nell'udir quel racconto, ed equivaleva ad un comando espresso di continuarlo, senza dimenticarne alcun incidente. Medicina quindi ripigliò:
“Quando io giunsi in Milano doveva essere all'incirca mezzanotte. Entrando per la porta, udii la tabella ferrata di non so quali monaci dar il segno del mattutino. — Faceva bujo come in gola del lupo: il cielo era rannuvolato; le case tutte chiuse. Non vidi un solo lume ad una finestra, non incontrai un lampione per la via; non udii una pedata che battesse il lastrico[13]. La vostra bella Milano, sì vivace e popolosa durante il giorno, sembrava un sepolcro. — Durai fatica a rintracciare la casa dei Mantegazzi, benchè mi fossi proposto di recarmi a quella del signor Maffiolo, che sapeva essere presso la Torre dell'Imperatore, non lungi dal monastero della Vecchiabbia. Quando misi capo nel terraggio, uno splendore di fiaccole mi fece riconoscere la casa che io cercava. La porta era spalancata, e sulla soglia stava un branco di zaffi, allumando all'ingiro con sospetto. — Scavalcai da lontano per non dar nell'occhio, legai la mia rozza trafelata a un pilastrino; e avanti. — Due di quelle guardie, appoggiate agli stipiti della porta l'una rimpetto all'altra, tenevano le alabarde incrociate. Per verità, non era necessario usar tanta precauzione, perchè al di fuori era un deserto. Sul mio passo le alabarde si rialzarono tosto, perchè il cencioso guarnaccone, lo aveva lasciato sul basto della cavalcatura; e mi mostrai ai soldati col giustacuore fregiato del vostro potente biscione. — Nell'interno della casa era un nugolo di fanti: alcuni appostati agli usci, altri radunati nell'androne. Brillava loro sul volto la contentezza del bottino; e preludiavano l'orgia collo schiamazzo e le sorsate.
“Io mi avvicinai ad uno di loro, e chiesi: — Che avviene? — Un affare di nulla, prese egli a dire; un pulcino da condurre a pollajo — Chi è egli? — Messer Maffiolo Mantegazza — E il perchè?... Ne sappiam noi! ci dicono di venir qui, di far la guardia, di catturare.... sanno forse i vostri tomaj dove voi pensate di andare? — E il prigioniero ove trovasi? — In quella camera, rispose il bravaccio additandola; colà il capitano ed un giudice frugano e tasteggiano fra le carte, peggio che se quei cenci fossero aste e pugnali. Ma c'è voluto del buono, vedete, a penetrare là dentro; si dovette abbattere la porta, che messere non volle aprire, ancorchè ne lo pregassimo con tutta civiltà.
“Il bravaccio mezzo brillo continuava a blaterare, quand'io già lontano da lui tentava d'introdurmi nella stanza del prigioniero, — Alla porta nuove difficoltà; il giudice aveva dato ordini severi. Io finsi d'averne de' più severi de' suoi; fatt'è che entrai.
“Vostra Grazia[14] per certo pensa che io m'abbia un cuore di macigno, eh! ella non va lontano dal vero. Ne ho vedute tante a questo mondo, che ci ho fatto il callo. Eppure bisogna dire, che coll'andar avanti negli anni si arrivi al tenerume, perchè questa volta anche senza i soliti piagnistei, m'ebbi una stretta al cuore così nuova, che quasi credetti fosse compassione.
“Vi degnate voi d'ascoltarmi? — Messer Maffiolo sedeva nel fondo della camera col corpo addossato al leggío, e il capo sur un libro, che gli faceva l'officio di capezzale. Io fissai quel volto; gli occhi erano chiusi, ogni tratto rigido ed immobile: vi rimaneva solo un'impronta di dolore, che la vita fuggendo non s'era tolto seco.
“Col consenso del curiale, che mi riconobbe, mi avvicinai a lui, e lo scossi; non diè segno di vita; gli posi una mano sulla fronte, era di marmo; una altra al cuore; mùtolo del tutto. — Constatata la morte, il curiale fece insaccare quante carte credette appartenere alla giustizia, ed il capitano affidò la custodia del cadavere a' suoi sgherri. L'uno e l'altro dopo ciò se ne andarono.
“Io stava per partire con loro, allorchè, non so per qual ragione, dovetti arrestarmi un momento; allora pensai che avrei potuto conoscere, meglio che il curiale, qualcosa di quel garbuglio. — La stanza era stata frugata, tramestata, sconvolta in ogni sua parte; io la frugai di bel nuovo, e non invano; perchè in un canto scopersi una coppa, probabilmente ivi riposta da poche ore. Benchè fosse vuota, le sue pareti erano umide e crasse; e nel fondo stagnavano alcune gocce di un liquido denso e verdognolo, che alla vista ed al fiuto riconobbi subito per uno stillato di tossico. — Il curiale se n'era ito coll'intima convinzione, che messer Mantegazza fosse morto di un colpo: pover'uomo!
“Finalmente era per andarmene anch'io, contento di avere almeno qualcosa di più positivo da aggiungere alle vaghe conclusioni della giustizia, quando vidi a terra un non so che di bianco e riquadrato, che mi sembrò essere ivi dimenticato o perduto. — Mi affrettai a raccogliere quel nonnulla, e per tal modo giunsi a sottrarre alle ugne degli sgherri quella lettera, che v'ho testè rimessa, perchè vi degniate di consegnarla a madonna Agnese. — Quello scritto dirà ciò che noi e la giustizia non giungeremmo mai a sapere.„.
XXXVI.
Il lettore, io spero, non si sarà lasciato cogliere al laccio dalle parole alquanto raddolcite di Medicina. Egli conosce troppo e troppo bene la vita di colui, per aver fede in un subitaneo ritorno a sensi più umani. Volendo però giustificare tal mutamento, diremo che Medicina questa volta cangiò di linguaggio, perchè colui che l'ascoltava aveva cangiato d'aspetto.
Il conte fingeva d'ordinario di porgere una svogliata attenzione ai racconti del suo messaggero: ascoltava come colui che è preoccupato da altri più gravi pensieri; sapeva mostrarsi impassibile a ciò che gli veniva svelato, fosse anche un mistero carpito con grande arte e con pari pericolo da chi lo serviva. — Che l'opera di lui avesse in gran conto, lo mostrava solo dalla liberalità de' suoi compensi: a tal segno, che lo stesso Medicina, non facile di solito a provare sazietà di denaro, soleva dire: che il conte pagava splendidamente la noja d'ascoltarlo.
Ciò era studio in Giangaleazzo, non natura. Col lungo esercizio però, l'abitudine di temperare i suoi intimi sentimenti aveva preso tale consistenza, che a vincerla non bastavano le ordinarie agitazioni della vita.
Ma lo scaltro aveva davanti a sè un tale non meno scaltro di lui. Costretto dal suo difficile mestiere a vendere, non lasciava passare l'occasione, appena gli si presentasse, di comperare. Cedeva a denaro i secreti della corte di Barnabò, quest'era il patto espresso; ma se ne riserbava uno tacito per sè, quello di scovare alla sua volta i secreti del castello di Pavia. Perciò, mentre il conte riannodava le svariate relazioni di Medicina, questi leggeva o pretendeva leggere sul volto di quello pensieri e progetti. E quando i due sguardi, diretti entrambi ad indovinare e scrutare, s'erano incontrati, rimanevano confusi dalla reciproca scoperta, e cercavano di sfuggire col minor scandalo possibile dal comune ritrovo, come due amici che inconsapevolmente s'abbattono a fare la corte ad uno stesso idolo.
Che Medicina non fosse molto addietro in tali arti, lo proverà l'aria patetica con cui aveva intonato la sua relazione: con ciò egli metteva d'accordo le suo parole e i sentimenti di chi l'ascoltava, per spianarsi la via a meritarne confidenza, o per aver la chiave del secreto; e frugarvi dentro e rubacchiarvi a sua posta.
Di costui si è detto più di quanto è necessario per rischiarare i sentieri tenebrosi, che egli soleva percorrere. Pur troppo si dovrà tra breve tornare a lui; ma non ci avverrà mai di dover mutare o correggere il primo giudizio. — Ne incumbe intanto l'obligo di dire qualche parola intorno al conte, di cui fin qui ci siamo occupati solo alla sfuggita. Un'ordinata rassegna delle sue gesta verrà esposta nel séguito: basta per ora un piccolo e fedele abbozzo del suo ritratto morale.
Si è già detto come la sua infanzia fosse accompagnata da felici pronostici: dicemmo che nella sua gioventù egli si mostrò grande amico e protettore degli studiosi; ma, a differenza de' prìncipi della sua epoca, non faceva pompa di trarre dietro a sè un codazzo di piaggiatori saccenti. — Proteggeva l'uomo, per onorare la scienza da lui professata; ed onorava la scienza non perchè fosse una delicatura degna degli agi di un principe; ma perchè da essa aspettava lume e guida per sè. — Onde disse bene, parlando di lui, Paolo Giovio “che presentendo egli tutte le cose, e quelle ancora che erano a venire, pareva che reggesse la fortuna col consiglio[15].„
Splendida era la reggia di suo padre; dal sommo Petrarca all'ultimo giullare, dalle corti d'amore alle facili ghiottorníe de' servi, tutto era principesco e magnifico.
Giangaleazzo sfuggiva a quelle vanità; le giostre e i tornei, per quanto fossero esercizii atti a rassodare la vigoría delle membra, sfruttavano il guadagno nelle tresche e nelle illecebre. Giovinetto abbandonò quindi la corte, e mentre ivi si dilapidava l'erario per iniziare e stringere grandi alleanze spesso fatali a chi è debole, egli impugnava le armi a più nobile scopo; per difendere cioè il retaggio de' suoi, dagli attacchi dell'ambizioso marchese di Monferrato.
La fortuna gli fu alcuna volta propizia, più spesso avversa. Dalla vittoria apprese la scienza delle armi, e contrasse quello spirito guerriero, che doveva un giorno essere l'unico e vero alleato de' suoi grandi disegni. — Ma ben più proficua maestra gli fu la sventura; perocchè niuna lezione è più salutare ai prìncipi, quanto quella che gli vien data dalla fortuna, cieca del pari con tutti. — È bene che l'uomo, dinanzi al quale tutto cede, apprenda che vi ha forza alla quale conviene ch'ei ceda alla sua volta. Da quelle sconfitte dunque imparò egli a vincere: — sul campo alcuna volta; in ogni caso sè stesso.
Benchè non si inebriasse, come gli altri prìncipi della sua casa, al fumo de' grandi parentadi, pure, ossequioso verso suo padre, aderì alla proposta di matrimonio con Isabella figlia di Giovanni il _buono_: onde illustrò il suo casato col sangue di S. Luigi e colla dote della contea di Virtù. Ma impalmò la sposa e la perdette entro breve tempo; con nozze ed esequie sì splendide, che furono da prima la meraviglia, poi la ruina dei popoli, forzati a pagare quelle prodigalità con insopportabili tributi.
Nei sette anni dopo la morte di suo padre, durante i quali ebbe diviso lo stato con Barnabò, attese a migliorare l'interna condizione dello stato. — Come l'agricoltore, che pone mano ad un terreno derelitto, comincia dallo sbarbicarvi le erbe velenose o parassite, e, ridonando al suolo le sue forze primitive, lo pone in istato d'offrire sùbito e spontaneamente qualche frutto; così il Conte di Virtù, all'intento di migliorare la cosa publica, prima che a fabricar leggi ed a versarle a piene mani, volse ogni sua cura a togliere l'abuso, vera gramigna che impedisce lo sviluppo delle sagge istituzioni.
Cominciò dal principe e dalla corte. — Impose a sè ed alla sua casa una maggior parsimonia nelle spese: distribuì più equamente i vecchi debiti: richiamò, in vigore l'esatta osservanza degli statuti, l'arbitrio dei giudici represse con pene severe; la sua propria volontà sottopose all'impero della legge.
Per tal modo, potè sùbito far gustare al popolo il vantaggio della sua amministrazione. Le prime economie parvero il ritorno alla ricchezza; la cessazione degli atti arbitrarii ebbe aspetto di libertà.
Tornò utile alla buona fama del suo governo la tristissima, che aveva accompagnato quello di suo padre. Galeazzo II succedendo al governo popolare ravvivava in suo danno le recenti memorie della libertà perduta; e il Conte di Virtù, succedendo all'inventore della quaresima, colla sola abolizione di tanti atroci supplizj, appariva il più umano dei prìncipi.
Egli soleva dire che nel maneggio degli affari proprii ed altrui non v'ha miglior cosa dell'ordine[16]. Quest'ordine stabilì meravigliosamente in tutti gli officii del suo stato. E benchè ciascuno di essi fosse diretto ad uno scopo suo proprio, ed avesse spese ed uomini speciali, sicchè poteva agire colla necessaria indipendenza, pure egli, raccogliendo la somma delle cose nelle sue mani, seppe legare in un solo e precipuo interesse le disparate amministrazioni, di modo che tutte convergevano allo scopo supremo, il bene della patria. Se crediamo al citato storico, egli inventò o richiamò in vigore l'uso di affidare allo scritto ogni petizione e reclamo, ogni arbitramento e sentenza. Scomparve per lui quella fatale costumanza di provedere a molte bisogna con giudicati improvisi ed arbitrarii, quasi sempre desunti dalla volontà del principe o maligna per sè, o male interpretata: onde nei rovesci opponevansi rimedj che palliavano il sintomo ma non toglievano il germe del male; e quel po' di bene, se pure poteva chiamarsi con questo nome ogni improvido slancio di generosità, era operato a caso; come vien viene; senza tener conto che il dare all'uno è togliere all'altro.
Le commissioni pertanto, le leggi, le spese erano registrate su grandi libri, per mano di uomini di non dubia fede; e quei registri, a tempo debito, erano riveduti da censori scelti dal principe; ed all'esame del principe venivano sottoposte le operazioni degli stessi censori.
Il Giovio ne dice d'aver veduto quei grossi volumi di pergamena, in cui si registrava l'andamento ordinario d'ogni ramo d'amministrazione. E tale esattezza richiedeva il principe nelle annotazioni, che tutte e partitamente si dovevano registrare le entrate e le spese: particolareggiandole di modo, che, in fin d'anno, non solo si conoscesse quanto erano costate le armi o le opere publiche o la publica beneficenza; ma risultassero altresì le spese fatte pel mantenimento della corte; rendendo stretta ragione degli spettacoli, delle onoranze prestate ai forastieri, e perfino descrivendo minutamente i banchetti e le feste.
Tutto ciò che ai dì nostri è la prima e più ovvia applicazione dei principj economici, era a quei tempi come una mammola colta sotto la neve; perocchè i prìncipi solevano chiamare publica necessità ogni loro individuale desiderio, e, ad appagarli, mettevano la mano nell'erario, riputato inesauribile finchè rimanesse l'ultima moneta all'ultimo dei soggetti.
Ma le istituzioni di Giangaleazzo non miravano soltanto a fondare un sistema di economia; esse preparavano a lui il tesoro della esperienza; ai posteri il materiale per una storia veritiera. Imperocchè solevasi registrare ogni atto publico, ogni importante avvenimento; e si teneva copia di tutte le corrispondenze coi capitani e coi potentati stranieri; onde chi volgesse gli occhi a quelle carte, avesse dinanzi a sè la relazione fedele di quanto era accaduto negli anni antecedenti; e da quella pigliasse norma a deliberare pei successivi.
Da tale procedere, riputato dagli Statisti di quel tempo come un effetto di meschinità e grettezza, nasceva la generale disistima in che era tenuto il suo governo dai signori vicini, e specialmente da quello di Milano. L'esercizio dei diritti eminenti non tolerava il sindacato della publica opinione; quindi la cautela che Giangaleazzo poneva nel prendere ogni deliberazione, il suo rispetto verso la coscienza publica, e infine quel suo dar conto di tutto a tutti, anzichè farlo degno di lode per la sua popolarità, lo accusavano di inettezza e di codardia.
Ben più grave censura si meritò da' suoi emuli, quando negli anni seguenti, con umiltà affatto nuova, abrogò decreti e statuti da lui stesso poco prima emanati; e tali deroghe non pose all'ombra del sovrano suo arbitrio, ma giustificò col peggiore degli scandali, ingenuamente confessando d'essersi ingannato.
Mentre in Milano i più sacri diritti soggiacevano all'incertezza cagionata da un governo pazzamente arbitrario, in Pavia le cose correvano piane; forse troppo piane pei tempi: talmente che la lunga pace, la individuale libertà, la publica sicurezza, mentre tutto il mondo era trambusto ed armi, parevano languore e letargo.
In Milano il clero strillava sotto il continuo flagello di Barnabò. La santa Sede tentò di intimorire il Visconti, scagliando contro lui più volte i fulmini delle censure ecclesiastiche, ed infiammando popoli e prìncipi ad una crociata. È ben noto come Barnabò trattasse i legati del Pontefice, sul ponte di Marignano, quando fè loro scegliere il rinfresco del fiume, o il pasto della bolla pontificia. Altri condannò al rogo, perchè avevano osato muovergli alcun rimprovero.[17] Non rispettò nè amici, nè privilegi; si bruttò d'enormi delitti, di violenze inaudite, ma combattè a oltranza quei pregiudizii, che oggi ancora s'atteggiano minacciosi, e che erano allora tanto formidabili da fiaccare ogni spada, da far chinare ogni testa.
Quanto soffrisse il popolo milanese da quella lotta intestina fra i due poteri, il civile e l'ecclesiastico, non è facile a dirsi. — Un'assoluta neutralità era impossibile dove era in gioco la coscienza; accedendo al clero, temeva esso per la vita minacciata dal tiranno; accostandosi a questo, tremava, a più forte ragione, per la salute dell'anima.
All'incontro in Pavia, le due podestà agivano di buon accordo; per cui il popolo poteva obedire all'una senza incorrere nelle censure dell'altra. — Si dovrà dire per ciò che Giangaleazzo fosse tanto pio, quanto era empio Barnabò? Non torna a conto l'occuparci per ora di tale questione; molto più che bisognerebbe prima chiedere di qual pietà vuol parlarsi. Ve ne ha una che si accoppiò sempre colla più tetra tirannide. Gli atti devoti di Galeazzo II vanno all'infinito; nessun altro principe fu largo, come lui, alla chiesa ed ai poveri: nessuno più di lui fu esatto nell'adempimento dei doveri di pietà. Digiunava una volta alla settimana, e distribuiva in quel giorno l'elemosina di un fiorino a tutti i _poverelli in Cristo, per la salute dell'anima sua_. In leggere la nota delle sue giornaliere beneficenze, quale ci vien riferita dal Giulini,[18] bisognerebbe dirlo un santo; eppure egli era l'inventore della famosa _quaresima_.
Il Conte di Virtù, meno pio del padre e assai più ossequioso dello zio, contenevasi tra i due eccessi; ma non si deve perciò fare grande assegnamento su quell'aria contrita ed ascetica, che qualche volta affettava sotto gli occhi del popolo. Per vista di lontani vantaggi egli accarezzava i chierici, perchè nemici del suo vicino e futuri alleati de' suoi progetti. Una brutale schiettezza traeva Barnabò ad inevitabile ruina; era lecito credere che una studiata reverenza avrebbe guidato il suo rivale a miglior meta. Concludiamo che quante volte egli, il più destro politico del suo secolo, confessava la propria pochezza o faceva atto di ossequio dinanzi ad una stola, s'avanzava di un passo verso lo scopo designatogli dalla più efficace delle ambizioni; quella che comanda a sè stessa gli indugi e la temperanza.
XXXVII.
La relazione di Medicina aveva risvegliato nell'animo del Conte ire affatto nuove ed un desiderio ardente d'affrettare le vendette. Ma egli confessava dentro di sè che quella nobile indignazione non era soltanto l'eco di un grido suscitato dalla umanità oppressa. Chiamò il cuore a rendergli stretto conto d'ogni suo riposto sentimento; e, fattosi giudice severo di sè stesso, comprese, che più della sventura di Maffiolo, parlava in lui l'ardentissimo affetto per Agnesina. Cominciò pertanto a diffidare di sè; armò contro le passioni sollevate la vecchia sua prudenza, ed attese da quella lume e consiglio.
“Ciò che ho maturato in secreto, per lungo corso d'anni, diceva egli tra sè, dovrà essere scosso e reso vano da una momentanea passione? Per vendicare Agnesina non bastano le ire; ci vogliono le armi ed il braccio vendicatore. Ora conviene che s'apprestino le prime, che l'altro s'invigorisca.„ — Ritornando poscia a più calmi pensieri, soggiungeva: — “Chi, al posto di Barnabò, avrebbe operato diversamente?... Parliamci franco: io pure coltivo il pensiero d'escire colle mie vittorie dai confini dello Stato, poichè oramai mi sembrano così angusti da soffocarmi. Or bene; se, mentre la fortuna asseconda la mia impresa, sorgesse un uomo od un partito ad attraversarmi la strada, sarei io tanto generoso da perdonare all'uno e all'altro? Ciò che il Visconti di Milano operò per sete di sangue, il Visconte di Pavia non isdegnerebbe operare per mire d'ambizione. I due rivali muovono da punto opposto, ma si appajano sulla via per arrivare forse ad una sola meta. No: la misura non è ancora colma; non si sfrutti il tesoro di una lunga dissimulazione. Il leone torni a rinchiudersi nella sua tana; rida intanto lo stolto che travede in esso un timido cerbiatto. Quando sarà l'ora, a bujo fitto e mentre tutti dormono, uscirà la fiera: i suoi nemici avranno tempo di riconoscerla, non quello di difendersi.„
Con tali pensieri, se non con identiche frasi, il conte di Virtù costringeva al silenzio ed all'obedienza quella passione, che minacciava di condurlo ad un bollore intempestivo. Aggiungeva il nuovo ai vecchi rancori. — Simile ad un uomo avveduto che, meditando da lunga pezza un acquisto importante, ripone nel salvadanajo le economie giornaliere, egli accumulava gli odii, affinchè, compiuta la somma, altro non gli rimanesse che metter mano all'impresa per averne certo successo.
Dopo ciò, le sue indagini, rientrando in un campo più ristretto, lo conducevano a fare a sè medesimo alcune interrogazioni. — Chi mai dovrà informare Agnesina della sua sciagura? con quali parole converrà tessere la tristissima storia di quella notte? quali mezzi infine sarà mestieri adoperare onde mettere al sicuro la donzella dalle conseguenze della disgrazia paterna?...
Erano chiare le dimande ed altretanto urgente il bisogno di rispondere. — Invano invocava egli il ritorno di quelle lunghe ore notturne, consumate in una vuota aspettativa, in cui il tempo soverchiando le cure lo faceva presago di sventure ignote. Era mattino fatto; Agnesina non tarderebbe a venire da lui per la consueta visita. Che dirle? come parlarle?...
Cavò fuori la lettera portata da Medicina, quasi che sperasse da quella un consiglio: come se ne attendesse una inspirazione. Ma lo scritto, nella sua forma esteriore, non diceva nulla: lo guardò, lo riguardò più volte: esso era alquanto pesto e gualcito; ma conservava intatto il sigillo e nitido l'indirizzo.
Gli parve che fosse miglior cosa rimettere nelle mani d'Agnesina la lettera, e lasciare allo scritto la cura d'informarla degli avvenimenti. Erano le parole di suo padre; e chi, meglio di lui, avrebbe saputo trovare il linguaggio atto a scemare il colpo di una sventura sì grande? Chi più di lui, poteva accompagnarla di una pietà efficace e confortante? — Quest'idea però, che a prima giunta pareva l'unica e la più saggia, a poco a poco andava perdendo i suoi pregi, e si spingeva torbida ed ambigua in mezzo ad un mare di incertezze e di sospetti. — Gli parve inoltre che il rimettere nudamente quello scritto alla fanciulla, fosse quanto sostituirsi ad un venale messaggero; operar meno di quello che avrebbe fatto il più negletto conoscente, o l'ultimo servo della casa. S'indispettì con sè medesimo d'avere accolto un'idea che gli poteva fruttare un'aggiunta di mali non meritata; e si pose di nuovo alla ricerca. Non andò guari che gli si affacciò un'altro partito egualmente semplice e per certo più saggio: e il suo volto andò incontro ad esso con un'aria sicura, come al vedere un'amico da cui s'aspetta soccorso.