Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV

Part 12

Chapter 123,783 wordsPublic domain

Espertissimo nell'arte di impadronirsi de' fatti altrui, destro nel fingere amicizia e nel provocare incaute confidenze, potè talora scovare il vero o creare de' sospetti più o meno fondati: ma quando intorno a lui ogni viso divenne impassibile ed ogni labro muto, ei ricorse alle più strane supposizioni, alle misteriose e generiche accuse: ottimo mezzo a tener viva nell'animo del suo padrone quella paura, a cui stipendii egli traeva una vita dorata. E in ciò il principe assecondava mirabilmente le intenzioni di colui; perocchè ombroso e diffidente per indole, andava accattando tutto ciò che cresceva i suoi sospetti.

L'arte moderna non è povera di veritiere rappresentazioni del vizio nel suo più schifoso aspetto. Sollevato il velo ipocrita che ricopre il lezzo della società, vi si mostrano il furto, l'assassinio, la prostituzione in tutta la pompa della loro deformità. Ma la spia è tale un mostro, che non ha ancora trovato la penna di fuoco che osi ritrarlo.

Egli è peggiore dell'omicida, del ladro, del falsario, perchè tutti i delitti di costoro stipendia ed adopera a' suoi fini. Egli uccide nella vita e nella riputazione quello pria che altri, a cui stese la mano d'amico. Vende la libertà e l'onore altrui, solo perchè non langua il suo mestiero. Machiavelli disse che gli uomini si debbono spegnere o vezzeggiare[11]; il delatore fa l'uno e l'altro, vezzeggia e spegne ad un tempo. Non è egli di solito un'energumeno, ebro dallo spirito di parte, che adoperi ogni suo mezzo ad indebolire una fazione avversa; ma si fa carnefice de' suoi simili senza provar sdegno o passione; nè come il carnefice porta il suo viso sul palco. — Talvolta sfugge la piena luce, ed è invulnerabile perchè anonimo, tal'altra assume l'inviolabilità di chi è rivestito di un publico officio, ed usufrutta il braccio di un potente, di cui diviene l'árbitro. Il tiranno può farvi grazia: la spia non mai. La folla, in mezzo alla quale si nasconde un delatore, prova apprensione ed angoscia, come al dubio che nel suo mezzo s'aggiri un idrofobo. Ognuno s'allontana, l'adunanza si scioglie: meglio è l'essere prigioniero nella propria casa, dice o pensa ciascuno, che affrontare il pericolo di un morso inavvertito, che infonde il veleno, e prepara una morte certa e spaventevole. Vero è che questo mostro, parto ibrido del dispotismo e della legge, vive talvolta all'ombra della stessa materna potenza; ma ciò non lo sottrae al marchio della publica infamia, alla esecrazione di tutti gli uomini, a quella fin anco dei meno onesti.

Medicina continuò ad essere la spia di Galeazzo secondo; morto lui, il Conte di Virtù, che aveva inaugurato il suo governo con leggi più miti, nella certezza di non avere nemici fra' suoi soggetti, bandì dalla sua corte quel sospetto collettore di accuse secrete.

Conobbe allora, che cacciato fuori dal castello e confuso tra la feccia, verrebbe accolto come un verme, su cui corrono a gara i piedi dei passanti per calpestarlo. Chiese, supplicò, in ginocchio, nella polvere; ma il bando non fu revocato.

Siccome però la confidenza nelle proprie forze non si spingeva tant'oltre in Giangaleazzo da fargli credere di non avere nemici o rivali, e temendo anzi che la gelosia gliene creasse ogni giorno tra' suoi vicini, così pensò il conte che la scaltrezza del ciurmatore avrebbe potuto giovargli come un arma secreta a conoscerne le intenzioni, ad isventarne le insidie.

Passò quindi Medicina dalla casa del Conte di Virtù a quella di Barnabò Visconti, e, pel merito di varie commendatizie, vi fu ricevuto come dotto in astrologia e negromanzia; carica in quel momento vacante alla corte. Ivi, supplendo ai diplomi coll'ir tronfio e col largheggiare di buoni augurj, acquistò credito a segno da far dimenticare i troppo mesti responsi di Andalone del Nero, astrologo di Luchino: il più celebre, che mai s'avesse un principe di quel secolo.

Barnabò, che non credeva ad altri fuorchè a se stesso, e non accordava a chicchessia il diritto di volgergli un consiglio, perchè avrebbe temuto di perdere il diritto di scapricciarsi a talento, aggradiva le parole di Medicina come lazzi da buffone; e, vantandosi d'ignorare fino l'alfa della scienza, ne conculcava i principii, e ne derideva le applicazioni. Per tal modo, la vuota dottrina de' suoi soggetti (perchè il nome del principe escisse dalla folla) lo costringeva a proclamare un'ignoranza, che, per caso, era principio di vera saggezza.

Medicina accumulava in sè i mestieri e gli stipendj. Al lucro fisso del suo impiego nominale, Barnabò aggiungevagli qualche straordinaria largizione, quasi a compenso di martoriarlo colla sua incredulità: ed oltre ciò, onorandolo del nome di sollazzevole buffone, gli soleva dire che la sua dottrina gli andava a sangue, perchè un dotto meno geloso della dignità della propria scienza, non avrebbe sperato di trovarlo mai.

Finalmente a giorni determinati, col pretesto di andare in volta per scoprire o raccogliere erbe, per consultar questo o quel collega, egli abbandonava il palazzo, esciva tacitamente dalla città, e correva di volo al castello di Pavia, dove le sue visite, accompagnate da una minuta relazione di quanto si diceva o si faceva alla corte di Milano, venivano bene ricevute e meglio pagate. — Fu in una di queste corse ch'egli dovette recarsi a Campomorto ed al castello dei Mantegazzi, ove noi lo abbiamo lasciato.

XXXIV.

Il Conte di Virtù, che nei rapporti co' suoi soggetti fu il più mite tra i principi del suo tempo, persuaso che sul campo e ad armi eguali sarebbe sempre stato vinto da vicini più forti di lui, ebbe ricorso a quelle arti, che più tardi il secretario fiorentino spiegava ai regnanti dicendo che “loro è necessario saper usare la bestia e l'uomo„, cioè la forza e la legge, e che “essendo a ciò necessitati, debbano di quella pigliar la volpe ed il leone[12]„. Forte di questo principio, che egli praticò prima che altri lo insegnasse, mirava a divenire potente, mostrandosi debole; addormentava i suoi emuli, fingendosi alieno da ogni ambizione; e, intanto che la sua spada era oziosa nel fodero, esercitava una importante influenza sugli stati vicini, sollecitando in secreto i partiti, scoprendo o sventando i disegni de' suoi avversari.

Fu tra i primi ad accreditare, presso le corti dei principi amici, gli inviati della sua corte muniti di lettere patenti piene d'ossequio, e d'istruzioni secrete piene di astuzia. — Medicina, ne duole il dirlo, poteva considerarsi da questo lato come un informe abbozzo d'uomo diplomatico. Non gli mancava l'arte di nascondere i fatti proprii e di scoprire gli altrui; di trattare con apparente leggerezza le cose gravi, e di dar aria di importanza alle lievi. Intanto, servendo ed ingannando entrambi i suoi padroni, costringeva la fortuna a versargli i suoi favori a due mani.

Era ben naturale che il Conte di Virtù accogliesse súbito il suo inviato; poichè s'aspettava qualche importante rivelazione. Ordinò quindi che fosse condotto al suo cospetto; e mentre colui s'inchinava profondamente, traendosi il cappuccio, egli, recatosi a sedere sul letto, aperse con lui il dialogo.

“Notizie?„

“Le solite a un dipresso.„

“E il tuo padrone che fa?„

“Il mio padrone è il Conte di Virtù, che Dio conservi„, soggiunse Medicina con accento ipocrito.

“Hai il solito rapporto in iscritto?„

“Sì illustrissimo„ — e in dir ciò trasse di sotto l'abito un portafogli, che slacciò per cavarvi una carta. Nel porgerla al conte, s'inchinò umilmente verso di lui, poi rialzatosi diè di piglio ad un doppiere, fe' lume sullo scritto, e disse: “perdonerà Vostra Grazia, se le presento degli uncini in cambio di caratteri. — Ma la fretta e la paura...„

Il conte era tutt'occhi e leggeva la relazione seguente, che trascriviamo colle stesse parole di Medicina:

“_Adì 30 Augusto hujus anni domni al hora XIV el domino Barnabove dixe queste parole al suo famulo et vestro = Messer Johanne Galeacio non se move dil suo palatio de Tesino per tema di noi: verum el prenzipe de Mediolano quando se delectasse de videre et osculare il suo dilectissimo nepote, no harria che a mouere puocchi fidi militi, et currere ad Pavia; et cvm gran festa et clamore saria receputo da i boni Pavesi = Et hoc dixit ridendo quasi ad lacrymas et cum malitiâ mvlta._

“_Deinde el che duoppo intervenne in Mediolano magna grameza per la sententia de duoi citadini condemnati a la forcha: caussa el hauere cazato nel bosco de Maregnano de proprietate del predicto Domino._

“_Item el camparo de Lambrate fu inguerzito cum uno spuntirolo roxo nel ochio destero, per hauer passato ultra la stangha de la strada privata del predicto Domino._

“_Item XII contadini furono mulctati et VII tirannice uerberati per mala custodia de cani.... ad jussum Magistri canateri predicti Domini._

“_Item_....„

Ma qui sarà meglio che tagliam corto col nostro referendario, e che entriamo noi al suo posto a raccontare meno barbaramente, se non con più evidenza, l'ultimo fatto di quella strana relazione. Ma per ben farci intendere, ci conviene tornare un passo indietro.

Barnabò Visconti, che aveva diviso con Giangaleazzo lo stato e l'eredità del fratello Matteo, non tenendo in comune che la città di Milano, ambiva ad accrescere la propria signoria a spese del nipote. — Il carattere di costui sembrava favorire i suoi disegni; e il primo tentativo non avea fallito; perchè Giangaleazzo mostrava di non aver coraggio di metter piedi in Milano, benchè vi avesse una residenza inespugnabile nella rocca di Porta Giovia.

Se non che, Barnabò colla sua politica astiosa e frenetica (o meglio colla sua nessuna politica) pensava tirare una bellissima posta giocando a carte scoperte; e siccome possedeva tutte le città che occupavano la parte settentrionale dello stato, stimò che nulla meglio gioverebbe ad indebolire il suo consorte, quanto il porglisi accanto sul limite meridionale, acquistandovi qualche terra o città, ed impedendogli di riquadrare i suoi possessi coll'aizzarlo ed inquietarlo ad ogni istante.

Trattò a questo fine con Feltrino Gonzaga della cessione di Reggio; e ne stipulò la compera al prezzo di cinquantamila fiorini d'oro. Somma equa riguardo ai tempi, ed all'importanza del territorio ceduto; scelerata se si pensa all'inconsulto assenso del popolo, che fremeva al nome di Barnabò, e che si disperava al solo dubio di doverne sopportare il governo.

Checchè fosse, Reggio ed il suo distretto divennero proprietà della casa Visconti; e Barnabò, per rassodare il suo dominio, non ignorando che in alcune castella del territorio s'aggregavano de' malcontenti pronti ad una riscossa, quando l'intruso signore osasse intimarne la resa, catturò Francesco Fogliarti fratello di Guido, uno de' più caldi nemici de' Visconti e il più potente fra i castellani di quella terra.

Benchè tra il Visconti ed i fratelli Fogliani non vi fosse mai stata alcuna ruggine, Barnabò ritenne Francesco prigioniero di guerra, come una caparra dell'obedienza dei baroni reggiani. Lo fe' chiudere perciò nel più squallido carcere, privandolo di luce, e di cibo, minacciandogli tormenti e patibolo, quando non sapesse indurre il fratello a sottomettersi al nuovo signore. La sola libertà che s'avesse il prigioniero, era quella di scrivere elegie a' suoi, per dipingere loro il suo stato deplorabile e supplicarli ad averne compassione.

Barnabò, che aveva tutti i requisiti del tiranno, fuorchè la finzione, approvava ed incoraggiava queste veritiere pitture della sua ferocia; perchè riponeva sempre il supremo de' suoi diritti nell'incontrastata facoltà di opprimere; e perchè, in questo caso, valevasi della sua vittima come di un mezzo per indurre i nemici a piegarsi a' suoi voleri.

Le querimonie dell'infelice Francesco Fogliano trovarono eco ne' cuori dei Reggiani riboccanti di un insuperabile odio contro la dominazione del Visconti. Il fratello di lui si confortava colla speranza, che Barnabò non avrebbe osato spargere il sangue d'un innocente. — Ma intanto si preparava a farne vendetta, non a liberarlo.

La resistenza dei Reggiani aveva preso dimensioni le più imponenti; l'ingiusta prigionia di un loro concittadino attizzava gli sdegni. Ai baroni ed ai signori, che l'avevano progettata, si unì parte del popolo; a questa, alcuni cittadini d'altre province. In Milano se ne parlava sommessamente, e non a caso; molti cospicui personaggi vi pigliavano parte da lungi col suffragio, col consiglio, col denaro.

Ma Barnabò sfidò il dolore e l'ira dei Reggiani mandando a morte lo sciagurato ostaggio: ed, aggiungendo lo scherno alla crudeltà, volle ch'egli fosse appiccato alle mura della stessa sua patria.

Il giorno in cui Reggio vide il migliore de' suoi figli subire la morte dei malfattori, la città ribelle parve domata. La storia, che riferisce fedelmente le grida disperate di un popolo che impreca contro la propria servitù, sarà sempre un eco debole ed infido di quel dolore cupo ed arcano, che divora dignitosamente l'oltraggio, ed aspetta. — Guai a colui che intollerante degli indugi, divora il seme, e non aspetta ch'egli porti frutto. Nulla v'ha di più sapiente che il frenar l'ira, per farne tesoro ai migliori momenti. — Forse il silenzio a prima giunta può sembrare viltà: ma noi, che per trista sorte ne fummo maestri, potremo insegnare, che esso non è soltanto la difesa del debole, ma diviene vittoria quante volte elude le speranze della tirannide; la quale sovente affretta un primo atto di crudeltà per provocare i risentimenti dell'oppresso ed avere pretesto ad altri e più gravi oltraggi.

Lo sgomento di Reggio si era diffuso fino a Milano. — Prima che vi giungesse la notizia della morte di Francesco Fogliano, correvano per la città voci sinistre sulla sorte di alcuni cittadini. Parlavasi di una grande congiura scoperta, di gente condotta prigione, di un nuovo e terribile processo, che doveva iniziarsi. Il primo annuncio di una sciagura non è per solito al disotto del vero. Ognuno sulla fede di tante crudeltà vedute, traduceva a suo modo, ma sempre con terribili colori, il risultato di quell'avvenimento. Chi ne conosceva il filo taceva; chi era ignaro dei fatti credeva scolparsi dichiarandolo, ma non era perciò più tranquillo; tutti prevedevano nuovi tormenti e nuovi tormentati.

Volgeva su questo argomento la relazione di Medicina, ed il Conte di Virtù, che dallo scritto di lui non sapeva cavare quanto bastasse ad appagare la sua curiosità, gli volgeva ad ogni istante la parola:

“Tu non mi accenni il nome di alcuna tra le vittime?„

“Messer no; la cosa è tanto recente; d'altronde sono parecchi, sono molti, e m'ero serbato l'officio di nominarveli a voce.„

“Ebbene?„ prese a dire il conte con aria d'interrogazione e d'impazienza.

“Le bujose dovrebbero essere già popolate — v'ha posto per un Biglia, per Anselmo Borri, per due degli Osii, un Martin Lanzani, uno de' Mantegazzi....„

“Un Mantegazza, e quale?„ chiese il conte meravigliato.

“Perdoni Vostra Grazia, non ve lo saprei dire — ve n'è più d'uno di questo nome, ed io....„

“Messer Medicina, fate meglio il vostro mestiero, o vi rinunciate del tutto — Questo servirmi a mezzo mi pone in sospetto — pensate ai casi vostri.„

Medicina non sapeva comprendere la ragione di quella minaccia. Egli non rammentava in quel momento d'essere in casa d'un Mantegazza; e molto meno poteva conoscere che quel nome risuonava caro alle orecchie del conte. — Attribuì quindi il rimprovero ad uno di que' ticchii dei grandi signori, cui, per l'essere suo, era abituato da un pezzo. In cuore non se ne curò punto; col viso finse d'essere commosso. Tutto raumiliato si prostrò davanti al suo signore, con quel fare mansueto, che sembra voler dir “batti„, e che perciò disarma.

“Signore, abbiate pietà del vostro più fedele servitore, sclamò l'ipocrita: se non vi manca che una sua prova di zelo per convincervi chi egli sia, comandategli di correre tosto a Milano a pigliar notizia del fatto. Prima che spunti il giorno, Medicina, vivaddio, vi porterà la risposta.„

“Allora partite: ma che nessuno sappia il motivo della vostra corsa; che nessuno al mondo prima di me conosca ciò che voi avete veduto ed udito.„

Medicina, senza aggiungere parola, si pose la destra sul petto in aria di obedienza, e di promessa; fece un inchino ancora più profondo dei consueti; ed escito fuori, chiese una cavalcatura su cui montò di un salto, e partì di galoppo per Milano.

XXXV.

Quella notte parve eterna al conte; più lunga e dolorosa di quelle che dianzi aveva passato fra l'insonnia e la febre. L'annuncio del ciurmatore gli aveva fitto nel cuore una spina, a togliere la quale non valevano ragioni. Il silenzio e la solitudine che lo circondavano, non erano i mezzi più acconci per dissipare un funesto presentimento. Egli conosceva Maffiolo solo per nome e per fama; ma ne apprezzava altamente la virtù. Ora cominciava a venerare in lui il padre d'Agnesina; tremava per esso, e più ancora per la sorte dell'amata donzella.

Riandò colla mente ogni probabilità che Medicina si fosse ingannato nell'udire o nel ripetere quel nome. — Posto anche che il nome fosse vero, molti erano dello stesso casato in Milano; e riposava qualche momento sulla speranza di un errore di persona. — Alla peggio, quando fosse caduto il sospetto di Barnabò su Maffiolo, egli impiegherebbe ogni suo mezzo per dissiparlo; tenterebbe ciò che non aveva mai osato prima, i buoni officii, le speciali raccomandazioni, le preghiere; purchè Agnesina non avesse a soffrire. — Ma gli effetti d'ogni ragione consolante erano passaggieri. Tutto dipendeva dalla esatta conoscenza dei fatti; l'incertezza è per sè sola un tormento, che avvelena anche le cose liete. Se la pigliava quindi colla insufficienza di Medicina, colla sua lentezza, coll'eterna durata di quella notte; implorava il ritorno della luce, e più volte era disceso al balcone per vedere se inalbava.

Medicina intanto, cacciando a viva forza le calcagna nel fianco del cavallo, e flagellandolo ad ogni passo sulla groppa, era volato a Milano. Ivi cercò e rinvenne; interrogò e seppe quanto gli era necessario. La sua missione fu coronata d'un ampio successo. Egli ritornava quindi colla stessa velocità a Campomorto, carico di notizie raccolte dalla testimonianza di chi aveva trovato in casa dei Mantegazzi, e confermato da uno scritto chiuso a sigillo e diretto ad Agnese.

Quando Medicina pose il piede nella stanza del conte, era ancora notte; la piccola lampada che ardeva, mandando una luce vacillante, attestava la veglia del conte. Ma questi aveva abbandonato il letto; e ravvolto in un'ampia guarnacca di velluto bruno, sedeva davanti ad uno scrittojo, col capo tra le mani, fantasticando ed aspettando. Egli aveva distinto ben da lontano il galoppo del cavallo, aveva udito il cigolío dei perni del portone; teneva conto del tempo necessario per scavalcare, per salire, per giungere alle sue stanze. — E quando udì che alcuno bussava alla sua porta, non potè trattenersi dall'andargli incontro.

“Ebbene?„ disse egli colla sua solita formola interrogativa.

“Grandi notizie, o mio signore...?„

“Dì presto: buone o grame...„

“Ciò dipende dagli interessi di chi le ascolta...„

“Parla: dimmi, che avviene di Maffiolo Mantegazza?„

“È al sicuro dalle ire di messer vostro zio: parola d'onore.„

“Fuggito forse?„

“Fuggito appunto, e per non ritornare mai più.„

“Ma dove, ma quando?...„

Medicina in vero esitava, non sapendo se la notizia che egli recava sarebbe bene o male accetta. Ad ogni modo avrebbe voluto, che non andasse sfruttato il merito dell'opera sua. Invano studiava il volto del conte per indovinarne i desideri; su quella fisonomia non leggeva altro che l'impazienza.

“Hai tu paura di dirmi tutta la verità? — ripigliò il Conte colla amorevolezza propria di chi è lieto d'aspettarsi una buona nuova — e che? credi tu forse che io goda del male altrui? Se Maffiolo Mantegazza è fuggito, tanto meglio: Dio vegli su lui... e lo conduca a salvamento.„

“Dio veglierà su lui, non ne dubitate„, soggiunse Medicina, arrestandosi sulla frase, che lasciava sottintendere in certo modo la nuda verità “Messer Maffiolo non è più in balía degli uomini. Egli....„

“Non è più in balía degli uomini!!„

“Si, o Messere, poichè egli è morto.„

“Maffiolo è morto?...„ sclamò il conte con accento di desolazione.

“Maffiolo è morto!...„ ripetè il ciurmatore, scomponendo la frase nelle sue sillabe e pronunciandole con tuono patetico.

“Ma quando, e per mano di chi?„

“Jeri, e per mano propria.„

“Se ne conosce il motivo?„

“Vi è ogni ragione per credere ch'egli pigliasse l'unico disperato partito che lo sottraeva ai fanti di giustizia, pronti a mettergli le ugne addosso.„

Il conte si coperse il volto colle due mani, e con parole soffocate, che niuno avrebbe potuto comprendere, susurrò tra sè. “Che avverrà mai di sua figlia?... e lo amava tanto....! povera Agnesina....!„

Il ciurmatore, meravigliato di una sensibilità così nuova, desiderava mitigare l'asprezza della notizia, e non sapeva come farlo.

“Mi fa male il vedervi tanto afflitto, o signore„; prese egli a dire.

Si scosse a quelle parole il conte, e dimandò:

“Sai tu i particolari di quest'avvenimento?„

“Una lettera dello stesso messer Maffiolo diretta a sua figlia chiarirà l'arcano. Eccola:„; — e la consegnò al principe.

Pensava tra sè il conte, se quello scritto doveva essere posto nelle mani d'Agnesina, perchè fosse resa consapevole della sciagura dalle stesse parole di suo padre. Ma ciò era forse quanto ucciderla. — Assunse pertanto sopra di sè il carico di informarla, sperando che l'amor suo gli avrebbe suggerito le parole più proprie a così doloroso officio. Ripose la lettera di sotto al giustacuore, ed alzando gli occhi su Medicina, gli disse:

“Ora narra, e con tutta chiarezza, quanto è a tua notizia.„

“Vi parlerò per bocca di un testimonio, che vide quanto era possibile vedere — soggiunse Medicina con una voce sì commossa, che non sembrava più quella del cantambanco. — Fino da jeri mattina alcuni ceffi scomunicati, che appestavano di bargello a un miglio, facevano la ronda lungo la via, dov'è la casa dei Mantegazzi. Messer Maffiolo non mise piede fuori della porta. I vicini, che avevano annasato i birri, cominciavano a rallegrarsi nella speranza, che il buon messere l'avesse data a gambe. Così fosse stato! egli invece era rinchiuso nel suo studio, in mezzo a un monte di carte, che, dicesi, ripassava una per una; questa riponendo, quell'altra gittando alle fiamme. I fanti, vogliosi di far preda, senza dar nell'occhio alla plebaglia, che quando vuol giustizia sa farla in via sbrigativa assai meglio che il capitano, attendevano la notte, per fare il colpo. — Dicesi ancora che Messer Maffiolo informato di tutto, aspettasse l'ora opportuna per cavarsela, e che a ciò corressero intelligenze col vicinato: anzi che vi fosse una scala già pronta, perchè potesse discendere da un finestruolo, e per gli orti scantonare alla sorda. — Tutti sogni della buona gente, che vorrebbe liberarsi dalla pena di compatire e di operare. Non v'era nè soccorso, nè scala, nè tampoco un uomo; nessuno volle risicare la propria per la pelle altrui. — Venne infine quella sciagurata notte. Messere non era mai uscito dal suo studio. Alcuno, che lo vide, attestò che egli era sparuto, scarno, quasi contrafatto, che sedeva davanti al suo stipo, scribacchiando come uno che ha più cose a dire, che tempo per enumerarle. — Un servo tentò distoglierlo da quella occupazione, rammentandogli essere l'ora della cena; egli rispose all'invito chiedendo gli venisse portata una lampada, e tirò avanti nel far correre la penna e nel rovistare le carte. — Quando fu bujo fitto, il servo udì scorrere il chiavaccio alla porta dello studio; e quante volte s'accostò ad essa per agguatare dalle fessure, nulla vide nè udì.„