Il Conte di Virtù vol. 1/2 Storia italiana del secolo XIV
Part 11
A Bertolino de' Sisti veniva un giorno presentato un ordine sovrano, in forza del quale la signoria pigliava possesso di un suo poderetto confinante col parco de' Visconti. — Quest'atto era del tutto arbitrario; il modo con cui veniva messo ad esecuzione non aveva ragione legale. Nondimeno bisognava piegare la fronte. L'insaziabile cupidigia del potente signore, traeva seco tutte le conseguenze della necessità che non ha legge.
Figuratevi il dolore del dabben uomo, che in quelle poche zolle aveva ogni ben suo, e se le teneva care perchè erano la sorgente della sua modesta agiatezza, e l'orgoglio avito della sua famiglia, illustrata già pel corso di un secolo da quel possesso allodiale. Figuratevi la sua disperazione quando s'accorse che quella non era nè vendita nè permuta; ma una cessione a tutta perdita, perocchè, come egli diceva, non gli veniva fatta nè dimanda nè proposta, ma gli si portava via la roba sua, senza dire “guarda„; e dovea chiamarsi fortunato se gli si dava un cencio di carta che almeno salvasse a' suoi figli il nome, se non il possesso, di quel poco ben di Dio; anzi bisognava dir grazie se il fisco non mandava alle forche e lui e la figlia, e tutto il parentado, per divenire l'erede dei Sisti, e tenersi il fatto loro in buona coscienza.
Però di questo bolli bolli non faceva parola con tutti, sapendo, che la giustizia (quale giustizia!) gli teneva gli occhi addosso. Il consigliere, il testimonio della sua passione, il depositario de' suoi secreti era Medicina; egli, che previde forse un tale momento, se pur non l'affrettò co' suoi maneggi, alimentava in lui qualche debole speranza, impiegando le più belle frasi, che dir possa un amico.
Ma non era soltanto il balsamo delle parole, che egli versava con affettata sollecitudine sulla piaga del povero taverniere: a tempo e luogo dava libero corso agli sdegni, che, a dir suo, gli invelenivano la vita; assumeva la parte dell'offeso, mandando imprecazioni contro l'autore di quelle ribalderie; ripeteva, che era tempo di mettere fine a tanti soprusi; che la giustizia, quando non si può ottenerla, bisogna farsela da sè, e chiudeva il suo dire con una reticenza, che aveva tutta l'aria di una minaccia.
Bertolino che, a quel poco che n'abbiam detto, ognuno riconosce per l'uomo il più mansueto del mondo, all'udire quelle parole risorgeva alquanto dal suo abbattimento, e si sentiva nascere in cuore un non so quale ardore guerriero fino allora sconosciuto. — In que' colloquj, tenuti in istrettissima confidenza, egli concludeva sempre, essere nelle disgrazie che si riconoscono gli amici; — e stringeva la mano a Medicina!
Un giorno costui, dopo le solite tirate, gli lasciò travedere, che la cosa non era poi affatto disperata, — che non si lasciasse andar tanto di spirito. Il giorno seguente fece un passo avanti, insistette sulla necessità di ottenere giustizia; disse che, per ottenerla, bisognava cercarla. Al terzo dì, entrando nella taverna con un viso più accigliato del solito e mettendo maggior riserbo nelle parole, gli si fece vicino, e gli disse piano all'orecchio: “ho a dirvi cosa importante; ma che nemmeno l'aria ci ascolti.„
Bertolino meravigliato di questo invito, e nello stesso tempo confortato dalla speranza di potere finalmente udire qualcosa di decisivo, avrebbe voluto chiarir sùbito il mistero. — Medicina nol volle. Si stabilì che il colloquio avrebbe avuto luogo dopo la chiusura dell'osteria: e così fu.
“Amico mio, — gli disse il ciurmatore, poichè furono soli, versando da bere a Bertolino, che in quel momento sembrava l'avventore e non l'oste, — cosa servono tanti accoramenti, tanti piati? che ve ne viene in scarsella? Quando avrete pianto gli occhi, a conti fatti, restate ancora il poveretto di prima, e peggio.„
“Avete ragione, disse l'altro, e intanto sospirava, ma.... l'è grossa, vedete, e non la mi vuol passare....„
“Non la vuol passare? — soggiunse con una certa leggerezza disinvolta il falso amico, quasi volesse fargli scendere nell'animo inavvertitamente la cosa che stava per dirgli. — Io ne' panni vostri non mi starei lì da quasi un mese a rodermi inutilmente le viscere. Ma non capite, che vi vogliono far crepare; per ridere poscia di voi?„
“Cosa fareste voi che la sapete lunga? sentiamo...„ disse l'oste, a cui non erasi data invano l'imbeccata....
La cosa che stava per aggiungere il ciurmatore era assai grave, e voleva essere amministrata a piccole dosi, onde non producesse un effetto contrario a quello che se ne aspettava. — Egli dunque la pigliò alla lontana.
“Vi sono de' nostri che pensano fare grandi cose a pro di noi tutti — gente, che ha sangue nelle vene e ducati in scarsella. Quell'affare di Voghera, voi lo credete finito? ed a quel modo? Finito, perchè nè in piazza nè qui nella vostra bettola udite parlarne. — Le zucche, Bertolino mio! Ne vedremo delle belle, se Dio ci dà la vita. Guardate — e in dir questo colmò la caraffa del compagno e poi la sua — io ho tanta fede in quella buona gente, che voglio bere alla salute di loro ed alla nostra, poi alle vendette di Voghera, e infine alla vostra fortuna„.... E in dir ciò, Medicina di proposito, l'altro macchinalmente, vuotarono le tazze.
L'oste, soprafatto ma non istrutto da quelle parole, non vedeva più chiaro; ma cominciava a provar diletto di quella mezza oscurità, che gli poneva dinanzi agli occhi qualche visione lusinghiera.
“Alle corte — continuò a dire Medicina quando vide che le sue parole non cadevano in fallo — bisogna venir fuori da questo viluppo, poichè vi ci siamo cacciati. Già il cielo ne dice: ajutati che ti ajuterò.„
“Dunque?„
“Non mi fate il broncio, figliuol mio, se per oggi vi lascio tutta la vostra curiosità. Risponderò dimani, quando anch'io avrò chiesto a chi si deve, e fiutato ben bene, dove.... il dove lo so io.... Andate intanto a dormire; ed a rivederci dimani, alla istessa ora, e davanti a un fiasco simile a questo.„
Detto ciò, se ne andava, dandosi una fregatína di mano e dicendo: “gli è una buona pasta d'uomo costui; un po' testardo; ma non monta. Tanto torna la gatta al lardo, che ella vi lascia la zampa.„
XXXI.
Il piano di una vasta cospirazione, meditata da un pezzo e ormai matura, che Medicina svelò il giorno dopo all'oste, era accompagnato da quel corredo di circostanze minute e verosimili, che aggiungono fede al più strano racconto. V'era più che bastasse per convincere Bertolino. Inetto a penetrare da sè nel midollo di queste faccende per lui del tutto nuove, egli accettava checchè gli venisse detto coll'ingordigia di un affamato, che ingoja il cibo senza masticarlo. — Ascoltava attonito, ma non incredulo; prometteva ciecamente di fare quanto gli venisse ingiunto, non mirando ad altro che a rivendicare il fatto suo; e non pensava, l'incauto, che quelle promesse lo legavano ad un patto terribile, che gli poteva costare la vita al solo sognarne.
È inutile il tener dietro alle ciance dilungate di Medicina. La cospirazione non esisteva che nella fantasia di lui. Quel metterne a parte un uomo, che aveva grande interesse a prestarvi fede e braccio, era il tranello, in cui sperava cogliere il padre di Maria, per quel perchè già noto a tutti.
A creare un delitto, e sopra tutto un crimenlese, non era necessario nè un grande apparato di indizii, nè il concorso di molte circostanze, nè l'esecuzione materiale d'un atto aggressivo. Bastavano delle apparenze; bastava un'accusa indeterminata, financo la calunnia. Chi sa d'aver meritato l'odio altrui, non a torto ne sospetta e ne teme la conseguenza. — Che ciò potesse accadere sotto la dominazione dei più esecrati fra i vecchi tiranni, noi certo non ne dobbiamo far meraviglia, e molto meno oseremo dubitarne; imperocchè, senza punto interrogare le cronache di quel secolo, troviamo registrato, a lettere di sangue nelle memorie di jeri, non pochi fatti che comprovano questa terribile verità.
Bertolino, dal momento che aveva ascoltato le parole del ciurmatore senza correre a farne denunzia, era reo di morte. Tutt'al più era a disputarsi quale supplizio, dallo spedito capestro all'eterna quaresima, gli verrebbe inflitto. — Ed egli mesceva al suo assassino!
Costui, con arte diabolica, aveva cominciato dal sollevare nell'uomo il più mansueto l'ira che gli bolliva secretamente nel cuore senz'altra manifestazione che rimpianti e sospiri innocui. Il cruccio convertì poscia in livore. Abituò il suo animo alle idee del sangue; gli parlò in nome de' suoi doveri di cittadino e di padre; lo fece sicuro dell'ajuto di innumerevoli compagni; gli rammentò infine la cacciata de' Beccaria, ed il supplizio di frate Jacopo Bussolari, perchè si convincesse aver egli a rifar ciò, che era stato operato da quelli stessi, che ora parlavano dal trono in nome della giustizia, mentre la calpestavano. A questo modo dall'una all'altra parola, da questo a quel proposito, spianando la via ad ogni difficoltà, lo condusse all'estremo di quell'ebrezza, che altro non chiede se non un ferro di cui armare la mano ed un petto in cui immergerlo.
Se alcuno dubita, che Bertolino osasse tanto, gli dirò che quanto ei si dispone ad udire è confermato da tutti gli storici.[10] Solo avrei a confessare di non aver saputo svolgere convenientemente tutto l'apparato delle seduzioni, che tolsero ad un uomo onesto la coscienza de' proprii doveri, e ne pervertirono il senno ed il cuore. Ciò che deve far meraviglia non è tanto l'improviso coraggio di Bertolino, quanto la profonda e sapiente perversità del suo falso amico. — Se l'assassino compie il delitto con un'arma spuntata, il nostro stupore non si arresta alla insufficienza dello strumento, ma risale all'audacia del braccio che se ne valse.
Il dì seguente, verso il cader del sole, dopo un più lauto pranzo, in cui Bertolino bevve a chiusi occhi la sua completa demenza, i due compagni s'avviarono fuor di Pavia, e penetrarono nel parco dei Visconti da quel lato, in cui il ricinto interrotto mostrava dalle sue morse il progetto di un ampliamento.
Ivi esisteva il poderetto del taverniere. — Costui vedeva levarsi sul bruno velo dell'aria i contorni maestosi degli alberi, che egli stesso aveva piantati; vedeva le tracce dell'ultima messe da lui raccolta e le recenti stoppie che aspettavano il nuovo mietitore. Distingueva, ancorchè già fosse bujo, i tralci carichi d'uve, che egli ne' suoi sogni aveva pigiate ed imbottate cento volte. — L'umidità acre e velenosa, che si levava dai campi, gli inzuppava le vesti e gli intirizziva le membra; ma il sangue, rifluendo al cuore ed accelerandone i battiti, rinfocolava i propositi e l'ardimento.
Medicina sapeva che a quell'ora per una di quelle stradicciuole doveva passare il Signor di Pavia di ritorno al castello.
“Animo,„ disse al compagno, accorgendosi che questo era assiderato, e batteva i denti.
Bertolino non gli rispose.
“Animo, dunque, non mi fate il fanciullo.... Ma che avete?„
Il povero uomo non si trovava in istato di dir parola, tante erano le emozioni, che lo assalivano in quel punto. Ben se ne avvide il compagno, e, temendo che il coraggio gli venisse meno in sul più buono, si trasse di sotto alla guarnacca un fiaschetto vestito, e glielo porse, dicendogli:
“Bevetene una buona tirata: qui regna la mal'aria, bisogna cacciare il freddo; chè se vi piglia il granchio allo stomaco, dimani comincereste a piatire colla quartana, e Dio sa fin quando.„
La bevanda, che Medicina teneva in serbo, era un liquore da lui preparato secondo il recipe di Guido Bonatto, il più celebre professore di scienze occulte del secolo. — L'ingrediente principale era l'umor vitreo estratto dall'occhio del gallo; piccolissima dose di esso, quando fosse bene elaborata, bastava ad infondere il coraggio della disperazione nel cuore dell'uomo il più pusillanime. — La sostanza eroica, è bene saperlo, era sciolta nello spirito delle vinacce con aggiunta di ginepro e di genziana. Povera scienza occulta!
L'oste, in mezzo a tanto sbalordimento, e sotto l'azione del doppio veleno propinatogli nelle istigazioni e nella bevanda del ciurmatore, era ridotto ad uno stato di completa ubriachezza. In quel momento egli non aveva ombra di senno: forse avrebbe ucciso la sua diletta Maria, perchè non era in grado di riconoscerla. Di tutta la vita, egli non ricordava che una cosa sola; la sua ingiusta povertà. Un solo pensiero gli regnava nella mente; la ricerca del mezzo più acconcio per ottenere pronta giustizia. — Egli si sarebbe gittato ai piedi del suo nemico implorando grazia in nome di Dio, e per l'amore di sua figlia, colla stessa commozione, con cui lo avrebbe colpito nel petto; purchè ottenesse il suo intento.
Aveva tra le mani un pugnale, senza sapere chi ve lo avesse posto. Aspettava una persona, senza pure conoscerla. La prima creatura, che gli si fosse messa davanti, sarebbe stata la vittima designata. Ma Medicina colle sue infernali ciurmerie aveva scambiate le parti; la vera vittima era l'infelice a cui egli aveva tolto la ragione, e nelle cui mani affidava insidiosamente il ferro dell'assassino.
Medicina, che aveva udito lo scalpitare di una cavalcatura, abbandonò il suo compagno, e si ritirò. A pochi passi alcuni uomini armati lo aspettavano. — Costoro, vistolo e scambiato un segnale per farsi conoscere, s'appiattarono con lui dietro il tronco di un albero.
Il cavaliero avanzava; Bertolino non si curava neppure di nascondersi.
Quando furono di contro l'uno all'altro, questi si scagliò furiosamente contro chi gli passava dinanzi, e, levando la destra, vibrò a caso il pugnale.
Ma la punta, che non poteva far danno perchè ottusa e mal temprata, non giunse pure a toccare le anella della finissima maglia d'acciajo che indossava il principe. Un branco di sgherri piombò sul feritore, e, strappatagli di mano l'arma, l'aggratigliò strettamente. Medicina era il primo e il più zelante tra quelli. Per buona sorte l'infelice prigioniero trovavasi in tale stato di demenza, che non potè riconoscere il suo giuda.
XXXII.
L'indimani di quel fatto fu uno di que' giorni che la storia consegna alla sua più luttuosa pagina, perchè sia feconda di un grande insegnamento.
Quando l'uomo insuperbisce di sè, e s'inebria dello spirito sovrumano che riscalda la sua creta, si specchii in quella: egli troverà di che stupire, di che piangere.
La leggano i posteri finchè l'abbiano scolpita nella memoria; imperocchè se dai fatti gloriosi egli apprende ad amare gli eroi; dalla storia de' suoi traviamenti imparerà assai più: a superare, a vincere sè stesso.
Ecco in poche parole il tristo séguito di quel fatto.
La città, allo spargersi la notizia dell'attentato, assunse un aspetto di lutto generale. Da ciò s'apprende che fin d'allora esisteva quella falsa civiltà, che insegna a mentire publicamente. — Nel cuore di molti, forse in quello de' più, la mestizia non era altro che l'amara delusione di un colpo fallito. Il secolo permetteva queste aspirazioni scelerate. I mali erano estremi; pareva lecito il ricorrere agli estremi rimedj.
Il vero e profondo sgomento esisteva; ma in quali individui? nel servidorame sfaccendato e leccone che aveva associata alla vita del principe la propria fortuna; ne' devoti, che stavano per raccogliere il frutto di lunghe adulazioni; ne' mozzorecchi largamente stipendiati a puntellare il trono colle sceleraggini. — V'erano pure di quelli che deploravano l'acciecamento di Bertolino, che si dolevano di cuore nel vedere messe le sorti del paese nella mano di un farnetico, che si fa interprete di un voto inconsulto. — Questi erano gli uomini illuminati; quindi la minoranza.
Il pericolo del principe fu da tutti creduto gravissimo. Chi ha seguito con noi i disegni ed i maneggi di Medicina saprà che pericolo non vi fu; perchè tutto era preveduto. Il delatore aveva creato un delitto, per assecondare i suoi sentimenti d'odio e di vendetta, per buscarsi il pingue proveccio della denuncia secreta.
Si celebrò la salvezza di Galeazzo con feste religiose e civili. Fu chi la chiamò un miracolo. Il popolo cantò l'_A Dio lodiamo_; come avrebbe cantato il _miserere_. — Dimenticò i suoi rimpianti, i suoi sdegni nelle gazzarre. Corse in folla al torneo ordinato dal principe; vi si satollò di stupore e d'allegrezze; e ne ritornò cantando _osanna_ a colui contro il quale, un giorno prima, aveva in secreto scagliato bestemmie e maledizioni.
E la giustizia? decretò la più grave delle pene al povero demente; e, perchè giovasse l'esempio, lo raccomandò alla perizia del più famoso carnefice. Questo ne fece sfoggio; trascinò il reo per le strade di Pavia a coda di cavallo, mentre, zelante come il medico che sorveglia ogni sintomo dell'infermo aggravato, sogguardava il moribondo, e ne consultava i polsi, temendo che la vita di lui gli sfuggisse troppo presto. La natura del condannato non potè reggere a lungo; fu necessario affrettare l'estremo supplizio. — Legato per ciascuna delle gambe al fornimento di due barberi sboccati, venne fatto a quarti da quegli ammali, sospinti furiosamente, a colpi di nervo, in direzione opposta.
La sua agonia fu benedetta da un monaco: le esequie furono celebrate sopra una catasta di legna, entro cui si raccolsero e s'abbruciarono le membra stracciate. La sua tomba fu l'aria, che disperse le ceneri.
La morte del povero demente destò profonda impressione. Egli era reo, e la colpa davanti ai giudizii umani non poteva essere perdonata: ma la pena, perchè intemperante, risvegliava nell'animo dello spettatore qualcosa di pietoso, che ne falsava lo scopo. Il supplizio diveniva la caparra del perdono del cielo; l'uomo, tradito al carnefice come un colpevole, usciva dalle sue mani riabilitato dal martirio.
Qui non hanno fine gli orrori di quella giornata; v'ha assai di peggio. La giustizia umana, dopo aver messo a morte un pazzo, colmava la misura della iniquità, premiando l'omicida. Il vero autore del doppio misfatto, colui che aveva creato l'assassinio e l'assassino, riscuoteva una vistosa somma di denaro, e si meritava la fiducia e la protezione di colui, che fu salvo unicamente dall'apparenza di un pericolo inventato per affrettare l'altrui ruina.
Ma la più laida mercede di tanto delitto non gli fu data da alcuno; gli uscì spontanea dal fondo dell'animo, in cui fermentava da tempo il lievito corrotto della vendetta. — Quando, due giorni dopo la morte di Bertolino, egli incontrò Maria sola, incadaverita, coperta di un sajo bruno, esultò più assai di quella sera, in cui sognava di trionfare della sua virtù. Nè il commovente aspetto del dolore, nè quello ancora più solenne dell'innocenza, bastarono a porre un freno alla sua instancabile persecuzione. Studiò ogni passo di lei per attraversarlo colla sua presenza; giunse alcuna volta a susurrarle all'orecchio qualche parola. — Un dì, in cui ella usciva di chiesa, le disse piano e con un sogghigno infernale “a poco a poco i gruppi verranno al pettine.„ Quelle parole erano un insulto ed una minaccia. Ne tremò Maria; ma l'infelice non aveva altro rimedio che il piangere ed il pregare.
Povera fanciulla! la perdita del poderetto le aveva cagionata la morte del padre, questa la conduceva alla più squallida miseria. La taverna fu chiusa, e l'orfana, portando seco il tenuissimo avanzo del suo patrimonio, trovò un rifugio mal sicuro in una lurida soffitta. Coloro, che tante volte l'avevano festeggiata, e che conoscendola sì bella e sì ben proveduta posero gli occhi su lei, e se l'augurarono in isposa, scomparvero tutti, quando della sua doppia dote le restava soltanto la più caduca. Il destino che sembrava averla condannata al più terribile isolamento, non riempiva l'eterno vuoto della sua esistenza che coll'imagine spaventevole del ciurmatore. Fosse caso o studio, ella doveva sempre incontrarlo.
Circa un mese dopo, ritornando sull'imbrunire alla sua stanza, trovò l'uscio mal rabbattuto. Lo scosse spaventata, entrò, e si vide dicontro Medicina.
Stremata dai lunghi patimenti, e certa dell'impossibilità d'avere soccorso, non ebbe nè la forza per resistere, nè la destrezza per fuggire. Mise un debole grido, e cadde svenuta sul pavimento.
Il ribaldo si dolse di quest'accidente perchè dinanzi ad un corpo inanimato non poteva vomitare quel veleno di vituperj e d'oltraggi, che da lungo tempo gli pesava sul petto. — Pel resto!..
Ma la providenza vegliò ancora su Maria.
Mentre lo scelerato, alla luce sinistra di un lumino da lui acceso, ritto della persona, coll'occhio torvo e le labra atteggiate all'insulto, stava contemplando la vittima, ormai tutta sua, che non gli chiedeva più nulla, che tutto abbandonava indifeso, s'udì al di fuori un alternare concitato di passi, come d'alcuno che s'affrettava ad arrivare.
Medicina si pose in ascolto, sospettò, comprese. — Trasse dal fodero un coltellaccio, spense il lumino, e si mise in guardia.
Un giovinetto, tenendo in una mano una lanterna cieca, nell'altra un pugnale, passò la soglia della stanzetta, e drizzò un raggio sul volto di Medicina. Non gli fu mestiero di guardarlo a lungo, perchè l'aveva veduto entrare pochi istanti prima. Ma quella luce era il giudizio del colpevole; al giudizio tenevano dietro la sentenza e la pena.
Le lame de' due armati s'incrociarono in una lotta breve, ma decisiva. Pareva che il coltello dell'assassino non avesse nè filo, nè punta; strisciava di piatto sulle carni del giovine, senza recargli alcun danno. L'altr'arma invece, guidata da più che disperato ardimento, s'aperse strada nel petto dell'assassino e lo ricacciò, come morto, sul suolo.
Il liberatore prestò a Maria i soccorsi necessarii per richiamarla ai sensi. — Quando la fanciulla rinvenne, si trovò sdrajata sul letto, e vide al suo fianco il giovine che la vegliava. I tratti di quel volto non le erano ignoti; ma un piglio franco e pago di sè dava a quelle sembianze un rilievo di vita affatto nuovo. Lo guardò meglio, lo riconobbe — era il garzone della taverna. Il poveretto non s'era avveduto della bellezza di Maria, e non aveva neppure sognata la felicità di poterla amare. Ma quando, separato da lei, si trovò d'esserle eguale almeno nella povertà, la trovò bellissima, e l'adorò in secreto. In faccia alla figlia del suo padrone egli non aveva mai osato levare lo sguardo; dinanzi all'orfana infelice, derelitta, trovò un ardimento tutto nuovo, e volle e seppe essere il suo angelo tutelare. Ricco le avrebbe offerto gli agi della vita, un compenso almeno ai molti rovesci della fortuna; inetto a tanto, s'accontentò di vegliare alla sicurezza di lei, pensando, nella sua giovanile sagacia, che la bellezza accompagnata dall'inopia è spesso troppo difficile carico alla virtù. — Il garzone rimase, quanto era necessario, vicino alla sua antica padrona, ma al momento di separarsi, non ne provarono dolore, giacchè entrambi spontaneamente ad una voce si dissero; a rivederci. — Maria volle compensare il suo liberatore accordandogli la mano ed il cuore. Questi disse che il premio era troppo grande, ma l'accettò con tal gioja, che non si può descrivere.
Fra l'uno e l'altro non si allentò mai il legame reciproco del beneficio e della gratitudine. A poco a poco, coll'assiduo lavoro, ridonarono alla propria famigliola qualche agio, e furono felici, “Per riconoscere la sola felicità possibile al mondo, diceva Maria, bisogna cercarla fra chi ha patito; il confronto la fa scorgere; e in ciò, concludeva ella con un sospiro, io non ho che a ritornare in me stessa.„
CAPITOLO QUINTO
XXXIII.
Medicina, che era stato creduto mortalmente ferito, guarì e troppo presto, sì che potè ritornare in brev'ora alle antiche abitudini e ripigliare il corso appena interrotto delle sue sceleratezze. — Spiantò la bottega da cantambanco, che gli fruttava meschinissimo guadagno e troppi pericoli; poichè il popolo, che aveva finalmente riconosciuto chi egli fosse, tentò un giorno di scassinare a colpi di pietra la sua baracca. Lo sfavore del publico gli mantenne e gli crebbe la fiducia del signor di Pavia, che aspettandosi da lui altri servigi, lo chiamò presso di sè ad un officio secreto.