Il Conte di Monte-Cristo

Part 99

Chapter 993,792 wordsPublic domain

La pressione che aveva risentita Valentina, aveva per iscopo di fermarle il braccio. Valentina lo ritirò lentamente a sè. Allora questa figura, da cui non poteva staccare lo sguardo, e che sembrava piuttosto protettrice che minacciante, prese il bicchiere, e si avvicinò al lume e guardò la bevanda, come se avesse voluto giudicarne la trasparenza e la limpidezza. Ma questa prima prova non bastò a quest’uomo, o piuttosto a questo fantasma, poichè camminava così dolcemente, che il tappeto soffocava il rumore dei suoi passi; quest’uomo prese dal bicchiere un cucchiaio di bevanda e l’inghiottì. Valentina guardava ciò che accadeva davanti ai suoi occhi con un profondo sentimento di stupore. Ella credeva bene che tutto ciò era vicino a sparire per dar posto ad un altro quadro; ma l’uomo, invece di svanire come un’ombra, si riavvicinò a lei, e stendendo il bicchiere a Valentina, e con una voce piena di emozione: — Ora, diss’egli, bevete!... — Valentina rabbrividì. Questa era la prima volta che una delle sue visioni le parlava con quel suono vivente; aprì la bocca per mandare un grido. L’uomo posò un dito sulle labbra.

— Il sig. di Monte-Cristo! mormorò ella. — Allo spavento che si dipinse negli occhi della giovanetta, al tremito delle sue mani, al gesto rapido che fece per nascondersi sotto le lenzuola, si poteva conoscere l’ultima lotta del dubbio contro la convinzione; ciò nonostante la presenza di Monte-Cristo nella sua camera in simile ora, la sua entrata misteriosa, fantastica, inesplicabile da un muro, sembravano una impossibilità alla sconvolta ragione di Valentina.

— Non chiamate, non vi spaventate, disse il conte, non abbiate neppure in fondo al cuore l’ombra di un sospetto, di una inquietudine; l’uomo che vedete innanzi a voi (perchè infatto questa volta avete ragione, Valentina, e questa non è un’illusione), l’uomo che vedete innanzi a voi è il più tenero padre, il più rispettoso amico che possiate figurarvi. — Valentina non trovò niente da rispondere; aveva una paura così grande di questa voce, che le rivelava la reale presenza di colui che parlava, che temeva di associarvi la sua, ma il suo sguardo spaventato voleva dire: se le vostre intenzioni son pure, perchè siete qui?

Colla sua meravigliosa sagacità il conte capì tutto ciò che accadeva nel cuore della giovinetta.

— Ascoltatemi, disse egli, o piuttosto guardatemi, vedete i miei occhi arrossiti e il mio viso più pallido ancora dell’ordinario? questo è perchè da quattro notti non ho più chiuso l’occhio un minuto; da quattro notti veglio su voi, vi proteggo, vi conservo al nostro amico Massimiliano.

Un’onda di sangue montò rapidamente alle guance dell’ammalata; poichè il nome che avea pronunziato il conte le toglieva il residuo di diffidenza che le aveva inspirato.

— Massimiliano!... ripetè Valentina, tanto questo nome le sembrava dolce a pronunziare; Massimiliano! egli dunque vi ha confessato tutto?

— Tutto: mi ha detto che la vostra vita era la sua, ed io gli ho promesso che vivreste.

— Voi gli avete promesso che io vivrei? — Sì.

— Infatto, signore, avete parlato di vigilanza e di protezione. Siete dunque medico?

— Sì, ed il migliore che il cielo possa ora mandarvi, credetemi.

— Voi dite che vegliate? e dove? non vi ho veduto.

Il conte stese la mano nella direzione della scansia:

— Io era nascosto dietro a quella porta, disse egli; questa porta mette in una casa vicina che ho presa in fitto.

Valentina per un momento di pudico orgoglio, voltò gli occhi e con un sovrano terrore: — Signore, diss’ella, ciò che voi avete fatto è una demenza senza esempio, e questa protezione che mi avete accordata assomiglia molto ad un insulto.

— Valentina, diss’egli, durante questa lunga veglia, ecco le sole cose che ho vedute: quali persone venivano da voi, quali alimenti vi preparavano, quali bevande vi servivano, poi quando queste bevande mi sembravano pericolose, come ho fatto ora, vuotava il vostro bicchiere e sostituiva al vostro veleno una bevanda benefattrice, che invece della morte che vi era stata preparata, facesse circolare la vita nelle vostre vene.

— Il veleno! la morte! gridò Valentina, credendosi nuovamente sotto l’impero di qualche febbrile allucinazione; che dite dunque, signore?

— Zitta! figlia mia, disse Monte-Cristo portando nuovamente il dito alle labbra; ho detto il veleno, ho detto la morte, ciò ripeto, la morte; ma prima bevete questo.

Il conte cavò dalla saccoccia una boccettina contenente un liquore rosso del quale versò alcune goccie nel bicchiere; — E quando avrete bevuto non pigliate più niente in tutta la notte. — Valentina allungò la mano; ma appena ebbe toccato il bicchiere la ritirò con ispavento. — Monte-Cristo prese il bicchiere, ne bevè la metà, e lo presentò a Valentina che trangugiò sorridendo il restante del liquore che conteneva, — Oh! sì, diss’ella, riconosco il gusto delle mie bevande notturne, e quest’acqua che apportava un poco di freddo al mio petto, un poco di calma al mio cervello. Grazie, signore, grazie.

— Ecco in che modo avete vissuto da quattro notti, Valentina, disse il conte; ma in che modo viveva io? Oh! quali ore crudeli mi avete fatto passare! Oh! quali terribili torture non ho sofferto, quando vedeva versare nel vostro bicchiere il veleno mortale, quanto tremava che aveste il tempo di beverlo, prima che io avessi quello di spanderlo nel caminetto!

— Voi dite, signore, riprese Valentina al colmo del terrore, che avete sofferto mille torture, vedendo versare nel mio bicchiere un veleno mortale? Ma se avete veduto versare il veleno nel mio bicchiere, avrete pur veduto la persona che lo versava?

— Sì. — Valentina si sollevò a sedere riportando sul suo petto più pallido della neve, la battista ricamata ancor molle dal sudore freddo del delirio al quale cominciava ad associarsi il sudore più ghiacciante ancora del terrore:

— Voi l’avete veduta? ripetè la giovanetta.

— Sì, disse una seconda volta il conte.

— Ciò che mi dite è terribile, signore, ciò che mi volete far credere ha qualche cosa di infernale. Che! nella casa di mio padre! nella mia camera! sul mio letto di patimento si continua ad assassinarmi? Oh! ritrattatevi, signore, voi tentate la mia coscienza, voi bestemmiate la divina bontà; è impossibile, ciò non può essere.

— Siete voi dunque la prima che questa mano colpisce, Valentina? non avete veduto cadere intorno a voi il sig. de Saint-Méran, Barrois? non avreste veduto cadere il sig. Noirtier, se la cura che egli fa da tre anni non lo avesse protetto, combattendo il veleno coll’abitudine del veleno?

— Oh! mio Dio! fu dunque per questo, disse Valentina, che da circa un mese il mio buon nonno esige che io prenda una parte della sua pozione?

— E queste pozioni, disse Monte-Cristo, hanno un gusto amaro come quello della scorza d’arancio mezza secca.

— Sì, mio Dio! sì!

— Oh! ciò mi spiega tutto, disse Monte-Cristo; egli sa che qui si avvelena, e forse chi avvelena. Egli ha premunito voi, sua figlia prediletta, contro la sostanza mortale, e la sostanza mortale è venuta a spezzarsi contro questo principio di abitudine; ecco in qual modo vivete ancora: cosa che non sapeva spiegare, dopo che eravate stata avvelenata con una sostanza che non la perdona.

— Ma chi è dunque l’assassino, l’uccisore?

— Io prima vi domanderò: non avete mai veduto entrare nessuno nella notte in questa vostra camera?

— Può darsi. Spesso ho creduto veder passar delle ombre, che si avvicinavano, si allontanavano, e sparivano.

— Per cui non conoscete chi attenta alla vostra vita?

— No; e perchè vi può essere qualcuno che desideri la mia morte? — Lo conoscerete in breve, disse Monte-Cristo tendendo le orecchie. — E in che modo? disse Valentina, guardando con terrore intorno a sè.

— Perchè questa sera, non avete più nè febbre nè delirio, perchè questa sera siete ben svegliata, perchè ora suona la mezzanotte, e questa è l’ora degli assassini.

— Mio Dio! mio Dio! disse Valentina asciugandosi con la mano il sudore che le stillava dalla fronte.

Infatto mezzanotte suonava lentamente e tristemente; si sarebbe detto che ciascun colpo del martello di bronzo ripercuoteva sul cuore della giovanetta! — Valentina, continuò il conte, richiamate tutte le forze in vostro soccorso, comprimete il vostro cuore nel petto, chiudete la vostra voce nella gola, fingete di dormire, e vedrete, vedrete...

Valentina afferrò la mano del conte: — Mi sembra di sentir del rumore, ritiratevi.

— Addio, o piuttosto a rivederci, rispose il conte; — indi con un sorriso così tristo e così paterno, che la giovanetta ne fu penetrata da riconoscenza, raggiunse sulla punta dei piedi la porta dietro la scansia. Ma fermandosi prima di richiuderla dietro a sè: — Non un gesto, diss’egli, non una parola; che vi si creda addormita, senza di che, forse sareste uccisa prima che avessi il tempo d’accorrere.

E dopo questa spaventosa ingiunzione, il conte disparve dietro la scansia, che si richiuse sollecitamente dopo il suo passaggio.

C. — LOCUSTA.

Valentina rimase sola; due altri orologi a pendolo, che erano in ritardo con quello di San Filippo di Roule, suonarono ancora mezza notte a differenti intervalli.

Indi, ad eccezione del rumore di qualche carrozza lontana, tutto ricadde nel silenzio. Allora l’attenzione di Valentina si concentrò sulla pendola della sua camera, nella quale il bilanciere marcava i secondi. Ella se li mise a contare ed osservò ch’erano il doppio più lenti delle pulsazioni del suo cuore.

E frattanto ella ancora dubitava: l’inoffensiva Valentina non si poteva figurare che qualcuno desiderasse la sua morte; perchè? con quale scopo? che male aveva ella fatto da poterle suscitare un nemico? Non v’era timore ch’ella si addormisse. Una sola idea, una idea terribile teneva il suo spirito attento: era che potesse essere qualcuno che avesse tentato d’avvelenarla, e che stava per tentarlo una seconda volta. Se questa volta una tal persona, stanca di vedere l’inefficacia del veleno, come lo aveva detto Monte-Cristo, avesse ricorso al ferro, se il conte non avesse avuto il tempo di accorrere? se ella fosse prossima all’ultimo suo momento? Se non avesse più potuto rivedere Morrel?

A questo pensiero, che la copriva ad un tempo di livido pallore, e di agghiacciato sudore, Valentina era preparata ad afferrare il cordone del campanello, ed a chiamare soccorso. Ma le sembrava vedere, a traverso la scansia dei libri sfavillare l’occhio del conte, quest’occhio che vegliava sul suo avvenire, che, quando vi pensava, l’opprimeva di una tale vergogna, ch’ella domandava a se stessa, se mai la riconoscenza giungerebbe a cancellare il penoso effetto dell’indiscreta amicizia del conte. Venti minuti, venti eterni minuti passarono in tal modo, poi altri dieci minuti ancora; finalmente la pendola stridendo un minuto secondo prima; finì col battere un colpo sulla molla sonora.

In questo stesso momento, il grattare impercettibile di un’unghia contro il legno della scansia avvisò Valentina che il conte vegliava, e le raccomandava di vegliare.

In fatto dalla parte opposta, vale a dire verso la camera di Edoardo, sembrò a Valentina di sentire cigolare il piancito di legno, ella tese l’orecchio, trattenne la respirazione quasi soffocata; si sentì stridere la maniglia della serratura, e la porta girò sopra i gangheri. Valentina si era sollevata sul gomito, ed appena ebbe il tempo di lasciarsi ricadere sul letto coprendosi gli occhi con un braccio.

Indi tremante, agitata, col cuore stretto da indicibile spavento, ella aspettò. Qualcuno si avvicinò al letto e ne sfiorò il cortinaggio.

Valentina raccolse tutte le sue forze, e lasciò sentire quel mormorio regolare della respirazione, che annunzia un sonno tranquillo. — Valentina! disse una voce sommessa.

La giovanetta fremette fino al fondo del cuore, ma non rispose. — Valentina! ripetè con lo stesso tuono la stessa voce. — Il medesimo silenzio: Valentina aveva promesso di non svegliarsi. Poscia rimase immobile. Soltanto ella intese il rumore appena sensibile di un liquido che cadeva in un bicchiere ch’ella aveva vuotato. Allora ella osò, sotto il riparo del suo braccio steso, di socchiudere le palpebre. Ella vide una donna, in pettinatore bianco, che vuotava nel suo bicchiere un liquore che prima era contenuto in una boccetta. In questo breve momento, Valentina forse trattenne la respirazione o fece senza dubbio qualche movimento, poichè la donna inquieta, si fermò e si chinò sul letto per meglio vedere s’ella dormiva realmente: era la sig.ª de Villefort.

Valentina, nel riconoscere sua matrigna, fu presa da un fremito acuto che impresse un movimento al suo letto.

La sig.ª de Villefort si addossò tosto al muro, e là, nascosta dietro al cortinaggio del letto, muta e attenta, spiò fino al minimo dei movimenti di Valentina.

Questa si ricordò le terribili parole di Monte-Cristo, e le era sembrato nella mano che non teneva la boccetta, di veder brillare una specie di coltello lungo e affilato.

Allora Valentina, richiamando tutto il potere della volontà in soccorso, si sforzò di chiudere gli occhi; ma questa funzione del più timoroso dei nostri sensi, questa funzione d’ordinario così semplice, diveniva in questo momento quasi impossibile ad eseguirsi, tanto l’avida curiosità faceva sforzi per respingere questa palpebra e riconoscere la verità. Però, rassicurata dal silenzio nel quale aveva ricominciato a farsi sentire il rumore eguale della respirazione di Valentina, e che ella dormiva, la sig.ª de Villefort stese di nuovo il braccio, e, rimanendo per metà nascosta dietro il cortinaggio riunito al capezzale del letto, terminò di vuotare nel bicchiere di Valentina il contenuto della sua boccetta. Indi si ritirò senza che il minimo rumore avvertisse Valentina ch’ella era partita.

Il grattare di un’unghia nella scansia tolse Valentina da quello stato di torpore nel quale era immersa, e che rassomigliava ad un’asfissia.

Ella sollevò la testa a stento, la scansia, sempre silenziosamente, girò una seconda volta e Monte-Cristo ricomparve. — Ebbene! domandò il conte, dubitereste ancora?

— Oh! mio Dio! mormorò la giovanetta.

— Avete veduto?

— Ahimè! — Valentina mandò un gemito. — Sì, diss’ella, ma non vi posso credere.

— Desiderate piuttosto morire, e far morire Massimiliano?...

— Mio Dio! mio Dio! ripetè la giovanetta quasi smarrita; ma non posso dunque lasciare la casa? salvarmi?

— Valentina, la mano che vi perseguita vi raggiungerà da per tutto; a forza d’oro, verranno sedotti i vostri domestici, e si presenterà a voi la morte mascherata sotto tutti gli aspetti, nell’acqua inzuccherata che beverete, nel frutto che coglierete dall’albero...

— Ma non mi avete detto che la cautela presa dal mio buon nonno mi aveva premunito contro il veleno?

— Contro uno dei veleni, ed anche non impiegato a forte dose; si cambierà il veleno o si aumenterà la dose.

Egli prese il bicchiere e vi accostò le labbra.

— E guardate, diss’egli, ciò è già fatto. Non è più colla brucnina che vi si avvelena, è con un semplice narcotico. Riconosco il gusto dell’alcool nel quale è stato sciolto. Se aveste bevuto ciò che la sig.ª de Villefort ha versato in questo bicchiere, Valentina! sareste perduta!

— Ma; mio Dio! perchè dunque son perseguitata in tal modo?

— Come! voi siete tanto buona, tanto dolce, tanto poco credula del male, che non avete capito, Valentina?

— No, disse la giovanetta, non le ho mai fatto male.

— Ma voi siete ricca, Valentina, avete 200 mila lire di rendita, e le togliete a suo figlio.

— In che modo? I miei beni mi vengon dai miei parenti.

— Senza dubbio, e se il sig. e la sig.ª di Saint-Méran son morti, fu perchè voi ereditaste dai vostri parenti; ecco perchè, dal giorno in cui anche il sig. Noirtier vi fece sua erede, egli fu condannato a morte: ora è la vostra volta, voi dovete morire, Valentina; e ciò affinchè vostro padre erediti da voi, e vostro fratello divenuto figlio unico, erediti da vostro padre.

— Edoardo? ed è per lui che si commettono tanti delitti?

— Ah! voi capite finalmente.

— Ah! mio Dio! purchè tutto questo non ricada su lui!

— Voi siete un angiolo, Valentina.

— Ma hanno dunque rinunciato ad uccidere mio nonno?

— Si è riflettuto che, morta voi, meno il caso di una diseredazione, i beni di lui andranno naturalmente a vostro fratello, e si è pensato che questo delitto, in fin dei conti, era inutile, ed anzi doppiamente pericoloso a commetterlo.

— Ed è nello spirito di una donna che ha potuto nascere una simile combinazione? Oh! mio Dio! mio Dio!

— Ricordatevi Perugia, il pergolato dell’albergo della Posta, l’uomo del mantello scuro che vostra madre interrogava sull’_acqua-tofana_; ebbene da allora tutto questo infernale disegno ha maturato nel suo cervello.

— Oh! signore, gridò la giovanetta struggendosi in lagrime, quando è così, vedo bene che son condannata a morire.

— No, Valentina, no, poichè io ho preveduti tutti i complotti; no, perchè la nostra nemica è vinta, poichè è indovinata; no, voi vivrete, Valentina, vivrete per amare ed essere amata, vivrete per essere felice, e per rendere felice un cuor nobile; ma, Valentina, per vivere, bisogna avere piena confidenza in me.

— Ordinate, signore, che debbo fare?

— Bisogna inghiottire ciecamente quel che vi darò.

— Oh! Dio mi è testimonio, gridò Valentina, che se fossi sola amerei meglio lasciarmi uccidere.

— Non vi confiderete a nessuno, neppur a vostro padre?

— Mio padre non entra in questo spaventoso complotto, non è vero signore? disse Valentina giungendo le mani.

— No. Eppure vostro padre, uomo abituato alle scuse criminali, deve avere dei sospetti che tutte queste morti che accadono nella sua casa non siano naturali. Vostro padre, avrebbe dovuto vegliare su voi, avrebbe dovuto essere a quest’ora nel posto che occupo io; avrebbe dovuto aver di già vuotato questo bicchiere; avrebbe dovuto infine indirizzarsi contro l’assassino. Spettro contro spettro, — mormorò egli terminando la sua frase sotto voce.

— Signore, farò di tutto per vivere, perchè vi son due esseri al mondo che mi amano, e che morrebbero se io morissi: mio nonno e Massimiliano.

— Io veglierò su loro come ho vegliato su voi.

— Ebbene, disponete di me, — disse Valentina: indi soggiunse a bassa voce: — Oh mio Dio! che accadrà di me?

— Qualunque cosa vi accada, Valentina, non vi spaventate se soffrite, se perdete la vista, l’udito, il tatto, non temete di niente; se vi risvegliate senza saper dove siete, non abbiate paura, doveste nello svegliarvi, trovarvi in qualche caverna sepolcrale, o chiusa in una bara; richiamate subito il vostro spirito e dite a voi stessa: «In questo momento un amico, un padre, un uomo che vuole la mia felicità e quella di Massimiliano, veglia su me.»

— Ahimè! ahimè! quale terribile estremità!

— Valentina; preferite denunziar la vostra matrigna?

— Amerei meglio morir cento volte! oh! sì, morire!

— No, voi non morrete, qualunque cosa vi accada, mi promettete, che non vi lamenterete, che spererete!

— Io penserò a Massimiliano.

— Siete la mia prediletta; io sol posso salvarvi, vi salverò.

Valentina al colmo del terrore congiunse le mani (ella s’accorgeva bene che era giunto il momento di domandare a Dio coraggio), e si dirizzò per pregare, mormorando delle parole interrotte, e dimenticando che le sue bianche spalle non avevano altro velo che la lunga capigliatura, e che le si vedeva battere il cuore sotto il fino merletto del corpetto da notte. Il conte appoggiò dolcemente la mano sul braccio della giovanetta, ricondusse fino al collo il trapunto di velluto, e con un sorriso tutto paterno:

— Figlia mia, diss’egli, credete nella mia affezione, come credete nella bontà di Dio, e nell’amore di Massimiliano.

Valentina fissò su lui uno sguardo di riconoscenza, e restò docile, come un fanciullo, sotto i suoi veli.

Allora il conte cavò dal taschino del gilè la scatola di smeraldo, sollevò il coperchio d’oro, e versò nella mano di Valentina una piccola pastiglia rotonda della grandezza di un pisello. Valentina la prese coll’altra mano, e guardò il conte attentamente: vi era sui lineamenti di questo intrepido protettore un riflesso della maestà della celeste possanza. Era evidente che Valentina lo interrogava collo sguardo.

— Sì, rispose questi. — Valentina portò la pastiglia alla bocca, e l’inghiottì. — Ed ora, a rivederci, figlia mia, diss’egli; vado a provar di dormire perchè ora siete salvata.

— Andate, disse Valentina; qualunque cosa mi accada, vi prometto non aver paura. — Monte-Cristo tenne lungamente gli occhi fissi sulla giovanetta, che a poco a poco si addormiva, vinta dalla forza del narcotico che il conte le aveva dato. Allora prese il bicchiere, ne vuotò tre quarti nel caminetto, perchè si fosse potuto credere che Valentina avesse bevuto ciò che mancava, lo rimise sul tavolino da notte; indi passando dietro alla scansia, disparve, dopo aver dato un ultimo sguardo a Valentina, che si addormiva con quella confidenza e candore con cui un angiolo riposa ai piedi del Signore.

CI. — VALENTINA.

Il lume da notte continuava ad ardere sul caminetto di Valentina, consumando le ultime gocce d’olio che galleggiavano ancora sull’acqua; di già un cerchio più rossigno colorava l’alabastro del globo, di già la fiamma più viva lasciava sentire gli ultimi crepitii che sembrano, negli esseri inanimati, le ultime convulsioni dell’agonia, tanto spesso paragonate a quelle delle povere creature umane: una luce cupa e sinistra rifletteva un colore opale sul cortinaggio bianco e sulle coperte della giovanetta.

Tutti i rumori della strada erano cessati per questa volta, ed il silenzio interno era spaventoso. Allora si aprì la porta della camera di Edoardo, ed una testa, che abbiamo già veduta un’altra volta, comparve sullo specchio opposto alla porta. Era la sig.ª de Villefort che ritornava per vedere l’effetto della sua bevanda.

Ella si fermò sulla soglia, ascoltò il crepitio della lampada, solo rumore percettibile in questa camera, che si sarebbe creduta deserta, indi si avanzò dolcemente verso la tavola da notte per vedere se il bicchiere di Valentina era stato vuotato. Non ve ne era che un quarto, come abbiam veduto. La sig.ª de Villefort lo prese, e lo andò a versare nelle ceneri, che ella smosse per facilitare l’assorbimento del liquido, indi pulì con cura il cristallo, lo asciugò col proprio fazzoletto, e lo rimise sulla tavola da notte.

Se lo sguardo di qualcuno avesse potuto penetrare nell’interno di quella camera avrebbe veduta l’esitanza della sig.ª de Villefort nel fissare i suoi occhi su Valentina ed accostarsi al letto. Quella lugubre luce, quel silenzio, quella terribile poesia della notte, venivano senza fallo a cambiarsi colla spaventevole poesia della sua coscienza; l’avvelenatrice aveva paura di guardare l’opera sua.

Prese finalmente ardire, allontanò la cortina, si appoggiò al capezzale del letto, e si curvò su Valentina.

La giovinetta non respirava più; i suoi denti chiusi a metà, non lasciavano sfuggire un atomo di quel soffio che manifesta la vita; le labbra imbiancandosi avevan cessato di fremere; gli occhi velati da un vapore violetto, che sembrava essersi infiltrato sotto la pelle, formavano una sporgenza più bianca nella direzione in cui il globo gonfiava la palpebra, e le lunghe ciglia nere rigavano una pelle già pallida come la cera. La sig.ª de Villefort contemplò quel viso con una espressione eloquentissima nella sua immobilità; allora si aumentò il suo ardire, e sollevò la sua mano sul cuore della giovanetta... Esso era muto e agghiacciato.

Ciò che batteva sotto la sua mano, erano le arterie delle sue dita; ella ritirò la mano rabbrividita.

Il braccio di Valentina pendeva fuori del letto; questo braccio, con tutta la sua parte superiore dalla spalla al cubito sembrava modellato su quello di una delle Grazie di Germano Pilon; ma l’avambraccio leggermente deforme per un increspamento, ed il polso di una forma purissima, si appoggiavano, un poco irrigiditi, e colle dita allontanate, sull’acacia del letto. La radice delle unghie era bluastra.