Part 97
Mentre il cameriere preparava la sua camera l’ostessa si alzò; Andrea l’accolse col più grazioso sorriso, e le domandò se poteva avere la camera n. 3 in cui aveva già dormito l’ultima volta che era passato da Compiègne; disgraziatamente il n. 3 era preso da un giovine che viaggiava con sua sorella. Andrea parve disperato; egli non si consolò che allorquando l’ostessa lo ebbe assicurato che il n. 7, che si stava preparando, aveva assolutamente la medesima disposizione del n. 3, e scaldandosi i piedi, e parlando delle ultime corse di Chantilly, aspettò che gli venisse annunziato che la camera era in ordine. Non era senza ragione che Andrea aveva parlato di quei belli appartamenti che davano sul cortile; il cortile dell’albergo della Campana aveva una triplice fila di galleria che gli dava l’aspetto di un anfiteatro, con i suoi gelsomini e le sue clematidi, che salivano lungo le colonne leggiere come una decorazione naturale e uno dei più graziosi ingressi d’albergo che sieno al mondo. Il pollo era fresco, il vino vecchio, il fuoco chiaro e favillante; Andrea cenando si sorprese del suo buon appetito, come se nulla gli fosse accaduto, indi andò a letto, e si addormentò subito con quel sonno implacabile che l’uomo di trent’anni trova sempre, anche quando ha dei rimorsi. Ora noi siamo sforzati di confessare che Andrea avrebbe potuto avere dei rimorsi, ma che non ne aveva. Ecco qual era l’idea di Andrea, idea che gli aveva portata la maggior parte della sua sicurezza.
Col giorno si sarebbe alzato, uscirebbe dall’albergo dopo aver pagato scrupolosamente i suoi conti; s’internerebbe nella foresta, comprerebbe, sotto pretesto di fare degli studii di pittura, l’ospitalità di un contadino; si procurerebbe un abito da campagnuolo spogliandosi della pelle di leone per prendere quella dell’artista; indi colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo, colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi antichi camerati gli avevan data la ricetta, di foresta in foresta giungerebbe alla frontiera più vicina, camminando la notte, dormendo il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi abitati che per comprare a quando a quando del pane. Superata una volta la frontiera, Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, riunito il prezzo che ne avrebbe ricavato, ad una diecina di biglietti di banca che portava sempre indosso per qualunque accidente, si ritroverebbe ancora padrone di un 50 mila fr. che non sembravano alla sua filosofia un peggio andare troppo rigoroso. D’altra parte egli contava molto sulla premura che avevano i Danglars ad estinguere il rumore della loro disavventura.
Ecco perchè, oltre la stanchezza, Andrea dormì così presto e così bene. D’altra parte per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva chiuse le persiane, si era soltanto contentato di mettere il catenaccio alla porta, e di tenere aperto, sulla sua tavola da notte, un certo coltello molto puntuto, di cui conosceva la eccellente tempra, e che non lasciava mai. Circa alle sette del mattino fu svegliato da un raggio di sole che gli veniva tiepido e brillante sul viso.
In tutti i cervelli bene organizzati l’idea dominante, (ve ne è sempre una) è quella che dopo essersi addormita per l’ultima, illumina per la prima il pensiero nello svegliarsi. Andrea non aveva ancora interamente aperti gli occhi, che il suo pensiero dominante già lo possedeva, e gli soffiava all’orecchio che aveva dormito troppo lungamente.
Saltò a basso dal letto e corse ad una finestra.
Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme è uno di quegli oggetti che più colpiscono in questo mondo, anche per l’occhio di un uomo senza inquietudini; ma per ogni coscienza timorosa e che ha qualche motivo di esserlo, il giallo, il blu ed il bianco di cui si compone la sua uniforme, diventano colori spaventevoli: — Perchè un gendarme? domandò a sè stesso Andrea: indi si rispose con quella logica che il lettore ha di già notato in lui:
— Un gendarme non ha niente che debba meravigliare in un’osteria: non ce ne meravigliamo adunque, ma vestiamoci. — Ed il giovine si vestì con una rapidità che non aveva potuto fargli perdere il suo cameriere, durante i pochi mesi di vita elegante che aveva condotta a Parigi.
— Buono! disse Andrea nel vestirsi, aspetterò che sia partito, e quando sarà partito lui, signerò io. — E mentre diceva queste parole, e mettendosi la cravatta, ritornò dolcemente alla finestra, e sollevò una seconda volta la tendina di mussola. Non solo il primo gendarme non era partito, ma il giovine scoperse una seconda uniforme blu, gialla e bianca alla fine della scala, la sola per la quale si poteva discendere, mentre che una terza a cavallo e colla carabina in mano stava di sentinella sulla porta di strada, la sola per la quale si poteva uscire. Questo terzo gendarme era significativo all’ultimo grado; perchè davanti a lui si estendeva un semi-cerchio di curiosi che bloccavano ermeticamente la porta dell’albergo. — Io son cercato! fu il primo pensiero di Andrea. Diavolo! — Il pallore investi la fronte del giovine, egli guardò intorno a sè con ansietà. La sua camera, come tutte quelle di questo piano, non aveva altra uscita che dalla galleria esterna scoperta agli sguardi di tutti. — Io son perduto! fu il suo secondo pensiero. — Infatto per un uomo nella situazione di Andrea, l’arresto voleva dire: sedute, giudizio, morte, morte senza misericordia e senza dilazione. Per un momento egli compresse convulsivamente la testa fra le mani; e poco mancò che non diventasse pazzo dalla paura. Ma ben presto, da questa folla di pensieri che si urtavano nella sua testa ne uscì un pensiero di speranza; un pallido sorriso si delineò sulle sue labbra tremanti e sulle guance contratte: guardò intorno a sè; gli oggetti che cercava si ritrovavano riuniti sul marmo di un tavolino: erano una penna, un calamaio e della carta: ed ei scrisse, con una mano alla quale comandò di esser ferma, le linee seguenti sul primo foglio del quaderno.
«Io non ho danaro per pagare, ma sono un uomo onesto; lascio in pegno questo spillo che vale dieci volte la spesa che ho fatto. Mi si perdonerà di essere fuggito alla punta del giorno, io era vergognoso!»
Levò lo spillo dalla sua cravatta e lo depose sul foglio.
Ciò fatto, invece di lasciare i catenacci, li levò, socchiuse anzi la porta, come se fosse uscito dalla sua camera dimenticando di chiuderla, ed arrampicandosi nella cappa del camino, come un uomo già avvezzo a questa specie di ginnastica, attirò innanzi a sè il paracamino ricoperto con una carta che rappresentava Achille in casa di Deidamia; cancellò coi piedi anche la traccia dei passi nella camera, e scalò la cappa che gli offriva la sola via di salvezza nella quale sperava ancora. In questo momento il primo gendarme che aveva colpito la vista di Andrea saliva la scala, preceduto da un commissario di polizia, e sostenuto dal secondo gendarme che guardava l’estremità della scala, il quale poteva egli stesso aspettare rinforzo da quello che stazionava alla porta. Ecco a che cosa Andrea doveva questa visita, che con tanta pena si era dispensata dal ricevere.
Alla punta del giorno, i telegrafi erano stati messi in moto in tutte le direzioni e ciascuna località ch’era stata avvisata, quasi immediatamente aveva risvegliato le autorità e lanciata la forza pubblica alla ricerca dell’uccisore di Caderousse. Compiègne, residenza reale; Compiègne città di caccia; Compiègne, città di guarnigione, è abbondantemente provvista di autorità, di gendarmi e di commissari di polizia. Le visite eran dunque cominciate subito dopo l’ordine, ed essendo telegrafico, l’osteria della Campana e della Bottiglia, la prima osteria della città, si era naturalmente incominciato da lei. Del resto dopo il rapporto delle sentinelle che erano state di guardia durante la notte al Palazzo di Città (il Palazzo di Città era attiguo all’albergo della Campana), era stato constatato che diversi viaggiatori erano discesi durante la notte al detto albergo. La sentinella che era stata rilevata alle sei del mattino si ricordava ancora, che al momento in cui era stata messa in fazione, vale a dire a quattro ore e alcuni minuti, aveva veduto che un giovine che cavalcava un cavallo bianco con un ragazzetto in groppa, era andato a bussare all’albergo della Campana apertosi davanti a lui, e chiuso dopo di lui.
Su questo giovine, che aveva fatto tanto tardi si erano fermati tutti i sospetti. Or questo giovine non era altro che Andrea! Per la sicurezza di questi dati, il commissario di polizia ed il gendarme, che era un brigadiere, s’incamminavano verso la porta di Andrea. Questa porta era socchiusa.
— Oh! oh! disse il brigadiere, vecchia volpe nutrita nelle furberie dello stato, cattivo indizio una porta aperta! l’avrei meglio amata chiusa con triplice catenaccio.
Infatto la piccola lettera e lo spillo lasciati da Andrea sulla tavola confermarono, o piuttosto appoggiarono la trista verità: Andrea era fuggito. Noi diciamo appoggiarono, perchè il brigadiere non era uomo da arrendersi ad una sola prova. Guardò intorno a sè, cacciò l’occhio sotto il letto, spiegò le tende, aprì gli armadii, e finalmente si fermò al caminetto.
Mercè le cautele di Andrea, non era rimasta alcuna traccia del suo passaggio nelle ceneri. Però questa era una uscita; ed in simili congiunture, tutte le uscite devono formare l’oggetto di una seria investigazione. Il brigadiere si fece dunque portare una fascina e della paglia, ne fece un inviluppo, e lo calcò nel caminetto come avrebbe fatto in un mortaio da bomba, e vi appiccò il fuoco. Il fuoco fece crepitare le pareti della cappa; una colonna opaca di fumo ai slanciò pel condotto e salì verso il cielo, ma non vide cadere il prigioniere come si aspettava. Ciò era perchè Andrea, in lotta colla società fin dalla giovinezza, valeva bene un gendarme, fosse anche stato elevato al grado rispettabile di brigadiere; prevedendo dunque l’incendio, era salito sul tetto, e si era nascosto dietro il comignolo.
Per un momento ebbe qualche speranza di essersi salvato, perchè intese il brigadiere che, chiamando i due compagni diceva loro ad alta voce, «non c’è più.» Ma allungando dolcemente il collo, vide i due gendarmi che, invece di ritirarsi, come sembrava naturale dopo un simile annunzio, raddoppiavano l’attenzione. Allora a sua volta girò intorno a sè lo sguardo: il Palazzo di Città, fabbrica colossale del sedicesimo secolo, s’innalzava come un tetro muro alla sua destra, e, per le aperture del monumento, si poteva scorgere in tutti gli angoli e contro angoli del tetto, come dall’alto della montagna si vede nella vallata. Andrea comprese che in breve avrebbe veduto comparire la testa del brigadiere di gendarmeria a qualcuna di quelle aperture. Scoperto, egli era perduto, una caccia sul tetto non gli si presentava con probabilità di successo.
Risolvè dunque di ritornare a discendere, non per lo stesso camino da cui era venuto, ma per un camino analogo. Cercò con gli occhi quella cappa di camino che non mandava fumo, la raggiunse andando carpone sul tetto, e disparve dal suo orifizio senza essere stato veduto da alcuno. Un momento dopo si aprì una piccola finestra del Palazzo di Città, e lasciò vedere la testa del brigadiere di gendarmeria, che rimase per alcuni minuti immobile, come uno di quei bassi rilievi di pietra che decoravano il fabbricato, indi con un lungo sospiro d’inquietudine la testa disparve. Il brigadiere tranquillo e degno, come la legge di cui era il rappresentante, passò senza rispondere alle mille interrogazioni della folla riunita sulla piazza e rientrò nell’albergo: — Ebbene? domandarono alla loro volta i due gendarmi.
— Ebbene! figli miei, rispose il brigadiere, bisogna veramente che il brigante sia evaso questa mattina di buon’ora; ma ora lo faremo seguire sulla strada di Villers-Cotterêts e di Noyon, e faremo frugare la foresta, ove lo raggiungeremo infallibilmente. L’onorevole funzionario aveva appena finita la frase, con quel tuono particolare proprio ai brigadieri di gendarmeria, nel pronunziare questo avverbio sonoro, allor quando un lungo grido di spavento, accompagnato dal tintinnio di un campanello, echeggiarono nel cortile dell’albergo. — Oh! oh! che cosa è questo? gridò il brigadiere.
— Ecco un viaggiatore che sembra aver molta fretta, disse l’oste; a qual numero suonano?
— Al numero 3. — Correte, cameriere. — In questo momento le grida ed il rumore del campanello raddoppiarono, il cameriere si mise a correre.
— No, fermatevi! disse il brigadiere trattenendolo, quello che suona fa conoscere che chiede ben altra cosa che un cameriere, gli manderemo un gendarme per servirlo. Chi alloggia al n. 3?
— Il giovinetto giunto con sua sorella questa notte per la posta, e che ha domandato una camera a due letti.
Il campanello suonò per la terza volta con una intonazione piena d’angoscia. — A me, signor commissario! seguitemi, ed affrettate il passo! disse il brigadiere.
— Un momento, disse l’oste, nella camera numero 3 vi sono due uscite, una interna e l’altra esterna.
— Buono! disse il brigadiere, prenderò l’interna, è il mio dipartimento. Le carabine sono cariche? — Sì, brigadiere. — Ebbene! voi altri vegliate all’esterno, e se vuol fuggire, fuoco addosso: è un gran colpevole, a quanto dice il telegrafo. — Il brigadiere, seguito dal commissario, disparve subito per la scala interna accompagnato dal rumore che le sue rivelazioni sopra Andrea avevano ridestato nella folla. Ecco ciò ch’era accaduto. Andrea era disceso con molta destrezza fin oltre la metà del camino, ma giunto là, un piede gli era mancato, e, ad onta dell’appoggio delle mani, era disceso con maggior prestezza, e soprattutto con maggior susurro di quel che avrebbe desiderato. Non sarebbe stato niente, se la camera fosse stata solitaria, ma per disgrazia, era abitata. Due donne dormivano in un letto, questo rumore le aveva svegliate, i loro sguardi si eran fissati sul punto, da dove veniva il rumore, e, dall’apertura del caminetto, avevan veduto comparire un uomo. Una di queste due donne, la bionda, aveva mandato quel grido terribile che aveva echeggiato per tutta la casa, mentre l’altra, che era bruna, slanciandosi al cordone del campanello, aveva dato l’allarme, agitandolo con tutte le sue forze. Come si vede, Andrea cadeva di disgrazia in disgrazia.
— Per pietà! gridò egli, pallido, confuso, senza vedere le persone alle quali s’indirizzava; per pietà! non chiamate, salvatemi! non voglio farvi del male.
— Andrea! l’assassino! gridò una delle due donne.
— Eugenia, madamigella Danglars! mormorò Cavalcanti, passando dallo spavento allo stupore.
— Soccorso! soccorso! gridò madamigella d’Armilly levando il cordone del campanello dalle mani inerti d’Eugenia, e suonando con forza maggiore ancora della compagna.
— Salvatemi! non mi perseguitate! disse Andrea giungendo le mani, per pietà per grazia, non mi consegnate alla forza!
— È troppo tardi, salgono, rispose Eugenia.
— Ebbene! nascondetemi in qualche luogo: direte che avete avuta paura senza motivi d’aver paura: allontanerete i sospetti, mi avrete salvata la vita.
— Ebbene, sia, disgraziato! riprendete la via per la quale siete venuto; partite, e non diremo niente.
— Eccolo! gridò una voce sul pianerottolo: io lo vedo.
In fatto il brigadiere aveva accostato l’occhio al buco della serratura ed aveva scoperto Andrea in piedi e supplicante.
Un violento colpo d’incassatura fe’ saltare il catenaccio, due altri fecero saltare i gangheri; la porta infranta cadde al di dentro. Andrea corse all’altra porta che metteva nella galleria del cortile, volle precipitarvisi dopo aperta. I due gendarmi erano là con le carabine in mira.
Andrea si fermò su due piedi; ritto, pallido, col corpo un poco rovesciato in dietro, teneva il suo inutile coltello nella mano intirizzita: — Fuggite dunque! gridò madamigella di Armilly nel cuore della quale rientrava la pietà, a seconda che ne usciva lo spavento, fuggite dunque.
— O uccidetevi! disse Eugenia col tuono e coll’atteggiamento di una di quelle vestali che nel circo ordinavano coll’indice al gladiatore vittorioso di finire l’avversario atterrato. — Andrea fremette e guardò la giovinetta con un sorriso di disprezzo col quale provò che la corruzione non comprendeva questa sublime ferocia dell’onore. — Uccidermi, disse egli gettando il coltello, per far che?
— Ma lo diceste, gridò la Danglars, sarete condannato a morte, e giustiziato come l’ultimo dei delinquenti.
— Bah! replicò Cavalcanti incrociando le braccia, si hanno amici. — Il brigadiere si avanzò verso di lui con la sciabola alla mano. — Andiamo, andiamo, disse Cavalcanti, acquietatevi, mio bravo uomo, non val la pena di fare tanto schiamazzo, perchè io mi arrendo. — Ed egli stese le sue mani alle manette. Le due giovanette guardarono con terrore questa schifosa metamorfosi che si operava sotto i loro occhi, l’uomo di società che si spogliava del suo inviluppo per ritornare un uomo di galera. Andrea si rivolse verso di esse, e col sorriso dell’impudenza: — Avete qualche commissione per il vostro sig. padre, madamigella Eugenia? disse egli, poichè secondo tutte le probabilità torno a Parigi. — Eugenia nascose la testa fra le mani. — Oh! oh! disse Andrea, non vi è ragione di essere vergognosa, ed io non son malcontento che abbiate presa la posta per corrermi dietro... non era forse quasi vostro marito? — e detto questo lazzo, Andrea uscì lasciando le due fuggitive in preda alle sofferenze dell’onta ed ai commentarii dell’assemblea. Un’ora dopo, vestite entrambe dei loro abiti da donna, montavano nel calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell’albergo per sottrarle ai primi sguardi; ma non si potè evitare quando questa fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di curiosi, cogli occhi fiammeggianti e le labbra mormoranti. Eugenia abbassò le tendine, ma se ella non vedeva più, sentiva ancora il rumore delle ingiurie che giungeva fino a lei. — Oh! perchè il mondo non è un deserto? gridò ella gettandosi nelle braccia di madamigella d’Armilly cogli occhi sfavillanti di rabbia, che facevano desiderare a Nerone che tutto il mondo romano avesse una sola testa per poterla tagliare di un colpo solo.
La dimane esse discesero all’albergo delle Fiandre a Bruxelles. Fin dal giorno innanzi Andrea era incarcerato alla Conciergerie.
XCVIII. — LA LEGGE.
Si è veduto con quale tranquillità madamigella Danglars e madamigella d’Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro fuga: era perchè ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del colpo che l’aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere ordinario, il sig. Luciano Debray. Egli è che infatto la baronessa calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela che, con una figlia dell’indole di Eugenia, non cessava di essere molto penosa; egli è che in questa specie di contratti taciti che mantengono i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non è realmente padrona di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la sig.ª Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella d’Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie col segretario intimo, mentre che una interpretazione più sagace e più approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che Eugenia detestava Debray, non già perchè egli era nella casa paterna una pietra d’inciampo e di scandalo, ma perchè ella lo riguardava nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare più uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e senza penne.
La sig.ª Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo mondo tutti hanno il loro modo di vedere a sè proprio, che impedisce di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia, non perchè esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare la felicità di sua figlia, ma perchè le rendeva tutta la sua libertà. Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere, come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo _club_, ove con alcuni amici parlava dell’avvenimento che formava in quell’ora la conversazione di tre quarti di questa città eminentemente pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la sig.ª Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo velo, saliva la scala che conduceva all’appartamento di Debray, ad onta della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva come un uomo che non chiede che di esser vinto; poichè spesso questa idea si era presentata da sè stessa al suo spirito; ma siccome conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva a quando a quando un’attitudine completamente difensiva, dicendo che questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti, preoccupano incessantemente l’uomo più probo e più puro, vegliando al fondo della sua anima.
Il thè, il giuoco, la conversazione importante, come si crederà, poichè vi si discutevano affari così gravi, durarono fino ad un’ora del mattino. Durante questo tempo, la sig.ª Danglars, introdotta dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate, distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca di attendere inutilmente, risalì in carrozza e si fece ricondurre a casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente mai dopo la mezza notte. La baronessa rientrò nel palazzo con tanta cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell’uscirne; ella salì leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento, contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare qualche movimento, perchè credeva così fermamente, povera donna, rispettabile almeno in questo punto, all’innocenza di sua figlia, ed alla fedeltà del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascoltò alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tentò di entrare; ma era stato messo il catenaccio. La sig.ª Danglars credè che Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in letto e che dormisse. Ella chiamò la cameriera, e la interrogò.
— Madamigella Eugenia, rispose la cameriera, è rientrata nel suo appartamento con madamigella d’Armilly, indi hanno preso il thè insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano più bisogno di me. — Da questo momento la cameriera si era ritirata nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due giovanette fossero nel loro appartamento.