Il Conte di Monte-Cristo

Part 96

Chapter 963,755 wordsPublic domain

Ma nel medesimo punto rifluì la folla degli assistenti spaventata, nella sala principale, come se qualche terribile mostro fosse entrato negli appartamenti, _cercando quello che doveva divorare_. Vi era infatto qualche cosa di che rinculare, spaventarsi, gridare. Un ufficiale di gendarmeria situava due gendarmi alla porta di ciascuna sala, e si avanzava verso Danglars, preceduto da un commissario di polizia cinto della sua sciarpa. La sig.ª Danglars gettò un grido e svenne. Il sig. Danglars, che si credeva minacciato (certe coscienze non sono mai tranquille) offrì agli occhi dei suoi convitati un viso sconvolto dal terrore.

— Che vi è dunque, signore? domandò Monte-Cristo avanzandosi verso il commissario.

— Chi di voi signori, domandò il magistrato senza rispondere al conte, si chiama Andrea Cavalcanti?

Un grido di stupore partì da tutti gli angoli della sala.

Si cercò; si interrogò. — Ma che cosa è dunque questo Andrea Cavalcanti? domandò Danglars quasi fuor di sè.

— Un antico forzato sfuggito dalle galere di Tolone.

— E che delitto ha commesso?

— Egli è prevenuto, disse il commissario colla sua voce impassibile, di avere assassinato il nominato Caderousse, suo compagno di catena, al momento in cui questi uscì dal conte di Monte-Cristo. — Monte-Cristo gettò uno sguardo rapido intorno a sè... Andrea era sparito.

XCVI. — LA STRADA DEL BELGIO.

Alcuni minuti dopo la scena di confusione prodotta nelle sale del sig. Danglars per la comparsa inattesa del brigadiere di gendarmeria e per la rivelazione che ne era stata la conseguenza, il vasto palazzo si era vuotato, con una rapidità simile a quella che avrebbe prodotto l’annunzio di un caso di peste o di colera-morbus accaduto in mezzo ai convitati: in pochi minuti da tutte le porte, da tutte le uscite, ciascuno si era affrettato di ritirarsi, o piuttosto di fuggire; perchè questa era una di quelle congiunture nelle quali non bisogna neppure tentare di dare quelle cerimoniose consolazioni che sono solite a rendersi nelle grandi catastrofi dai migliori amici tanto importuni. Non era rimasto nel palazzo del banchiere che Danglars, chiuso nel suo gabinetto, e facendo la sua deposizione fra le mani del sotto-ufficiale di gendarmeria; che la sig.ª Danglars, spaventata, nel gabinetto che conosciamo, ed Eugenia, che, coll’occhio altero ed il labbro sdegnoso, si era ritirata nella sua camera colla sua inseparabil compagna, madamigella Luigia d’Armilly. In quanto ai numerosi domestici, più numerosi ancora in quella sera, che d’ordinario, perchè vi erano stati aggiunti, in occasione della festa, i sorbettieri, i cerimonieri e i maestri di casa del _Caffè di Parigi_, voltando contro il loro padrone la collera di ciò ch’essi chiamavano il loro affronto stazionavano a gruppi nell’officio, nelle cucine, nelle loro camere inquietandosi molto poco del servizio, che del resto si ritrovava naturalmente interrotto. In mezzo a questi differenti personaggi, frementi per interessi diversi, due soli meritano che ci occupiamo di loro: madamigella Eugenia Danglars, e madamigella Luigia d’Armilly. La giovane fidanzata, lo abbiamo detto, si era ritirata con aria altera, col labbro sdegnoso, e con l’andamento di una regina oltraggiata, seguita dalla sua compagna più pallida e più commossa di lei. Giungendo nella sua camera, Eugenia chiuse la porta per di dentro, mentre che Luigia cadeva sur una sedia.

— Oh! mio Dio! mio Dio! che cosa orribile! disse la giovane cantante; e chi poteva dubitare di questo? il sig. Andrea Cavalcanti... un assassino... un forzato fuggito dalla galera.... un forzato!... — Un sorriso ironico increspò le labbra di Eugenia.

— In verità, io era predestinata, diss’ella: sfuggo da Morcerf per cadere in Cavalcanti.

— Oh! non confondiamo l’uno con l’altro, Eugenia.

— Taci, tutti gli uomini sono infami, son felice di poter far di più che detestarli: or li disprezzo.

— Che faremo? domandò Luigia.

— Ciò che dovevamo fare fra tre giorni... partire.

— Così, quantunque non ti mariti più, tu vuoi sempre...

— Ascolta, Luigia; ho in orrore questa vita della società sempre ordinata, misurata, regolata come un nostro foglio di musica. Ciò che sempre ho desiderato, voluto, ciò che ha formato la mia ambizione, è stata sempre la vita dell’artista, la vita libera, indipendente, in cui non si ha a render conto che a sè. Restare, per far che? perchè si tenti fra un mese di maritarmi nuovamente; a chi, al sig. Debray forse come ne è stato per un momento parola? No, Luigia, no; l’avventura di questa sera mi servirà di scusa; io non ne cercava, non ne domandava, Dio mi ha inviato questa, essa sia la benvenuta.

— Come tu sei forte e coraggiosa!

— Non mi conosci ancora? Andiamo, Luigia, parliamo dei nostri affari. La carrozza di posta...

— È fortunatamente comprata da tre giorni.

— L’hai fatta condurre dove dobbiam prenderla?

— Sì. — Il nostro passaporto? — Eccolo.

Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spiegò la carta bollata e lesse.

«Sig. Leone d’Armilly, dell’età di venti anni, professione artista; capelli neri, occhi neri; viaggiando con sua sorella.»

— A meraviglia! con che mezzo tel sei procurato?

— Andando dal sig. di Monte-Cristo a chiedere delle lettere di raccomandazione per gl’impresari dei teatri di Roma e di Napoli, gli ho espresso i miei timori di viaggiare da donna; egli li ha perfettamente capiti, si è messo a mia disposizione per procurarmi un passaporto da uomo, e due giorni dopo ho ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia propria mano: _viaggiando con sua sorella_.

— Ebbene, disse allegramente Eugenia, non si tratta più che di fare i nostri bauli; partiremo la sera della sottoscrizione del contratto, invece di partire la sera delle nozze; ecco tutto.

— Rifletteteci bene, Eugenia.

— Oh! tutte le mie riflessioni sono fatte; sono stanca di non sentire parlare che di riporti, di fine del mese, dell’alzarsi e abbassarsi dei fondi spagnuoli, dei _boni_ di Haïti. Invece di tutto ciò, l’aria, la libertà, il canto degli uccelli, la pianura della Lombardia, i canali di Venezia, i palazzi di Roma, la spiaggia di Napoli. Quanto possediamo, Luigia?

La giovanetta che s’interrogava cavò da uno scrigno intarsiato un piccolo portafogli colla serratura che aprì, e nel quale contò 23 biglietti di banca.

— Ventitremila franchi, diss’ella.

— E per altrettanto almeno di perle, di diamanti, e di gioielli, disse Eugenia: siamo ricche. Con 45mila franchi abbiam di che vivere da principesse per due anni, o convenevolmente per quattro. Ma prima di sei mesi, tu colla musica, io colla voce, avrem raddoppiato il capitale. Andiamo, incaricati del danaro, io m’incarico del bauletto dei gioielli, dimodochè se una di noi due avesse la disgrazia di perdere il suo tesoro, l’altra avrebbe sempre il suo. Ora, la valigia, sollecitiamoci; la valigia.

— Aspetta, disse Luigia andando ad ascoltare alla porta della sig.ª Danglars. — Che temi tu?

— Che qualcuno non ci sorprenda.

— La porta è chiusa.

— Che non ci ordinino d’aprire.

— Che l’ordinino se vogliono, noi non apriremo.

— Tu sei una vera amazzone, Eugenia! — E le due giovanette, con una prodigiosa attività, si misero ad affastellare in un baule tutti gli oggetti da viaggio di cui esse credevano di aver bisogno.

— Ecco fatto, disse Eugenia; or mentre io cambio di costume, tu chiudi la valigia.

— Ma io non posso, non ho forza; chiudila tu.

— Ah! è giusto, disse ridendo Eugenia, dimenticava che io sono Ercole, e tu la pallida Omfale.

E la giovanetta appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule, contrasse le braccia bianche e muscolose fin che le due parti furon riunite, e madamigella d’Armilly passasse il lucchetto negli anelli delle due spranche. Terminata questa operazione, Eugenia aprì un cassetto, del quale portava indosso la chiave, e ne cavò un mantello da viaggio di seta violetta ovattato: — Prendi, diss’ella, tu vedi che ho pensato a tutto, con questo mantello tu non avrai freddo.

— Ma tu? — Oh! io non ho mai freddo, tu lo sai bene; d’altra parte con questi abiti da uomo...

— Tu ti vesti qui? — Senza dubbio.

— Ma ne avrai il tempo?

— Non aver la minima inquietudine, poltrona; tutte le nostre genti sono occupate dal grande affare. D’altra parte, vi è niente di maraviglioso, quando si pensa alla grande disposizione, in cui devo essere, e che io mi sia rinchiusa?

— Sì, è vero, tu mi tranquilli...

— Vieni dunque, aiutami. — E dal medesimo cassetto dal quale aveva tolto il mantello, che aveva regalato a madamigella d’Armilly, e col quale questa si era coperte le spalle, cavò un abbigliamento completo da uomo, dagli stivaletti fino al cappello, con una provvisione di biancheria in cui non vi era niente di superfluo, ma in cui nulla mancava del necessario. Allora, con prestezza che faceva conoscere che senza dubbio, non era la prima volta che vestiva gli abiti di un altro sesso, Eugenia calzò gli stivaletti, infilò i pantaloni, si annodò la cravatta, abbottonò fino al collo un gilè a due petti, ed indossò un soprabito che delineava la sua corporatura svelta e ben fatta.

— Oh! benissimo! in verità benissimo! disse Luigia guardandola con ammirazione; ma questi bei capelli neri, queste trecce magnifiche, che facevano sospirare d’invidia tutte le donne, potranno essere contenute sotto un cappello da viaggio come questo?

— Tu starai a vedere, disse Eugenia. — Ed afferrando colla mano sinistra la folta treccia, sulla quale appena arrivavano a riunirsi le sue lunghe dita, colla destra prese una forbice, e ben presto sentissi stridere l’acciaro in mezzo della lunga e splendida chioma, che cadde tutta intera ai piedi della giovanetta, rovesciata in addietro per allontanarla dal soprabito. Indi, abbattuta la treccia superiore, passò a quelle sulle tempia, che abbattè successivamente senza lasciarsi sfuggire il minimo atto di dispiacere: al contrario, gli occhi brillarono più vivi e più allegri del consueto sotto le sopracciglia nere come l’ebano: — Oh! che capelli magnifici! disse Luigia con rincrescimento.

— E non sto cento volte meglio così? gridò Eugenia lisciandosi gli sparsi boccoli della sua pettinatura divenuta mascolina, e non mi trovi ancor più bella così?

— Oh! tu sei sempre bella! ma ora dove andiamo?

— A Bruxelles, se vuoi, è la frontiera più vicina; raggiungeremo Bruxelles, Liegi, Aix-la-Chapelle; risaliremo il Reno fino a Strasburgo, traverseremo la Svizzera, e discenderemo in Italia per il San-Gottardo; ti accomoda così?

— Sì. — Ma che cosa guardi?

— Io guardo te. In verità, tu sei così adorabile, si direbbe che mi hai rapita.

— E poffar di bacco! si avrebbe ragione.

— Oh! io credo che tu abbia ragione, Eugenia!

E le due giovanette, che ciascuno avrebbe credute immerse nelle lagrime, l’una per conto proprio, l’altra per affezione alla sua amica, scoppiarono in una risata, facendo sparire tutte le tracce più visibili del disordine che naturalmente aveva accompagnato gli apparecchi della loro evasione. Indi, avendo spenti i lumi, coll’occhio interrogatore, l’orecchie all’erta, il collo teso, le due fuggitive aprirono la porta di un gabinetto di toletta che metteva in una sala interna e di là fino al cortile, Eugenia camminando la prima, e sostenendo con un braccio l’ansa della valigia, dall’altra parte sostenuta da madamigella Armilly sollevandola appena con ambe le mani. Suonava mezza notte, il cortile era vuoto. Il portinaro vegliava ancora. Eugenia si accostò dolcemente, e vide dai vetri il degno svizzero che dormiva in fondo al casotto sdraiato sul sofà.

Ella ritornò verso Luigia, riprese il baule che per un momento aveva deposto a terra, ed entrambe, seguendo l’ombra proiettata dal muro, raggiunsero la volta. Eugenia fe’ nascondere Luigia in un angolo della porta, in modo che il portinaro, se per caso avesse voluto alzarsi, non avesse veduta che una persona. Indi offrendosi al pieno raggio del lampione che illuminava il cortile: — La porta! gridò ella colla sua più bella voce da contralto, battendo sulla invetriata. Il portinaro si alzò, come lo aveva preveduto Eugenia, e fece ancora qualche passo per riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un giovinotto che batteva impazientemente il bastoncino sui calzoni, aprì sul momento. Luigia tosto si strisciò come un serpente dalla porta semi-aperta, e balzò leggermente di fuori. Eugenia, tranquilla in apparenza, quantunque, secondo ogni probabilità, il suo cuore contasse più pulsazioni che d’ordinario, uscì a sua volta. Passava un commissionario, fu incaricato di portare il baule; indi le due giovanette gl’indicarono come meta della loro corsa la strada della Vittoria n. 36. Esse camminarono dietro a quest’uomo, la cui presenza tranquillava Luigia; in quanto ad Eugenia, era forte come Giuditta, o come Dalila. Si giunse al numero indicato. Eugenia ordinò al commissionario di depositare il baule, gli regalò alcune monete, e dopo aver battuto ad una persiana, lo licenziò. Questa persiana era quella di una piccola curandaia di già prevenuta, che non era ancora andata a dormire. Ella aprì. — Madamigella, disse Eugenia, fate cavare dal portinaro la carrozza dalla rimessa, e mandate a prendere i cavalli al palazzo della posta. Ecco cinque fr. per l’incomodo che gli diamo.

— In vero, disse Luigia, ti ammiro, e direi quasi, ti rispetto. — La curandaia guardava con meraviglia; ma siccome era stato convenuto che vi sarebbero venti luigi per lei, non fece la più piccola osservazione. Un quarto d’ora dopo, il portinaro ritornava conducendo il postiglione ed i cavalli che, in un giro di mano, furono attaccati alla carrozza, sulla quale il portinaro assicurò il baule per mezzo di una corda e di uno strettoio.

— Ecco il passaporto, disse il postiglione; che strada prendiamo?

— Quella di Fontainebleau, rispose Eugenia con voce quasi maschile.

— Ebbene! che dici dunque? domandò Luigia.

— Rendo il cambio, disse Eugenia; questa donna alla quale diamo venti luigi può tradirci per quaranta: sul baluardo prenderemo un’altra direzione. — E la giovanetta si slanciò nella brisca, preparata con tutti i comodi, senza neppure toccare il montatore. Un quarto d’ora dopo, il postiglione, rimesso nel diritto sentiero, oltrepassava, facendo schioppettare la frusta, il cancello della barriera Saint-Martin. — Ah! disse Luigia respirando, eccoci dunque uscite di Parigi.

— Sì, mia cara, e il ratto è bello e bene combinato.

— Sì, ma senza violenza.

— Farò valere questo, come _circostanza attenuante_, rispose Eugenia. — Queste parole si perderono col rumore che facea la carrozza sul selciato della Villette.

Il sig. Danglars non avea più figlia.

XCVII. — L’ALBERGO DELLA CAMPANA E DELLA BOTTIGLIA.

Ed ora lasciamo madamigella Danglars e la sua amica scorrere sulla strada di Bruxelles, e ritorniamo al povero Andrea Cavalcanti, così disgraziatamente fermato nello scatto della sua fortuna. Ad onta della sua giovane età, Andrea Cavalcanti era un uomo molto destro ed intelligente. Così ai primi rumori che penetrarono nelle sale, lo abbiam veduto gradatamente accostarsi alla porta, traversare una o due camere, e finalmente sparire. Una cosa che abbiam dimenticato di ricordare, e che, non pertanto, non deve essere omessa, si è che in una di queste due camere, che dovè traversare, stava esposto il corredo della sposa: scrigni di diamanti, scialli di casimiro, merletti di Valencienne, veli di Inghilterra, e tutto ciò infine, che in questo mondo vi è di oggetti tentatori, il cui nome soltanto fa balzare di gioia il cuore delle giovanette, e che concorre a formare ciò che i francesi chiamano _corbeille_. Ora, passando da questa camera, cosa che prova che non solo il giovine era molto destro e molto intelligente, ma ancor molto previdente, egli afferrò l’astuccio che conteneva il più ricco adornamento in brillanti di quanti erano là esposti. Munito di questo compagno Andrea si era sentito di metà più leggero, per saltare dalla finestra, e sfuggir dalle mani dei gendarmi. Grande e snello come l’antico giostratore, muscoloso come uno spartano, Andrea aveva fatta una corsa di un quarto d’ora senza sapere ove andava, e nello scopo soltanto d’allontanarsi dal luogo, ove per poco non era stato arrestato. Partendo dalla strada Mont-Blanc, con quell’istinto dei ladri per le barriere, che i lepri hanno per i cespugli, si era ritrovato in capo alla strada Lafayette.

Là, soffocato, anelante, si fermò: era perfettamente solo, ed aveva alla sinistra il recinto di San Lazzaro, vasto deserto; alla destra Parigi in tutta la sua profondità.

— Sono io perduto? domandò a sè stesso. No, posso usare un’attività superiore a quella dei miei nemici. La mia salvezza è dunque divenuta semplicemente una questione di miriametri. — In quel momento scoprì, salendo l’alto del sobborgo Poissoniére, un _cabriolet_ di piazza, il cui cocchiere meditabondo, fumando la pipa, sembrava voler raggiungere l’estremità opposta del sobborgo Saint-Denis ove senza dubbio faceva la sua stazione ordinaria.

— Ehi! amico! disse Benedetto. — Che c’è? domandò il cocchiere. — Il vostro cavallo è stanco?

— Stanco! ah sì davvero! non ha fatto niente in tutta la santa giornata. Quattro cattive corse e venti soldi di mancia; in tutto sette fr. ed io devo darne dieci al padrone!

— Volete aggiungere a questi sette fr. altri venti?

— Con piacere, venti fr. non sono da disprezzarsi. Che si deve fare? sentiamo.

— Una cosa facilissima, semprechè il cavallo non sia stanco.

— Vi dico che andrà come un zeffiro; il tutto sta di dire da qual parte volete che io vada.

— Dalla parte del Louvres.

— Ah! ah! lo conosco: il paese del ratafià!

— Precisamente. Si tratta semplicemente di raggiungere un amico, col quale domani mattina debbo andare alla caccia a Chapelle-en-Serval. Doveva aspettarmi qui fino alle undici e mezzo, è mezza notte; egli si sarà stancato di aspettarmi, e sarà partito solo.

— È probabile. — Ebbene, volete tentare di raggiungerlo? — Non chiedo di meglio. — Ma se noi non lo raggiungiamo di qui a Bourget, avrete venti fr. Se non lo raggiungiamo di qui a Louvres, trenta.

— E se lo raggiungiamo?

— Quaranta, disse Andrea che aveva avuto un momento di esitazione, ma che aveva riflettuto che non arrischiava niente a promettere.

— Così va bene! disse il cocchiere. Montate, e in cammino!

Andrea montò nel _cabriolet_ che, con una rapida corsa, traversò il sobborgo Saint-Denis, costeggiò il sobborgo Saint-Martin, traversò la barriera, e infilò nella interminabile Villette. Si aveva un bel fare a raggiungere questo amico chimerico; però a quando a quando ai passaggieri in ritardo, alle bettole ancora aperte, Cavalcanti chiedeva informazioni di un _cabriolet_ verde, attaccato ad un cavallo baio-scuro; e, siccome sulla strada dei Paesi-Bassi circola un buon numero di _cabriolet_ dei quali nove decimi son verdi, le informazioni piovevano ad ogni passo. Tutti lo avevano sempre poco prima veduto passare; non aveva più di 500 passi di vantaggio, non ne aveva più di 200, non ne aveva più di cento; finalmente si raggiungeva, si sorpassava, non era quello. Una volta il _cabriolet_ fu passato egli pure, da un calesse rapidamente trasportato al galoppo da due buoni cavalli da posta: — Ah! disse a sè stesso Cavalcanti, se avessi quel calesse, quei due buoni cavalli, e soprattutto il passaporto che abbisogna per prenderli!

Ed egli sospirò profondamente. Questo calesse era quello che trasportava madamigella Danglars e madamigella d’Armilly. — Andiamo! andiamo! disse Andrea, non possiamo tardare a raggiungerlo. — Il povero cavallo riprese il trotto arrabbiato che aveva continuato dalla barriera, e giunse fumante a Louvres. — Ah! disse Andrea, vedo bene che non raggiungerò il mio amico, e che ammazzerei il vostro cavallo. Così adunque val meglio che mi fermi. Ecco i vostri trenta fr., io me ne vado a dormire al Cavallo-Rosso, e nella prima carrozza nella quale troverò un posto, lo prenderò. Buona sera, amico mio. — Ed Andrea, dopo aver messe sei monete da 5 fr. nella mano del cocchiere, saltò lestamente sul battuto della strada. Il cocchiere mise allegramente la somma in saccoccia, e riprese al passo la strada di Parigi; Andrea finse di andare al Cavallo-Rosso; ma dopo essersi fermato un momento alla porta, aspettando che il rumore del _cabriolet_ si perdesse all’orizzonte, riprese la sua strada, e con un passo ginnastico molto svelto, compì una corsa di due leghe. Là egli si riposò; doveva essere vicino alla Chapelle-en-Serval ove aveva detto di andare. Non era la fatica che fermava Andrea Cavalcanti, ma il bisogno di prendere una risoluzione, la necessità di adottare un disegno. Montare in diligenza era impossibile; prendere la posta egualmente. Per viaggiare nell’uno o nell’altro modo il passaporto è di prima necessità.

Dimorare nel dipartimento dell’Oise, vale a dire in uno dei dipartimenti più scoperti, e più sorvegliati della Francia era egualmente impossibile, soprattutto ad un uomo come Andrea, esperto in materia criminale. Egli si sedè sulle rive del fosso, lasciossi cader la testa fra le mani e riflettè. Dieci minuti dopo rialzò la testa: la risoluzione era già presa. Coprì di polvere una parte del _palettò_ che aveva avuto il tempo di staccare dall’anticamera, e di abbottonarsi al di sopra del suo abito da ballo, e giungendo alla Chapelle-en-Serval andò a battere arditamente alla porta del solo albergo del paese. L’oste venne ad aprire.

— Amico mio, disse Andrea, io andava da Morte-Fontaine a Senlis, quando il mio cavallo, che è un animale cattivo, ha fatto una scartata, e mi ha cacciato a dieci passi. Questa notte mi necessita di giungere a Compiègne sotto pena di causare le più vive inquietudini alla mia famiglia, avreste un cavallo da darmi in fitto? — Buono o cattivo, un albergatore ha sempre un cavallo. L’albergatore della Chapelle-en-Serval chiamò il garzone di stalla, gli ordinò d’insellare il _Bianco_, e risvegliò suo figlio, ragazzo di sette anni, il quale doveva montare in groppa del signore, per ricondurre il quadrupede. Andrea pagò venti fr. all’albergatore e, cavandoli di saccoccia, lasciò cadere un biglietto di visita. Questo biglietto era quello di uno dei suoi amici del caffè di Parigi, dimodochè l’albergatore, quando Andrea fu partito, ed ebbe raccolto il biglietto di saccoccia, fu convinto di aver dato infatto il suo cavallo al sig. conte de Maulion strada S. Domenico n. 25: erano il nome e l’indirizzo che si trovavano sul biglietto.

Il _Bianco_ non andava presto, ma andava con un passo uguale e continuo; in tre ore e mezzo Andrea fece le nove leghe che lo separavano da Compiègne; suonavano le quattro all’orologio del Palazzo di Città, quando giunse sulla piazza dove si fermano le diligenze. A Compiègne vi è un eccellente albergo, di cui si ricordano quelli stessi che non vi hanno alloggiato che una sola volta. Andrea, che vi aveva fatta una fermata in una delle sue corse nei dintorni di Parigi, si risovvenne dell’albergo della Campana e della Bottiglia: si orizzontò, vide al chiaror del lampione la tabella indicatrice, e dopo aver congedato il fanciullo, al quale regalò quanto aveva di piccola moneta, andò a battere alla porta riflettendo con molta aggiustatezza, che egli aveva tre o quattro ore di vantaggio, e che il meglio era di premunirsi con un buon sonno, ed una buona cena, contro le fatiche future. Il cameriere gli venne ad aprire.

— Amico mio, disse Andrea, vengo da S. Giovanni del Bosco, ove ho pranzato; contava prendere la carrozza che passa a mezza notte, ma mi son perduto come uno stupido, e son già quattro ore che passeggio nella foresta. Datemi una di queste belle camerine che danno sul cortile, e fatemi portare un pollo freddo ed una bottiglia di vino di Bordò.

Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava con la più perfetta tranquillità; il sigaro in bocca e le mani nelle saccocce del _palettò_; i suoi abiti erano eleganti, la barba fatta di recente, gli stivali irreprensibili; aveva l’aspetto di un vicino che avesse fatto tardi, ecco tutto.