Part 92
Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da Monte-Cristo, ma inaspettata senza dubbio dai nostri lettori. Mentre che Mercedès, come abbiamo detto, faceva nelle sue camere l’inventario che Alberto aveva già fatto nelle proprie; mentre classificava i suoi gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, affine di lasciar tutto nell’ordine più perfetto, ella non si era accorta che una testa pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di una porta che lasciava passare la luce ad un corridore; di là non solo si poteva vedere, ma si poteva ancora sentire. Questi che guardava così, senza essere, secondo tutte le probabilità, nè veduto nè inteso, vide dunque ed intese tutto ciò che accadeva presso la signora de Morcerf.
Da questa porta con vetri, l’uomo dal viso pallido si portò nella camera da dormire del conte di Morcerf, e giunto là, sollevò con una mano contratta la tendina della finestra che guardava nel cortile. Per dieci minuti restò così immobile e muto, ascoltando i battiti del proprio cuore. Per lui dieci minuti erano molto lunghi. Fu allora che Alberto ritornò dal suo ritrovo, scoperse suo padre che stava alle vedette sul suo ritorno dietro la tendina, e voltò la testa. L’occhio del conte si dilatò: sapeva che l’insulto d’Alberto a Monte-Cristo era stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del mondo, trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava sano e salvo, dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia indicibile illuminò quel lugubre viso, come fa un ultimo raggio di sole prima di perdersi nelle nubi, che sembrano meno il suo letto di quello che la sua tomba. Ma, noi lo abbiamo detto, egli aspettava invano che il giovine salisse nel suo appartamento per rendergli conto del suo trionfo. Che suo figlio, prima di andarsi a battere, non avesse voluto vedere suo padre di cui andava a vendicare l’onore, ciò si comprende; ma, una volta questo onore vendicato, perchè questo figlio non veniva a gettarsi fra le braccia di suo padre? Fu allora che il conte, non vedendo venire Alberto, inviò a cercare il suo domestico. Si sa che Alberto lo aveva autorizzato a non tener nascosta la verità a suo padre. Dieci minuti dopo si vide comparire sulla scalinata il generale de Morcerf, vestito in abito nero, col goletto alla militare, i calzoni neri, e i guanti neri. A quanto pare, aveva già dati degli ordini anteriori, poichè appena aveva egli toccato l’ultimo gradino della scala, che la sua carrozza di già attaccata uscì dalla rimessa, e venne a fermarsi dinanzi a lui: il suo cameriere vi gettò dentro un mantello alla militare, instecchito per le due spade che avvolgeva; quindi, chiuso lo sportello, si assise vicino al cocchiere, che s’inchinò davanti al calesse per domandar l’ordine. — Ai Campi-Elisi, disse il generale, al palazzo del conte di Monte-Cristo.
I cavalli si slanciarono sotto il colpo di frusta che li circondò; cinque minuti dopo essi si fermarono alla casa del conte. Il sig. de Morcerf aprì da sè lo sportello, la carrozza andava ancora, ed egli saltò come un giovine, al cancello, suonò, e disparve dalla porta aperta in compagnia del cameriere. Un minuto secondo dopo Battistino annunciava al signor conte di Monte-Cristo, il conte de Morcerf, e Monte-Cristo, riconducendo Haydée, dava l’ordine che il conte de Morcerf fosse introdotto nel salotto. Il generale misurava coi passi per la terza volta tutta la lunghezza del salotto, quando, rivoltandosi, vide Monte-Cristo in piedi sulla soglia!
— Ah! è il sig. de Morcerf, disse tranquillamente Monte-Cristo; credeva di aver male inteso.
— Sì, son io: disse il conte con una spaventevole contrazion di labbra che gli impediva di articolar le parole.
— Ora dunque non mi resta che a sapere la causa, disse Monte-Cristo, che mi procura il piacere di vedere il sig. de Morcerf così di buon’ora.
— Questa mattina avete avuto un incontro con mio figlio?
— Voi sapete questo? rispose il conte.
— So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderar di battersi con voi, e di far tutto ciò che poteva per uccidervi.
— In fatto, signore, egli ne aveva di buonissime; ma voi vedete che, ad onta di queste ragioni, non mi ha ucciso, ed anzi non si è neppure battuto.
— E ciò non pertanto vi considerava come la causa del disonore di suo padre, non meno che la causa della terribile rovina che in questo momento opprime la mia famiglia.
— È vero, riprese Monte-Cristo colla sua calma spaventosa; causa secondaria, per esempio, e non principale.
— Senza dubbio voi gli avrete fatta qualche scusa, e data qualche spiegazione?
— Io non gli ho data nessuna spiegazione, ed è stato lui che mi ha chiesto scusa.
— Ma a che cosa attribuite questa sua condotta?
— Probabilmente alla convinzione che in tutto questo affare vi era un uomo più colpevole di me.
— E chi è quest’uomo? — Suo padre.
— Sia, disse il conte impallidendo; ma sapete che anche il più colpevole non ama sentirsi convincere della sua reità.
— Lo so... così, io mi era preparato a ciò che accade in questo momento. — Voi vi eravate preparato a ritrovare in mio figlio un vile? gridò il conte.
— Alberto de Morcerf non è un vile! disse Monte-Cristo.
— Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che, alla portata di questa spada, ha un nemico mortale; quest’uomo, se non si batte, è un vile! A che non è egli qui? che io glie lo dica!
— Signore, rispose freddamente Monte-Cristo, io non presumo che voi siate venuto a ritrovarmi per raccontarmi i vostri piccoli affari di famiglia. Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse sarà egli che vi risponderà.
— Oh! no! no! replicò il generale con un sorriso che sparì non sì tosto comparso; a noi! voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo! Io sono venuto per dirvi, che io pure vi riguardo per un mio nemico! Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto! che mi sembra d’avervi sempre conosciuto, sempre odiato! e che finalmente, poichè i giovani di questo secolo non si battono più, sta a noi il batterci... È questo pure il vostro parere signore?
— Precisamente. Così, quando vi ho detto che mi era preparato a quanto accade, m’intendeva di parlare dell’onore della vostra visita.
— Tanto meglio... i vostri preparativi son dunque fatti?
— Essi lo sono sempre, signore.
— Sapete che noi ci batteremo fino alla morte di uno di noi due! disse il generale con i denti stretti per la rabbia.
— Fino alla morte di uno di noi due, ripetè il conte di Monte-Cristo facendo un leggiero movimento di testa.
— Partiamo allora, non abbiamo bisogno di testimoni.
— In fatto, è inutile, ci conosciamo tanto bene!
— Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo.
— Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un poco. Non siete voi il soldato Fernando che disertò la vigilia della battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che ha servito di guida e di spia all’esercito francese in Ispagna? Non siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il suo benefattore, Alì? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia?
— Oh! gridò il generale colpito da queste parole come da un ferro arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d’esserti sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l’ignoro! tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora più onore, nel mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere ricoperto d’oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l’ho dimenticato. Ma è il tuo vero nome quello che ti domando, è il tuo vero nome quello ch’io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinchè io lo pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t’immergerò la mia spada nel cuore.
Il conte di Monte-Cristo impallidì in un modo terribile, il suo occhio bieco s’infuocò, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua camera, ed in men di un secondo, si strappò la cravatta, l’abito ed il gilè, indossò una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli neri. Ritornò così, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia incrociate incontro al generale, che l’aspettava, e che sentendo i suoi denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rinculò di un passo, e non si fermò che trovando in una tavola un punto d’appoggio per la sua mano increspata.
— Fernando, gli gridò il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini, non è vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poichè ad onta di tutti i miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso che la felicità dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con Mercedès, mia fidanzata!
Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un punto d’appoggio, vi si strisciò lentamente fino alla porta, dalla quale uscì all’indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre, lamentevole, dilaniante.
— Edmondo Dantès! — Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell’umano, si trascinò fino al peristilio della casa, traversò il cortile come un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando soltanto con voce inintelligibile: — A casa! a casa!
Cammin facendo, la freschezza dell’aria, e l’onta che gli causava l’attenzione della sua servitù, lo rimisero in istato di raccogliere le sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo al cortile; il conte la guardò con terrore, ma senza aver coraggio d’interrogare alcuno, e si slanciò verso il suo appartamento. Due persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi in un gabinetto per evitarle. Era Mercedès appoggiata al braccio di suo figlio che abbandonavano la casa.
Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di Mercedès, e sentì il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo figlio:
— Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo più in casa nostra. — Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale si raddrizzò tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di damasco; egli comprimeva il più orribile singulto che fosse mai uscito dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintronò nei vetri; allora si slanciò nella sua camera da dormire per vedere anche una volta tutto ciò che aveva amato nel mondo; ma la carrozza partì, senza che la testa di Mercedès o quella d’Alberto fosse comparsa al finestrello per dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato, l’ultimo sguardo, l’addio ed il rammarico, vale a dire il perdono. Così, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul pavimento posto sotto la volta, s’intese un colpo di arme da fuoco, ed un tetro fumo uscì da uno dei vetri di quella finestra della camera da dormire, infranto dalla forza di quella esplosione.
XCII. — VALENTINA.
S’indovinerà facilmente che cosa aveva da fare Morrel, e con chi aveva ritrovo. Morrel dunque, lasciando Monte-Cristo, s’incamminò lentamente verso la casa di de Villefort. Noi diciamo lentamente, perchè Morrel aveva più di mezz’ora, per fare cinquecento passi; ma ad onta di questo tempo più che sufficiente, si era affrettato a lasciare Monte-Cristo, avendo desiderio di rimaner solo coi suoi pensieri. Egli sapeva bene la sua ora: l’ora nella quale Valentina, assistendo alla colazione di Noirtier, era sicura di non essere disturbata in questo pietoso dovere. Noirtier e Valentina gli avevano accordato due visite la settimana, ed egli veniva ad approfittar dei suoi diritti: alla per fine giunse, Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi astratta, lo prese per la mano e lo condusse davanti a suo nonno.
Questa inquietudine spinta, come lo diremo, fin quasi alla follia, veniva dal rumore che aveva fatta l’avventura di Morcerf; nel _gran mondo_, si sapeva (il gran mondo sa sempre tutto) l’avventura dell’_Opera_. In casa di de Villefort nessuno dubitava che questa non fosse seguita da un duello; Valentina, col suo istinto di donna, aveva indovinato che Morrel sarebbe stato il testimonio di Monte-Cristo, e col coraggio ben cognito del giovine, con quell’amicizia profonda, che ella conosceva in lui pel conte, temeva, che non si sarebbe limitato alla semplice parte passiva di testimonio, che gli era stata assegnata. Si comprenderà adunque con quale avidità furono domandati i particolari, dati e ricevuti, e Morrel potè leggere una indicibile gioia negli occhi della sua diletta, quando ella seppe che questo terribile affare aveva avuto uno scioglimento non meno felice che inatteso.
— Ora, disse Valentina facendo segno a Morrel di sedersi accanto al vecchio, e sedendo ella stessa sullo scanno ove riposavano i piedi di lui, ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete Massimiliano che il mio buon nonno aveva avuto per un momento l’idea di abbandonare la casa, e di prendere un appartamento fuori del palazzo del sig. de Villefort?
— Sì, certo, disse Massimiliano, io mi ricordo questo disegno, e vi aveva ancora molto applaudito.
— Ebbene! disse Valentina, applaudite ancora, Massimiliano, poichè il buon nonno lo rinnova.
— Bravo! disse Massimiliano.
— E sapete, disse Valentina, qual ragione dà il buon nonno per lasciare la casa? — Noirtier guardava la fanciulla per imporle silenzio con l’occhio; ma Valentina non guardava punto Noirtier; i suoi occhi, il suo sguardo, il suo sorriso erano tutti per Morrel. — Oh! qualunque sia la ragione che addurrà il sig. Noirtier, gridò Morrel, dichiaro che ella è buona.
— Eccellente, disse Valentina; egli pretende che l’aria del sobborgo Sant’Onorato non val niente per la mia salute.
— Infatto, disse Morrel, ascoltate, Valentina; il sig. Noirtier potrebbe realmente aver ragione; da quindici giorni ritrovo che la vostra salute si è alterata.
— Sì, un poco, è vero, rispose Valentina; così il buon nonno si è costituito mio medico, e siccome sa di tutto, ho la più gran confidenza in lui.
— Ma finalmente è dunque vero che voi soffrite, Valentina? domandò sollecitamente Morrel.
— Oh! mio Dio, questo non si chiama soffrire: risento un mal essere generale, ecco tutto; ho perduto l’appetito e mi sembra che il mio stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa. — Noirtier non perdeva una delle parole di Valentina. — E quale è la cura che seguite per questa sconosciuta malattia?
— Oh! semplicissima, disse Valentina, prendo tutte le mattine una cucchiaiata della mistura che si porta a mio nonno; quando dico una cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una; ora però ne prendo di già quattro; mio nonno pretende che questa sia una panacea universale. — Valentina sorrideva; ma vi era qualche cosa di tristo e sofferente in questo sorriso. Massimiliano ebbro di amore la guardava in silenzio: ella era bella, ma il suo pallore aveva preso una tinta più bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente più che d’ordinario, e le sue mani, che ordinariamente erano di un bianco d’avorio, sembravano di cera con una velatura giallastra, che le copriva nello stesso tempo.
Da Valentina il giovine portò gli occhi su Noirtier; questi considerava con quella strana e profonda intelligenza la giovinetta assorbita nel suo amore; ma egli pure, come Morrel, scorgeva queste tracce di un sordo soffrire, così poco visibile che era sfuggito agli occhi di tutti, eccetto che a quelli dell’amante e del nonno.
— Ma, disse Morrel, questa mistura di cui siete giunta a prender quattro cucchiai, io la credeva un medicamento per il sig. Noirtier?
— Io so che è molto amara, rispose Valentina, tanto amara, che tutto ciò che bevo dopo di essa, mi sembra avere lo stesso gusto. — Noirtier guardò sua nipote in modo da interrogarla. — Sì, buon nonno, disse Valentina, è così, come vi diceva. Or ora, prima di venire da voi, ho bevuto un bicchier d’acqua inzuccherata; ebbene! ne ho lasciata la metà, tanto quest’acqua mi è sembrata amara.
Noirtier impallidì, e fece segno che voleva parlare.
Valentina si alzò per andare a cercare il dizionario.
Noirtier la seguiva cogli occhi, e con una visibile angoscia. Difatto il sangue saliva alla testa della giovinetta, e le guance le si coloravano. — Osserva! diss’ella senza perder nulla della sua allegria, è singolare: un abbagliamento! È dunque il sole che mi ha percosso negli occhi?...
Ed ella si appoggiò al parapetto della finestra.
— Non vi è sole, disse Morrel inquieto anche più della espressione del viso di Noirtier, che della indisposizione di Valentina. Egli corse a Valentina.
La giovinetta sorrise. — Rassicuratevi, buon papà, disse ella a Noirtier, rassicuratevi, Massimiliano, non è niente, e la cosa è già passata; ma ascoltate!... non è il rumore di una carrozza quello che io sento nel cortile?
Ella aprì la porta di Noirtier, corse ad una finestra del corridoio, e ritornò precipitosamente. — Sì, disse ella, è la sig.ª Danglars con sua figlia che vengono a farci una visita. Addio, mi salvo, perchè verrebbero a cercarmi qui, o piuttosto, a rivederci, restate presso il nonno, sig. Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle.
Morrel la seguì con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la sentì salire la piccola scala che metteva ad un tempo nella camera della sig.ª de Villefort e nelle sue. Dal momento che disparve, Noirtier fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel obbedì; guidato da Valentina, si era prestamente abituato a capire il vecchio. Però, per quanto si fosse abituato, siccome bisognava passare in rivista una gran parte delle lettere dell’alfabeto e ritrovare ciascuna parola nel dizionario, non fu che in capo a dieci minuti che il pensiero del vecchio fu tradotto in queste parole.
«Cercate il bicchier d’acqua e la bottiglia che sono in camera di Valentina.» — Morrel suonò subito pel domestico che aveva sostituito Barrois, ed in nome di Noirtier gli dette quest’ordine. Il domestico ritornò un momento dopo.
La bottiglia ed il bicchiere erano completamente vuoti.
Noirtier fece segno che voleva parlare: — Perchè il bicchiere e la bottiglia son vuoti? domandò egli. Valentina ha detto che non avea bevuto che la metà.
La traduzione di questa nuova domanda occupò ancora altri cinque minuti: — Io non so, disse il domestico; ma la cameriera è nell’appartamento di madamigella Valentina, forse sarà stata ella che l’avrà vuotata.
— Domandatele il perchè, disse Morrel, traducendo questa volta il pensiero di Noirtier collo sguardo.
Il domestico uscì, e quasi subito dopo rientrò.
— Madamigella Valentina è passata per la sua camera per portarsi in quelle della sig.ª de Villefort, disse egli; e nel passare, siccome aveva sete, ha bevuto ciò che rimaneva nel bicchiere; in quanto alla bottiglia, il sig. Edoardo l’ha vuotata per fare un laghetto alle sue anitre.
Noirtier alzò gli occhi al cielo come fa un giuocatore che giuoca in un punto tutto ciò che possede.
Da quel momento gli occhi del vecchio si fissarono sulla porta e non lasciarono più questa direzione.
Era difatto la sig.ª Danglars e sua figlia che Valentina avea vedute; erano state condotte nella camera della sig.ª de Villefort, che aveva detto di riceverle nel suo appartamento; ecco perchè Valentina era passata per le stanze di lei, essendo la sua camera allo stesso piano di quella di Valentina, e le due camere non erano divise che da quella di Edoardo.
Le due signore entrarono nel salotto con quella sostenutezza officiale che presagisce una comunicazione.
Fra persone della stessa società una gradazione è presto presa. La sig.ª de Villefort rispose a questa solennità con altrettanta solennità. Ed in questo momento Valentina entrò, e le riverenze ricominciarono da capo:
— Cara amica, disse la baronessa, mentre che le due giovinette si prendevano per la mano, vengo con Eugenia ad annunziarvi per la prima il vicinissimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti. — Il banchiere popolare aveva ritrovato che questo titolo stava meglio che quello di conte.
— Allora permettete che io vi faccia i miei sinceri rallegramenti, rispose la sig.ª de Villefort. Il sig. principe Cavalcanti sembra un giovine di rare qualità.
— Ascoltate, disse la baronessa sorridendo; se noi parliamo come due amiche, debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quel che sarà. Egli ha in sè un po’ di quella stravaganza, che a noi francesi ci fa riconoscere al primo colpo d’occhio un gentiluomo italiano o tedesco. Però annunzia molto buon cuore, molta acutezza di spirito, ed in quanto alle convenienze, il sig. Danglars pretende che la sua fortuna sia _maestosa_: questa è la sua parola.
— E poi, disse Eugenia nello sfogliare l’album della sig.ª de Villefort, aggiungete, signora, che voi avete una inclinazione particolare per questo giovine.
— Eh, disse la sig.ª de Villefort, non ho bisogno di domandarvi se voi prendete parte a questa inclinazione?
— Io! rispose Eugenia colla sua serietà ordinaria, oh! niente affatto, signora; la mia propria vocazione non è d’incatenarmi colle cure di famiglia, e coi capricci di un uomo qualunque si sia. La mia vocazione era di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, nel pensiero, e nelle azioni.
Eugenia pronunziò queste parole con un accento così vibrato e così fermo, che il rossore salì al viso di Valentina. La timida fanciulla non poteva comprendere questa natura vigorosa, che null’aveva di comune colle solite timidezze della donna. — Del resto, continuò ella, poichè sono destinata ad essere maritata di buona o di cattiva voglia, debbo ringraziare la Provvidenza che mi abbia procurato il disprezzo del sig. Alberto de Morcerf; senza questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di un uomo perduto nell’onore.
— È pur troppo vero, disse la baronessa con quella strana ingenuità che qualche volta si ritrova nelle gran signore; è pur troppo vero, senza questa esitanza dei Morcerf, mia figlia avrebbe sposato il sig. Alberto; il generale vi aveva molta premura; era anzi venuto per costringere il sig. Danglars a dare la sua parola; noi l’abbiamo scappata bella.
— Ma, disse timidamente Valentina, forse che l’onta del padre ricade sul figlio? Il sig. Alberto mi sembra innocente di tutti questi tradimenti del generale.
— Perdono, cara amica, disse l’implacabile giovinetta, il sig. Alberto ne reclama, e ne merita la sua parte: pare che dopo avere ieri sera provocato Monte-Cristo all’Opera, oggi gli abbia fatto le sue scuse sul terreno.
— Impossibile! disse la sig.ª de Villefort.
— Ah! mia cara, disse la sig.ª Danglars, con quella stessa ingenuità che abbiamo segnalata; la cosa è certa, io la so dal sig. Debray, che era presente alle spiegazioni.
Valentina pure sapeva la verità, ma non rispose. Respinta da una parola nelle sue rimembranze, si ritrovava col pensiero nella camera di Noirtier, ove Morrel l’aspettava.