Part 9
— Signore, disse il barone al conte, tutti i buoni servitori di Sua Maestà non hanno che a rallegrarsi delle recenti notizie che ci giungono dall’isola d’Elba. Bonaparte si annoia mortalmente; passa delle intere giornate a veder lavorare alle miniere di Portolongone. Vi è di più: noi siamo quasi sicuri che fra poco tempo l’Usurpatore diventerà pazzo. — Pazzo? — Pazzo da legare. La sua testa s’indebolisce. Ora egli piange a calde lagrime, ora ride a gola aperta; altre volte passa delle ore intere sulla riva a gettar sassi nell’acqua e quando il sasso ha fatto cinque o sei sbalzi, sembra così contento come se avesse guadagnato un altro Marengo o un nuovo Austerliz. Ne converrete, credo, esser questi segni di pazzia. — O di saggezza, signor barone, o di saggezza, disse ridendo Luigi XVIII. I grandi capitani dell’antichità si divertivano anch’essi a gettare dei sassi in mare; vedete Plutarco alla _Vita di Scipione Affricano_. Ebbene! Blacas che ne pensate voi? disse il Re sospendendo un istante di consultare il voluminoso libro scolastico che teneva aperto innanzi a sè. — Io dico, Sire, che o il ministro di polizia, o io ci sbagliamo. Ma siccome è impossibile che sia il ministro di polizia, poichè ha in guardia l’onore e la salute di V. M., è probabile che faccia errore io. Ciò nonostante, Sire, al posto di V. M. vorrei interrogar la persona cui ordinai d’invigilare il mezzogiorno, e che giunge per la posta per dirmi: «Un gran pericolo minaccia il re». Ecco perchè bramerei che Vostra Maestà gli facesse quest’onore. — Volentieri, conte; sotto i vostri auspici io riceverò chi vorrete; ma voglio riceverlo colle armi alla mano. Signor ministro, avete voi un rapporto più recente di questo? perchè questo è dato dal 20 febbraio, e noi siamo ai 4 di marzo. — No, Sire, ma io ne attendo uno da un’ora all’altra. Sono uscito da questa mattina e nella mia assenza può esser giunto... — Andate alla prefettura, se ve n’è uno portatelo; e se non c’è... Ebbene! ebbene... continuò ridendo Luigi XVIII, se non c’è, fatene uno. Non è così che si pratica forse? — Oh! Sire, disse il ministro, grazie a Dio sotto questo rapporto non c’è bisogno d’inventar niente; ogni giorno i nostri uffici sono ingombrati da una quantità di denunzie particolareggiate che provengono da una folla di poveri diavoli che sperano un poco di riconoscenza per i servigi che non rendono, ma che vorrebbero rendere. Essi giuocano alla ventura, e sperano che un giorno un qualche inatteso avvenimento venga a dare una specie di verità alle loro predizioni. — Va bene; andate, signore, disse Luigi XVIII, e pensate che vi aspetto. — Io non faccio che andare e tornare, Sire, e fra dieci minuti sono ai vostri comandi. — Ed io, Sire, disse Blacas, vado a cercare il mio messaggiero che ha fatto dugento venti leghe, e ciò appena in tre giorni. — Egli è bene un prendersi della fatica e dell’incomodo, mio caro conte, quando abbiamo i telegrafi che c’impiegano tre o quattro ore, e ciò senza che il proprio fiato ne soffra menomamente. — Ah! Sire, voi ricompensate molto male questo povero giovinotto che giunge così di lontano e con tanto ardore per recare un utile avviso a vostra Maestà! Non fosse che per il conte di Servieux che me lo raccomanda, io vi supplico di riceverlo bene. — De Servieux, il ciambellano di mio fratello? — Egli stesso. — Infatto ora trovasi a Marsiglia. — Ed è di là che mi scrive. — Vi parla egli pure di questa cospirazione? — No, ma egli mi raccomanda il sig. de Villefort e mi incarica di introdurlo presso vostra Maestà. — De Villefort! gridò il Re; e perchè non me lo avete detto subito? soggiunse lasciando scorgere sul viso un principio d’inquietudine. — Sire, io credeva che questo nome fosse sconosciuto a V. M.
— No, no, davvero, mio caro Blacas, egli è uno spirito serio, elevato, e soprattutto ambizioso; eh! per bacco! voi conoscerete di nome suo padre, Noirtier. — Noirtier, il girondino? Noirtier il senatore? — Precisamente. — E Vostra Maestà ha impiegato il figlio di un tal uomo? — Mio caro conte, vi ho di già detto che Villefort è ambizioso; e per inalzarsi, Villefort sacrificherà tutto, anche suo padre. — Allora, Sire debbo farlo entrare? — Sul momento, conte. Ov’è egli?
— Mi aspetta a basso nella mia carrozza.
Il conte uscì colla vivacità di un giovinotto, l’ardore sincero per la causa regia gli dava la sveltezza di vent’anni.
Luigi XVIII restò solo, riportando gli occhi sul suo Orazio mezz’aperto, mormorò: _Justum et tenacem propositi virum_.
Blacas risalì colla stessa velocità con cui era disceso; ma nell’anticamera fu costretto ad invocare l’autorità del Re; l’abito polveroso di Villefort, il suo costume niente conforme alla tenuta di corte, aveva eccitato gli scrupoli del maestro di cerimonie, che fu maravigliato di trovare in questo giovinotto la pretensione di presentarsi al Re vestito in quel modo; ma il conte tolse tutte le difficoltà colle semplici parole: Ordine di Sua Maestà; e ad onta delle osservazioni che continuò a fare il maestro di cerimonie per l’onore del principe, Villefort fu introdotto. Il Re era assiso nello stesso posto in cui lo aveva lasciato il conte. Aprendo la porta Villefort si trovò precisamente in faccia di lui; il primo movimento del giovine magistrato fu di sostare. — Entrate, sig. de Villefort, disse il Re, entrate. — Villefort salutò, fece qualche passo innanzi e aspettava che il Re lo interrogasse. — Signor de Villefort, continuò Luigi XVIII, ecco il conte di Blacas, che pretende abbiate qualche cosa d’importante da dirci. — Sire, il signor conte ha ragione, e spero che Vostra Maestà lo riconoscerà essa stessa. — Prima d’ogni altra cosa, il male è egli così grande, a vostro avviso, quanto mi si vuol far credere? — Sire, io lo credo urgente; ma mercè la diligenza che ho fatto, spero che non sia irreparabile. — Parlate quanto lungamente volete, disse il Re che cominciava a lasciarsi prendere dall’emozione che aveva alterato il viso del signor de Blacas e che alterava la voce di Villefort. Parlate e soprattutto cominciate dal principio; io amo l’ordine in tutte le cose.
— Sire, disse Villefort, farò a V. M. un rapporto fedele, ma io la prego frattanto di volermi scusare, se per la confusione in cui mi trovo dovessi mettere qualche oscurità nelle parole. — Un’occhiata gettata dal Re dopo questo esordio insinuante rassicurò Villefort della benevolenza del suo augusto uditore, e continuò: — Sire, io sono giunto il più rapidamente possibile a Parigi per annunziare a Vostra Maestà che ho scoperto coi mezzi delle mie funzioni non già uno di quei complotti volgari e senza conseguenza, come se ne tramano ogni giorno nel popolo e nell’esercito, ma una vera cospirazione, una tempesta che non minaccia niente meno che il Trono di Vostra Maestà; Sire, l’usurpatore arma tre vascelli, egli medita qualche disegno, forse insensato, ma fors’anche terribile per quanto sia insensato. A quest’ora egli dev’essere partito dall’isola d’Elba per andare ove, io non lo so, ma a colpo sicuro per tentare una discesa a Napoli o sulle coste della Toscana, od anche della stessa Francia. Vostra Maestà non ignora che il sovrano dell’isola d’Elba ha conservato delle corrispondenze con l’Italia e con la Francia. — Sì, signore io lo so, disse il Re, molto turbato; e ultimamente ancora si ebbero degli avvisi che si tenevano delle riunioni bonapartiste nella strada S. Jacques. Ma continuate, vi prego: come avete avuto questi particolari?
— Sire, essi risultano dall’interrogatorio che ho fatto subire ad un uomo di Marsiglia che da molto tempo io faceva invigilare e che ho fatto arrestare il giorno della mia partenza, Quest’uomo, marinaro turbolento e d’un bonapartismo che mi era sospetto, è stato segretamente all’isola d’Elba. Egli ha veduto il gran Maresciallo, che gli ha dati ordini verbali per un bonapartista di cui non mi è riuscito fargli dire il nome; ma questa missione era di preparare gli spiriti ad un ritorno, noti Vostra Maestà che è l’interrogatorio che parla, ad un ritorno che non può mancare di essere vicino. — E dov’è quest’uomo? disse Luigi XVIII. — In prigione, Sire. — E la cosa vi è sembrata grave? — Tanto grave, Sire, che questo avvenimento avendomi sorpreso in mezzo ad una festa di famiglia, il giorno stesso de’ miei sponsali, io ho lasciato, fidanzata e amici, tutto differito ad altro tempo, per venire a depositare ai piedi di Vostra Maestà e i timori da cui ero compreso e le assicurazioni della mia devozione. — È vero, disse Luigi XVIII, non v’era trattato di matrimonio tra voi e madamigella di S. Méran? — La figlia di uno dei più fedeli servitori di Vostra Maestà. — Sì, sì, ma torniamo al complotto. — Sire, io ho timore che non sia più un complotto, ma una cospirazione. — Una cospirazione di questi tempi, disse Luigi XVIII sorridendo, è cosa facile a meditarsi, ma ben difficile a condursi a termine; perciocchè, ristabilito da ieri sul trono dei nostri antenati, noi abbiamo gli occhi aperti ad un tempo sul passato, sul presente e sull’avvenire. Da dieci mesi i miei ministri raddoppiano di vigilanza perchè il littorale del Mediterraneo sia ben guardato; se Bonaparte discende a Napoli, la coalizione tutta intera sarà in piedi prima solo che egli giunga a Piombino; se egli discende in Toscana, metterà il piede in un paese nemico, se discende in Francia lo farà con un pugno d’uomini, e noi ne verremo più facilmente a termine, esecrato come egli è dalla popolazione. Rassicuratevi adunque, o signore, ma non contate meno sulla nostra reale riconoscenza. — Ah! ecco qui il ministro di polizia, gridò il conte di Blacas. In questo momento infatti il ministro di polizia apparve sulla soglia della porta pallido, tremante, e coll’occhio vacillante come se fosse stato colpito da vivissima luce. Villefort fece un passo per ritirarsi, ma de Blacas lo trattenne per la mano.
XI. — IL LUPO DI CORSICA.
Luigi XVIII al veder quel viso scomposto spinse violentemente innanzi a sè la tavola avanti a cui trovavasi. — Che avete dunque signor barone? gridò egli, voi mi sembrate tutto commosso; queste esitazioni hanno rapporto a ciò che diceva de Blacas? ed a ciò che mi vien confermato da Villefort?
De Blacas si accostava vivamente al barone, ma il terrore del cortigiano impediva di trionfare dell’orgoglio dell’uomo di Stato; infatto in simile congiuntura gli era ben meglio di essere umiliato dal Prefetto di polizia che di umiliarlo su questo argomento. — Sire... balbettò il barone. — Ebbene! sentiamo, disse Luigi XVIII. — O Sire, quale spaventosa disgrazia! sono io abbastanza da compiangere! io non me ne consolerò mai... — Signore, disse Luigi XVIII, vi ordino di parlare. — Ebbene! Sire, l’usurpatore ha lasciato l’isola d’Elba il 26 Febbraio ed è sbarcato il primo Marzo. — E dove? in Italia? domandò impazientemente il Re. — In Francia, Sire, in un piccolo porto presso d’Antibes, nel golfo di Juan. — L’usurpatore è sbarcato in Francia vicino ad Antibes, nel golfo Juan, a 250 leghe da Parigi, il primo Marzo, e voi sapete questa notizia soltanto oggi, 4 marzo!... Eh! signore, ciò che voi dite è impossibile vi sarà stato fatto un falso rapporto. — Ahimè! Sire, ciò che vi annunzio non è che pur troppo vero. — Luigi XVIII fece un gesto indicibile di collera e di spavento, si rizzò in piedi, come se un colpo impreveduto lo avesse percosso nello stesso tempo nel cuore e nel viso. — In Francia! gridò egli, l’usurpatore in Francia! non era dunque vigilato quest’uomo? Ovvero, chi sa? si era d’accordo con lui? — Oh! Sire, gridò il conte di Blacas, non è un uomo come il ministro di polizia quello che può essere accusato di tradimento. Sire, noi eravamo tutti ciechi ed il barone era a parte dell’acciecamento generale, ecco tutto. — Ma,... disse Villefort. Poi arrestandosi di un tratto. — Ah! perdono, perdono Sire, disse inchinandosi, il mio zelo mi trasportava, che Vostra Maestà si degni scusarmi. — Parlate, signore, parlate con ardire, disse Luigi XVIII, voi solo ci avete prevenuti del male, aiutateci a porvi rimedio. — Sire, disse Villefort, l’usurpatore è detestato dalla parte di mezzogiorno; e mi sembra che se egli si avventura nel mezzogiorno, si può facilmente sollevare contro di lui la Provenza, e la Linguadocca. — Sì, senza dubbio, disse il ministro, ma egli s’avanza dalla parte di _Gap_ e _Sisteron_. — Egli s’avanza? disse Luigi XVIII, egli vien dunque a Parigi? — Il ministro di polizia tacque, ed il suo silenzio fu equivalente ad una confermativa. — E il Delfinato signore, domandò il Re, credete voi che possa essere sollevato da noi come la Provenza?
— Sire, io sono dolente di dover dire a Vostra Maestà una verità crudele; ma lo spirito del Delfinato è ben lungi dall’accostarsi a quello della Provenza e della Linguadocca. Sire, tutti i montanari sono bonapartisti. — Ecco, mormorò Luigi XVIII, egli era bene informato. E quanti uomini ha seco? — Sire, io non lo so, disse il ministro di polizia. — Come! voi non lo sapete! vi siete dimenticato d’informarvi di questa particolarità. È vero, essa è di poca importanza, soggiunse il Re con un sorriso opprimente. — Sire, il dispaccio porta semplicemente l’annunzio dello sbarco e la strada che ha preso l’usurpatore. — E come dunque vi è giunto questo dispaccio? domandò il Re. — Il ministro abbassò la testa; e un vivo rossore gli si sparse sulla fronte; dal telegrafo, Sire. — Luigi XVIII fece un passo in avanti, ed incrociò le braccia sul petto nel modo che avrebbe fatto Napoleone.
— E così, diss’egli impallidendo di collera, sette eserciti coalizzati avranno rovesciato quest’uomo; un miracolo del cielo mi avrà rimesso sul trono dei padri miei dopo 25 anni di esilio; io avrò per questi 25 anni studiato, esplorato, analizzato gli uomini e le cose di questa Francia che mi era stata promessa, perchè giunto poi alla meta di tutti i miei voti una forza che io teneva stretta fra le mie mani, scoppi ad un tratto e mi stritoli! — Sire, è una fatalità, mormorò il ministro accorgendosi che un simil peso, leggiero pel destino, era sufficiente a schiacciare un uomo. — Cadere! continuò Luigi XVIII, che al primo colpo d’occhio aveva esplorato il precipizio sull’orlo del quale stava la monarchia; cadere, ed essere avvisati dal telegrafo della propria caduta! Oh! quanto amerei meglio salire sul patibolo di mio fratello Luigi XVI, che discendere le scale delle Tuglierie scacciato dal ridicolo. Il ridicolo, voi non sapete che cos’è in Francia. — Sire! Sire! mormorò il ministro, per pietà! — Avvicinatevi, Villefort, continuò il Re, volgendosi al giovine che, ritto, immobile ed in addietro, considerava l’andamento di questa conversazione, ove si agitavano i perduti destini di un regno; avvicinatevi, e dite al ministro, che si poteva sapere tanto tempo prima, tutto ciò che egli non ha saputo. — Sire, era materialmente impossibile d’indovinare i disegni di quest’uomo nascosti a tutti, balbettò il ministro. — Materialmente impossibile! ecco là, o signore, una gran parola; disgraziatamente vi sono dei grand’uomini come vi son delle grandi parole, io l’ho misurati. Materialmente impossibile! ad un ministro che ha un dicastero, degli uffici, dei messi ed un milione e mezzo di franchi pei fondi delle spese segrete, di sapere ciò che succede a 60 leghe dalle coste di Francia! Ebbene! ecco qui questo signore che non aveva alcuna di queste risorse a sua disposizione, semplice magistrato, che ne sapeva più di voi con tutta la vostra polizia e che mi avrebbe salvata la corona, se avesse avuto, come voi, il diritto di fare agire un telegrafo. — Lo sguardo del ministro di polizia si voltò con una espressione di profondo rispetto su Villefort, che abbassò la testa colla modestia del trionfo.
— Io non dico ciò per voi, mio caro Blacas, continuò il Re; poichè se non avete scoperto niente, avete avuto almeno il buon senso di mantenervi nel vostro sospetto. Un altro forse avrebbe considerata la rivelazione di Villefort come insignificante o ben anche suggerita da un’ambizione venale, e avrebbe atteso che i segni del telegrafo!... — Queste parole facevano allusione a ciò che il ministro di polizia aveva pronunciato con tanta sicurezza un’ora prima. Villefort capì l’artifizio del Re. Un altro forse si sarebbe lasciato trasportare dall’ebrietà delle lodi; ma egli temeva farsi un nemico mortale nel ministro di polizia, quantunque vedesse che questi era irrevocabilmente perduto. Infatti il ministro che nella pienezza del suo potere non aveva saputo indovinare il segreto di Napoleone, poteva nelle convulsioni della sua agonia penetrare quello di Villefort. Per far ciò non gli sarebbe abbisognato altro che interrogare Dantès. Egli adunque venne in soccorso del ministro invece di opprimerlo.
— Sire, disse Villefort, la rapidità dell’evento deve provare alla Maestà Vostra che il Cielo solo poteva impedirlo, suscitando una burrasca. Ciò che Vostra Maestà crede in me l’effetto di una profonda perspicacia è dovuto ad un puro e semplice caso, di cui ho approfittato come un servo fedele e devoto, ed ecco tutto. Non mi attribuite più di quel che merito, per non aver mai a pentirvi della prima idea che aveste concepito di me. — Il ministro di polizia ringraziò il giovine con uno sguardo eloquente, e Villefort capì di essere riuscito nel disegno, vale a dire che senza perder niente della riconoscenza del Re, si era fatto un amico sul quale poteva contare all’occasione. — Sta bene, disse il Re, e frattanto, o signori, voltandosi verso Blacas ed il ministro, non ho più bisogno di voi; ciò che resta a farsi, spetta al ministro della guerra. — Fortunatamente, Sire, disse de Blacas, possiamo contare sull’esercito; V. M. sa come tutti i rapporti ce lo dipingono devoto al vostro governo. — Non mi parlate di rapporti, conte, ora so la fiducia che si può avere in essi. Eh! a proposito di rapporti, signor barone, che avete voi saputo di nuovo sulla strada di S. Jacques? — Sull’affare della strada di S. Jacques? gridò Villefort, senza poter trattenere l’esclamazione: ma fermandosi ad un tratto:
— Perdono, Sire, diss’egli, la mia devozione a V. M. mi fa incessantemente dimenticare, non il rispetto che ho per essa, perchè questo è troppo profondamente scolpito nel mio cuore, ma le regole dell’etichetta. — Dite e fate, signore, soggiunse Luigi XVIII: voi oggi avete acquistato il diritto d’interrogare. — Sire, rispose il ministro di polizia, oggi veniva precisamente per dire a Vostra Maestà le ultime notizie che sono state raccolte su questo avvenimento, allorchè l’attenzione di Vostra Maestà si è rivolta alla terribile catastrofe del golfo Juan. Ora queste informazioni non avranno forse alcun’importanza pel Re. — Al contrario, disse Luigi XVIII: questo affare mi sembra avere un rapporto diretto con ciò che ci occupa, e la morte del generale Épinay ci metterà forse sulla strada di un gran complotto interno. (Al nome del generale Épinay, Villefort rabbrividì.)
— Sire, rispose il ministro di polizia, ciò indurrebbe a credere che questa morte non fosse il resultato di un suicidio come si era creduto dapprima, bensì di un assassinio. Il generale Épinay usciva a quanto sembra da una riunione bonapartista quando disparve. Un uomo sconosciuto era stato nella stessa mattina a cercarlo in casa, e gli aveva assegnato convegno nella strada S. Jacques. Per disgrazia il cameriere del generale che lo seguiva al momento in cui questo sconosciuto era stato introdotto nel gabinetto, ha bene inteso nominare la strada di S. Jacques, ma non si è ricordato poi del numero. — A seconda che il ministro di polizia dava al Re queste informazioni, Villefort che sembrava pendere dalle sue labbra, arrossiva e impallidiva. Il Re si volse a lui: — Non pensate voi al pari di me, signor Villefort, che il generale Épinay, che si faceva credere della fazione dell’usurpatore, ma che in vero era tutto a me devoto, sia perito vittima di un’insidia bonapartista? — È probabile, Sire, rispose Villefort; ma non se ne sa altro? — Si sta sulle tracce dell’uomo che venne a dare il ritrovo. — Davvero? ripetè Villefort. — Sì, il cameriere ne ha dati i connotati; è un uomo dai 50 ai 52 anni, bruno, cogli occhi neri coperti da folte sopracciglia, e con le barbette; è vestito con un soprabito blu abbottonato, e porta sulla bottoniera la fettuccia di ufficiale della Legion d’onore. Jeri fu seguitato un individuo di cui i connotati corrispondono perfettamente a quelli che ho detto, ma è stato perduto alla voltata delle strade _Jussiène_, e _Coq-Héron_. — Villefort si era appoggiato alla spalliera di una sedia, poichè, a seconda che il ministro di polizia parlava, sentiva le gambe venirgli meno; ma allorquando seppe che lo sconosciuto era sfuggito alla vigilanza di colui che lo seguiva, respirò.
— Voi farete far tutte le ricerche possibili di quest’uomo, disse il Re al ministro di polizia perchè, se come tutto fa credere, il generale Épinay, che in questo momento ci sarebbe stato tanto utile, è caduto vittima di un assassinio, sia bonapartista o no, io voglio che i suoi assassini siano severamente puniti. — Villefort ebbe bisogno di tutta la sua calma per non tradire il terrore che gli veniva inspirato da questa raccomandazione del Re. — Cosa strana! continuò il Re, con buon umore, la polizia crede di avere detto tutto quando ha detto: «è stata commessa un’uccisione;» e tutto fatto quando soggiunge: «si sta sulle tracce dei colpevoli.» — Sire, spero che su questo punto almeno V. M. sarà soddisfatta. — Va bene, vedremo. Io non vi trattengo dippiù, barone. Signor de Villefort, voi dovete essere stanco di questo lungo viaggio, andate a riposarvi. Sarete senza dubbio stato da vostro padre. — Un lampo passò innanzi agli occhi di Villefort. — No, Sire, diss’egli, sono disceso all’albergo di Madrid, strada Tournon. — Ma avete veduto il signor Noirtier? — Mi sono fatto condurre immediatamente presso il conte di Blacas. — Lo vedrete? almeno... — Non lo penso, Sire. — Ah! è giusto, disse Luigi XVIII sorridendo, in modo da provare che tutte queste reiterate interrogazioni non erano state fatte senza un perchè. Dimenticava che voi siete freddo con il signor Noirtier, che questo è un nuovo sacrificio che fate alla causa reale, e di cui fa d’uopo che io vi compensi. — Sire, la bontà che mi dimostra la M. V. è una ricompensa che sorpassa tanto le mie ambizioni che non mi resta più nulla a domandare al Re. — Non importa, signore, noi non vi dimenticheremo, state tranquillo. — E in questo mentre, il Re staccò la croce della legion d’onore che portava d’ordinario sul suo abito vicino a quella di S. Luigi, e la dette a Villefort; — Frattanto, diss’egli, portate sempre questa croce. — Sire, disse Villefort, V. M. s’inganna, questa croce è quella d’ufficiale.
— In fede mia, signore, disse il Re, prendetela tal quale è, io non ho il tempo di farne domandare un’altra. Blacas, voi vigilerete affinchè sia tosto spedito il brevetto a Villefort. — Gli occhi di Villefort si bagnarono di una lagrima di orgogliosa gioia; egli prese la croce e la baciò. — Ora quali sono gli ordini che mi fa l’onore darmi la M. V.?
— Prendete il riposo che vi è necessario, e pensate che, senza forza per potermi servire a Parigi, potete essermi di grandissima utilità a Marsiglia. — Sire, rispose Villefort inchinandosi, fra un’ora io sarò partito da Parigi. — Andate, disse il Re, e se un giorno vi dimenticassi, non abbiate alcun riguardo a richiamarvi al mio pensiero... Signor barone, date ordine perchè si vada a cercare il ministro della guerra. Blacas restate. — Ah! signore, disse il ministro di polizia a Villefort, uscendo dalle Tuglierie, voi entrate per la buona porta, la vostra fortuna è fatta! — Durerà ella lungamente? mormorò Villefort salutando il ministro la cui carriera era finita, e cercando cogli occhi una carrozza per ritornare all’albergo.